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Assegno di mantenimento separazione e divorzioL’assegno di mantenimento che verso al  mio ex coniuge è deducibile nella mia dichiarazione dei redditi? L’assegno di mantenimento che ricevo dal mio ex coniuge va dichiarato nella mia dichiarazione del redditi? Verrà tassato?
Queste sono alcune delle domande che mi vengono più frequentemente poste dai miei clienti.

Andiamo a vedere le risposte che si rinvengono nel TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

Certamente l’assegno di mantenimento che viene periodicamente versato all’ex marito o all’ex moglie è deducibile.

Per essere più precisi: è sicuramente deducibile l’importo che viene specificamente indicato nel provvedimento giudiziario come assegno di mantenimento per il coniuge.

Non sono, invece, deducibili erogazioni di somme o valori pattuite tra i coniugi e che non confluiscono nel provvedimento giudiziario.

In buona sostanza: se, rispetto a quella indicata nel provvedimento giudiziario, si decide di dare una somma maggiore all’ex coniuge, quest’ultima non potrà essere dedotta.

Quando oltre all’assegno di mantenimento per l’ex coniuge si dispone altresì l’obbligo di contributo al mantenimento dei figli, sarà deducibile solo la somma espressamente indicata a favore dell’ex coniuge.

Nel caso in cui il provvedimento giudiziario non distingua tra la somma destinata al mantenimento dei figli e quella destinata al coniuge, sarà deducibile solo la metà dell’importo.

Così come l’ex coniuge erogante l’assegno di mantenimento può dedurre l’assegno di mantenimento, l’ex coniuge che riceve quell’assegno dovrà, invece, presentare quelle somme ai fini della tassazione. Infatti  l’assegno di mantenimento periodico è considerato come reddito da lavoro dipendente.

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1. L’origine dell’ascolto del minore nei procedimenti che lo riguardano e la normativa vigente

L’art. 155 sexies cod. civ., introdotto dalla legge n. 54/2006, disciplina l’audizione del minore attribuendo in capo al Giudice l’obbligo di ascoltare il minore nei procedimenti di separazione o di divorzio.

L’art. 315 bis cod. civ., aggiunto di recente dalla legge n. 219/2012, prevede inoltre oggi un vero e proprio diritto del minore ad essere ascoltato in tutte le procedure che lo riguardino qualora abbia compiuto i dodici anni o, se di età inferiore, abbia comunque capacità di discernimento.

La succitata vigente normativa codicistica trae origine dalla Convenzione dei Diritti del Fanciullo di New York del 20 novembre 1989 e dalla Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996 (entrambe successivamente ratificate e rese esecutive in Italia).

L’art. 12 della Convenzione di New York prevede invero che il fanciullo capace di discernimento abbia il diritto di esprimere liberamente la propria opinione su ogni questione che lo interessi.

La  succitata Convenzione di Strasburgo, all’art. 3, riconosce poi in capo al minore, nell’ambito delle procedure che lo riguardino, i seguenti diritti vincolati alla capacità di discernimento:

a) ricevere ogni informazione pertinente;

b) essere consultato ed esprimere la propria opinione;

c) essere informato delle eventuali conseguenze che tale opinione comporterebbe nella pratica e delle eventuali conseguenze di qualunque decisione.

L’art. 6 della Convenzione di Strasburgo prevede poi che nei procedimenti che riguardano un minore, l’autorità giudiziaria, prima di giungere a qualunque decisione, abbia i seguenti obblighi:

a) esaminare se dispone di informazioni sufficienti ad fine di prendere una decisione nell’interesse superiore del minore e, se necessario, ottenere informazioni supplementari, in particolare da parte dei detentori delle responsabilità genitoriali;

b) quando il diritto interno ritiene che il minore abbia una capacità di discernimento sufficiente:

– assicurarsi che il minore abbia ricevuto tutte le informazioni pertinenti,

– nei casi che lo richiedono, consultare il minore personalmente, se necessario in privato, direttamente o tramite altre persone od organi, con una forma adeguata alla sua maturità, a meno che ciò non sia manifestamente contrario agli interessi superiori del minore, permettere al minore di esprimere la propria opinione;

c) tenere in debito conto l’opinione da lui espressa .

La normativa non indica alcun criterio atto a valutare quando un soggetto infradodicenne sia ritenuto capace di discernimento.

Nell’ottica giuridica tale capacità sembrerebbe indicare due aspetti differenti: la capacità del bambino di capire ciò che è più utile per lui e la capacità di prendere decisioni autonome.

E’ evidente che, nei minori infradodicenni, sia opportuno che il Giudice proceda con l’acquisizione preliminare di un parere esperto (quale quello di psicologi dell’età evolutiva) che abbia proprio ad oggetto la capacità di discernimento del minore, presupposto necessario per la sua audizione e per la tutela dei suoi diritti e della sua serenità.

Nella relazione, l’esperto dovrà riportare la propria valutazione in merito alla capacità di discernimento del minore, al suo livello di sviluppo, alla capacità di esprimere la propria volontà e il grado di autonomia raggiunto.

2. Le modalità di ascolto del minore

Nel silenzio della legge, vanno poi valutate le modalità di ascolto del minore ritenuto capace di discernimento.

L’audizione del minore può avvenire direttamente davanti al Giudice (c.d. “ascolto diretto”) oppure in sede di CTU (c.d. “ascolto indiretto”).

In caso di ascolto diretto i Protocolli stipulati presso talune sedi giudiziarie italiane prevedono che sia da stabilirsi preferibilmente al di fuori dell’orario scolastico, in ambiente adeguato e a porte chiuse in modo tale da garantire la massima riservatezza e tranquillità del minore. (1)

Si concorda nel ritenere che l’ascolto, davanti al Tribunale Ordinario sia direttamente effettuato dal Presidente nella fase presidenziale o dal Giudice istruttore, unitamente all’ausiliario, eventualmente nominato, esperto in materie psicologiche, psichiatriche o pedagogiche. (2)

Qualora invece il minore vada ascoltato dinanzi al Tribunale per i Minorenni si ritiene che potranno essere delegati dal Collegio un Giudice Togato e/o un Giudice Onorario congiuntamente, se richiesto dalle parti o dai loro difensori e se comunque possibile, avvalendosi se del caso di un ausiliario ex art. 68 c.p.c. esperto in scienze psicologiche o pedagogiche (3).

In ogni caso, è importante che l’avvocato dei genitori del minore che deve essere ascoltato non abbia contatti con il medesimo. Parimenti, l’avvocato deve invitare i suoi assistiti ad un atteggiamento responsabile nei confronti del minore evitando ogni forma di suggestione e di induzione della volontà. (4)

Si ritiene comunemente che l’audizione del minore debba avvenire unicamente alla presenza del Giudice titolare della procedura, dell’eventuale ausiliario e, in caso di nomina, del difensore del minore o del curatore del minore. Non pare invece opportuna la presenza delle parti e dei rispettivi difensori, i quali vengono pertanto invitati dal Giudice a restare fuori dall’aula al fine di evitare possibili condizionamenti del minore (5).

Il minore, prima dell’audizione, deve essere adeguatamente informato dal Giudice del suo diritto ad essere ascoltato nel processo, dei motivi del suo coinvolgimento nello stesso, nonché dei possibili esiti del procedimento, precisando che tali esiti non necessariamente saranno conformi a quanto sarà da lui eventualmente espresso o richiesto e ciò sulla base di quanto disposto dalla Legge n. 77/2003.

Tali avvertimenti devono ovviamente avvenire con linguaggio adatto all’età e con comunicazione empatica da parte del Giudice, il quale deve illustrare al minore lo scopo ed i limiti del suo ascolto sottolineando il fatto che, nonostante le sue opinioni saranno tenute in debito conto, il Tribunale potrebbe decidere anche in modo diverso dai suoi desideri. (6)

E’ infine interessante notare come in alcuni Protocolli si ritenga che l’incontro con il minore vada verbalizzato in forma sommaria (7), in altri invece viene affermato che la verbalizzazione debba essere necessariamente integrale e fedele, anche nel linguaggio, a quanto dichiarato dal minore (8).

Come anzidetto, il Giudice può disporre una modalità di ascolto indiretto del minore. In questo caso, l’incombente deve avvenire, come per l’ascolto avanti al Giudice, senza la presenza delle parti e dei difensori i quali possono chiedere che l’incontro venga videoregistrato. Prima dell’audizione i consulenti di parte possono sottoporre al CTU i temi e gli argomenti sui quali ritengono opportuno sentire il minore. (9)

3. Il caso sottoposto al Tribunale di Varese

Con decreto del 24 gennaio 2013, il Tribunale di Varese ha disposto l’audizione del figlio quattordicenne di una coppia di coniugi particolarmente in conflitto sul collocamento del minore presso l’uno o l’altro dei genitori.

Il Tribunale di Varese ha ricordato che l’audizione del minore rappresenta un adempimento obbligatorio nel procedimento in cui il Giudice debba decidere in ordine a situazioni di diretto interesse del fanciullo, così come disposto dall’art. 155 sexies cod. civ.

Il Giudice di Prime cure ha, al riguardo, richiamato la sentenza n. 2223/2009 resa dalla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite, ove si legge che l’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano ed in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata in Italia con legge n. 77/2003, per cui ad essa si deve procedere, salvo che possa arrecare danno al minore stesso.

L’importanza dell’audizione, ricorda il Tribunale de quo, è peraltro ribadita nelle “Linee Guida del Consiglio d’Europa per una giustizia a misura di bambino”, adottate dal Comitato dei Ministri il 17 novembre 2010, dove è espressamente rimarcato il diritto del minore ad avere la possibilità di esprimere la propria opinione nell’ambito dei procedimenti che lo riguardano.

Il Tribunale di Varese, sempre nel decreto di cui si tratta, ha colto poi l’occasione per richiamare il contenuto del recente articolo 315 bis cod. civ. (introdotto con Legge n. 219/2012), affermando che tale norma non può essere ricondotta tout court alla già esistente previsione di cui all’art. 155 sexies cod. civ., ma che in realtà si tratta di una tipizzazione normativa che se ne differenzia.

Mentre infatti l’art. 155 sexies cod. civ. tratteggia il dovere del giudice di ascoltare il minore, l’art. 315 bis cod. civ. delinea piuttosto il diritto del minore ad essere ascoltato dal giudice. In quest’ultima norma, pertanto, il minore non viene più guardato solo come un semplice oggetto di protezione ma come un vero e proprio soggetto di diritto, a cui va data voce nel momento conflittuale della crisi familiare.

Nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto quindi opportuno delegare l’incombente a un esperto in psicologia infantile, tenuto conto dell’opportunità di evitare che l’ascolto del minore venisse effettuato senza un’adeguata competenza nell’accertamento della capacità di discernimento e ritenuto maggiormente tutelante evitare al minore stesso di esprimere la sua opinione nella sede del Tribunale.

Avv. Patrizia D’Arcangelo
Foro di Bergamo

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(1) V. ad esempio il Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e di Verona.

(2) V. Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del Minore, nonché Proposta di Protocollo per la gestione delle udienza civili del Tribunale di Palermo – Settore Famiglia.

(3) V. Protocollo del Tribunale per i Minorenni di Roma e il Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Verona.

(4) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona

(5) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona, nonché Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del Minore, Proposta di Protocollo per la gestione dell udienze civili del Tribunale di Palermo – Settore Famiglia.

(6) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona, nonché Protocollo per i giudizi di separazione, divorzio e relative modifiche – Allegato n. 1 Ascolto della persona nei giudizi di famiglia  di Firenze.

(7) V. ad esempio Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano.

(8) V. ad esempio Protocollo del Tribunale per i Minorenni di Roma

(9) V. Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano, nonché Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del minore e Protocollo per i procedimenti in materia di famiglia e minorile del Distretto di Salerno.

*Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata sulla Rivista “Questioni di diritto di Famiglia” – Maggioli Editore

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Il mantenimento diretto consiste nella diretta fornitura, da parte del genitore al figlio minore, di quanto occorre allo stesso.
Il mantenimento indiretto consiste invece nella consegna, da parte del genitore non collocatario all’altro genitore, di una somma periodica di denaro, con la quale ques’ultimo provvede alle esigenze del minore.
Come è noto, la L. 8 febbraio 2006, n. 54, ha introdotto la disciplina dell’affidamento condiviso. Già la scelta del termine è significativa, rispetto all’espressione più tradizionale, contenuta nella legge di divorzio dopo la riforma del 1987, di “affidamento congiunto”: non solo affidamento ad entrambi, ma fondato sul pieno consenso di gestione, sulla condivisione, appunto. Ciò tuttavia non esclude che il minore possa essere prevalentemente collocato presso uno dei genitori, anche se l’altro dovrà avere ampia possibilità di vederlo e tenerlo con sè.
Secondo alcuni, in caso di affido condiviso, il mantenimento diretto potrebbe rappresentare la forma di contribuzione più in linea con lo spirito ed il significato della riforma il cui scopo è quello di dare attuazione al principio della bigenitorialità.
Tuttavia, è lo stesso riformato art. 155 cod. civ. che attribuisce al giudice il potere di stabilire, “ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità”.
La giurisprudenza di legittimità è quindi concorde nel ritenere che “in tema di mantenimento dei figli, il contributo diretto da parte di ciascuno dei genitori non costituisce la regola, come conseguenza diretta dell’affido condiviso . Infatti, l’art. 155 c.c. riformato, nello stesso comma 2 in cui prevede in via prioritaria la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori, dispone che il giudice fissi altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento , così conferendo allo stesso giudice un’ampia discrezionalità, sempre ovviamente “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale” della prole” (v. Cass. Civ. n. 785/2012).
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Cassazione Civile, sez. I, 23 gennaio 2013, n. 1527

E’ legittimo disporre il rientro del minore in Germania presso la madre, senza procedere all’ascolto del bimbo in tenera età; infatti, non è contrario alla convenzione de l’Aja il decreto del Tribunale dei Minori che dispone il rientro in Germania del minore, dove già aveva la residenza abituale.

L’accertamento circa il grado di maturità del minore ovvero l’assenza di condizioni che gli evitino traumi che per la sua tenera età potrebbero incidere gravemente sulla sua sfera psichica, è rimesso al giudice del merito che è tenuto a valutare (L. n. 64 del 1994, art. 7, comma 3) anche in ragione del carattere urgente e meramente ripristinatorio della procedura (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e 19 dicembre 2003 n. 19544), se, secondo quanto previsto dall’art. 11, comma 2 del Regolamento CE n. 2201/2003, sia inopportuno ascoltarlo per il grado di discernimento da presumersi raggiunto secondo comune esperienza, condizione quest’ultima sottesa anche all’art. 23, lett. b) ed esplicitamente ribadita dall’art. 42, comma 2, lett. a) del medesimo testo. L’adempimento, già previsto nell’art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ora necessario ai sensi degli artt. 3 e 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. 20 marzo 2003, n. 77, quale strumento d’acquisizione della sua opinione laddove abbia un sufficiente grado di discernimento, “postula che il minore riceva le informazioni pertinenti ed appropriate, con riferimento alla sua età ed al suo grado di sviluppo”, e tali informazioni non nuocciano al suo benessere (Cass. n.16753/2007). Può essere difatti omesso nei casi in cui il giudice del merito, secondo il suo prudente apprezzamento, ravvisi suddetto pericolo di pregiudizio ovvero un contrasto con gli interesse superiori per l’interessato, ovvero reputi il minore non adeguatamente maturo alla stregua della situazione di fatto considerata (Cass. SU n 22238/2009, n. 12293/2010, 13241/2011, 17201/2011).

Per scaricare il testo integrale della sentenza cliccate qui.

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Tribunale di Bergamo – sentenza n. 1272/2010

Padre tossicodipendente ricoverato presso una comunità di recupero. La figlia minore viene quindi affidata in via esclusiva alla madre con assegnazione della casa coniugale alla stessa.

Il Tribunale di Bergamo ha comunque stabilito l’obbligo per il padre di versare alla madre l’importo di 120 euro mensili quale contributo al mantenimento della figlia. Il Collegio giudicante ha invero ritenuto che il padre fosse in grado di svolgere una qualche attività lavorativa seppur marginale e, quindi, ha affermato che nel caso di specie non sussistesse quell’assoluta eccezionalità che giustificherebbe l’esonero totale dal mantenimento della figlia.

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Tribunale di Bergamo – sentenza n. 1799/2010

“L’accertamento del diritto all’assegno divorzile (di carattere esclusivamente assistenziale) va effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi (o l’impossibilità per procurarseli per ragioni oggettive) del coniuge richiedente, raffrontate ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del rapporto, fissate al momento del divorzio.

Tale accertamento va compiuto mediante una duplice indagine, attinente all’ “an” e al “quantum”, nel senso che il presupposto per la concessione dell’assegno è costituito dall’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre) a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, non essendo necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto (il quale può essere anche economicamente autosufficiente) e rilevando, invece, l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche.

Ora, tenuto conto dei redditi dei coniugi, dell’assegnazione della casa coniugale alla moglie e del fatto che il ricorrente deve provvedere anche ad un altro figlio si ritiene che non sussistano i presupposti per porre a carico del marito e a favore della moglie un assegno divorzile”.

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Avevo già avuto modo di elencare alcuni casi in cui il Tribunale di Bergamo ha ritenuto di dover disporre l’affido esclusivo del figli in deroga alla regola generale dell’affido condiviso (per rileggerli cliccate qui ).

Alle sentenze già citate, aggiungo oggi la sentenza n. 465 del 2 marzo 2010 del Tribunale di Bergamo ove si legge:

“Va disposto l’affido esclusivo della prole ad un genitore quando l’altro (nella specie, il padre) non sia risultato del tutto idoneo alla condivisione dell’esercizio della potestà genitoriale. L’inidoneità può desumersi dall’inadempimento dell’obbligo di mantenimento dei figli minori, dall’esercizio sporadico del diritto di visita, dall’omessa comunicazione del luogo ove è sita la nuova residenza sì da ostacolare la possibilità di assumere di comune accordo le decisioni di ordinaria amministrazione riguardi la prole”

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separazione consensuale avvocatoIl caso: il marito chiedeva che la separazione venisse addebitata alla moglie, per essersi allontanata dal domicilio domestico.

La Cassazione (Cass. Civ., n. 104803/2012), rilevato il comportamento violento e prevaricatore tenuto dal marito in costanza di matrimonio, ha affermato quanto segue:

 “(..) La dichiarazione di addebito della separazione richiede la prova che l’irreversibilità della crisi coniugale sia collegabile alla violazione dei doveri nascenti dal matrimonio di uno o di entrambi i coniugi, sussistendo un nesso di causalità fra di esso e il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza. Con la conseguenza che la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, essendo invece necessario accertare se tale violazione non sia intervenuta quando già si era maturata e in conseguenza di una situazione d’intollerabilità della convivenza (Cass., 23 maggio 2008, n. 13431). Sotto quest’ultimo profilo risulta pienamente rispettato, con motivazione non censurata in questa sede e per altro esente da vizi di natura logica e giuridica, il principio che impone, una volta accertata una condotta contraria ai doveri nascenti dal matrimonio, di procedere a una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, rimessa al giudice di merito per accertare se vi è la preesistenza d’una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza solo formale (Cass., 19 luglio 2010, n. 16873). Ed invero la corte territoriale ha osservato che “le presunte, e per altro rimaste non sufficientemente dimostrate manchevolezze attribuite alla moglie sarebbero da collocare in ogni caso temporalmente in epoca successiva alle prevaricazioni messe in atto dall’odierno appellante, con conseguente riferibilità semmai di esse ad una frattura del consorzio familiare già creatasi per effetto dei pregressi ed unilaterali comportamenti prepotenti del medesimo”.

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assegno mantenimento divorzioCon sentenza del 22 novembre 2011 il Tribunale di Prato ha fornito la seguente lucida spiegazione in ordine alla dibattuta questione delle spese straordinarie.

Secondo un’accezione (particolarmente lata) si intende come straordinaria qualunque spesa ulteriore rispetto a quelle essenziali (vitto, alloggio). Vengono così chiesti i contributi più disparati, come ad esempio quelli per il cinema, il parrucchiere, la cena con gli amici, il regalo di compleanno e così via. Tale nozione di spesa straordinaria è, tuttavia, il frutto di un fraintendimento del concetto stesso di mantenimento. Andare a chiedere il contributo percentuale a titolo di spese straordinarie per esborsi del tipo di quelli appena indicati, significa identificare il concetto di mantenimento nel contributo necessario a soddisfare le più elementari esigenze di vita, facendo una chiara sovrapposizione con la nozione di alimenti. Sono infatti questi ultimi a consentire di ovviare alle necessità fondamentali della vita quotidiana. Il mantenimento è invece identificato nella somma necessaria a consentire la soddisfazione di tutte le esigenze di vita (elementari e non) di una determinata persona, in relazione al tenore di vita, che possono assicurarle i genitori, compatibilmente ai loro redditi ed alle spese che, a loro volta, devono sostenere per il proprio mantenimento. È pertanto ovvio che l’assegno di mantenimento, unito al contributo dato anche dal genitore percettore di quest’ultimo, sia calcolato in modo da consentire al figlio di poter soddisfare non solo i bisogni elementari della vita quotidiana, ma anche ulteriori esigenze di studio, ludiche od estetiche, che già formano oggetto del tenore di vita della figlia.
Nel concetto di spese straordinarie rientra invece tutto ciò che è extra ordinem in senso soggettivo ed oggettivo. In senso soggettivo, perché deve trattarsi di spese non prevedibili ex ante e pertanto non quantificabili al momento della determinazione giudiziale dell’assegno di mantenimento. In senso oggettivo, perché tali spese devono essere di ammontare tale da non poter essere coperte dall’assegno di mantenimento, il cui importo, come già accennato deve essere parametrato non solo alle esigenze del beneficiario, ma anche alle possibilità economiche dell’obbligato.
Proprio in ragione dei requisiti appena indicati le spese straordinarie non si prestano ad un’elencazione specifica da parte del giudice, la quale non potrebbe che avere sempre e comunque carattere esemplificativo. Tanto più che con riferimento ad uno stesso settore una spesa può essere ordinaria o straordinaria.

Nel caso delle spese mediche, ad esempio, non possono non rientrare fra le spese ordinarie quelle erogate per le medicine necessarie a curare, ad esempio, un’influenza, mentre sono straordinarie (non prevedibili ex ante e non suscettibili di essere coperte con il solo importo dell’assegno di mantenimento), quelle per un intervento chirurgico o per una terapia a seguito di un infortunio.
Nonostante le difficoltà di individuazione in concreto di quello che può rientrare o meno nel concetto di spesa straordinaria, l’applicazione dei parametri oggettivi e soggettivi sopra indicati, alla luce della distinzione tra la nozione di alimenti e quella di mantenimento, sono criteri idonei ad evitare dei contrasti tra le parti in sede di applicazione del dispositivo giudiziale”

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IMU DIVORZIO SEPARAZIONEIl comma 12-quinquies dell’art. 4 del D.L. n. 16 del 2012, sancisce che ai soli fini dell’applicazione dell’IMU “l’assegnazione della casa coniugale al coniuge disposta a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, si intende in ogni caso effettuata a titolo di diritto di abitazione”.

Ai fini del pagamento dell’IMU, pertanto, non importa chi sia il proprietario della casa coniugale.

In caso di separazione o di divorzio, l’obbligato al pagamento dell’imposta sugli immobili (IMU) sarà infatti il coniuge che vi abita.

Il coniuge assegnatario della casa, potrà ovviamente usufruire sia dell’aliquota ridotta stabilita per l’abitazione principale, sia dell’intera detrazione prevista per detto immobile, nonché della riduzione di € 50,00 per ciascun figlio di età non superiore ai 26 anni, a condizione che dimori e risieda anagraficamente nell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale.

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Avv. Patrizia D’Arcangelo

Lo studio Legale D’Arcangelo
Il mio impegno contro il bullismo

Intervista all'avv. D'Arcangelo
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