• Hai vinto al Superenalotto? E adesso mantieni l’ex moglie anche se sei gravemente malato e non puoi lavorare

    divorzio mantenimento moglieIl caso riguarda un signore separato che vinse al superenalotto per due miliardi delle vecchie lire.

    Tale inaspettata e clamorosa vincita al ‘Superenalotto’ può giustificare, secondo quanto dichiarato dalla Cassazione con sentenza n. 3914/2012,  la conservazione del contributo al mantenimento a favore dell’ex moglie. E ciò anche se il fortunato vincitore è gravemente malato e non può lavorare.

    Ecco il testo integrale della sentenza de qua.

    Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 10 ottobre 2011 – 12 marzo 2012, n. 3914

    Svolgimento del processo

    Il Tribunale di Cagliari, con sentenza n. 813/2003, pronunciava lo scioglimento del matrimonio contratto da M.V. e A.C. e poneva a carico del primo l’obbligo di corrispondere un assegno mensile di mantenimento in favore della ex moglie di 115 euro mensili e in favore del figlio M. di 500 euro. Il Tribunale, pur riconoscendo che le condizioni di salute del V. impedivano lo svolgimento di attività lavorative, riteneva che la vincita di lire 1.800.000.000 al Superenalotto, realizzata insieme alla sua nuova compagna, gli consentisse di non subire le conseguenze economiche negative del suo stato di salute e lo mettesse in condizione di contribuire al mantenimento, nella misura anzidetta, della ex coniuge, sfornita di un reddito proprio, e del figlio, non ancora autonomo economicamente.
    La Corte di appello di Cagliari ha confermato tale decisione ritenendo provata quanto meno la partecipazione, in pari quota, alla vincita da parte del V. così come la circostanza per cui l’attività lavorativa svolta dalla C. non era produttiva di un reddito idoneo a garantirle nemmeno il soddisfacimento delle minime esigenze di vita proprie della sua condizione sociale. Riteneva inoltre che il figlio del V. non risultando ancora in condizioni di poter fruire di autonomia economica dovesse essere mantenuto con il concorso di entrambi i genitori.
    Ricorre per cassazione M.V. affidandosi a quattro motivi di ricorso.
    Non svolge difese la C.
    Il ricorrente deposita memoria difensiva.

    Motivi della decisione

    1. Va premesso che, secondo l’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis nel caso di specie, nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2), 3) e 4), l’illustrazione di ciascun motivo del ricorso si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione. Segnatamente, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere a pena di inammissibilità, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Sez. Un. 1 ottobre 2007, n. 20603; Cass. 18 luglio 2007, n. 16002). Nei casi previsti dagli altri numeri dell’art. 360, il quesito deve essere formulato in modo tale da collegare il vizio denunciato alla fattispecie concreta (Sez. Un. 11 marzo 2008, n. 6420) non potendo il quesito risolversi in un’enunciazione di carattere generale ed astratto, priva di specifico riferimento alla fattispecie in questione e alla soluzione datane nella sentenza impugnata, né potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo.
    2. Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 5 sesto comma dell’articolo 1 della legge n. 898/1970 (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
    Il ricorrente sottopone alla Corte i seguenti quesiti:
    “dica la Corte se viola l’art. 5, sesto comma, della legge n. 1 dicembre 1970 n. 898, la sentenza che pone a carico dell’ex coniuge il pagamento di un assegno di mantenimento a favore dell’altro, omettendo completamente di considerare a tale fine i seguenti fatti riconosciuti come pacifici: a) la proprietà in via esclusiva dell’immobile già destinato a casa familiare al coniuge richiedente l’assegno di mantenimento; b) la stabile relazione sentimentale e la convivenza di quest’ultimo con altro soggetto che gli garantisce uno stabile apporto economico; c) l’esistenza di un reddito da lavoro riconosciuto dal coniuge richiedente l’assegno di mantenimento”.
    “dica la Corte se viola l’art. 5, sesto comma, della legge n. 1 dicembre 1970 n. 898, la sentenza che pone a carico dell’ex coniuge il pagamento di un assegno di mantenimento a favore dell’altro, omettendo completamente di considerare che l’obbligato sia risultato privo di redditi e beni e affetto da una patologia che ne pregiudica completamente la capacità lavorativa e gli impedisce di produrre qualsiasi reddito oltre ad essere tenuto al mantenimento di due figli”.
    Il motivo è infondato in relazione al primo quesito avendo la Corte di appello adeguatamente motivato a pagina 4 della sentenza sia sulla situazione economica della ex moglie sia sulla ininfluenza della relazione con un nuovo partner. E’ invece inammissibile, in relazione al secondo quesito, in quanto non ricollegabile alla ratio decidendi e alla motivazione della sentenza, che si fondano sull’accertamento di una situazione economica del ricorrente completamente diversa da quella prospettata con il quesito, a seguito della vincita di lire 1.800.000.000 al Superenalotto.
    Con il secondo motivo di. ricorso si deduce la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
    Il motivo è inammissibile, per non essere accompagnato dalla sintesi richiesta ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. secondo quanto esposto al n. 1.
    Con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 116 c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
    I1 ricorrente sottopone alla Corte il seguente quesito di diritto: “se viola gli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. il giudice che ponga alla base della propria decisione le sole risultanze probatorie di alcune delle prove testimoniali acquisite omettendo completamente di considerare le altre pur legittimamente acquisite in giudizio e ciò senza nemmeno motivare tale esclusione.
    Il ricorrente si riferisce alle deposizioni che attesterebbero la titolarità della vincita al “superenalotto” alla sua compagna”.
    Anche questo motivo è inammissibile quanto alla dedotta violazione di legge che in realtà costituisce una mera censura alla valutazione delle prove effettuata dalla Corte territoriale. E’ infondato quanto al dedotto vizio di motivazione che non sussiste dato che la Corte ha esaminato tutte le deposizioni testimoniali raccolte traendo argomenti decisivi di convincimento da alcune di esse ed esercitando in tal modo il potere discrezionale di valutare i fatti sulle base di argomentazioni logiche e ispirate a una valutazione complessiva ed esauriente delle emergenze processuali.
    Con il quarto motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 e n. 5 c.p.c.) e dell’art. 5 sesto comma dell’articolo 1 della legge n. 898/1970 (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
    Il ricorrente sottopone alla Corte il seguente quesito di diritto: se ai fini dell’insorgenza del diritto all’assegno divorzile o alla sua quantificazione, al giudice sia preclusa la valutazione di miglioramenti economici del coniuge non costituenti naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta dal coniuge durante la convivenza, anche al fine di paralizzare gli effetti di altrettanto imprevedibili peggioramenti della condizione economica dell’obbligato il ricorrente chiede inoltre alla Corte se viola l’art. 112 c.p.c. il giudice di appello che non si sia pronunciato su una censura espressamente formulata dall’appellante relativamente alla decisione contenuta nella sentenza impugnata su un aspetto decisivo della controversia.
    Il motivo è infondato, quanto al profilo corrispondente al primo dei due quesiti suddetti. Il ricorrente fraintende infatti il senso della giurisprudenza di legittimità cui ha fatto riferimento (sentenza n. 4319 del 1999) la quale riconosce che, ai fini della determinazione del tenore di vita al quale va ragguagliato l’assegno di divorzio, si debba avere riguardo agli incrementi delle condizioni patrimoniali del coniuge obbligato che costituiscano naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta durante il matrimonio ma esclude (Cass. civ. n. 20204/2007) la possibilità di valutare i miglioramenti che scaturiscano da eventi autonomi, non collegati alla situazione di fatto e alle aspettative maturate nel corso del matrimonio, e aventi carattere di eccezionalità, in quanto connessi a circostanze ed eventi del tutto occasionali e imprevedibili.
    Tale giurisprudenza non implica infatti che del miglioramento delle condizioni economiche del coniuge obbligato derivante da un evento imprevisto, come nel caso di specie la vincita al Superenalotto, non debba tenersi conto al fine di valutare se le condizioni patrimoniali dell’obbligato consentano di corrispondere l’assegno divorzile che sia determinato in relazione al tenore di vita goduto durante il matrimonio, come è avvenuto nel caso di specie, in cui l’assegno divorzile è stato determinato nella misura di euro 115,00 mensili, senza, cioè, tenere conto, al fine della determinazione del tenore di vita al quale andava ragguagliato, di detta vincita.
    Il motivo è poi inammissibile quanto al profilo indicato nel restante quesito apparendo esso formulato in termini del tutto astratti.
    Il ricorso va conseguentemente respinto senza alcuna statuizione sulle spese del giudizio di cassazione, non avendo la parte intimata formulato difese.

    P.Q.M.

    La Corte rigetta il ricorso. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri datti identificativi ex art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

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  • Se il marito è un noto playboy il matrimonio va dichiarato nullo

    nullità matrimoniodi Eleonora Bonaccorsi- praticante avvocato del Foro di Catania

    La dichiarazione di nullità del matrimonio concordatario pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico deve essere sottoposta ad un giudizio di delibazione, la cui competenza spetta alla Corte d’Appello, affinché abbia efficacia anche nell’ordinamento civile italiano.

    Essa, in ogni caso, opera solo in presenza di gravi motivi e produce l’effetto non indifferente, da un punto di vista giuridico, di rendere ab origine inefficace il matrimonio, dunque, come se mai fosse stato celebrato. Tale caratteristica consente di individuare un’importante, anche se non unica, differenza rispetto all’istituto del divorzio, che in primis riguarda esclusivamente gli effetti civili del vincolo matrimoniale, facendo venir meno i doveri e i diritti reciproci dei coniugi, ma con efficacia ex nunc, senza che abbia alcuna conseguenza rispetto al rito religioso. Agli ex coniugi, pertanto, non sarà più consentito, seppure in presenza di una sentenza di divorzio, contrarre un nuovo matrimonio in Chiesa. Peraltro, si può aggiungere che i motivi posti alla base di una causa di divorzio sono perlopiù sopravvenuti, mentre nel caso della richiesta di nullità è necessario che i “vizi” siano non solo sussistenti ab origine, ma anche manifesti, conosciuti o conoscibili all’altro coniuge, usando l’ordinaria diligenza.

    A tale proposito, la Cassazione, I sez. civile, con la sentenza n. 17465/11, si è espressa in questo senso, in merito al ricorso proposto da una donna contro la sentenza della Corte d’Appello che ha delibato la sentenza di nullità del proprio matrimonio pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico.  Nel caso di specie, la causa di invalidità veniva rinvenuta nell’esclusione dei “bona matrimonii.

    Orbene, con la citata pronuncia la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dalla ricorrente, la quale eccepiva la mancata conoscenza dell’esclusione dell’indissolubilità del matrimonio, ed inoltre affermava che il giudice a quo aveva tenuto conto delle sole affermazioni contenute nella sentenza delibata, senza effettuare alcun esame delle prove prodotte in sede di giudizio canonico.

    In effetti, rileva la Cassazione, il giudice italiano ha correttamente e minuziosamente valutato il materiale probatorio prodotto davanti al Tribunale Ecclesiastico e sulla base di questi elementi aveva escluso la non conoscenza o non conoscibilità, attraverso l’ordinaria diligenza, dell’insussistenza dei “bona matrimonii.

    Inoltre il giudice a quo aveva respinto il motivo proposto in sede di delibazione, vertente su una presunta violazione dell’affidamento negoziale incolpevole su cui la ricorrente insisteva. Attraverso una serie di indizi premonitori, infatti, la donna avrebbe potuto osservare la particolare sensibilità dell’allora fidanzato verso le altre donne, condizione che lo aveva addirittura portato, in un primo momento, ad interrompere il fidanzamento con la donna. Ma vi è di più, giacché l’uomo aveva mostrato profondo turbamento di fronte la notizia della gravidanza della donna ed era stato indotto, in occasione di una riunione tra le famiglie per decidere sul da farsi, a contrarre matrimonio, invocando come soluzione eventuale il divorzio. Eventi, questi, che denotano chiaramente la divergenza tra la volontà reale e la dichiarazione dell’ex coniuge, usando l’ordinaria diligenza propria dell’uomo medio. Sulla base di ciò, la Cassazione con la sentenza di rigetto non può che affermare che “va delibata la sentenza ecclesiastica che abbia pronunciato la nullità del matrimonio per esclusione, da parte di uno dei coniugi, dei bona matrimonii, purché la divergenza tra volontà e dichiarazione sia stata manifestata all’altro coniuge o da questo conosciuta o comunque conoscibile con ordinaria diligenza”.

    In conclusione, dunque, si può correttamente affermare che la nullità del matrimonio può essere invocata e dichiarata laddove vi sia una manifesta, conosciuta o conoscibile divergenza tra la dichiarazione e la volontà del coniuge di contrarre matrimonio, avendo riguardo alla diligenza dell’uomo medio.

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  • Affido condiviso negato se i genitori sono troppo litigiosi: così ha deciso la Cassazione

    affidamento condivisoLa notizia rimbalza un po’ ovunque sul web.

    Con sentenza n. 17191/2011 la Suprema Corte ha affermato che l’affido condiviso va negato ogni qualvolta i genitori siano particolarmente litigiosi ed in conflitto tra loro (situazione che si verifica nella maggioranza delle separazioni). Personalmente, mi sento di condividere l’opinione dell’avv. Gassani, presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani il quale ha così commentato tale pronuncia dei Giudici di legittimità:

    Finalmente si sancisce il principio per cui due genitori in aspro conflitto tra loro non siano degni di esercitare congiuntamente il proprio ruolo” (…) litigare davanti ai figli, come già sancito dalla Suprema Corte in passato, costituisce un maltrattamento nei confronti di questi ultimi. Un genitore maltrattante non può essere anche affidatario o coaffidatario dei propri figli. Così nell’ipotesi di ostilità di un solo coniuge nei confronti dell’altro vittima di aggressioni verbali o giudiziarie, l’affidamento condiviso non può essere applicato. Esso, proprio perché‚ rappresenta il principio della bigenitorialità, non può essere concesso con un prestampato per il solo fatto di essere genitori».

    Del resto, occorre dar atto che ad analoghe conclusioni erano già giunti alcuni Giudici di merito quali il Tribunale di Modena,  Sez. II del 17.9.2008 (“Va mutato il regime di affidamento condiviso in affidamento esclusivo alla madre, senza peraltro mutare il regime stabilito delle visite e dei pernottamenti del figlio presso il padre, quando i contrasti e l’incomunicabilità tra i genitori, non di per sé, ma per la loro rilevanza, ricadono effettivamente e significativamente sui rapporti della prole con i genitori”) e la Corte d’Appello di Napoli dell’11.4.2007: (“In tema di separazione dei coniugi, deve escludersi l’affidamento condiviso del figlio minore, in caso di accesa conflittualità tra i coniugi, dovendosi preferire l’ affido esclusivo , nell’interesse del minore, al genitore con cui lo stesso da anni convive, nonostante i buoni rapporti del minore stesso con l’altro genitore”).

    Colgo l’occasione per ringraziare la dott.ssa Eleonora Bonaccorsi (praticante avvocato presso il Foro di Catania) per avermi segnalato tale importante sentenza della Cassazione e invito tutti a rileggere questo articolo dalla stessa redatto.

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  • La “grigia” separazione dei coniugi: in Italia si separano sempre più persone di mezza età

    separazione anzianiSempre più coniugi “dai capelli grigi” si separano in Italia: questo è quanto emerge dai dati Istat diffusi lo scorso anno.

    Nel 2009 all’atto della separazione, i mariti avevano mediamente 45 anni e le mogli 41.

    Sono andate altresì aumentando, sia in valori assoluti, sia in valori percentuali, le separazioni delle classi di età più elevate, con almeno uno sposo ultrasessantenne.

    Dal 2000 al 2009 le separazioni che riguardano uomini ultrasessantenni sono passate da 4.247 a 8.086 (dal 5,9% al 9,4%). Per le donne ultrasessantenni, nello stesso periodo, si registra un valore più che raddoppiato delle separazioni: dalle 2.555 separazioni (pari al 3,6% del totale delle separazioni) alle 5.213 del 2009 (pari al 6,1% del totale delle separazioni).

    Difficile dire quali possano essere i motivi che portano i coniugi di mezza età a separarsi. Se ne possono però ipotizzare alcuni.

    Innanzitutto va considerato che le coppie si sposano sempre più tardi: al giorno d’oggi è infatti difficile assistere a matrimoni di persone che abbiano meno di trent’anni d’età.

    Ma, ovviamente, non è soltanto questo il motivo per cui oggi la separazione ha i capelli brizzolati.

    Secondo l’esperienza maturata presso il mio studio legale posso dire che i motivi sono davvero i più diversi: c’è ad esempio la coppia che si separa perché il marito ultracinquantenne ha perso la testa per una giovane donna di 25 anni; ci sono poi le mogli sempre più sofferenti nei confronti di una vita considerata banale e ripetitiva e che vogliono sperimentare qualcosa di nuovo; ci sono le coppie che hanno atteso che i figli diventassero grandi per rendere loro più sopportabile e comprensibile la separazione dei genitori. Insomma, ogni caso è a sé.

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  • Separazione dei coniugi: le domande inammissibili secondo il Tribunale di Bergamo

    tribunale bergamo avvocatiDi seguito pubblico alcune pronunce del Tribunale di Bergamo sull’inammissibilità di talune domande nei giudizi di separazione:

    n. 340/09 Dott.ssa Giraldi –n. 714/09 Dott.ssa Caprino  –n. 1436/09 Dott. Scibetta –n. 2240/09 Dott. Scibetta: le domande di restituzione di beni o somme di denaro sono inammissibili nel giudizio di separazione in quanto proponibili solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza che pronuncia la separazione dei coniugi (sono incompatibili con il rito).

    n. 3313/08, n. 2371/08, n. 1608/08, n. 707/08 Dott. Serri –N. 1056/09, N. 1287/09 Dott. Macripò: “Il Tribunale di Bergamo ritiene, come da consolidato orientamento della Suprema Corte, che l’articolo 40 del codice di procedura civile, nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990, ha risolto espressamente il problema del cumulo nello stesso processo di domande connesse soggette a riti diversi, prevedendone la possibilità soltanto in presenza di ipotesi qualificate di connessione, definite in dottrina come di connessione forte. In particolare, il terzo comma disciplina la trattazione congiunta delle cause soggette a rito ordinario e speciale nei soli casi previsti dagli articoli 31, 32, 34, 35 e 35, disponendo che esse, cumulativamente proposte o successivamente riunite, siano trattate con il rito ordinario, salva l’applicazione di quello speciale, quando una di esse sia una controversia di lavoro o previdenziale, e così chiaramente escludendo la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente e soggette a riti diversi” (Cass. Civ. Sez. I, n. 20638 del 2004 e n. 1084 del 2005; Cass. Civ. n. 266/2000 e n. 26158/2006).

    n. 1558/09 Dott. Ippolito: inammissibile la domanda volta al riconoscimento della comproprietà di immobili.

    n. 1422/09 Dott. Tibaldi: va riservata al Giudice tutelare la richiesta del marito in ordine all’espatrio del figlio minore sia con il padre che con la madre.

    n. 1611/09 Tibaldi: in difetto di domanda di assegnazione della casa familiare, inammissibile è la domanda di assegnare alla moglie i mobili facenti parte dell’arredamento della casa coniugale; inammissibile nella causa di separazione la domande di autorizzazione al rilascio di documenti validi per l’espatrio nel passaporto della madre e non in quello del padre; inammissibile anche la domanda di confermare il provvedimento di sequestro ex art. 156 cod. civ. sul TFR del marito, non essendo la conferma prevista dalla legge.

    n. 2582/09 Dott. Macripò: dichiara inammissibile la domanda volta alla condanna del coniuge al pagamento delle spese relative alla casa coniugale e relative al mutuo contratto per l’acquisto e alle spese condominiali e a quelle per le imposte relative (Cass. Civ. Sez. I, n. 20638 del 2004 e n. 1084 del 2005; Cass. Civ. n. 266/2000 e n. 26158/2006).

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  • Affido condiviso negato se uno dei genitori ha precedenti penali: sentenza del Tribunale di Bergamo

    tribunale bergamoHo già avuto modo di parlare in passato di diversi casi concreti in cui il Tribunale di Bergamo ha derogato alla regola dell’affido condiviso, stabilendo di affidare il minore ad uno solo dei genitori.

    Con una nuova e recentissima sentenza, il Tribunale di Bergamo ha affermato quanto segue: “Quanto all’affidamento del figlio minore, i precedenti penali del ricorrente per gravi fatti delittuosi documentati in atti (sentenza in data 28 febbraio 2000) e peraltro pacifici impongono di confermare l’affidamento esclusivo alla madre” (Tribunale di Bergamo – 7 giugno 2011).

    Il testo integrale della sentenza può essere scaricato cliccando qui.

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  • Mantenimento figli : il provvedimento che dispone il pagamento delle spese mediche e scolastiche è titolo esecutivo

    Spese-straordinarie-figliLa Suprema Corte di Cassazione ha di recente affermato che il provvedimento con cui in sede di separazione (non importa se consensuale o giudiziale, ovvero se provvisorio o definitivo, oppure se presidenziale o meno) si stabilisca, ai sensi dell’art. 155 secondo comma c.c., quale modo di contribuire al mantenimento dei figli, che il genitore non affidatario paghi, sia pure pro quota, le spese mediche e scolastiche ordinarie relative ai figli, costituisce esso stesso titolo esecutivo e non richiede, nell’ipotesi di non spontanea ottemperanza da parte dell’obbligato ed al fine di legittimare l’esecuzione forzata, un ulteriore intervento del giudice, qualora il genitore creditore possa allegare ed opportunamente documentare l’effettiva sopravvenienza degli specifici esborsi contemplati dal titolo e la relativa entità; ed impregiudicato beninteso il diritto dell’altro genitore di contestare – ex post ed in sede di opposizione all’esecuzione, dopo l’intimazione del precetto o l’inizio dell’espropriazione – la sussistenza del diritto di credito per la non riconducibilità degli esborsi a spese necessarie o per violazione delle modalità di individuazione dei bisogni del minore” (Cass. Civ. n. 11316/11).

    La Suprema Corte è giunta ad affermare tale principio svolgendo il seguente ragionamento giuridico:

    1)   per principio generale, il creditore che abbia ottenuto una pronuncia di condanna nei confronti del debitore ha esaurito il suo diritto di azione e non può, per difetto di interesse, richiedere ex novo un altro titolo (quale il decreto ingiuntivo) contro il medesimo debitore per lo stesso titolo e lo stesso oggetto, benché all’imprescindibile condizione che l’oggetto della condanna sia idoneamente delimitato e quantificato (tra le altre, in ordine agli obblighi idoneamente identificati in un simile provvedimento: Cass. 10 settembre 2004, n. 18248; Cass. 30 giugno 2006, n. 15084), o, a tutto concedere, delimitabile o quantificabile in forza di elementi idoneamente indicati nel titolo stesso ed all’esito di operazioni meramente materiali o aritmetiche (tra le molte: Cass. 8 luglio 1977, n. 3050; Cass. 1 giugno 2005, n. 11677; Cass. 2 aprile 2009, n. 8067; Cass. 30 novembre 2010, n. 24242; Cass. 5 febbraio 2011, n. 2816)

    2)   è pur vero che il provvedimento giudiziario con cui in sede di separazione personale si stabilisca, ai sensi dell’art. 155 secondo comma cod. civ., quale modo di contribuire al mantenimento dei figli, che il genitore affidatario paghi, sia pure pro quota, le spese straordinarie (senza altra specificazione) relative ai figli, richiede, nell’ipotesi di non spontanea attuazione da parte dell’obbligato ed al fine di legittimare l’esecuzione forzata, stante il disposto dell’art. 474, primo comma, cod. proc. civ., un ulteriore intervento del giudice, volto ad accertare l’avveramento dell’evento futuro e incerto cui è subordinata l’efficacia della condanna, ossia l’effettiva sopravvenienza degli specifici esborsi contemplati dal titolo e la relativa entità, non suscettibili di essere desunte sulla base degli elementi di fatto contenuti nella prima pronuncia (Cass. 28 gennaio 2008, n. 1758);

    3)   tuttavia evidenti minimali esigenze di effettività della tutela del titolare del particolare credito alimentare di cui sì discute impongono, ad avviso del collegio e se non altro con riferimento allo specifico caso esaminato dalla Suprema Corte, di escludere l’applicazione di tale rigorosa conclusione alle spese mediche e scolastiche ordinarie, in sé sole considerate (quali quelle per cui pacificamente è causa nel caso di specie e con esclusione quindi di spese “straordinarie” intese in senso residuale ed onnicomprensivo) e se opportunamente documentate, perché il titolo esecutivo originario riguarda un credito comunque certo ab origine, oggettivamente determinabile e liquidabile sulla base di criteri oggettivi;

    4)   può infatti dirsi che la contribuzione alle (sole) spese mediche e scolastiche ordinarie non si riferisca a fatti meramente eventuali, né a fatti od eventi qualificabili come straordinari, vale a dire come imprevedibili ed ipotetici; rientra infatti nel novero degli eventi classificabili quali statisticamente ordinari o frequenti pure la necessità di esborsi, di cui è variabile effettivamente soltanto la misura e l’entità in rapporto alla perturbazione dello stato di piena salute, per prestazioni mediche, generiche o specialistiche, attesa la normalità del ricorso a queste ultime, anche solo per controlli periodici o di routine;

    5)   la contribuzione del genitore è quindi riferita, per le spese meramente mediche e scolastiche (e non anche per quelle genericamente indicate come straordinarie e comunque diverse ed ulteriori), ad eventi di probabilità tale da potersi definire sostanzialmente certi e ad esborsi da ritenersi indeterminati soltanto nel quando e nel quantum;

    6)   la determinazione del quantum di tali spese mediche e scolastiche è poi oggettivamente agevole, una volta conseguita la loro prova con documentazione di spesa rilasciata da strutture pubbliche o da altri soggetti che siano specificamente indicati nel titolo o concordati preventivamente tra i coniugi;

    Ad ogni modo, chiarisce la Corte di Cassazione, resta del tutto impregiudicato il diritto del genitore obbligato di contestare la riferibilità dell’esborso alla categoria delle spese alla cui contribuzione egli è assoggettato

    Tuttavia, tale diritto può bene estrinsecarsi quale contestazione del diritto del creditore ad agire in via esecutiva e quindi nelle forme dell’opposizione all’esecuzione, a precetto o a pignoramento. Si rende così meramente eventuale la fase di contestazione giudiziale e la si riserva alle effettive ipotesi di oggettiva controvertibilità, scongiurando l’ineluttabilità di un ricorso preventivo ed obbligatorio al giudice della cognizione per la formazione di altro titolo esecutivo; del resto, dal rischio di abuso da parte del genitore affidatario l’altro è adeguatamente tutelato, sia pure a prezzo di dispiegare l’opposizione, dalla responsabilità aggravata del creditore che abbia agito in via esecutiva senza la normale prudenza, già prevista dall’attuale formulazione dell’art. 96, comma secondo, cod. proc. civ. (e salva pure l’applicabilità del terzo comma di tale norma, come introdotto dalla legge 18 giugno 2009, n. 69).

  • Separazione dei coniugi: se non ci sono figli (minori o maggiorenni non autosufficienti) il Tribunale non dispone l’assegnazione della casa coniugale

    divorzio casa genitori figliL’assegnazione della casa familiare, come è noto, risponde all’esigenza di garantire l’interesse dei figli alla conservazione dell’ambiente domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, sicché resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.
    Invero l’art. 155 comma 4° c.c. (nel testo vigente prima della riforma operata dalla L. n. 54/2006) stabiliva che “L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli”. L’art. 155 quater c.c. (inserito dall’art. 1 comma 2° della L. n. 54/2006) dispone ora (al comma 1 °) che Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643″.
    È di tutta evidenza che la disposizione dell’art. 155 quater comma 1° c.c. è più ampia di quella del previgente art. 155 comma 4° c.c., poiché il disposto dell’art. 155 quater c.c., facendo riferimento all”`interesse dei figli”, conferma che il godimento della casa familiare è finalizzato alla tutela della prole in genere e non più all’affidamento dei figli minori (mentre, in assenza di prole, il titolo che giustifica la disponibilità della casa familiare, sia esso un diritto di godimento o un diritto reale, del quale sia titolare uno dei coniugi o entrambi è giuridicamente irrilevante, di tal che il Giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa coniugale).
    Ad ogni buon fine, si rileva che la Corte Suprema ha più volte evidenziato (condivisibilmente) che il previgente art. 155 c.c. ed il vigente art. 155 quater c.c. in tema di separazione (al pari dell’art. 6 della legge n. 898/1970 in tema di divorzio) subordinano il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minori o maggiorenni non autosufficienti economicamente conviventi con i coniugi: in assenza di tale presupposto, sia la casa in comproprietà o appartenga essa a un solo coniuge, il giudice non potrà adottare, con la sentenza di separazione, un provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non essendo la medesima neppure prevista dall’art. 156 c.c. in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento (in tale caso, in mancanza di norme ad hoc, la casa familiare in comproprietà resta soggetta alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l’uso e la divisione).

  • La mamma non può abbandonare i figli, neppure quando il marito è violento

    mamma abbandona figliLa Suprema Corte ha di recente affermato che l’indole violenta del marito non può giustificare l’abbandono dei figli da parte della mamma.

    La donna è stata quindi condannata ai sensi dell’art. 570, primo comma cod. pen. per aver abbandonato il domicilio domestico sottraendosi agli obblighi di assistenza nei confronti dei quattro figli minorenni.

    Ecco il testo integrale della sentenza:

    Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 21 dicembre 2010 – 16 marzo 2011, n. 10745
    Presidente Mannino– Relatore Conti

    Ritenuto in fatto

    1. Con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Campobasso confermava la sentenza in data 1 febbraio 2008 del Tribunale di Larino, sezione distaccata di Termoli, con la quale L.A.M. veniva condannata alla pena di mesi due di reclusione ed Euro 200 di multa in quanto responsabile del reato di cui all’art. 570 (comma primo) cod. pen., per avere abbandonato il domicilio domestico sottraendosi agli obblighi di assistenza nei confronti dei quattro figli minori (in … ).
    2. Osservava la Corte di appello che, seppure l’allontanamento dal domicilio domestico poteva ritenersi dovuto al timore della L. di un pregiudizio alla incolumità fisica in relazione alla condotta violenta del marito, da lei denunciato in precedenza per lesioni personali, non poteva invece essere giustificato il completo disinteresse della imputata nei confronti dei figli minori, durato per circa quattro anni, nel corso della quale la stessa non aveva mantenuto alcun contatto con i figli, neppure mediante telefonate. Tale condotta integrava appieno la fattispecie di cui al primo comma dell’art. 570 cod. pen..
    3. Ricorre per cassazione l’imputata, a mezzo del difensore avv. Carmine Verde, che, con un unico motivo, denuncia la violazione dell’art. 570 cod. pen, e il vizio di motivazione in punto di configurabilità del reato contestato, osservando che, pacifico essendo che la L. era stata costretta a lasciare il domicilio domestico per la condotta violenta del marito, doveva ritenersi per la medesima ragione scriminato il suo mancato rientro in famiglia, e che, d’altra parte, la stessa non aveva mai cessato di informarsi sulle condizioni di vita dei figli.

    Considerato in diritto

    1. Il motivo di ricorso appare inammissibile, in quanto la ricorrente si limita genericamente a criticare la sentenza impugnata, senza tenere conto delle pertinenti considerazioni in essa svolte, in particolare con riferimento alla assenza di giustificazione di una condotta di totale disinteresse verso i figli mostrata dall’imputata per circa quattro anni, che non poteva essere scusata facendosi esclusivamente leva sul timore in cui essa versava per l’indole violenta del marito.
    2. Tuttavia, a norma dell’art. 609, comma 2, cod. proc. pen., la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Salerno in punto di determinazione della pena, illegalmente stabilita dai giudici di merito in quella detentiva congiuntamente a quella pecuniaria, pur essendosi ritenuta sussistente nella specie l’ipotesi di cui al primo comma dell’art. 570 cod. pen., che prevede in via alternativa la pena della reclusione e quella della multa.

    P.Q.M.

    Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla pena e rinvia alla Corte di appello di Salerno per la determinazione della stessa.

  • Separazione dei coniugi: no all’addebito se la crisi coniugale è precedente al tradimento

    tradimento separazione addebitoLa Corte di Cassazione ritiene da tempo che la violazione dell’obbligo di fedeltà non sia causa di addebito qualora la crisi coniugale fosse già in atto.

    Tale principio è stato di recente ribadito dalla Suprema Corte con sentenza n. 2093 del 28 gennaio 2011 ove si legge: “la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della convivenza e giustifica ex se l’addebito della separazione al coniuge responsabile, non è causa d’addebito se risulti provato che comunque non ha avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, siccome essa già preesisteva”.

    In buona sostanza, stando a quanto affermato dagli “ermellini”, la violazione dell’obbligo di fedeltà costituisce una circostanza sufficiente a determinare la pronuncia di addebito della separazione a carico del coniuge responsabile soltanto nel caso in cui sussista il nesso di causalità fra l’infedeltà e la crisi coniugale (si tratta di un accertamento riservato al giudice del merito che, se adeguatamente motivato, è incensurabile).

    Anche in casi di constatata ed inconfutabile prova del tradimento il Giudice deve quindi svolgere un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento tenuto da entrambi i coniugi. Giacché se da esso dovesse risultare la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale, sicuramente la prova del tradimento non sarebbe di per sé sufficiente a pronunciare la separazione con addebito. Infatti, accertato a carico di un coniuge un comportamento riprovevole, non può essere omesso l’esame anche della condotta dell’altro, non potendo quel comportamento essere giudicato senza un suo raffronto con quello del coniuge.
    La Cassazione (cfr.,ad esempio, sentenza n. 559/03) ritiene quindi che il giudice abbia l’obbligo di verificare se e quale incidenza i comportamenti denunciati ed accertati abbiano avuto nella crisi coniugale. Tale accertamento richiede una valutazione globale e comparativa dei comportamenti dei separandi.