• Mantenimento diretto del figlio affidato in via condivisa: è la regola?

    Il mantenimento diretto consiste nella diretta fornitura, da parte del genitore al figlio minore, di quanto occorre allo stesso.
    Il mantenimento indiretto consiste invece nella consegna, da parte del genitore non collocatario all’altro genitore, di una somma periodica di denaro, con la quale ques’ultimo provvede alle esigenze del minore.
    Come è noto, la L. 8 febbraio 2006, n. 54, ha introdotto la disciplina dell’affidamento condiviso. Già la scelta del termine è significativa, rispetto all’espressione più tradizionale, contenuta nella legge di divorzio dopo la riforma del 1987, di “affidamento congiunto”: non solo affidamento ad entrambi, ma fondato sul pieno consenso di gestione, sulla condivisione, appunto. Ciò tuttavia non esclude che il minore possa essere prevalentemente collocato presso uno dei genitori, anche se l’altro dovrà avere ampia possibilità di vederlo e tenerlo con sè.
    Secondo alcuni, in caso di affido condiviso, il mantenimento diretto potrebbe rappresentare la forma di contribuzione più in linea con lo spirito ed il significato della riforma il cui scopo è quello di dare attuazione al principio della bigenitorialità.
    Tuttavia, è lo stesso riformato art. 155 cod. civ. che attribuisce al giudice il potere di stabilire, “ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità“.
    La giurisprudenza di legittimità è quindi concorde nel ritenere che “in tema di mantenimento dei figli, il contributo diretto da parte di ciascuno dei genitori non costituisce la regola, come conseguenza diretta dell’affido condiviso . Infatti, l’art. 155 c.c. riformato, nello stesso comma 2 in cui prevede in via prioritaria la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori, dispone che il giudice fissi altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento , così conferendo allo stesso giudice un’ampia discrezionalità, sempre ovviamente “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale” della prole” (v. Cass. Civ. n. 785/2012).
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