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stalking mamma assillanteInteressante e, per certi versi, divertente il caso di recente affrontato dal T.A.R. Lombardia davanti al quale la mamma di uno studente universitario aveva presentato ricorso.

La donna, preoccupata per il figlio, faceva appostamenti presso l’Università frequentata dal ragazzo, inviava posta indesiderata, faceva telefonate e tentava di aver un qualsiasi contatto con lui.

Lo studente, infastidito, denunciava pertanto la madre ed otteneva dal Questore un decreto di ammonimento per il reato di stalking.

La mamma denunciata proponeva quindi ricorso al T.A.R. della Lombardia per richiedere l’annullamento del provvedimento del Questore perché viziato da eccesso di potere e violazione di legge.

Il T.A.R., accogliendo il ricorso della donna, ha innanzitutto spiegato che lo stalking si configura allorquando  un comportamento oggettivamente “minaccioso” o “molesto” venga posto in essere con condotte reiterate, tale da porre il contendente in una posizione di ingiustificata predominanza, da cui consegua uno specifico evento di danno (un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero, in alternativa, il fondato timore per la propria incolumità ovvero, sempre in alternativa, l’alterazione delle proprie abitudini di vita).

Successivamente il T.A.R. ha quindi affermato quanto segue:

“(…) Non si vede come possa integrare il presupposto appena descritto il tentativo di una madre di venire a conoscenza del luogo in cui abbia la residenza il figlio (chiedendo informazioni presso conoscenti); l’invio di due e-mail e due sms (tra l’altro, pare, non direttamente ma tramite l’intermediazione di un rappresentante della Curia); due colloqui svolti presso la Curia in presenza di terze persone; il carattere patrimoniale delle richieste (fondate o infondate che siano) avanzate da un genitore nei confronti del figlio, per quanto possano apparire bizzarre agli occhi di un estraneo; circa l’invio di numerosa corrispondenza indesiderata e l’inoltro di numerose chiamate all’utenza telefonica, poi, non vi è alcun riscontro probatorio in atti. Si tratta, peraltro, di condotte che, per numero e modalità, sono verosimilmente insuscettibili di comportare un “perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva”.
Oltre a fare difetto il profilo della reiterazione ossessiva di condotte vessatorie, sia l’idoneità a ingenerare il fondato timore per l’incolumità propria e del prossimo congiunto, il provvedimento di ammonimento è anche incongruo rispetto alle risultanze della istruttoria svolta (…)
In definitiva, il comportamento dell’amministrazione tradisce uno sviamento di potere. Il decreto di ammonimento non può essere utilizzato né quale strumento per ingerirsi in situazioni di pura conflittualità familiare, per quanto esasperata (sempreché, beninteso, non superi la soglia della persecutorietà); meno che meno tale strumento può essere utilizzato con funzione cautelare rispetto alla “pericolosità sociale” degli individui (che come la ricorrente abbiano compiuto un delitto assai grave), situazione quest’ultima rispetto alla quale l’ordinamento contempla altri strumenti e ben altre garanzie (…)”.

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