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Pubblico oggi un’attualissima Tesi di Laurea dal titolo “Percezione dell’opinione pubblica sull’immigrazione”, redatta di Nicolò Cucca  laureatosi di recente in Scienze dei Servizi Giuridici  presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca.

Ringrazio il dott. Cucca per la gentile concessione, augurandogli una brillante carriera lavorativa.

Di seguito trovate la parte introduttiva della tesi, mentre chi volesse leggere il testo integrale può cliccare qui.

“Questa tesi, dal titolo “Percezione dell’opinione pubblica sugli extracomunitari”, ha l’obiettivo di rappresentare il fenomeno migratorio sia dal punto di vista sociologico ovvero dell’opinione pubblica (il più delle volte negativo), sia dal punto di vista delle statistiche, che tende a “ribaltare” il primo; infatti si vedrà che, mentre da un lato il fenomeno migratorio viene spesso visto come un male per le società, dall’altro, invece, viene visto come una condizione necessaria per l’apporto di benessere all’interno di una società (benessere che potrà derivare solo da una buona gestione del fenomeno).

L’argomentazione toccherà diverse tematiche, relative all’influenza dei mass media sull’opinione pubblica, al fenomeno del razzismo e del pregiudizio razziale, alla percezione numerica degli immigrati e al loro impatto demografico sulla popolazione italiana e, infine, ai problemi e ai benefici connessi al fenomeno migratorio. Per affrontare questi temi ho preso in considerazione diversi strumenti, come documenti statistici riportanti i dati più aggiornati, tra i quali possiamo trovare: il “Dossier immigrazione Caritas-Migrantes”, il “Rapporto UNAR sul razzismo 2010”, i dati ISTAT 2010 relativi alla popolazione straniera in Italia, il “Rapporto di Transatlantic Trends: immigrazione 2010” ritenuto uno tra i più importanti strumenti necessari al fine di conoscere con più precisione quel che è l’opinione pubblica relativa al fenomeno immigrazione. Inoltre il mio lavoro è stato basato anche sulla ricerca dei più significativi articoli di giornale nel tentativo di spiegare al meglio come si crea la percezione dei cittadini sugli extracomunitari.

Il mio lavoro è composto da quattro capitoli:

  1. Come vengono visti dai cittadini;
  2. Razzismo e pregiudizio razziale;
  3. Li percepiamo come troppi o no;
  4. Immigrazione: problema o risorsa.

Nel primo capitolo si discute sul ruolo fondamentale dei mass media che costruiscono una rappresentazione che viene poi adottata da chi ascolta come “la” rappresentazione. Il mio intento è quello di mettere in luce l’atteggiamento double-face dei mass media nei confronti degli immigrati: atteggiamento che riesce a trasformare quest’ultimi da vittime a colpevoli.

Nel secondo capitolo, dopo aver fatto un breve excursus storico riguardante il processo di formazione del sentimento razzista in Italia, spiegherò come si forma il pregiudizio, introducendo alcuni concetti come quello di stereotipo; indicherò alcune tra le più importanti teorie sul come si generano stereotipi e pregiudizi; infine parlerò delle strategie che si potrebbero attuare per raggiungere uno stato di convivenza accettabile e per garantire una buona interazione.

Nel terzo capitolo ho voluto sottolineare come la percezione numerica degli immigrati possa essere creata da diversi fattori come, ad esempio, la situazione di crisi economica degli ultimi anni, decenni di propaganda elettorale contro l’immigrazione, la mancata conoscenza dei dati reali e, come sempre,  i mass media. Infine ho voluto parlare anche dell’emigrazione italiana “oggi”, basandomi sulle statistiche riportate nel “Rapporto italiani nel mondo 2010” della Fondazione Migrantes, al fine di fare un confronto tra i numeri relativi all’immigrazione in Italia e i numeri relativi agli italiani emigrati presenti nel mondo oggi ( parlando anche degli studenti universitari che studiano all’estero).

Nel quarto capitolo, infine, ho voluto evidenziare i problemi e i benefici connessi al fenomeno migratorio.”

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tesi di Laurea Eleonora BonaccorsiPubblico quest’oggi un’interessante e particolare tesi di laurea intitolata “L’esperimento costituzionale nella Sicilia del 1812″, redatta da Eleonora Bonaccorsi (dott.ssa in Giurisprudenza, nonchè praticante avvocato del Foro di Catania), alla quale vanno i miei ringraziamenti ed i più sinceri auguri per una brillante carriera.

Si ringrazia altresì la Dott.ssa Roberta D’Aquino (dottoranda di ricerca in Storia del Diritto – Università di Catania), per l’aiuto proferito nella redazione della suddetta Tesi di Laurea.

Di seguito trovate la parte introduttiva. Se volete leggere l’intero testo della tesi, dovete invece cliccare qui.

“Il presente lavoro di ricerca mira ad un’analisi storico-politica degli avvenimenti che nel corso della prima metà del secolo XIX hanno caratterizzato il percorso evolutivo del pensiero costituzionale e hanno condotto all’elaborazione della Costituzione siciliana del 1812.

La Carta costituzionale del 1812 rappresenta il nodo centrale attorno al quale si concentrano gli eventi del panorama politico internazionale, i quali hanno tracciato le linee fondamentali del disegno politico siciliano, intrecciandosi con la storia locale.

Essa trova le proprie origini nella storia del costituzionalismo europeo, sul quale si è ritenuto opportuno effettuare una breve digressione, per poter individuare con maggiore precisione le ragioni che hanno condotto alla stesura di una carta costituzionale in Sicilia, imbastita su un modello completamente avulso dagli schemi costituzionali che dopo la Rivoluzione Francese del 1789, e ancor di più durante la politica espansionistica attuata da Napoleone Bonaparte, si erano diffusi in quasi tutto il Continente, e che è rappresentato dal modello costituzionale britannico.

Per meglio comprendere l’essenza intrinseca della carta costituzionale, che ha segnato una tappa fondamentale per la crescita del sistema istituzionale siciliano, è stato, dunque, ritenuto opportuno compiere un excursus storico che, dalla fine del secolo XVIII, giunge alla prima metà del XIX secolo, e prosegue, per completezza, fino al 1848, anno che, come il 1812, rappresenta un momento pregnante della storia costituzionale siciliana.

Il lavoro di ricerca esposto nei capitoli a seguire si articola, in primo luogo, in un’analisi storico-politica degli avvenimenti della prima metà dell’800 in Europa, prendendo come punto di riferimento le due grandi potenze dell’Inghilterra e della Francia, e lo scontro ideologico, non solo militare, che le ha coinvolte. Il conflitto ha innescato un meccanismo la cui conseguenza principale è data dal proliferare di carte costituzionali concesse o imposte nella maggior parte dei Paesi europei.

Mentre la continua e repentina espansione napoleonica causa la diffusione di codici e costituzioni di matrice francese, basati soprattutto sulle idee post-rivoluzionarie, coinvolgendo gran parte dei Paesi europei, in Sicilia si afferma un modello costituzionale che assume a propria base il sistema istituzionale, politico e giuridico britannico.

La carta del 1812 affonda le proprie radici, infatti, su una struttura che mira alla creazione di un governo costituzionale che, almeno formalmente, si plasma su quello inglese.

Tuttavia è da rilevare che la Sicilia di questi anni politicamente si trova in una condizione di assoluta arretratezza e completamente aliena rispetto alla modernità che caratterizza le istituzioni politiche degli altri Stati.

In particolare, l’analisi che ci si appresta ad effettuare si sofferma sugli aspetti istituzionali e giuridici che interessano la Sicilia del 1800, dominata a quel tempo dalla Corona Borbonica;

Ma la presenza regia nei fatti, potrebbe essere definita formale: il sistema su cui si basa il modello governativo siciliano è imperniato sulle secolari strutture feudali che lasciano nelle mani dei nobili baroni un’alta concentrazione di potere, che consente loro di mantenere una posizione egemonica fino ad ergersi essi stessi quasi al livello del sovrano, in virtù della forte autorità impositiva che esercitano sulla popolazione.

Ci si trova davanti, una Sicilia che, succube di molteplici dominazioni, nel corso dei secoli, schiacciata dal potere baronale avvantaggiato dal sistema feudale, sottoposta ad un ulteriore potere, quello assoluto del monarca, è comunque sempre stata pervasa da un grande spirito nazionalistico, filo conduttore degli eventi che sono sfociati nella stesura di una prima Carta Costituzionale nel 1812.

La Costituzione siciliana rappresenta la prima manifestazione dell’attitudine all’autonomia di quella che politicamente e moralmente costituiva una “nazione” a sè, con una propria coscienza assolutamente siciliana[1] riscontrabile anche nelle sue istituzioni, tradizioni e cultura, che le non poche dominazioni di cui la Sicilia è stata oggetto nel corso dei secoli, hanno influenzato senza comunque intaccarne lo spirito sotteso e, appunto, prettamente “siciliano”.

Ma essa è anche il prodotto di un disegno ben più grande che vede intrecciati gli interessi politici ed economici degli Inglesi sull’isola, nonché il tornaconto della classe aristocratica, che mira a realizzare un abile disegno volto a confermare e rafforzare il proprio potere, attraverso la redazione di un documento che, dietro l’abito del modello inglese, consente loro di emergere come classe dirigente[2], scavalcando lo stesso sovrano.

Come potrà osservarsi nel corso di quest’analisi, il primo esperimento costituzionale non avrà un grande successo: l’attuazione delle cosiddette “basi” della Costituzione Siciliana risulterà difficoltosa e sarà poco recepita nel contesto culturale e sociale della Sicilia del tempo, troppo legata alle proprie tradizioni e poco incline ad accettare un così repentino cambiamento.

Peraltro la breve vita del periodo costituzionale della Sicilia “inglese” è connotata da un lungo dibattito che ha coinvolto le forze politiche esistenti ed è sfociata in un vero e proprio conflitto di interessi, rimasto sempre irrisoluto, che ha reso effimera l’esistenza stessa del documento.

Conflitti che durante il triennio 1812 – 1815 sono stati al centro del dibattito riformista cui la Costituzione è stata continuamente sottoposta, evidenziando la precarietà e il disaccordo tra le compagini politiche coinvolte, protese al soddisfacimento ciascuna dei propri interessi.

Proprio di queste circostanze il Re approfitta, unitamente alla situazione internazionale favorevole che gli aveva restituito il trono partenopeo, quando l’8 dicembre del 1816 decreta la fine del Regno di Sicilia, unendo le due Corone sotto l’unico titolo di Regno delle Due Sicilie.

La Costituzione siciliana, tuttavia, è il simbolo di quell’esigenza di cambiamento insita nel popolo siciliano e rappresenta il momento fondamentale in cui si concretizza la volontà di giungere ad una condizione di indipendenza da qualsiasi altro regno e di autonomia.

Sulla Carta del 1812 infatti si farà leva quando nel 1848 verrà decretato lo Statuto del Regno di Sicilia, suggellando la volontà dei Siciliani di essere una Nazione.”


[1] E. Del Cerro – Niceforo in “Archivio Storico Siciliano” N.S. XXXVIII (1913), p. 197

[2] D. Novarese, Tra Francia e Inghilterra. Riflessioni siciliane sulla carta costituzionale del 1812, in Il modello costituzionale inglese e la sua recezione nell’area mediterranea tra la fine del 700 e la prima metà dell’800. Atti del seminario internazionale di studi in memoria di Francisco Tomas y Valiente (Messina,14 – 16 novembre 1996), a cura di A. Romano, Milano, 1998, p. 778

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lavoro part timeQuesto è quanto di recente affermato dalla Sezione Lavoro della Suprema Corte con sentenza n. 9769/11.

Il caso: il lavoratore part-time di un’azienda chiedeva al proprio datore di lavoro che gli venisse rinnovato il rapporto di lavoro a tempo parziale, ma la richiesta veniva rigettata per ragioni organizzative e produttive dell’azienda stessa. Il lavoratore in questione si rivolgeva pertanto al Tribunale di Ascoli Piceno chiedendo che gli venisse riconosciuto il proprio diritto alla trasformazione del rapporto da tempo pieno a part-time per periodi biennali o annuali. Il Tribunale rigettava tale richiesta. Il lavoratore proponeva pertanto appello avverso la sentenza di rigetto. L’adita Corte d’Appello di Ancona, accoglieva parzialmente il gravame dichiarando il diritto del lavoratore alla trasformazione a tempo parziale del suo rapporto di lavoro.

La decisione della Suprema Corte: la mancata concessione della trasformazione a “part-time” del rapporto a tempo pieno in corso, ove nel caso concreto risulti giuridicamente doverosa, ai sensi e per gli effetti della contrattazione collettiva, costituisce un inadempimento contrattuale, di cui si può sicuramente chiedere l’accertamento in quanto potenzialmente foriera di danno.
Pertanto, sotto questo profilo, è indubitabile la sussistenza di un interesse a detto accertamento.
Viceversa, è altrettanto indubitabile la infondatezza di una pretesa di trasformazione “ora per allora” del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto a tempo parziale.
Va in proposito chiarito che -come puntualizzato dal Giudice d’appello- l’art. 3 del CCNL del settore recita espressamente: “L’azienda, in presenza di proprie esigenze organizzative e produttive, può accogliere domande di prestazione a tempo parziale presentate dai dipendenti in servizio e/o assumere lavoratori a tempo parziale.
L’azienda, purché ciò limiti compatibile con le obiettive esigenze tecniche, organizzative e produttive, accoglierà prioritariamente le domande di quei lavoratori in servizio con l’inquadramento necessario che, appartenendo all’’unità produttiva in cui si è manifestata l’esigenza, siano riconosciuti idonei a svolgere le mansioni per te quali la stessa si è determinata; ove ciò non avvenga, l’interessato può chiedere alla direzione aziendale che gli vengano forniti chiarimenti. Fermo quanto previsto dal primo e dal secondo comma, in sede aziendale potranno essere definiti, d’intesa con le OO.SS. aziendali facenti capo alle Organizzazioni dei lavoratori stipulanti, criteri di precedenza per l’accoglimento delle domande dei lavoratori che intendono effettuare la propria prestazione in tempo parziale. Restano comunque escluse le posizioni di lavoro relative a prestazione lavorative non adeguatamente utilizzabili da parte dell’’Azienda, ove eseguite per un tempo ridotto; nel mese di dicembre di ciascun anno l’azienda, in apposito incontro da tenersi con le OO.SS. aziendali facenti capo alle Organizzazioni dei lavoratori stipulanti, comunicherà le posizioni di lavoro che sono state ricomprese, nel corso dell’anno, nel rapporto a tempo parziale.
L’articolo prosegue con l’indicazione delle percentuali massime dei rapporti in part-time.

Nell’accordo aziendale integrativo, al punto 3 sono poi estinti i criteri di precedenza per l’accoglimento delle domande di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno e tempo parziale, con l’indicazione, nell’ordine, delle seguenti fattispecie: problemi di salute del lavoratore o di un membro del suo nucleo familiare che richiedano particolari forme di assistenza; gravi motivi familiari legati alla famiglia del prestatore e all’educazione dei figli; esigenze personali (motivi di studio, attività sociali, attività sportive etc.) ed infine richieste non motivate. In caso di identiche motivazioni da parte di più richiedenti, è previsto che si tenga conto dell’anzianità di servizio e delle esigenze aziendali. In questo quadro normativo -come correttamente sostenuto nella impugnata decisione- la posizione del lavoratore aspirante alla trasformazione del proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale non può essere qualificata in termini di diritto soggettivo, nel senso che, ricorrendo una delle fattispecie indicate nei raccordo aziendale integrativo, il lavoratore istante abbia senz’altro diritto a! la concessione del part-time; ciò in quanto, in via prioritaria, debbono sussistere le esigenze organizzative e produttive aziendali atte quantomeno a permettere, se non ad esigere, che alcune prestazioni lavorative, in una determinata unità produttiva, siano svolte in regime di tempo parziale. Ne discende che solo ed esclusivamente il datore di lavoro può – nell’esercizio della discrezionalità che gli compete in tutto ciò che attiene agli aspetti organizzativi dell’impresa — stabilire se effettivamente ci sia bisogno di prestazioni a tempo parziale e se le richieste avanzate in tal senso dai dipendenti rispondano alle esigenze aziendali medesime, sì da potere trovare accoglimento. Si tratta, quindi, di un potere discrezionale il cui esercizio non è sindacabile dal dipendente. Una volta però che il datore di lavoro abbia ritenuto sussistenti, in una determinata unità produttiva e con riguardo a specifiche mansioni, l’esigenza di prestazioni a tempo parziale, nonché l’utilità di prestazioni lavorative così rese, la decisione di concedere o negare la trasformazione dei rapporto a part-time – rimarca, ancora, opportunamente il Giudice d’appello- non è più discrezionale, bensì vincolata ai criteri prestabiliti in sede di accordo collettivo, ai quali il datore di lavoro deve conformarsi nella regolamentazione dei singoli rapporti, facendo applicazione dei criteri di buona fede e correttezza che debbono ispirare l’esecuzione del contratto {ex artt. 1175 e 1375 cc). Con la conseguenza che l’inosservanza dei criteri preferenziali contrattualmente stabiliti legittima il dipendente che si ritenga leso dalla condotta datoriale ad agire per il risarcimento del danno, anche in forma .specifica, per ottenere la trasformazione del rapporto in part-time che gli fosse stata ingiustamente negata sulla base dei descritti criteri, oltre ad eventuali altre voci di danno collegate allo stesso illecito.
In base a questa ricostruzione, la posizione datoriale rispetto alla concessione del part-time richiesto dal dipendente corrisponde ad un potere discrezionale dell’an e vincolato nel quo modo.
Ne deriva che, mentre va escluso il diritto del dipendente di sindacare le decisioni datoriali in ordine alla sussistenza o meno delle esigenze organizzative e produttive compatibili con prestazioni rese in regime di tempo parziale, o richiedenti, dette prestazioni, si può invece ravvisare in capo ai dipendente una posizione di diritto soggettivo suscettibile di tutela risarcitoria relativamente alle modalità di esercizio di quel potere, e, quindi, relativamente al potere del datore di scegliere a chi accordare il part-time tra quei dipendenti che ne abbiano fatto richiesta, per la prima volta o in via di rinnovo”.

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violenza bambini asilo nidoCon sentenza  n. 17049 /2011 della Suprema Corte, la società cooperativa presso cui lavoravano le educatrici di un asilo nido è stata ritenuta responsabile civile degli illeciti da loro commessi.

Nel caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte, le due educatrici di un asilo nido di Milano erano state dichiarate colpevoli di concorso nel reato di maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli con le aggravanti di aver profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona,anche in riferimento all’età, tali da ostacolare la pubblica o privata difesa e di aver commesso il fatto con abuso di poteri, con violazione dei dovere inerenti ad una pubblica funzione o a un pubblico servizio (ai sensi degli articoli 110, 572, 61 nn. 5 e 9 codice penale).

Ai poveri bambini, tutti di età compresa tra i 15 mesi ed i 3 anni, erano state poste in essere condotte violente morali e fisiche.

La Cassazione ha quindi confermato la responsabilità civile a carico della cooperativa datrice di lavoro per i fatti commessi dalle proprie dipendenti, così come previsto dall’art. 2049 cod. civ..

Si legge infatti nella sentenza della Suprema Corte:

“In definitiva ai fini di cui all’art.2049 cit. è sufficiente che vi sia un rapporto di subordinazione tra l’autore dell’illecito e il soggetto che viene chiamato a rispondere del fatto di quest’ultimo e che l’illecito sia stato commesso nell’ambito dell’incarico affidatogli. E poiché entrambi questi fatti sono emersi in modo incontrovertibili nel corso dell’istruttoria dibattimentale e i giudici del merito ne hanno compiutamente dato atto in entrambe le sentenze di primo e secondo grado, non v’è dubbio che la Cooperativa sia civilmente responsabile per i fatti commessi dalle imputate e in quanto tale sia tenuta al risarcimento dei danni in solido con queste ultime.
Nessun pregio può attribuirsi al rilievo difensivo circa un preteso comportamento doloso delle due imputate e l’assenza di un nesso di causalità tra l’attività di cui le predette erano incaricate e i fatti loro attribuiti. Sul punto ha già correttamente risposto il giudice del gravame, adeguandosi alla giurisprudenza di legittimità, che ha stabilito che, ai fini della responsabilità civile per fatto illecito commesso dal dipendente, è sufficiente un rapporto di occasionante necessaria tra il fatto dannoso e le mansioni esercitate dal dipendente, che ricorre quando l’illecito è stato compiuto, sfruttando comunque i compiti da quest’ultimo svolti, anche se il dipendente abbia agito oltre i limiti delle sue incombenze e persino se ha violato gli obblighi a lui imposti (Cass. Sez. III Pen. 2/7-31/10/02 n.36503 Rv. 222614; Sez. III Civ. 4/11/1996 n.9984 Rv.500548)”.

avvocato recupero creditiLa risposta, stando a quanto affermato dalla Corte di Cassazione, pare proprio essere affermativa.

Pertanto, quando il cliente non paga, l’avvocato può trattenere per sé i soldi che ha recuperato per conto dell’assistito in base al mandato precedentemente ottenuto.

Più precisamente, secondo la Suprema Corte (Cass. Pen. n. 18030/2010) un simile comportamento NON integra il reato di appropriazione indebita ogniqualvolta il credito che l’avvocato vanta nei confronti del suo cliente  risulti certo, liquido ed esigibile.

La Cassazione ha infatti spiegato che, in casi simili, la condotta dell’avvocato non è penalmente rilevante in quanto manca “l’ingiusto profitto”.

Ecco un estratto della sentenza de qua:

“In punto di diritto va premesso che, per costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità, che qui va ribadita, la ritenzione, in compensazione o in garanzia, non costituisce appropriazione indebita ex art. 646 cod. pen. solo quando il credito vantato dall’agente nei confronti del proprietario del bene è certo, liquido ed esigibile, ossia determinato nel suo ammontare e non controverso nel titolo: ex plurimis Cass. 1746/1985 Rv. 171990 – Cass. 45992/2007 Rv. 238899 – Cass. 6080/2009 Rv. 243280.
A tale conclusione questa Corte è pervenuta osservando che solo la certezza, liquidità ed esigibilità del credito vale a scriminare l’agente, perché, in caso contrario, il profitto resta ingiusto in quanto l’agente intende realizzare una pretesa che avrebbe dovuto far valere, proprio perché non compiutamente definita nelle specifiche necessarie connotazioni di certezza, liquidità ed esigibilità, soltanto con i mezzi leciti e legali postigli a disposizione dall’ordinamento giuridico.
Tanto precisato in diritto, va osservato, in punto di fatto, che il Tribunale ha accertato che il credito vantato dall’avv. (…….) nei confronti della Unimedia Group S.p.A. era certo, liquido ed esigibile.
Ne consegue, quindi, sulla base dell’enunciato principio di diritto, che la sentenza impugnata ha correttamente assolto l’imputato.”

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facebook vietato arresti domiciliariL’art. 284 del codice di procedura penale prevede che l’imputato sottoposto agli arresti domiciliari non possa allontanarsi dalla propria abitazione. Se necessario il Giudice può altresì vietare all’imputato agli arresti domiciliari di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono.

La Cassazione (v. sentenza n. 37151/2010) ha di recente affermato  che la generica prescrizione di “non comunicare con persone diverse dai familiari conviventi” va intesa nella accezione di divieto non solo di parlare con persone non della famiglia e non conviventi, ma anche di entrare in contatto con altri soggetti, dovendosi ritenere estesa, pur in assenza di prescrizioni dettagliate e specifiche, anche alle comunicazioni, sia vocali che scritte attraverso Internet.

La Cassazione ha altresì chiarito che “L’uso di Internet non può essere vietato tout court ove non si risolva in una comunicazione con terzi, comunque, attuata, ma abbia solamente funzione conoscitiva o di ricerca, senza di entrare in contatto, tramite il web, con altre persone.
La moderna tecnologia consente oggi un agevole scambio di informazioni anche con mezzi diversi dalla parola, tramite Web, e anche tale trasmissione di informazioni deve ritenersi ricompresa nel concetto di “comunicazione”, pur se non espressamente vietata dal giudice, dovendo ritenersi previsto nel generico “divieto di comunicare”, il divieto non solo di parlare direttamente, ma anche di comunicare, attraverso altri strumenti, compresi quelli informatici, sia in forma verbale che scritta o con qualsiasi altra modalità che ponga in contatto l’indagato con terzi (“pizzini”, gesti, comunicazioni televisive anche mediate, etc.)

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stalking avvocato bergamoLo scorso anno, una donna, accusata di comportamenti persecutori ex art. 612 bis c.p. nei confronti del marito, veniva sottoposta al divieto di avvicinamento a quest’ultimo.

Tuttavia la donna indagata, assolutamente incurante di tale provvedimento di divieto, aveva continuato a compiere atti vessatori nei confronti del marito mandandogli messaggi offensivi col telefono cellulare di un collega e diffondendo documenti contenenti accuse calunniose che riguardavano il presunto traffico di sostanze stupefacenti ad opera della intera famiglia.

A quel punto il Giudice per le Indagini Preliminari, su richiesta del Pubblico Ministero, disponeva la  sostituzione della misura con quella degli arresti domiciliari, essendosi evidenziate più gravi esigenze cautelari.

Tale provvedimento veniva successivamente confermato con ordinanza sia dal Tribunale del Riesame, sia dalla Corte di Cassazione Penale con sentenza n. 15230 del 4 aprile 2011 nelle cui motivazioni si legge quanto segue:

“Il Tribunale ha invero convalidato l’assunto del Gip secondo cui le esigenze cautelari, già apprezzate in sede di applicazione della misura coercitiva ex art. 282 ter c.p.p., dovevano reputarsi aggravate essendo emerso, dopo la esecuzione della misura stessa, che l’indagata continuava a tenere comportamenti minacciosi e molesti in danno della persona offesa e dei familiari, tali da costituire ulteriori reiterazioni del reato in contestazione (…).
I giudici hanno infatti preso in considerazione in primo luogo i comportamenti della prevenuta, oggetto di denunzie a suo carico, e li hanno valutati nell’esercizio del potere proprio del giudice del merito, la cui decisione, come è noto, se plausibile, logica e non riscontrata affetta da palesi aporie o mancanze, si sottrae al sindacato di questa Corte.
Risponde d’altro canto a logica il ragionamento esposto dal Tribunale secondo cui materia di valutazione non può che essere il comportamento che positivamente si accerta a carico della indagata e non anche il fatto che, a seguito dei detti comportamenti in violazione di legge, non risultino denunzie ulteriori.
In altri termini è razionale e logico sostenere che il giudice valuta il comportamento dell’agente in ragione delle sue manifestazioni apprezzabili oggettivamente e non in ragione di quanto, non risultando positivamente accertato, non potrebbe che costruire oggetto di una presunzione arbitraria. In secondo luogo non può dirsi carente il giudizio del Tribunale sol perché non ha espressamente considerato tutti gli altri elementi – fatta eccezione per il certificato della ASL del quale si dirà – sottolineati dalla difesa a favore della ricorrente.
Si trattava infatti di elementi tutti preesistenti alla adozione della misura originaria e pertanto già considerati necessariamente all’atto della applicazione del primo divieto ex art. 282 ter c.p.p., sicché non può dirsi carente la motivazione per effetto della quale le nuove manifestazioni aggressive della L. siano state considerate sul presupposto implicito della esistenza di tutti i connotati soggettivi che la riguardavano (incensuratezza, pregressa attività lavorativa etc.) e che necessariamente sono stati reputati non influenti o comunque non decisivi. In terzo luogo il Tribunale risulta avere preso in considerazione anche la certificazione sanitaria rilasciata dal Centro di salute mentale ed ha reso, sul tema, una motivazione che presenta una evidente plausibilità e che pertanto si sottrae all’ulteriore sindacato della Cassazione.
Il Tribunale ha infatti dato atto che la indagata è risultata affetta da una patologia di tipo paranoideo che, da un lato, rappresenta una probabile chiave di lettura degli eventi al vaglio della accusa e, dall’altro, non è ritenuta del tutto risolta a causa della recente instaurazione della terapia: questa, essendo in corso, non ha prodotto effetti stabilizzati e non da garanzia della cessazione delle condotte aggressive e persecutorie ai danni della persona offesa.
Sul punto la difesa lamenta una illogicità della motivazione ma, sostanzialmente, propone una alternativa lettura della certificazione medica, non consentita dinanzi al giudice della legittimità.

Invero è da escludere che la certificazione sia stata oggetto di un travisamento, peraltro neppure denunciato dai ricorrenti, essendo evidente che il sanitario del centro di salute mentale ha espresso un giudizio di valore (sulla capacità contenitiva dei comportamenti impulsivi ad opera del trattamento farmacologico), in termini probabilistici e tali da essere devoluti al prudente apprezzamento del giudice. E il Tribunale a tale apprezzamento non si è sottratto, rendendo una valutazione del tutto razionale e plausibile allorché ha argomentato sulla permanenza della possibilità che la prevenuta, essendo in corso la terapia che oltretutto è su base volontaria, non sia del tutto al riparo dalle intemperanze già dimostrate.
Tali considerazioni rendono evidente anche la infondatezza della doglianza sulla asserita mancanza di motivazione riguardo alla possibilità di conseguire il beneficio della sospensione condizionale della pena.
Il giudizio del Tribunale sul punto non difetta di alcuno dei necessari presupposti di fatto ed è del tutto plausibile e coerente con le premesse, laddove si esprime per la non prevedibilità che alla prevenuta sia concesso il detto beneficio, a causa della propensione, già dimostrata, a reiterare condotte della stessa specie di quella per la quale si procede”.

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divorzio casa genitori figliL’assegnazione della casa familiare, come è noto, risponde all’esigenza di garantire l’interesse dei figli alla conservazione dell’ambiente domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, sicché resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.
Invero l’art. 155 comma 4° c.c. (nel testo vigente prima della riforma operata dalla L. n. 54/2006) stabiliva che “L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli”. L’art. 155 quater c.c. (inserito dall’art. 1 comma 2° della L. n. 54/2006) dispone ora (al comma 1 °) che Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643″.
È di tutta evidenza che la disposizione dell’art. 155 quater comma 1° c.c. è più ampia di quella del previgente art. 155 comma 4° c.c., poiché il disposto dell’art. 155 quater c.c., facendo riferimento all”`interesse dei figli”, conferma che il godimento della casa familiare è finalizzato alla tutela della prole in genere e non più all’affidamento dei figli minori (mentre, in assenza di prole, il titolo che giustifica la disponibilità della casa familiare, sia esso un diritto di godimento o un diritto reale, del quale sia titolare uno dei coniugi o entrambi è giuridicamente irrilevante, di tal che il Giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa coniugale).
Ad ogni buon fine, si rileva che la Corte Suprema ha più volte evidenziato (condivisibilmente) che il previgente art. 155 c.c. ed il vigente art. 155 quater c.c. in tema di separazione (al pari dell’art. 6 della legge n. 898/1970 in tema di divorzio) subordinano il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minori o maggiorenni non autosufficienti economicamente conviventi con i coniugi: in assenza di tale presupposto, sia la casa in comproprietà o appartenga essa a un solo coniuge, il giudice non potrà adottare, con la sentenza di separazione, un provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non essendo la medesima neppure prevista dall’art. 156 c.c. in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento (in tale caso, in mancanza di norme ad hoc, la casa familiare in comproprietà resta soggetta alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l’uso e la divisione).

convivente risarcimento danniL’art. 185 cod. pen. recita testualmente: “ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”.

La precedente Giurisprudenza (ormai del tutto superata) riteneva che il convivente more uxorio non fosse legittimato a chiedere il risarcimento del danno in caso di delitto commesso da terzi nei confronti del proprio partner.

La Corte di Cassazione affermava infatti quanto segue: “ In base al principio del neminem laedere, sancito dall’art. 2043 cod. civ., danno risarcibile è solo quello che si verifica per la lesione di un diritto, Pertanto, nel caso di morte di una persona, il soggetto che con essa conviva ricevendone vantaggi o prestazioni, che chiami in giudizio il responsabile dell’evento mortale, deve dimostrare il suo diritto a quei vantaggi ed a quelle prestazioni della persona deceduta; diritto che non può discendere che da legge o da patto. Nessuna di tali ipotesi ricorre nel caso di convivente more uxorio, che conseguentemente è carente di legitimatio ad causam per risarcimento di danni cagionati dalla uccisione della persona con cui conviveva” (Cass. Civ. n. 9708/1992).

Successivamente, la Suprema Corte, mutando radicalmente il proprio orientamento, è giunta a riconoscere la legittimazione del convivente a costituirsi parte civile in caso di delitto ad danni del proprio partner ad opera di terzi.

Gli Ermellini sono giunti a tale conclusione in quanto l’aggressione del terzo lede il convivente nel suo diritto di libertà, nascente direttamente dalla Costituzione, alla continuazione del rapporto, diritto assoluto e tutelabile erga omnes, senza perciò interferenze da parte di terzi.

La Cassazione ha comunque precisato che il risarcimento può essere riconosciuto solo allorquando “la convivenza abbia avuto un carattere di stabilità tale da far ragionevolmente ritenere che, ove non fosse intervenuta l’altrui azione micidiale, la convivenza sarebbe continuata nel tempo”  (Cass. Pen. n. 1313/1995).

La Suprema Corte civile è giunta di recente ad affermare che “chi chieda il risarcimento del danno derivatogli dalla lesione materiale, cagionata alla persona con la quale convive deve dimostrare l’esistenza e la portata dell’equilibrio affettivo-patrimoniale instaurato con la medesima e perciò l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti con vicendevole assistenza materiale e morale (…). Tale prova può essere fornita con qualsiasi mezzo, mentre il certificato anagrafico può tutt’al più provare la coabitazione, insufficiente a dimostrare la condivisione di pesi e oneri di assistenza personale e di contribuzione e collaborazione domestica analoga a quella matrimoniale.

decreto ingiuntivo praticanti avvocati recupero creditiIl ricorso per decreto ingiuntivo è certamente uno dei primi atti che il praticante avvocato si trova a dover redigere e depositare.

Il procedimento per decreto ingiuntivo è un procedimento speciale volto ad ottenere una pronuncia di condanna (decreto) che il giudice emette a seguito di cognizione sommaria, in totale assenza di contraddittorio.

E’ tuttavia prevista una seconda fase del procedimento, la cui iniziativa è rimessa al debitore ingiunto e che si attiva mediante la proposizione dell’opposizione al decreto.

L’art. 633 c.p.c. espressamente indica le condizioni di ammissibilità del procedimento per decreto ingiuntivo. Pertanto, prima di redigere e depositare il ricorso per ingiunzione consiglio  di dare sempre un’occhiata alla norma in questione.

Successivamente bisogna individuare l’Autorità giudiziaria competente all’emissione del decreto ingiuntivo. L’art. 638 c.p.c. prevede infatti che la domanda di ingiunzione vada proposta con ricorso al giudice competente che, a norma dell’art. 637 c.p.c., viene individuato nel Giudice di Pace ovvero nel Tribunale (in composizione monocratica) che sarebbe competente per la domanda proposta in via ordinaria.

In conformità al disposto di cui all’art. 125 c.p.c., la domanda dovrà inoltre contenere l’indicazione della parte ricorrente, nonché del difensore che la rappresenta in giudizio, con l’indicazione della procura in forza della quale quest’ultimo agisce.

Trattandosi di un atto introduttivo del giudizio, il ricorso dovrà altresì contenere l’esposizione dei fatti che fondano la domanda proposta, nonché l’indicazione delle prove che si producono.

Qualora venga richiesta la concessione della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo (art. 642 c.p.c.), occorrerà altresì fornire la prova della sussistenza delle necessarie condizioni.

A norma dell’art. 125 c.p.c., anche il ricorso deve contenere l’oggetto e le ragioni della domanda, nonché delle conclusioni precise e dettagliate.

Le conclusioni consisteranno quindi nella richiesta della condanna del debitore al pagamento di una somma di denaro, ovvero alla consegna di un determinato bene, oppure alla consegna di una determinata quantità di cose fungibili o alla somma di denaro che il creditore si è dichiarato disposto ad accettare in via alternativa.

Dovrà inoltre essere specificata l’eventuale richiesta di provvisoria esecutività del decreto, ovvero l’eventuale richiesta di concessione al debitore di un termine inferiore a giorni quaranta per provvedere all’adempimento.

Dovranno altresì essere indicati i dati identificativi del debitore contro il quale viene chiesta la pronuncia del decreto, comprensivi anche del codice fiscale, necessario per provvedere all’eventuale iscrizione ipotecaria a danno del medesimo.

Ai sensi del terzo comma dell’art. 13 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, occorrerà altresì inserire la dichiarazione relativa al valore del procedimento ai fini della determinazione del contributo unificato da versare.

Il ricorso dovrà poi contenere anche l’espressa indicazione dei documenti che si producono.

L’atto si concluderà infine con l’indicazione del luogo e della data in cui è stato formato e la sottoscrizione del difensore che lo ha redatto

Avv. Patrizia D’Arcangelo

Avvocato D'Arcangelo

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Intervista all'avv. D'Arcangelo
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