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stalking denunciaUna donna aveva ricevuto per ben 4 mesi circa 100 chiamate al giorno dalla moglie del suo collega.

Ovviamente tutto ciò aveva causato nella povera vittima ansia, malessere e stress.

La Cassazione, con sentenza n. 40105/2011, ha affermato che che  se da una parte è ovvio che “la misura cautelare non può essere invocata le volte in cui le molestie fossero episodiche o numericamente non significative, quando, come nel caso di specie, i comportamento lesivi sono numericamente imponenti e si protraggono nel tempo, è del tutto ozioso stare a disquisire sui danni che in concreto tale condotta abbia cagionato, atteso che lo stesso numero delle telefonate è fatto che di per sé comporta disagio più o meno intenso e stato d’ansia, e ciò solo basta a legittimare la tutela cautelare senza necessità di superflue verifiche mediche, perché non è necessario che la molestia debba sfociare in una patologia conclamata, ed anzi la tutela cautelare deve essere apprestata prima che il disagio sfoci in vera patologia”.

Ecco il testo integrale della sentenza:

“Il GIP presso il Tribunale di Salerno con ordinanza del 3 dicembre 2010 rigettava la richiesta di applicazione delle misure previste dall’art. 282 ter del codice di rito in danno di N. R., indagata per molestie nei confronti di V. F., collega di lavoro del marito, che molestava con assidue telefonate, anche più di cento al giorno, inducendole stato di ansia, inssonnia e malessere, tanto da indurla a cambiare gruppo di lavoro: il GIP aveva disatteso la richiesta osservando che mancava la prova cautelare, non potendo essere rimessa alla mera enunciazione della parte lesa la sussistenza del grave e perdurante stato di ansia che la norma di cui all’art. 612 bis c.p. contempla.
Il Tribunale della Libertà di Salerno rigettava l’appello con cui il P.M. aveva impugnato l’ordinanza di cui s’è detto, condividendo con il GIé l’opinione che l’ansia ed il malessere di cui parla l’art. 612 bis c.p. devono essere effettivi e comprovati, richiedendo la norma il danno in concreto e non il mero pericolo di un danno; nel caso di specie la sussistenza attuale e concreta del suddetto danno era del tutto sfornita di riscontri oggettivi.
Avverso detto provvedimento propone ricorso il Pubblico Ministero, deducendo l’erroneità del provvedimento, atteso che era documentato come le molestie telefoniche (anche oltre cento telefonate al giorno) si fossero protratte per ben quatto mesi, che la parte offesa aveva anche chiarito quale fosse la ragione che le impediva di cambiare numero telefonico, spiegando che per il suo lavoro di venditrice a domicilio di aspirapolvere avrebbe perduto i contatti con tutti i suoi clienti; che infine era ovvio che tante telefonate quotidiane e per tanto tempo avessero cagionato malessere ed ansia alla parte offesa, e non era necessaria una verifica medico-legale di tale stato di disagio.
Il ricorso è fondato, atteso che la restrittiva interpretazione che il Tribunale di Salerno ha dato della norma, restringerebbe ad ipotesi limite la tutela cautelare, rendendola impossibile nella gran parte dei casi, atteso che se è ovvio che la misura cautelare non può essere invocata le volte in cui le molestie fossero episodiche o numericamente non significative, quando, come nel caso di specie, i comportamento lesivi sono numericamente imponenti e si protraggono nel tempo, è del tutto ozioso stare a disquisire sui danni che in concreto tale condotta abbia cagionato, atteso che lo stesso numero delle telefonate è fatto che di per sé comporta disagio più o meno intenso e stato d’ansia, e ciò solo basta a legittimare la tutela cautelare senza necessità di superflue verifiche mediche, perché non è necessario che la molestia debba sfociare in una patologia conclamata, ed anzi la tutela cautelare deve essere apprestata prima che il disagio sfoci in vera patologia.
L’ordinanza impugnata va pertanto annullata con rinvio al Tribunale di Salerno, che provvederà, in diversa composizione, a nuovo esame facendo applicazione delle regole di diritto enunciate.
P.Q.M.
La Corte annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Salerno per nuovo esame.

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facebook stalkingjpg

di Eleonora Bonaccorsi (Praticante Avvocato – Foro di Catania)

L’art. 612 bis c.p. disciplina il reato di stalking, la cui condotta tipica si concreta in comportamenti reiterati che, identificandosi in veri e propri atti persecutori tali da minare gravemente psicologicamente e fisicamente la vittima, ingenerano in essa la paura e il fondato timore di un pericolo concreto nei confronti propri e/o dei propri familiari, minacciandone dunque anche la sfera affettiva.

Quando la condotta descritta dalla norma è realizzata attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, quali internet, posta elettronica, chat, sms e/o messaggistica istantanea, si parla di cyberstalking.

Il panorama legislativo in materia appare abbastanza scarno, complice in primo luogo il fatto che ciò che la normativa di riferimento prende in considerazione non è tanto la condotta in quanto tale, quindi il comportamento oggettivo, quanto piuttosto il danno psicologico causato nella vittima, dunque un elemento puramente soggettivo. Lo stato d’ansia permanente e il fondato timore cui la norma in questione fa riferimento perché si possa contestare il reato di stalking sono infatti situazioni prettamente psicologiche, difficili da accertare data l’essenza puramente soggettiva.

Se però la legge pecca nell’indicazione di criteri oggettivi, ai fini di una corretta analisi, la giurisprudenza non ignora la problematica. Meritevole di considerazione in tal senso è la recente decisione della Cassazione (Sent. 32404/2010) che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’indagato, al quale il Tribunale di Potenza aveva contestato il reato di stalking ai danni dell’ex fidanzata, con la quale la relazione era da tempo conclusa e la cui fine non era stata accettata dal ricorrente. Il tribunale aveva correttamente individuato, secondo la Cassazione, la condotta integrante la fattispecie prevista dall’art. 612 bis, rilevando come le molestie reiterate, realizzate soprattutto attraverso l’uso di Internet e dei social network, Facebook nel caso di specie, arrivando persino all’utilizzo di filmati che ritraevano la vittima in intimità con l’indagato, inviati anche presso il luogo di lavoro della vittima, avessero provocato un senso di vergogna e ansia tali da costringere la donna a dimettersi.

Il giudice di legittimità, confermando la decisione del Tribunale circa la sussistenza dei presupposti che integrano il reato nel caso concreto, si presta dunque ad accogliere una visione estensiva dei comportamenti attraverso i quali la condotta criminosa si realizza e che si concretano in tutti quegli atti persecutori e ossessionanti, comunque posti in essere, dunque anche attraverso l’uso di strumenti telematici, che inducano la persona offesa a sentirsi tanto minacciata da dover modificare le proprie abitudini di vita, o che comunque provochino in essa gravi stati di ansia e paura.

La decisione della Cassazione conferma così la morfologia del reato tipizzato dalla norma come reato a forma libera, per cui la condotta non rileva in quanto tale, potendosi essa realizzare con qualsiasi modalità, ma perché idonea a realizzare almeno uno dei tre eventi contemplati dall’art. 612 bis c.p.. Sia tale, cioè, da “cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

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stalking mamma assillanteInteressante e, per certi versi, divertente il caso di recente affrontato dal T.A.R. Lombardia davanti al quale la mamma di uno studente universitario aveva presentato ricorso.

La donna, preoccupata per il figlio, faceva appostamenti presso l’Università frequentata dal ragazzo, inviava posta indesiderata, faceva telefonate e tentava di aver un qualsiasi contatto con lui.

Lo studente, infastidito, denunciava pertanto la madre ed otteneva dal Questore un decreto di ammonimento per il reato di stalking.

La mamma denunciata proponeva quindi ricorso al T.A.R. della Lombardia per richiedere l’annullamento del provvedimento del Questore perché viziato da eccesso di potere e violazione di legge.

Il T.A.R., accogliendo il ricorso della donna, ha innanzitutto spiegato che lo stalking si configura allorquando  un comportamento oggettivamente “minaccioso” o “molesto” venga posto in essere con condotte reiterate, tale da porre il contendente in una posizione di ingiustificata predominanza, da cui consegua uno specifico evento di danno (un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero, in alternativa, il fondato timore per la propria incolumità ovvero, sempre in alternativa, l’alterazione delle proprie abitudini di vita).

Successivamente il T.A.R. ha quindi affermato quanto segue:

“(…) Non si vede come possa integrare il presupposto appena descritto il tentativo di una madre di venire a conoscenza del luogo in cui abbia la residenza il figlio (chiedendo informazioni presso conoscenti); l’invio di due e-mail e due sms (tra l’altro, pare, non direttamente ma tramite l’intermediazione di un rappresentante della Curia); due colloqui svolti presso la Curia in presenza di terze persone; il carattere patrimoniale delle richieste (fondate o infondate che siano) avanzate da un genitore nei confronti del figlio, per quanto possano apparire bizzarre agli occhi di un estraneo; circa l’invio di numerosa corrispondenza indesiderata e l’inoltro di numerose chiamate all’utenza telefonica, poi, non vi è alcun riscontro probatorio in atti. Si tratta, peraltro, di condotte che, per numero e modalità, sono verosimilmente insuscettibili di comportare un “perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva”.
Oltre a fare difetto il profilo della reiterazione ossessiva di condotte vessatorie, sia l’idoneità a ingenerare il fondato timore per l’incolumità propria e del prossimo congiunto, il provvedimento di ammonimento è anche incongruo rispetto alle risultanze della istruttoria svolta (…)
In definitiva, il comportamento dell’amministrazione tradisce uno sviamento di potere. Il decreto di ammonimento non può essere utilizzato né quale strumento per ingerirsi in situazioni di pura conflittualità familiare, per quanto esasperata (sempreché, beninteso, non superi la soglia della persecutorietà); meno che meno tale strumento può essere utilizzato con funzione cautelare rispetto alla “pericolosità sociale” degli individui (che come la ricorrente abbiano compiuto un delitto assai grave), situazione quest’ultima rispetto alla quale l’ordinamento contempla altri strumenti e ben altre garanzie (…)”.

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molestie stalking avvocatoCon sentenza n. 15450/2011 di pochissimi giorni fa la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per molestie emessa dal Tribunale di Pordenone a carico di un signore che si posizionava sul proprio terrazzo e spiava insistentemente nell’appartamento dei vicini di casa.

Perlatro,l’imputato sbeffeggiava anche i poveri vicini di casa facendo gesti con la bocca e con le mani sghignazzando e fischiando ogni volta che li incontrava sulle scale condominiali.

Ebbene, il molestatore in questione è stato condannato dal Tribunale di Pordenone alla pena dell’ammenda di €uro 600,00.

Questo è il testo della sentenza della Suprema Corte:

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 8 marzo – 15 aprile 2011, n. 15450
Presidente Chieffi – Relatore Capozzi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 31 marzo 2010 il Tribunale di Pordenone ha condannato D. V. M. alla pena di Euro 600 di ammenda, siccome ritenuto responsabile del reato di cui agli articoli 81, 660 c.p. (avere in più occasioni arrecato molestie ai coniugi D. B. S. e R.G., suoi vicini di casa, posizionandosi su di un terrazzo posto a brevissima distanza dall’appartamento abitato dai predetti, scrutando in continuazione all’interno di esso, che aveva cinque finestre prospicienti su detto terrazzo, in tal modo costringendo le parti offese a tirare i tendaggi ed ad accendere la luce anche in pieno giorno per proteggersi dalla sua intrusione; per avere altresì fatto gesti con la bocca e con le mani a titolo beffardo, in tal modo arrecando fastidio alle parti offese, da lui altresì apostrofate con frasi irridenti, sghignazzi e fischi, quando erano da lui incontrate sulle scale dell’edificio ovvero sulla pubblica via).
2. Il Tribunale ha ritenuto provata la penale responsabilità dell’imputato in ordine al reato ascrittogli, avendo valorizzato le deposizioni rese dalle parti offese ed avendo rilevato come le dichiarazioni rese da queste ultime erano state altresì confermate dagli stessi due testi introdotti dall’imputato.
3. Avverso detta sentenza D. V. M. propone ricorso per cassazione per il tramite del suo difensore, che ha dedotto:
a) – inosservanza di norme processuali, in quanto l’udienza dell’8 marzo 2010 era stata tenuta dal Tribunale nonostante che il proprio difensore di fiducia, per il tramite di un sostituto nominato allo scopo, avesse chiesto un differimento dell’udienza per un proprio impedimento consistito nel suo stato influenzale, opportunamente documentato da certificazione medica; nonostante tale richiesta il Tribunale aveva ritenuto di procedere oltre nel dibattimento, assumendo le deposizioni dei testi indicati dal pubblico ministero e dalla parte civile e nonostante che il proprio difensore di fiducia non avesse potuto esercitare il proprio mandato difensionale;
b) – travisamento dei fatti e manifesta illogicità della motivazione, in quanto la sentenza di condanna emessa nei suoi confronti si era basata sulla sola testimonianza resa dalle parti offese, senza che fosse tenuto nel debito conto quanto riferito dai testi da lui indotti, D.V.F. e C.L., nonché dal teste DE. BI., ispettore di polizia; in particolare quest’ultimo teste aveva rilevato come diverse persone frequentavano il terrazzo, dal quale si sarebbe affacciato esso ricorrente e che dall’esame delle riprese video effettuate dalle stesse parti offese il teste non aveva desunto che esso ricorrente avesse posto in essere gesti od altri atti all’indirizzo delle patti offese; il Tribunale poi neppure aveva tenuto nella debito conto i contrasti che da tempo sussistevano fra le parti offese e la famiglia di esso ricorrente, tali da inficiare la genuinità delle dichiarazioni rese dalle prime;
dagli elementi acquisiti in corso di causa, era emerso che la terrazza, su cui esso ricorrente si trovava, era visibile soltanto da coloro che abitavano nello stabile frontistante; che trattavasi di terrazza che non costituiva oggetto di proprietà comune fra esso ricorrente e le parti offese, atteso che soltanto i proprietari degli appartamenti siti al primo ed al secondo piano dello stabile avevano diritto di accedervi; si che trattavasi di un luogo privato, con conseguente non ravvisabilità nella specie del reato previsto dall’articolo 660 c.p., per mancanza del requisito della pubblicità del luogo.

Considerato in diritto

1. È infondato il motivo di ricorso proposto da D. V. M. sub a). Non sussiste invero la dedotta nullità del giudizio di primo grado, per essersi l’udienza dell’8 marzo 2010 svolta, sebbene il difensore di fiducia del ricorrente avesse chiesto un rinvio per motivi di salute.
Dall’esame degli atti emerge invero come il Tribunale abbia adeguatamente motivato il diniego di rinviare l’udienza, avendo rilevato come la certificazione prodotta dal difensore di fiducia del ricorrente non fosse idonea a provare un assoluto suo impedimento ad essere presente, ai sensi dell’art. 420 ter quinto comma c.p.p., riferendo il certificato medico da lui prodotto solo di una sindrome influenzale del difensore, senza neppure indicare il grado di temperatura del medesimo (cfr., in termini, Cass. Sez. 5, 20/09/2005 n. 35170, dep. 30/09/2005, imp. Ornaghi, Rv. 232568).
Va inoltre ritenuto che il difensore di fiducia dell’imputato è stato regolarmente presente alla successiva udienza del 31 marzo 2010, nel corso della quale è stata pronunciata la sentenza, in tal modo mostrando di avere fatto acquiescenza al diniego di rinvio della precedente udienza, non emergendo dal relativo verbale di udienza che il medesimo abbia fatto constare alcuna sua riserva in ordine al diniego di rinvio disposto dal Tribunale nella precedente udienza.
2. È altresì infondato al limite della inammissibilità il motivo di ricorso proposto dal ricorrente sub b).
Esso contiene invero censure improponibili nella presente sede di legittimità, siccome riferite al merito della controversia, avendo esse ad oggetto la valutazione delle deposizioni rese dai testi escussi nel corso del giudizio di primo grado; in tal modo il ricorrente si è fatto promotore di una qualificazione dei fatti alternativa rispetto a quella ritenuta dal primo giudice. Questa Corte di legittimità è tenuta al contrario a valutare esclusivamente se la motivazione addotta dal primo giudice per ritenere la penale responsabilità del ricorrente sia o meno conforme ai principi della logica e della non contraddizione; e sotto tale aspetto la sentenza impugnata è pienamente condivisibile, avendo essa fondato la declaratoria di penale responsabilità del D. V. sulle concordi e convergenti deposizioni rese dalle parti offese D. B. S. e R.G., ritenute credibili anche perché indirettamente confermate dalle stesse dichiarazioni rese dai testi indotti dal ricorrente e cioè dai suoi genitori D. V. F. e C. L..
Non è poi idonea a scriminare la condotta del ricorrente la circostanza che fra la famiglia di quest’ultimo e le parti offese fossero insorte nel passato delle liti connesse proprio alla utilizzazione della terrazza, dalla quale esso ricorrente aveva posto in essere il comportamento sanzionato.
3. È infine infondato il motivo di ricorso proposto da D. V. M. sub c).
Con esso il ricorrente ha sostenuto che, essendo la terrazza dalla quale egli avrebbe posto in essere il comportamento penalmente sanzionato di proprietà esclusiva dei condomini proprietari degli appartamenti siti al primo ed al secondo piano dello stabile, mancava uno degli elementi indispensabili per aversi reato in esame e cioè che le molestie fossero state poste in essere in un luogo pubblico o aperto al pubblico.
Al riguardo la sentenza impugnata, con motivazione incensurabile nella presente sede, siccome conforme ai canoni della logica e della non contraddizione, ha specificato come la terrazza in questione si trovasse al piano ammezzato fra il primo piano, dove era ubicato l’appartamento delle odierne parti offese ed il secondo piano, dove era ubicato l’appartamento del ricorrente e che ad essa si accedeva attraverso un’apertura del comune vano scale condominiale, sicché la terrazza in questione ben poteva qualificarsi come luogo aperto alla generalità dei condomini.
4. Il ricorso proposta da D. V. M. va pertanto respinto, con sua condanna al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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stalking avvocato bergamoLo scorso anno, una donna, accusata di comportamenti persecutori ex art. 612 bis c.p. nei confronti del marito, veniva sottoposta al divieto di avvicinamento a quest’ultimo.

Tuttavia la donna indagata, assolutamente incurante di tale provvedimento di divieto, aveva continuato a compiere atti vessatori nei confronti del marito mandandogli messaggi offensivi col telefono cellulare di un collega e diffondendo documenti contenenti accuse calunniose che riguardavano il presunto traffico di sostanze stupefacenti ad opera della intera famiglia.

A quel punto il Giudice per le Indagini Preliminari, su richiesta del Pubblico Ministero, disponeva la  sostituzione della misura con quella degli arresti domiciliari, essendosi evidenziate più gravi esigenze cautelari.

Tale provvedimento veniva successivamente confermato con ordinanza sia dal Tribunale del Riesame, sia dalla Corte di Cassazione Penale con sentenza n. 15230 del 4 aprile 2011 nelle cui motivazioni si legge quanto segue:

“Il Tribunale ha invero convalidato l’assunto del Gip secondo cui le esigenze cautelari, già apprezzate in sede di applicazione della misura coercitiva ex art. 282 ter c.p.p., dovevano reputarsi aggravate essendo emerso, dopo la esecuzione della misura stessa, che l’indagata continuava a tenere comportamenti minacciosi e molesti in danno della persona offesa e dei familiari, tali da costituire ulteriori reiterazioni del reato in contestazione (…).
I giudici hanno infatti preso in considerazione in primo luogo i comportamenti della prevenuta, oggetto di denunzie a suo carico, e li hanno valutati nell’esercizio del potere proprio del giudice del merito, la cui decisione, come è noto, se plausibile, logica e non riscontrata affetta da palesi aporie o mancanze, si sottrae al sindacato di questa Corte.
Risponde d’altro canto a logica il ragionamento esposto dal Tribunale secondo cui materia di valutazione non può che essere il comportamento che positivamente si accerta a carico della indagata e non anche il fatto che, a seguito dei detti comportamenti in violazione di legge, non risultino denunzie ulteriori.
In altri termini è razionale e logico sostenere che il giudice valuta il comportamento dell’agente in ragione delle sue manifestazioni apprezzabili oggettivamente e non in ragione di quanto, non risultando positivamente accertato, non potrebbe che costruire oggetto di una presunzione arbitraria. In secondo luogo non può dirsi carente il giudizio del Tribunale sol perché non ha espressamente considerato tutti gli altri elementi – fatta eccezione per il certificato della ASL del quale si dirà – sottolineati dalla difesa a favore della ricorrente.
Si trattava infatti di elementi tutti preesistenti alla adozione della misura originaria e pertanto già considerati necessariamente all’atto della applicazione del primo divieto ex art. 282 ter c.p.p., sicché non può dirsi carente la motivazione per effetto della quale le nuove manifestazioni aggressive della L. siano state considerate sul presupposto implicito della esistenza di tutti i connotati soggettivi che la riguardavano (incensuratezza, pregressa attività lavorativa etc.) e che necessariamente sono stati reputati non influenti o comunque non decisivi. In terzo luogo il Tribunale risulta avere preso in considerazione anche la certificazione sanitaria rilasciata dal Centro di salute mentale ed ha reso, sul tema, una motivazione che presenta una evidente plausibilità e che pertanto si sottrae all’ulteriore sindacato della Cassazione.
Il Tribunale ha infatti dato atto che la indagata è risultata affetta da una patologia di tipo paranoideo che, da un lato, rappresenta una probabile chiave di lettura degli eventi al vaglio della accusa e, dall’altro, non è ritenuta del tutto risolta a causa della recente instaurazione della terapia: questa, essendo in corso, non ha prodotto effetti stabilizzati e non da garanzia della cessazione delle condotte aggressive e persecutorie ai danni della persona offesa.
Sul punto la difesa lamenta una illogicità della motivazione ma, sostanzialmente, propone una alternativa lettura della certificazione medica, non consentita dinanzi al giudice della legittimità.

Invero è da escludere che la certificazione sia stata oggetto di un travisamento, peraltro neppure denunciato dai ricorrenti, essendo evidente che il sanitario del centro di salute mentale ha espresso un giudizio di valore (sulla capacità contenitiva dei comportamenti impulsivi ad opera del trattamento farmacologico), in termini probabilistici e tali da essere devoluti al prudente apprezzamento del giudice. E il Tribunale a tale apprezzamento non si è sottratto, rendendo una valutazione del tutto razionale e plausibile allorché ha argomentato sulla permanenza della possibilità che la prevenuta, essendo in corso la terapia che oltretutto è su base volontaria, non sia del tutto al riparo dalle intemperanze già dimostrate.
Tali considerazioni rendono evidente anche la infondatezza della doglianza sulla asserita mancanza di motivazione riguardo alla possibilità di conseguire il beneficio della sospensione condizionale della pena.
Il giudizio del Tribunale sul punto non difetta di alcuno dei necessari presupposti di fatto ed è del tutto plausibile e coerente con le premesse, laddove si esprime per la non prevedibilità che alla prevenuta sia concesso il detto beneficio, a causa della propensione, già dimostrata, a reiterare condotte della stessa specie di quella per la quale si procede”.

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esame avvocato parere penale stalkingQuesta è una delle tracce del parere penale  d’esame d’avvocato:

Tizio, in passato fidanzato di Caia, non accettando la fine della relazione sentimentale decisa dalla donna, e desideroso di continuare ad incontrarla,iniziava a seguirne sistematicamente gli spostamenti quando Caia usciva per andare al lavoro ovvero per attendere alle ordinarie attività quotidiane.
Lungo la strada la molestava cercando di fermarla e di parlarle, dicendole che non intendeva allontanarsi da lei iniziava altresì a farle continue telefonate, anche notturne, ed ad inviarle sms telefonici contenenti generiche minacce di danno alle cose, finalizzate ad ottenere una ripresa della frequentazione tra i due.
Le condotte moleste e persecutorie avevano inizio nel novembre 2008.
Caia, esasperata per la situazione, dapprima cambiava alcune delle proprie abitudini di vita per sottrarsi agli incontri con Tizio; poi alla metà del mese di marzo 2009 decideva di sporgere querela contro Tizio.
Tizio decideva quindi di recarsi da un avvocato per conoscere le possibili conseguenze della propria condotta.
Il candidato assunte le vesti del legale di tizio, rediga motivato parere illustrando le fattispecie configurabili nel caso di specie con particolare riguardo alla tematica della successione delle leggi penali nel tempo e agli istituti del reato abituale e continuato.

E’ evidente che la traccia richiedeva una trattazione della fattispecie penale dello “stalking”.

Spero che  il mio blog possa essere stato di aiuto a qualche praticante avvocato, dato che avevo parlato di “stalking” qui.

L’art. 612 bis cod. pen. (introdotto con decreto Legge n. 11/2009,convertito in Legge n. 38/2009) prevede e punisce il reato di atti persecutori (comunemente noto come “reato di stalking“).

Con il termine stalking si fa quindi riferimento alla reiterazione di minacce o molestie che arrechino alla vittima “un grave disagio psichico” oppure determinino “un giustificato timore per la sicurezza personale propria o di una persona vicina o comunque da pregiudicare in maniera rilevante il suo modo di vivere”.

In buona sostanza deve trattarsi di comportamenti che provochino nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia o di paura.

Da una lettura dei giornali nazionali e dei giornali locali (cito, ad esempio, l’Eco di Bergamo del 18.11.2010, e L’Eco di Bergamo del 28.9.2010 ), non posso fare a meno di notare che, purtroppo, lo stalking rientra certamente tra i reati che più frequentemente si riscontrano nel nostro Paese.

Come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità più recente anche due soli episodi di minaccia o molestia possono valere ad integrare il reato di atti persecutori previsto dall’art.612 bis c.p., se abbiano indotto un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima, che si sia vista costretta a modificare le proprie abitudini di vita (cito, al riguardo, la sentenza n. 25527 del 5.7.2010 della Suprema Corte di Cassazione).

Il legislatore ha previsto che tali comportamenti possano essere puniti con la pena della reclusione sino a ben quattro anni.

La pena può inoltre essere aumentata nel caso in cui il fatto venga commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato (o da persona che sia stata legata da relazione affettiva – ovvero ai danni di un minore, di donna in stato di gravidanza o di soggetto disabile).

La querela contro lo stalker va presentata entro 6 mesi. Fino a quando non è proposta la querela, è inoltre previsto che la persona offesa possa esporre i fatti al questore il quale può ammonire oralmente l’autore della condotta e valutare “l’eventuale adozione di provvedimenti in materia di armi e munizione”.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

Lo studio Legale D’Arcangelo
Il mio impegno contro il bullismo

Intervista all'avv. D'Arcangelo
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Acconsento al trattamento dei miei dati personali (decreto legislativo 196 del 30/Giugno/2003)



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