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divorzio mantenimento moglieIl caso riguarda un signore separato che vinse al superenalotto per due miliardi delle vecchie lire.

Tale inaspettata e clamorosa vincita al ‘Superenalotto’ può giustificare, secondo quanto dichiarato dalla Cassazione con sentenza n. 3914/2012,  la conservazione del contributo al mantenimento a favore dell’ex moglie. E ciò anche se il fortunato vincitore è gravemente malato e non può lavorare.

Ecco il testo integrale della sentenza de qua.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 10 ottobre 2011 – 12 marzo 2012, n. 3914

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Cagliari, con sentenza n. 813/2003, pronunciava lo scioglimento del matrimonio contratto da M.V. e A.C. e poneva a carico del primo l’obbligo di corrispondere un assegno mensile di mantenimento in favore della ex moglie di 115 euro mensili e in favore del figlio M. di 500 euro. Il Tribunale, pur riconoscendo che le condizioni di salute del V. impedivano lo svolgimento di attività lavorative, riteneva che la vincita di lire 1.800.000.000 al Superenalotto, realizzata insieme alla sua nuova compagna, gli consentisse di non subire le conseguenze economiche negative del suo stato di salute e lo mettesse in condizione di contribuire al mantenimento, nella misura anzidetta, della ex coniuge, sfornita di un reddito proprio, e del figlio, non ancora autonomo economicamente.
La Corte di appello di Cagliari ha confermato tale decisione ritenendo provata quanto meno la partecipazione, in pari quota, alla vincita da parte del V. così come la circostanza per cui l’attività lavorativa svolta dalla C. non era produttiva di un reddito idoneo a garantirle nemmeno il soddisfacimento delle minime esigenze di vita proprie della sua condizione sociale. Riteneva inoltre che il figlio del V. non risultando ancora in condizioni di poter fruire di autonomia economica dovesse essere mantenuto con il concorso di entrambi i genitori.
Ricorre per cassazione M.V. affidandosi a quattro motivi di ricorso.
Non svolge difese la C.
Il ricorrente deposita memoria difensiva.

Motivi della decisione

1. Va premesso che, secondo l’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis nel caso di specie, nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2), 3) e 4), l’illustrazione di ciascun motivo del ricorso si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione. Segnatamente, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere a pena di inammissibilità, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Sez. Un. 1 ottobre 2007, n. 20603; Cass. 18 luglio 2007, n. 16002). Nei casi previsti dagli altri numeri dell’art. 360, il quesito deve essere formulato in modo tale da collegare il vizio denunciato alla fattispecie concreta (Sez. Un. 11 marzo 2008, n. 6420) non potendo il quesito risolversi in un’enunciazione di carattere generale ed astratto, priva di specifico riferimento alla fattispecie in questione e alla soluzione datane nella sentenza impugnata, né potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo.
2. Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 5 sesto comma dell’articolo 1 della legge n. 898/1970 (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
Il ricorrente sottopone alla Corte i seguenti quesiti:
“dica la Corte se viola l’art. 5, sesto comma, della legge n. 1 dicembre 1970 n. 898, la sentenza che pone a carico dell’ex coniuge il pagamento di un assegno di mantenimento a favore dell’altro, omettendo completamente di considerare a tale fine i seguenti fatti riconosciuti come pacifici: a) la proprietà in via esclusiva dell’immobile già destinato a casa familiare al coniuge richiedente l’assegno di mantenimento; b) la stabile relazione sentimentale e la convivenza di quest’ultimo con altro soggetto che gli garantisce uno stabile apporto economico; c) l’esistenza di un reddito da lavoro riconosciuto dal coniuge richiedente l’assegno di mantenimento”.
“dica la Corte se viola l’art. 5, sesto comma, della legge n. 1 dicembre 1970 n. 898, la sentenza che pone a carico dell’ex coniuge il pagamento di un assegno di mantenimento a favore dell’altro, omettendo completamente di considerare che l’obbligato sia risultato privo di redditi e beni e affetto da una patologia che ne pregiudica completamente la capacità lavorativa e gli impedisce di produrre qualsiasi reddito oltre ad essere tenuto al mantenimento di due figli”.
Il motivo è infondato in relazione al primo quesito avendo la Corte di appello adeguatamente motivato a pagina 4 della sentenza sia sulla situazione economica della ex moglie sia sulla ininfluenza della relazione con un nuovo partner. E’ invece inammissibile, in relazione al secondo quesito, in quanto non ricollegabile alla ratio decidendi e alla motivazione della sentenza, che si fondano sull’accertamento di una situazione economica del ricorrente completamente diversa da quella prospettata con il quesito, a seguito della vincita di lire 1.800.000.000 al Superenalotto.
Con il secondo motivo di. ricorso si deduce la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
Il motivo è inammissibile, per non essere accompagnato dalla sintesi richiesta ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. secondo quanto esposto al n. 1.
Con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 116 c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
I1 ricorrente sottopone alla Corte il seguente quesito di diritto: “se viola gli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. il giudice che ponga alla base della propria decisione le sole risultanze probatorie di alcune delle prove testimoniali acquisite omettendo completamente di considerare le altre pur legittimamente acquisite in giudizio e ciò senza nemmeno motivare tale esclusione.
Il ricorrente si riferisce alle deposizioni che attesterebbero la titolarità della vincita al “superenalotto” alla sua compagna”.
Anche questo motivo è inammissibile quanto alla dedotta violazione di legge che in realtà costituisce una mera censura alla valutazione delle prove effettuata dalla Corte territoriale. E’ infondato quanto al dedotto vizio di motivazione che non sussiste dato che la Corte ha esaminato tutte le deposizioni testimoniali raccolte traendo argomenti decisivi di convincimento da alcune di esse ed esercitando in tal modo il potere discrezionale di valutare i fatti sulle base di argomentazioni logiche e ispirate a una valutazione complessiva ed esauriente delle emergenze processuali.
Con il quarto motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 e n. 5 c.p.c.) e dell’art. 5 sesto comma dell’articolo 1 della legge n. 898/1970 (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
Il ricorrente sottopone alla Corte il seguente quesito di diritto: se ai fini dell’insorgenza del diritto all’assegno divorzile o alla sua quantificazione, al giudice sia preclusa la valutazione di miglioramenti economici del coniuge non costituenti naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta dal coniuge durante la convivenza, anche al fine di paralizzare gli effetti di altrettanto imprevedibili peggioramenti della condizione economica dell’obbligato il ricorrente chiede inoltre alla Corte se viola l’art. 112 c.p.c. il giudice di appello che non si sia pronunciato su una censura espressamente formulata dall’appellante relativamente alla decisione contenuta nella sentenza impugnata su un aspetto decisivo della controversia.
Il motivo è infondato, quanto al profilo corrispondente al primo dei due quesiti suddetti. Il ricorrente fraintende infatti il senso della giurisprudenza di legittimità cui ha fatto riferimento (sentenza n. 4319 del 1999) la quale riconosce che, ai fini della determinazione del tenore di vita al quale va ragguagliato l’assegno di divorzio, si debba avere riguardo agli incrementi delle condizioni patrimoniali del coniuge obbligato che costituiscano naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta durante il matrimonio ma esclude (Cass. civ. n. 20204/2007) la possibilità di valutare i miglioramenti che scaturiscano da eventi autonomi, non collegati alla situazione di fatto e alle aspettative maturate nel corso del matrimonio, e aventi carattere di eccezionalità, in quanto connessi a circostanze ed eventi del tutto occasionali e imprevedibili.
Tale giurisprudenza non implica infatti che del miglioramento delle condizioni economiche del coniuge obbligato derivante da un evento imprevisto, come nel caso di specie la vincita al Superenalotto, non debba tenersi conto al fine di valutare se le condizioni patrimoniali dell’obbligato consentano di corrispondere l’assegno divorzile che sia determinato in relazione al tenore di vita goduto durante il matrimonio, come è avvenuto nel caso di specie, in cui l’assegno divorzile è stato determinato nella misura di euro 115,00 mensili, senza, cioè, tenere conto, al fine della determinazione del tenore di vita al quale andava ragguagliato, di detta vincita.
Il motivo è poi inammissibile quanto al profilo indicato nel restante quesito apparendo esso formulato in termini del tutto astratti.
Il ricorso va conseguentemente respinto senza alcuna statuizione sulle spese del giudizio di cassazione, non avendo la parte intimata formulato difese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri datti identificativi ex art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

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assegno divorzio moglieCon sentenza n. 21173 del 13 ottobre 2011 la Corte di Cassazione ha affermato che “L’ex coniuge che chiede il riconoscimento di un assegno divorzile non può imporre ai giudici nuove indagini tributarie per accertare mutamenti nelle condizioni economiche del marito, se è stata ritenuta sufficiente la documentazione già acquisita”.

Ecco il testo integrale della sentenza de qua:

“Con sentenza del 14.7.2006 la Corte di Appello di Bari confermava la decisione di primo grado, con la quale il tribunale della medesima città aveva: a) dichiarato lo scioglimento del matrimonio fra M.G. e S.A.; b) rigettato la domanda di attribuzione di un assegno divorzile proposta da quest’ultima; c) affidato la figlia minore alla madre, cui aveva assegnato anche la casa coniugale; d) condannato infine il M. a corrispondere la somma di Euro 309,87, a titolo di mantenimento della figlia minore.

Il giudice del gravame era stato adito dalla S., che aveva in particolare lamentato il mancato riconoscimento di un assegno di mantenimento in suo favore (al quale aveva peraltro rinunciato in sede di separazione personale), in ragione del fatto che le situazioni economiche delle due parti si sarebbero modificate, in senso favorevole per l’appellato e sfavorevole per essa appellante.

La Corte di appello, tuttavia, aveva disatteso la censura, rilevando che la situazione reddituale del M. sarebbe emersa con la dovuta chiarezza dalla documentazione fiscale acquisita, e che non erano stati prospettati elementi deponenti in senso contrario. Avverso la decisione S. proponeva ricorso per cassazione affidato a tre motivi, cui resisteva il M. con controricorso, con i quali rispettivamente e denunciava:

1) violazione della L. n. 898 del 1970, artt. 5 e 6 e successive modifiche, art. 2729 c.c., art. 116 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, per la genericità del richiamo alla motivazione della sentenza del primo giudice, motivazione che fra l’altro sarebbe errata per l’omessa considerazione della sua non giovane età e per la precarietà dei lavori svolti;

2) violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5 e art. 345 c.p.c., comma 3, perchè a torto ritenuta tardiva la documentazione prodotta nel giudizio di impugnazione, trattandosi di documenti formati dopo la sentenza di primo grado;

3) violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, artt. 184 e 187 c.p.c., artt. 147, 148 e 2729 c.c., art. 24 Cost., in relazione al mancato accoglimento della richiesta di indagini relativa, alle condizioni economiche del M.. Osserva innanzitutto il Collegio che è inammissibile il primo motivo, per essere il prescritto quesito di diritto (la sentenza impugnata è stata infatti emessa nel luglio 2006) formulato nei confronti della decisione di primo grado (“Si esprima la Corte nel senso di valutare, in sede di divorzio, se l’impossibilità di procurarsi redditi adeguati possa essere ritenuto sufficiente elemento presuntivo ed elemento determinante l’aver effettuato prima dei quaranta anni di età una serie di attività lavorative. Si esprima ancora, nel rispondere al quesito poco sopra suesposto, se l’essere tali attività lavorative saltuarie e/o interinali, possa comunque escludere che la circostanza possa essere considerata prova contraria all’impossibilità, di procurarsi redditi adeguati”).

E’ poi ugualmente inammissibile il secondo motivo di impugnazione per difetto di autosufficienza. La doglianza ivi prospettata è stata infatti proposta in relazione all’affermazione della Corte di appello, secondo la quale la documentazione prodotta in sede di gravame sarebbe stata preesistente alla sentenza di primo grado, e risulta in particolare incentrata su una pretesa svista (definita marchiana) in cui sarebbe incorso il giudicante, che più precisamente non avrebbe percepito che la detta documentazione sarebbe stata successiva alla sentenza di primo grado.

Rileva tuttavia in proposito il Collegio che la ricorrente non ha indicato l’esatto contenuto dei documenti, la rispettiva data della loro formazione, l’epoca della relativa acquisizione, il grado e la fase del processo in cui avrebbero dovuto essere prodotti alla data della loro formazione, elementi tutti indispensabili ai fini della delibazione circa la fondatezza o meno dei rilievi svolti.

E’ infine inconsistente la censura formulata con il terzo motivo di impugnazione, atteso che la Corte di appello ha dato ampia motivazione delle ragioni per le quali ha ritenuto di non disporre ulteriori indagini di polizia tributaria relativamente alla situazione reddituale del M..

Ed invero la Corte ha in proposito fatto espresso richiamo alla circostanza che la detta situazione sarebbe risultata “ampiamente dalla documentazione fiscale acquisita agli atti (p. 5) e che questa sarebbe stata inoltre avvalorata dal fatto che l’appellante, il quale pure avrebbe potuto, aveva omesso di indicare” la presenza di segni di disponibilità finanziarie maggiori” (p. 6).

Si tratta dunque di valutazione di merito congruamente motivata con argomentazioni immuni da vizi logici, contrastata con una non condivisa interpretazione del materiale probatorio acquisito, e quindi con rilievi non meritevoli di attenzione in questa sede di legittimità.

Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato con condanna della ricorrente, soccombente, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre alle spese generali e agli accessori di legge”.

separazione anzianiSempre più coniugi “dai capelli grigi” si separano in Italia: questo è quanto emerge dai dati Istat diffusi lo scorso anno.

Nel 2009 all’atto della separazione, i mariti avevano mediamente 45 anni e le mogli 41.

Sono andate altresì aumentando, sia in valori assoluti, sia in valori percentuali, le separazioni delle classi di età più elevate, con almeno uno sposo ultrasessantenne.

Dal 2000 al 2009 le separazioni che riguardano uomini ultrasessantenni sono passate da 4.247 a 8.086 (dal 5,9% al 9,4%). Per le donne ultrasessantenni, nello stesso periodo, si registra un valore più che raddoppiato delle separazioni: dalle 2.555 separazioni (pari al 3,6% del totale delle separazioni) alle 5.213 del 2009 (pari al 6,1% del totale delle separazioni).

Difficile dire quali possano essere i motivi che portano i coniugi di mezza età a separarsi. Se ne possono però ipotizzare alcuni.

Innanzitutto va considerato che le coppie si sposano sempre più tardi: al giorno d’oggi è infatti difficile assistere a matrimoni di persone che abbiano meno di trent’anni d’età.

Ma, ovviamente, non è soltanto questo il motivo per cui oggi la separazione ha i capelli brizzolati.

Secondo l’esperienza maturata presso il mio studio legale posso dire che i motivi sono davvero i più diversi: c’è ad esempio la coppia che si separa perché il marito ultracinquantenne ha perso la testa per una giovane donna di 25 anni; ci sono poi le mogli sempre più sofferenti nei confronti di una vita considerata banale e ripetitiva e che vogliono sperimentare qualcosa di nuovo; ci sono le coppie che hanno atteso che i figli diventassero grandi per rendere loro più sopportabile e comprensibile la separazione dei genitori. Insomma, ogni caso è a sé.

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tribunale bergamoHo già avuto modo di parlare in passato di diversi casi concreti in cui il Tribunale di Bergamo ha derogato alla regola dell’affido condiviso, stabilendo di affidare il minore ad uno solo dei genitori.

Con una nuova e recentissima sentenza, il Tribunale di Bergamo ha affermato quanto segue: “Quanto all’affidamento del figlio minore, i precedenti penali del ricorrente per gravi fatti delittuosi documentati in atti (sentenza in data 28 febbraio 2000) e peraltro pacifici impongono di confermare l’affidamento esclusivo alla madre” (Tribunale di Bergamo – 7 giugno 2011).

Il testo integrale della sentenza può essere scaricato cliccando qui.

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Spese-straordinarie-figliLa Suprema Corte di Cassazione ha di recente affermato che il provvedimento con cui in sede di separazione (non importa se consensuale o giudiziale, ovvero se provvisorio o definitivo, oppure se presidenziale o meno) si stabilisca, ai sensi dell’art. 155 secondo comma c.c., quale modo di contribuire al mantenimento dei figli, che il genitore non affidatario paghi, sia pure pro quota, le spese mediche e scolastiche ordinarie relative ai figli, costituisce esso stesso titolo esecutivo e non richiede, nell’ipotesi di non spontanea ottemperanza da parte dell’obbligato ed al fine di legittimare l’esecuzione forzata, un ulteriore intervento del giudice, qualora il genitore creditore possa allegare ed opportunamente documentare l’effettiva sopravvenienza degli specifici esborsi contemplati dal titolo e la relativa entità; ed impregiudicato beninteso il diritto dell’altro genitore di contestare – ex post ed in sede di opposizione all’esecuzione, dopo l’intimazione del precetto o l’inizio dell’espropriazione – la sussistenza del diritto di credito per la non riconducibilità degli esborsi a spese necessarie o per violazione delle modalità di individuazione dei bisogni del minore” (Cass. Civ. n. 11316/11).

La Suprema Corte è giunta ad affermare tale principio svolgendo il seguente ragionamento giuridico:

1)   per principio generale, il creditore che abbia ottenuto una pronuncia di condanna nei confronti del debitore ha esaurito il suo diritto di azione e non può, per difetto di interesse, richiedere ex novo un altro titolo (quale il decreto ingiuntivo) contro il medesimo debitore per lo stesso titolo e lo stesso oggetto, benché all’imprescindibile condizione che l’oggetto della condanna sia idoneamente delimitato e quantificato (tra le altre, in ordine agli obblighi idoneamente identificati in un simile provvedimento: Cass. 10 settembre 2004, n. 18248; Cass. 30 giugno 2006, n. 15084), o, a tutto concedere, delimitabile o quantificabile in forza di elementi idoneamente indicati nel titolo stesso ed all’esito di operazioni meramente materiali o aritmetiche (tra le molte: Cass. 8 luglio 1977, n. 3050; Cass. 1 giugno 2005, n. 11677; Cass. 2 aprile 2009, n. 8067; Cass. 30 novembre 2010, n. 24242; Cass. 5 febbraio 2011, n. 2816)

2)   è pur vero che il provvedimento giudiziario con cui in sede di separazione personale si stabilisca, ai sensi dell’art. 155 secondo comma cod. civ., quale modo di contribuire al mantenimento dei figli, che il genitore affidatario paghi, sia pure pro quota, le spese straordinarie (senza altra specificazione) relative ai figli, richiede, nell’ipotesi di non spontanea attuazione da parte dell’obbligato ed al fine di legittimare l’esecuzione forzata, stante il disposto dell’art. 474, primo comma, cod. proc. civ., un ulteriore intervento del giudice, volto ad accertare l’avveramento dell’evento futuro e incerto cui è subordinata l’efficacia della condanna, ossia l’effettiva sopravvenienza degli specifici esborsi contemplati dal titolo e la relativa entità, non suscettibili di essere desunte sulla base degli elementi di fatto contenuti nella prima pronuncia (Cass. 28 gennaio 2008, n. 1758);

3)   tuttavia evidenti minimali esigenze di effettività della tutela del titolare del particolare credito alimentare di cui sì discute impongono, ad avviso del collegio e se non altro con riferimento allo specifico caso esaminato dalla Suprema Corte, di escludere l’applicazione di tale rigorosa conclusione alle spese mediche e scolastiche ordinarie, in sé sole considerate (quali quelle per cui pacificamente è causa nel caso di specie e con esclusione quindi di spese “straordinarie” intese in senso residuale ed onnicomprensivo) e se opportunamente documentate, perché il titolo esecutivo originario riguarda un credito comunque certo ab origine, oggettivamente determinabile e liquidabile sulla base di criteri oggettivi;

4)   può infatti dirsi che la contribuzione alle (sole) spese mediche e scolastiche ordinarie non si riferisca a fatti meramente eventuali, né a fatti od eventi qualificabili come straordinari, vale a dire come imprevedibili ed ipotetici; rientra infatti nel novero degli eventi classificabili quali statisticamente ordinari o frequenti pure la necessità di esborsi, di cui è variabile effettivamente soltanto la misura e l’entità in rapporto alla perturbazione dello stato di piena salute, per prestazioni mediche, generiche o specialistiche, attesa la normalità del ricorso a queste ultime, anche solo per controlli periodici o di routine;

5)   la contribuzione del genitore è quindi riferita, per le spese meramente mediche e scolastiche (e non anche per quelle genericamente indicate come straordinarie e comunque diverse ed ulteriori), ad eventi di probabilità tale da potersi definire sostanzialmente certi e ad esborsi da ritenersi indeterminati soltanto nel quando e nel quantum;

6)   la determinazione del quantum di tali spese mediche e scolastiche è poi oggettivamente agevole, una volta conseguita la loro prova con documentazione di spesa rilasciata da strutture pubbliche o da altri soggetti che siano specificamente indicati nel titolo o concordati preventivamente tra i coniugi;

Ad ogni modo, chiarisce la Corte di Cassazione, resta del tutto impregiudicato il diritto del genitore obbligato di contestare la riferibilità dell’esborso alla categoria delle spese alla cui contribuzione egli è assoggettato

Tuttavia, tale diritto può bene estrinsecarsi quale contestazione del diritto del creditore ad agire in via esecutiva e quindi nelle forme dell’opposizione all’esecuzione, a precetto o a pignoramento. Si rende così meramente eventuale la fase di contestazione giudiziale e la si riserva alle effettive ipotesi di oggettiva controvertibilità, scongiurando l’ineluttabilità di un ricorso preventivo ed obbligatorio al giudice della cognizione per la formazione di altro titolo esecutivo; del resto, dal rischio di abuso da parte del genitore affidatario l’altro è adeguatamente tutelato, sia pure a prezzo di dispiegare l’opposizione, dalla responsabilità aggravata del creditore che abbia agito in via esecutiva senza la normale prudenza, già prevista dall’attuale formulazione dell’art. 96, comma secondo, cod. proc. civ. (e salva pure l’applicabilità del terzo comma di tale norma, come introdotto dalla legge 18 giugno 2009, n. 69).

divorzio mantenimento moglieQuesto è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 8754 del 15 aprile 2011.

L’art.  9 della Legge n. 898/1970 consente infatti la revisione delle condizioni di divorzio relative, tra l’altro, ai rapporti economici per sopravvenienza di “giustificati motivi”.

I motivi sopravvenuti che giustificano la revisione dell’assegno di divorzio, ben possono consistere in mutamenti delle condizioni economiche e dei redditi dell’uno, dell’atro o di entrambi gli ex coniugi, da valutare bilateralmente e comparativamente al fine di stabilire se detti mutamenti abbiano determinato l’esigenza di un riequilibrio delle rispettive situazioni economiche.

Pubblico di seguito il testo integrale della succitata sentenza.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 1° febbraio – 15 aprile 2011, n. 8754
Presidente Luccioli – Relatore Giancola

Svolgimento del processo

Al fine di ottenere, in revisione delle condizioni del divorzio (sentenza n. 932 del 14.09.1990) dalla ex moglie M.E., la revoca o la riduzione dell’assegno divorzile posto a suo carico ed ammontante all’epoca ad Euro 806,00 mensili, P.C. adiva il Tribunale di Padova che, con decreto dell’11-16.03.2005, reso nel contraddittorio delle parti, in accoglimento del suo ricorso introduttivo, stabiliva la cessazione della somministrazione, con assorbimento della domanda riconvenzionale della controparte, volta all’aumento della relativa entità.
Con decreto del 15 maggio-25 luglio 2006, la Corte d’appello di Venezia, in parziale accoglimento del reclamo proposto dalla M. contro il decreto del Tribunale, dichiarava, all’esito dell’espletata istruttoria, ancora dovuto dal P. l’assegno divorzile in questione, rigettando ogni ulteriore e diversa domanda, inclusa quella della reclamante d’incremento dell’apporto, e compensando per la metà le spese processuali, poste per la residua parte a carico dell’obbligato. La Corte osservava e riteneva essenzialmente:
che il P. aveva dedotto sia la modificazione peggiorativa della sua situazione reddituale, per effetto del sopravvenuto pensionamento, con conseguente sensibile riduzione dei suoi introiti, e sia la circostanza che la M. da oltre 21 anni conviveva con altro uomo, presso l’abitazione di questo.
che di contro la M. aveva contestato il deterioramento della capacità contributiva dell’ex marito, affermando pure che lo stesso era titolare anche di cespiti immobiliari e di consistenti risparmi, nonché dedotto di non fruire di alcun reddito, di non potere contare su opportunità di lavoro, di essere soltanto nuda proprietaria di un immobile abitato dall’anziana madre, bisognosa di assistenza, ed ancora di non ricevere alcun aiuto economico dal partner, con cui non conviveva e che era dotato di limitate risorse, impiegate anche nel mantenimento dei suoi due figli maggiorenni con lui conviventi che il primo giudice aveva accolto la domanda di revisione del P. dando rilievo essenziale alla risalente convivenza more uxorio della M. , ritenuta connotata da stabilità, affidabilità nonché assistenza ed aiuto reciproco, si da essere assimilabile ad una famiglia di fatto, e sottolineando pure che era rimasta indimostrata l’impossibilità per lei di reperire mezzi adeguati
che le acquisizioni probatorie intervenute in appello non apparivano supportare la configurazione del legame tra la reclamante ed il compagno in termini di convivenza, caratterizzata anche dalla gestione in comune delle rispettive risorse economiche per fronteggiare i costi di un nucleo sostanzialmente unitario, laddove invece era risultato trattarsi di relazione intrattenuta in termini di assoluta autonomia, anche economica, ossia di collaudata unione sentimentale che per lei non costituiva fonte effettiva di introiti, sostanziandosi in cooperazione alle necessità del nucleo familiare di lui, prestata in termini e con modalità variabili, senza continua e stabile coabitazione e condizionata anche dalle esigenze di lei di assistenza all’anziana madre, come tale insuscettibile di fare arguire che la M. beneficiasse delle risorse reddituali e patrimoniali di lui, non cospicue e comunque assorbite dalle esigenze di sostegno dei suoi due figli, maggiorenni ma non ancora economicamente autosufficienti, fruenti di occupazioni non continuative e modestamente retribuite, conclusioni che non si rivelavano contraddette da contrari elementi.
che, inoltre, pur avendo le condizioni reddituali del P. risentito di un peggioramento conseguente alla sua opzione per il pensionamento, cui erano conseguiti introiti ben più contenuti rispetto a quelli pregressi, tuttavia lo stesso disponeva di cespiti immobiliari di una certa consistenza, suscettibili di produrre reddito, mentre l’ex moglie non traeva alcun introito dall’immobile in sua nuda proprietà, in cui per sua scelta, da ritenersi dettata da esigenze di sussistenza, conviveva con la madre usufruttuaria del bene, né la stessa ancora fruiva di alcuna pensione né poteva contare su prospettive occupazionali, che già in sede di divorzio e con riferimento al lontano 1983, epoca di cessazione della convivenza coniugale, erano state escluse per ragioni che da allora in poi e sino all’attualità non erano venute meno e anzi si palesavano ancor più attendibili e condivisibili.
che, dunque, doveva essere tutt’ora riconosciuta la spettanza dell’assegno divorzile, nella misura già determinata, con gli aggiornamenti periodici, mentre il decremento dei redditi del P. non consentiva di incrementarne la misura come chiesto dalla M. . Contro la decisione della Corte d’appello il P. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, illustrati da memoria. La M. ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

A sostegno del ricorso il P. si duole che le sue domande di revisione, proposte tanto in via principale che in via subordinata, siano state respinte, denunziando: 1. “Violazione e falsa applicazione degli artt. 5 e 9 della legge 1 dicembre 1970 n. 898 e sue successive modificazioni, nonché omessa ovvero comunque insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un fatto decisivo ai fini del decidere”, formulando il seguente quesito di diritto ;”Si chiede alla Suprema Corte se, immutata la sostanziale situazione patrimoniale del coniuge obbligato alla corresponsione dell’assegno divorzile, la sopravvenuta riduzione della capacità reddituale di costui, a seguito di pensionamento, è suscettiva di assumere rilievo quale possibile giustificato motivo di riduzione o soppressione dell’assegno ex art. 5 e 9 L.898/1970”.
Preliminarmente in rito va respinta l’eccezione della M. d’inammissibilità del motivo sia in riferimento al formulato quesito di diritto, posta anche l’irrilevanza della sua collocazione topografica (cfr Cass., ord., 200716002)(e sia con riguardo alla prescritta sintesi inerente ai denunciati vizi motivazionali. A tale riguardo il P. essenzialmente si duole, puntualmente anche richiamando le risultanze istruttorie che assume trascurate, che la Corte d’Appello di Venezia abbia ritenuto irrilevante ai fini della soppressione o, quanto meno, della riduzione dell’entità dell’assegno divorzile, il sopravvenuto notevole decremento, dal dicembre 2003, dei suoi introiti mensili, sostanzialmente dimezzati, in conseguenza del suo collocamento in pensione, argomentando il giudice del gravame in ragione dei cespiti immobiliari di cui l’esponente risulta titolare ed omettendo, tuttavia di considerare che il suo patrimonio immobiliare è sostanzialmente immutato rispetto a quello di cui era titolare all’epoca della cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con la M. , dal momento che successivamente è divenuto solo comproprietario pro indiviso, per quota pari al 50% di due terreni d’indole agricola, siti in Capannori, ed aventi un assai modesto reddito. La censura è fondata, posto anche che l’incensurabilità in sede di legittimità delle valutazioni compiute dal giudice di merito non esclude il controllo di legalità sul modo e sui mezzi adoperati al fine di rendere possibile la verifica sul processo logico seguito per accertarne sufficienza e coerenza. A tale esigenza non risponde il decreto impugnato che in effetti avendo accertato la consistente riduzione degli introiti mensili del P. , correlata al suo pensionamento, ha escluso che essa potesse assumere rilievo quale sopravvenienza atta ad incidere sulla revisione dell’assegno divorzile, chiesta ai fini estintivi o riduttivi di tale apporto, e ciò sulla base di considerazioni riferite al rapporto tra le condizioni di ciascuna delle due parti, senza chiarire però, tramite l’indicazione specifica degli elementi a sostegno della decisione, perché il divario ritenuto esistente in danno della M. al tempo del divorzio dovesse rimanere insensibile anche all’intervenuto mutamento peggiorativo della condizione economica dell’obbligato. In tale modo l’impugnato decreto appare pure discostarsi dal principio secondo cui in tema di revisione dell’assegno di divorzio, la sopravvenuta diminuzione dei redditi da lavoro dell’obbligato è suscettibile di assumere rilievo, quale possibile giustificato motivo di riduzione o soppressione dell’assegno, ai sensi dell’art. 9 della legge n. 898 del 1970, nel quadro di una rinnovata valutazione comparativa della situazione economica delle parti (cfr Cass. 200605378)
2. “Omessa ovvero comunque insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un punto controverso e decisivo ai fini del decidere: la convivenza more uxorio tra E..M. e A.R. “.
3. “Omessa ovvero comunque insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un punto controverso e decisivo ai fini del decidere: l’assistenza di tipo coniugale da parte del convivente A.R. “.
Il secondo ed il terzo motivo del ricorso sono inammissibili, giacché le dedotte censure di omessa, insufficienza e contraddittorietà della motivazione non risultano contenere, in violazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ., un successivo momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) dei rilievi, che ne circoscriva puntualmente i limiti (cfr Cass. SS.UU. 200720603; 200811652;200816528) e che, al pari del quesito di diritto (cfr Cass. SU 200919444), non può essere tardivamente formulato nella memoria illustrativa, depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c., ostandovi il principio della consumazione dell’impugnazione con il ricorso introduttivo.
Conclusivamente si deve accogliere il primo motivo del ricorso nei precisati limiti, dichiarare inammissibili il secondo ed il terzo motivo e cassare in parte qua il decreto impugnato, con rinvio alla corte di appello di Venezia, in diversa composizione, cui si demanda anche la pronuncia sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso nei sensi di cui in motivazione, dichiara inammissibili il secondo ed il terzo motivo del ricorso, cassa in parte qua l’impugnato decreto e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione.

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divorzio casa genitori figliL’assegnazione della casa familiare, come è noto, risponde all’esigenza di garantire l’interesse dei figli alla conservazione dell’ambiente domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, sicché resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.
Invero l’art. 155 comma 4° c.c. (nel testo vigente prima della riforma operata dalla L. n. 54/2006) stabiliva che “L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli”. L’art. 155 quater c.c. (inserito dall’art. 1 comma 2° della L. n. 54/2006) dispone ora (al comma 1 °) che Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643″.
È di tutta evidenza che la disposizione dell’art. 155 quater comma 1° c.c. è più ampia di quella del previgente art. 155 comma 4° c.c., poiché il disposto dell’art. 155 quater c.c., facendo riferimento all”`interesse dei figli”, conferma che il godimento della casa familiare è finalizzato alla tutela della prole in genere e non più all’affidamento dei figli minori (mentre, in assenza di prole, il titolo che giustifica la disponibilità della casa familiare, sia esso un diritto di godimento o un diritto reale, del quale sia titolare uno dei coniugi o entrambi è giuridicamente irrilevante, di tal che il Giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa coniugale).
Ad ogni buon fine, si rileva che la Corte Suprema ha più volte evidenziato (condivisibilmente) che il previgente art. 155 c.c. ed il vigente art. 155 quater c.c. in tema di separazione (al pari dell’art. 6 della legge n. 898/1970 in tema di divorzio) subordinano il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minori o maggiorenni non autosufficienti economicamente conviventi con i coniugi: in assenza di tale presupposto, sia la casa in comproprietà o appartenga essa a un solo coniuge, il giudice non potrà adottare, con la sentenza di separazione, un provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non essendo la medesima neppure prevista dall’art. 156 c.c. in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento (in tale caso, in mancanza di norme ad hoc, la casa familiare in comproprietà resta soggetta alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l’uso e la divisione).

mamma abbandona figliLa Suprema Corte ha di recente affermato che l’indole violenta del marito non può giustificare l’abbandono dei figli da parte della mamma.

La donna è stata quindi condannata ai sensi dell’art. 570, primo comma cod. pen. per aver abbandonato il domicilio domestico sottraendosi agli obblighi di assistenza nei confronti dei quattro figli minorenni.

Ecco il testo integrale della sentenza:

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 21 dicembre 2010 – 16 marzo 2011, n. 10745
Presidente Mannino– Relatore Conti

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Campobasso confermava la sentenza in data 1 febbraio 2008 del Tribunale di Larino, sezione distaccata di Termoli, con la quale L.A.M. veniva condannata alla pena di mesi due di reclusione ed Euro 200 di multa in quanto responsabile del reato di cui all’art. 570 (comma primo) cod. pen., per avere abbandonato il domicilio domestico sottraendosi agli obblighi di assistenza nei confronti dei quattro figli minori (in … ).
2. Osservava la Corte di appello che, seppure l’allontanamento dal domicilio domestico poteva ritenersi dovuto al timore della L. di un pregiudizio alla incolumità fisica in relazione alla condotta violenta del marito, da lei denunciato in precedenza per lesioni personali, non poteva invece essere giustificato il completo disinteresse della imputata nei confronti dei figli minori, durato per circa quattro anni, nel corso della quale la stessa non aveva mantenuto alcun contatto con i figli, neppure mediante telefonate. Tale condotta integrava appieno la fattispecie di cui al primo comma dell’art. 570 cod. pen..
3. Ricorre per cassazione l’imputata, a mezzo del difensore avv. Carmine Verde, che, con un unico motivo, denuncia la violazione dell’art. 570 cod. pen, e il vizio di motivazione in punto di configurabilità del reato contestato, osservando che, pacifico essendo che la L. era stata costretta a lasciare il domicilio domestico per la condotta violenta del marito, doveva ritenersi per la medesima ragione scriminato il suo mancato rientro in famiglia, e che, d’altra parte, la stessa non aveva mai cessato di informarsi sulle condizioni di vita dei figli.

Considerato in diritto

1. Il motivo di ricorso appare inammissibile, in quanto la ricorrente si limita genericamente a criticare la sentenza impugnata, senza tenere conto delle pertinenti considerazioni in essa svolte, in particolare con riferimento alla assenza di giustificazione di una condotta di totale disinteresse verso i figli mostrata dall’imputata per circa quattro anni, che non poteva essere scusata facendosi esclusivamente leva sul timore in cui essa versava per l’indole violenta del marito.
2. Tuttavia, a norma dell’art. 609, comma 2, cod. proc. pen., la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Salerno in punto di determinazione della pena, illegalmente stabilita dai giudici di merito in quella detentiva congiuntamente a quella pecuniaria, pur essendosi ritenuta sussistente nella specie l’ipotesi di cui al primo comma dell’art. 570 cod. pen., che prevede in via alternativa la pena della reclusione e quella della multa.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla pena e rinvia alla Corte di appello di Salerno per la determinazione della stessa.

separazione suocera invadente ed impiccionaDi frequente capita che i coniugi, per motivi di carattere economico, decidano di convivere con i genitori dell’uno o dell’altro.

Altrettanto frequentemente capita che non si vada d’accordo con i suoceri con cui si condividono quotidianamente i medesimi spazi abitativi.

Ebbene, è giusto che una persona sia costretta a vivere con i suoceri con cui non va d’accordo?

Sulla questione è di recente intervenuta la Suprema Corte di Cassazione, la quale ha espresso il seguente principio di diritto: “L’allontanamento dalla casa familiare, senza il consenso dell’altro coniuge e confermato dal rifiuto di tornarvi, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale; conseguentemente è causa di addebitamento della separazione poiché porta all’impossibilità della coabitazione. Tuttavia, non sussiste tale violazione qualora risulti legittimato da una “giusta causa”, da ravvisare anche nei casi di frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi, e ciò anche in assenza di tradimento o di violenze da parte del marito (Cass. Civ. n. 4540/2011).

In buona sostanza, la moglie può rifiutarsi di convivere con i suoceri qualora sussistano dei litigi frequenti che rendano intollerabile la convivenza.

Del resto non è francamente ammissibile che una moglie (come purtroppo spesso accade) debba subire una posizione di soggezione nei confronti della suocera convivente ed una totale emarginazione dalle decisioni e dall’ordinaria conduzione della famiglia.

In casi simili, pertanto, l’allontanamento della moglie dalla casa coniugale è  legittimo e non può essere causa di addebito della separazione.

Concludo con un dato interessante da cui si possono trarre spunti di riflessione: si calcola che il 30% delle separazioni sia dovuto proprio all’ingerenza dei suoceri nella vita dei coniugi.

separazione ascolto del minoreL’art. 155 sexies del codice civile recita testualmente: Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 155, il giudice può assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento

Sull’argomento e sull’obbligatorietà dell’ascolto dei minori  è intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite con sentenza n. 22238/2009, di cui pubblico di seguito un estratto:

“I minori che, ad avviso di questa Corte non possono considerarsi parti del procedimento (in tal senso sembra, sia pure con aperture, Cass. 10 ottobre 2003 n. 15145), sono stati esattamente ritenuti portatori di interessi contrapposti o diversi da quelli dei genitori, in sede di affidamento o di disciplina del diritto di visita del genitore non affidatario e, per tale profilo, qualificati parti in senso sostanziale (così C. Cost. 30 gennaio 2002 n. 1).

Costituisce quindi violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto dei minori oggetto di causa, censurato in questa sede, nella quale emergono chiari gli interessi rilevanti dei minori che sono in gioco nella vertenza e avrebbero resa necessaria la loro audizione (sul rilievo di tali interessi per la denuncia del vizio processuale del mancato ascolto dei minori cfr. Cass. 12 giugno 2007 n. 13761 e 18 giugno 2005 n. 13173, non rilevando i principi di insindacabilità della decisione di non procedere all’ascolto dei minori, in caso di potenziale dannosità di essa per i soggetti non sentiti, di cui a Cass. 27 luglio 2007 n. 16753, in difetto di qualsiasi pronuncia dei giudici di merito in tal senso).

L’audizione dei minori che, nel procedimento per il mancato illecito rientro nella originaria residenza abituale, non è imposta per legge, in ragione del carattere urgente e meramente ripristinatorio della situazione di tale procedura (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e 19 dicembre 2003 n. 19544), anche in tale procedura si è però ritenuta in genere opportuna, se possibile (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e la citata n. 15145 del 2003).

Tale audizione era prevista dall’art. 12 della Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1991 che ritiene sussistere, in caso di riconoscimento della capacità di discernimento del minore, il diritto di questo “di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa”, dandogli la possibilità “di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo riguarda”.

In base a tale norma sovranazionale l’ascolto dei minori oggetto del procedimento nelle opposizioni allo stato di adottabilità si è ritenuto di regola necessario (Cass. 9 giugno 2005 n. 12168, 26 novembre 2004 n. 22235, 21 marzo 2003 n. 4124, 16 luglio 2000 n. 9802, tutte al seguito di Cass. 13 luglio 1997 n. 9802).

L’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano e in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta comunque obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sullo esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003 (Cass. 16 aprile 2007 n. 9094 e 18 marzo 2006 n. 6081), per cui ad essa deve procedersi, salvo che possa arrecare danno al minore stesso, come risulta dal testo della norma sovranazionale e dalla giurisprudenza di questa Corte (la citata Cass. n. 16753 del 2007).

La citata Convenzione di Strasburgo prevede che ogni decisione relativa ai minori indichi le fonti di informazioni da cui ha tratto le conclusioni che giustificano il provvedimento adottato anche in forma di decreto, nel quale deve tenersi conto della opinione espressa dai minori, previa informazione a costoro delle istanze dei genitori nei loro riguardi e consultandoli personalmente sulle eventuali statuizioni da emettere, salvo che l’ascolto o l’audizione siano dannosi per gli interessi superiori dei minori stessi (in tal senso Cass. ord. 26 aprile 2007 n. 9094 e la giurisprudenza sopra richiamata)”.

In conclusione, sostiene la Suprema Corte, in base all’art. 6 della Convenzione di Strasburgo, ratificata dalla legge n. 77 del 2003 e dell’art. 155 sexies c.c., introdotto dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, si deve  “ritenere necessaria l’audizione del minore del cui affidamento deve disporsi, salvo che tale ascolto possa essere in contrasto con i suoi interessi fondamentali e dovendosi motivare l’eventuale assenza di discernimento dei minori che possa giustificarne l’omesso ascolto .

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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