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Tribunale di Bergamo – sentenza n. 1272/2010

Padre tossicodipendente ricoverato presso una comunità di recupero. La figlia minore viene quindi affidata in via esclusiva alla madre con assegnazione della casa coniugale alla stessa.

Il Tribunale di Bergamo ha comunque stabilito l’obbligo per il padre di versare alla madre l’importo di 120 euro mensili quale contributo al mantenimento della figlia. Il Collegio giudicante ha invero ritenuto che il padre fosse in grado di svolgere una qualche attività lavorativa seppur marginale e, quindi, ha affermato che nel caso di specie non sussistesse quell’assoluta eccezionalità che giustificherebbe l’esonero totale dal mantenimento della figlia.

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affido condiviso mantenimento figlidi Eleonora Bonaccorsi (Praticante Avvocato – Foro di Catania)

La legge 54/2006 ha modificato sostanzialmente la disciplina in materia di affidamento dei figli minori in caso di separazione dei genitori, anche nei confronti dei figli naturali.

Orbene, l’art. 155 c.c., nella nuova formulazione, stabilisce che l’affidamento dei figli minori, in via generale, spetta ad entrambi i genitori, in quanto “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Posto, dunque, che l’interesse primario tutelato è quello del minore, è evidente che la riforma in materia di separazione e affidamento dei figli minori accoglie la tesi della bigenitorialità, ponendo l’accento sull’importanza della continuazione di un rapporto affettivo non solo con ciascun genitore, ma anche nei confronti delle rispettive famiglie.

Il giudice che disponga l’affido condiviso, può comunque ritenere maggiormente in linea con l’interesse del minore che questo venga “collocato” prevalentemente presso uno di essi, con diritto dell’altro genitore di avere con sè il figlio secondo tempi e modalità concordate.

In tal caso è previsto un obbligo di mantenimento “indiretto” in capo al genitore non collocatario, a favore del minore, come si evince dalla formula “ove necessario” contenuta nel comma 4, art. 155 c. c., il cui ammontare è definito secondo i tempi di permanenza presso ciascun genitore. La ratio è da individuare nella necessità che il genitore non collocatario contribuisca alle spese necessarie al mantenimento della prole, laddove il genitore collocatario provveda alle spese correnti in misura evidentemente e logicamente maggiore.

Su questo punto si è peraltro espressa la Corte di Cassazione che, con sentenza 22502/2010, ha rigettato il ricorso di un padre che chiedeva di poter provvedere direttamente al mantenimento della figlia naturale, affidata ad entrambi i genitori con collocamento prevalente presso la madre, eventualmente versando a favore di quest’ultima un assegno perequativo. La Corte ha motivato la decisione tenendo presente il disposto dell’art. 155 c.c., come modificato dalla lg. 54/2006,  in base al quale il genitore non collocatario deve versare un assegno periodico, ove stabilito dal giudice, in base ai tempi di permanenza presso ciascun genitore, ferma restando comunque la capacità economica di ciascuno.

Diverso il caso in cui il collocamento sia previsto in misura eguale presso entrambi i genitori: in tal senso il Tribunale di Catania il 12 luglio 2006 ha affermato che “In tema di mantenimento dei figli minori, laddove i genitori abbiano pari potenzialità reddituali ed il giudice abbia stabilito, durante l’arco della settimana, un paritario periodo di permanenza dei figli con ciascun genitore, non vi è necessità di imporre all’uno o all’altro il versamento di un assegno periodico, fermo restando che ciascun genitore dovrà provvedere al mantenimento diretto nel periodo di rispettiva permanenza e che sarà tenuto al 50% delle spese scolastiche e di vestiario e di quelle per le attività sportive o ricreative cui abbia dato il suo assenso, nonché al 50% di quelle di carattere sanitario”. In caso di permanenza paritaria presso ciascun genitore, si applicherà dunque la regola del mantenimento diretto, non essendo riscontrabile alcuna disparità nel sostenimento delle spese correnti da parte di ciascun genitore.

Appare utile, quanto logica, una riflessione. Sebbene l’intento del legislatore sia nobile, volendo assicurare al minore una seppur minima stabilità nelle relazioni affettive con i familiari, in caso di separazione personale dei genitori, sorge comunque il dubbio che ciò non sia effettivamente garantito, e dunque non rispecchi sempre il soddisfacimento dell’interesse del minore. Sovente, infatti, di fronte alle liti e ai contrasti insorti in sede di separazione tra i coniugi, non meno frequentemente sostenuti dalle rispettive famiglie di origine, il minore diviene oggetto di violenze psicologiche, latu sensu, laddove sia posto, nei fatti, di fronte a scelte morali che poco si addicono all’ingenuità tipica di un bambino, divenendo così lo strumento di ricatto principale di ciascuna parte.

Di fronte ad una circostanza, come la separazione personale dei coniugi, che intacca profondamente le relazioni familiari, forse il legislatore avrebbe dovuto tenere conto del fatto che l’interesse del minore sarebbe maggiormente soddisfatto laddove gli si consenta di vivere in un contesto familiare più sereno, seppur in presenza di un solo genitore, tenendo al di fuori, soprattutto, le ingerenze esterne al nucleo familiare strettamente inteso, che, invero, appaiono legittimate dal riferimento dell’art 155 comma 1 ai “rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

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annullamento matrimonioCon sentenza n. 1343/2010 la Suprema Corte ha espressamente sancito che i matrimoni di lunga durata annullati dalla Chiesa non sono annullabili automaticamente dallo Stato.

La Corte di Cassazione ha quindi accolto il ricorso di una signora veneta il cui matrimonio (di durata ventennale)  era stato annullato dalla Sacra Rota per assenza di figli.

Il marito aveva chiesto l’annullamento sostenendo che le nozze celebrate nel giugno del 1972 erano viziate poiché la moglie gli aveva asseritamente taciuto di non volere figli, dunque era escluso uno dei ‘bona matrimoni’, gli elementi che danno vitalità alle unioni concordatarie.

Gli Ermellini, accogliendo quindi il ricorso della moglie, hanno affermato che “la successiva prolungata convivenza è considerata espressiva di una volontà di accettazione del rapporto che ne è seguito e questa volontà è incompatibile il successivo esercizio della facoltà di rimetterlo in discussione, altrimenti riconosciuta dalla legge”.

La Cassazione ha altresì precisato che “è contrario ai principi di ordine pubblico rimettere in discussione un legame che dura da tempo considerevole adducendo riserve mentali, o vizi del consenso”.

Per dovere di completezza e precisione, è bene ricordare che le sentenze ecclesiastiche matrimoniali, per avere efficacia nel nostro Paese, devono essere riconosciute dal giudice italiano. In assenza di riconoscimento non hanno  alcuna efficacia in Italia.

Negli ultimi anni si è registrato in Italia un vertiginoso aumento delle procedure di annullamento dei  matrimoni dinnanzi ai giudice ecclesiastici ed alla Sacra Rota: nel 2009 sono state circa 6mila le dichiarazioni di nullità dei matrimoni. Molti fanno purtroppo ricorso alla procedura dell’annullamento al precipuo scopo di ottenere in tempi rapidi lo scioglimento del vincolo coniugale.

La suddetta decisione della Suprema Corte dovrebbe far sì che venga evitato che il ricorso alla giustizia ecclesiastica diventi una scappatoia e scorciatoia per ottenere lo stato civile libero.

Va da sé che, in casi simili a quello sottoposto all’attenzione della Suprema Corte, la soluzione per mettere fine ad un’unione coniugale che dura da molti anni può quindi essere soltanto quella della separazione civile seguita poi dal divorzio.

avvocato separazione conciliazioneRicordo innanzitutto che lo Studio Legale D’Arcangelo Vi offre assistenza e consulenza in materia di separazione e divorzio con competenza e professionalità.  Per maggiori informazioni potete leggere questa pagina.

Qualche tempo fa procurò scalpore uno Studio Legale di Chicago (tale studio legale Fetman, Garland & Associates) che fece affiggere per la città dei cartelloni che esortavano ed incitavano i cittadini a divorziare.

I cartelloni rappresentavano delle avvenenti signorine e degli uomini muscolosi con la dicitura “Life is short: get a divorce” (la vita è corta, divorzia!). I più curiosi potranno vedere questi cartelloni, cliccando qui.

Fortunatamente in Italia dei cartelloni simili non sono mai apparsi e, dati i doveri di dignità e di decoro incombenti sugli avvocati italiani, credo di poter affermare con sufficiente grado di certezza che tali cartelloni mai si vedranno nel nostro BelPaese.

Ora, tralasciando il fantascientifico caso dello Studio Legale di Chicago (certamente esperto in marketing ma non in deontologia professionale), ritengo che l’avvocato italiano non solo abbia il dovere di non alimentare le liti tra i coniugi ma abbia altresì l’obbligo di morale di verificare innanzitutto se sia possibile una riconciliazione tra i coniugi.

Qualora poi tale possibilità concretamente non sussista, l’avvocato dovrà in ogni caso:

 

1)      Riconoscere il valore della solidarietà nella famiglia.

In pratica, l’avvocato ha il dovere di proteggere e mantenere, quantomeno, quei minimi accordi che i coniugi hanno faticosamente raggiunto.

Del resto, che sapore sgradevole avrebbe la vittoria dell’avvocato se venisse raggiunta a discapito del benessere morale dei coniugi che si vanno a separare e dei loro figli!

 

2)      Fornire al cliente informazioni corrette

L’avvocato non deve assolutamente prospettare al cliente delle vittorie spettacolari. Si tratterebbe di un comportamento grave e deontologicamente scorretto.

L’avvocato che paventa una causa di separazione certamente vittoriosa, è un avvocato che prende in giro il proprio cliente. L’avvocato che promette risultati spettacolari a seguito della separazione, è un avvocato che si sta approfittando della particolare vulnerabilità e fragilità del proprio cliente in una delle fasi più complicate della sua vita personale.

 

3)      Non coinvolgere i minori

I figli, soprattutto se minorenni, devono essere rispettati e non devono fungere da “para-fulmine”.

I minori vanno sempre tutelati. I litigi tra i genitori rischiano infatti di causare nei figli un gravissimo danno psicologico.

Pertanto, è necessario che la separazione venga sdrammatizzata agli occhi dei figli eventualmente con il supporto di uno psicologo.

In conclusione,   in sede di separazione, sarebbe bene chegli avvocati esortassero i propri clienti a “mettere dei fiori nei propri cannoni” (così come cantava una volta il noto complesso musicale “I Giganti”).

 

Avv. Patrizia D’Arcangelo

Lo studio Legale D’Arcangelo
Il mio impegno contro il bullismo

Intervista all'avv. D'Arcangelo
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