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di Eleonora Bonaccorsi (Praticante Avvocato – Foro di Catania)

L’art. 612 bis c.p. disciplina il reato di stalking, la cui condotta tipica si concreta in comportamenti reiterati che, identificandosi in veri e propri atti persecutori tali da minare gravemente psicologicamente e fisicamente la vittima, ingenerano in essa la paura e il fondato timore di un pericolo concreto nei confronti propri e/o dei propri familiari, minacciandone dunque anche la sfera affettiva.

Quando la condotta descritta dalla norma è realizzata attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, quali internet, posta elettronica, chat, sms e/o messaggistica istantanea, si parla di cyberstalking.

Il panorama legislativo in materia appare abbastanza scarno, complice in primo luogo il fatto che ciò che la normativa di riferimento prende in considerazione non è tanto la condotta in quanto tale, quindi il comportamento oggettivo, quanto piuttosto il danno psicologico causato nella vittima, dunque un elemento puramente soggettivo. Lo stato d’ansia permanente e il fondato timore cui la norma in questione fa riferimento perché si possa contestare il reato di stalking sono infatti situazioni prettamente psicologiche, difficili da accertare data l’essenza puramente soggettiva.

Se però la legge pecca nell’indicazione di criteri oggettivi, ai fini di una corretta analisi, la giurisprudenza non ignora la problematica. Meritevole di considerazione in tal senso è la recente decisione della Cassazione (Sent. 32404/2010) che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’indagato, al quale il Tribunale di Potenza aveva contestato il reato di stalking ai danni dell’ex fidanzata, con la quale la relazione era da tempo conclusa e la cui fine non era stata accettata dal ricorrente. Il tribunale aveva correttamente individuato, secondo la Cassazione, la condotta integrante la fattispecie prevista dall’art. 612 bis, rilevando come le molestie reiterate, realizzate soprattutto attraverso l’uso di Internet e dei social network, Facebook nel caso di specie, arrivando persino all’utilizzo di filmati che ritraevano la vittima in intimità con l’indagato, inviati anche presso il luogo di lavoro della vittima, avessero provocato un senso di vergogna e ansia tali da costringere la donna a dimettersi.

Il giudice di legittimità, confermando la decisione del Tribunale circa la sussistenza dei presupposti che integrano il reato nel caso concreto, si presta dunque ad accogliere una visione estensiva dei comportamenti attraverso i quali la condotta criminosa si realizza e che si concretano in tutti quegli atti persecutori e ossessionanti, comunque posti in essere, dunque anche attraverso l’uso di strumenti telematici, che inducano la persona offesa a sentirsi tanto minacciata da dover modificare le proprie abitudini di vita, o che comunque provochino in essa gravi stati di ansia e paura.

La decisione della Cassazione conferma così la morfologia del reato tipizzato dalla norma come reato a forma libera, per cui la condotta non rileva in quanto tale, potendosi essa realizzare con qualsiasi modalità, ma perché idonea a realizzare almeno uno dei tre eventi contemplati dall’art. 612 bis c.p.. Sia tale, cioè, da “cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

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lavoro part timeQuesto è quanto di recente affermato dalla Sezione Lavoro della Suprema Corte con sentenza n. 9769/11.

Il caso: il lavoratore part-time di un’azienda chiedeva al proprio datore di lavoro che gli venisse rinnovato il rapporto di lavoro a tempo parziale, ma la richiesta veniva rigettata per ragioni organizzative e produttive dell’azienda stessa. Il lavoratore in questione si rivolgeva pertanto al Tribunale di Ascoli Piceno chiedendo che gli venisse riconosciuto il proprio diritto alla trasformazione del rapporto da tempo pieno a part-time per periodi biennali o annuali. Il Tribunale rigettava tale richiesta. Il lavoratore proponeva pertanto appello avverso la sentenza di rigetto. L’adita Corte d’Appello di Ancona, accoglieva parzialmente il gravame dichiarando il diritto del lavoratore alla trasformazione a tempo parziale del suo rapporto di lavoro.

La decisione della Suprema Corte: la mancata concessione della trasformazione a “part-time” del rapporto a tempo pieno in corso, ove nel caso concreto risulti giuridicamente doverosa, ai sensi e per gli effetti della contrattazione collettiva, costituisce un inadempimento contrattuale, di cui si può sicuramente chiedere l’accertamento in quanto potenzialmente foriera di danno.
Pertanto, sotto questo profilo, è indubitabile la sussistenza di un interesse a detto accertamento.
Viceversa, è altrettanto indubitabile la infondatezza di una pretesa di trasformazione “ora per allora” del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto a tempo parziale.
Va in proposito chiarito che -come puntualizzato dal Giudice d’appello- l’art. 3 del CCNL del settore recita espressamente: “L’azienda, in presenza di proprie esigenze organizzative e produttive, può accogliere domande di prestazione a tempo parziale presentate dai dipendenti in servizio e/o assumere lavoratori a tempo parziale.
L’azienda, purché ciò limiti compatibile con le obiettive esigenze tecniche, organizzative e produttive, accoglierà prioritariamente le domande di quei lavoratori in servizio con l’inquadramento necessario che, appartenendo all’’unità produttiva in cui si è manifestata l’esigenza, siano riconosciuti idonei a svolgere le mansioni per te quali la stessa si è determinata; ove ciò non avvenga, l’interessato può chiedere alla direzione aziendale che gli vengano forniti chiarimenti. Fermo quanto previsto dal primo e dal secondo comma, in sede aziendale potranno essere definiti, d’intesa con le OO.SS. aziendali facenti capo alle Organizzazioni dei lavoratori stipulanti, criteri di precedenza per l’accoglimento delle domande dei lavoratori che intendono effettuare la propria prestazione in tempo parziale. Restano comunque escluse le posizioni di lavoro relative a prestazione lavorative non adeguatamente utilizzabili da parte dell’’Azienda, ove eseguite per un tempo ridotto; nel mese di dicembre di ciascun anno l’azienda, in apposito incontro da tenersi con le OO.SS. aziendali facenti capo alle Organizzazioni dei lavoratori stipulanti, comunicherà le posizioni di lavoro che sono state ricomprese, nel corso dell’anno, nel rapporto a tempo parziale.
L’articolo prosegue con l’indicazione delle percentuali massime dei rapporti in part-time.

Nell’accordo aziendale integrativo, al punto 3 sono poi estinti i criteri di precedenza per l’accoglimento delle domande di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno e tempo parziale, con l’indicazione, nell’ordine, delle seguenti fattispecie: problemi di salute del lavoratore o di un membro del suo nucleo familiare che richiedano particolari forme di assistenza; gravi motivi familiari legati alla famiglia del prestatore e all’educazione dei figli; esigenze personali (motivi di studio, attività sociali, attività sportive etc.) ed infine richieste non motivate. In caso di identiche motivazioni da parte di più richiedenti, è previsto che si tenga conto dell’anzianità di servizio e delle esigenze aziendali. In questo quadro normativo -come correttamente sostenuto nella impugnata decisione- la posizione del lavoratore aspirante alla trasformazione del proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale non può essere qualificata in termini di diritto soggettivo, nel senso che, ricorrendo una delle fattispecie indicate nei raccordo aziendale integrativo, il lavoratore istante abbia senz’altro diritto a! la concessione del part-time; ciò in quanto, in via prioritaria, debbono sussistere le esigenze organizzative e produttive aziendali atte quantomeno a permettere, se non ad esigere, che alcune prestazioni lavorative, in una determinata unità produttiva, siano svolte in regime di tempo parziale. Ne discende che solo ed esclusivamente il datore di lavoro può – nell’esercizio della discrezionalità che gli compete in tutto ciò che attiene agli aspetti organizzativi dell’impresa — stabilire se effettivamente ci sia bisogno di prestazioni a tempo parziale e se le richieste avanzate in tal senso dai dipendenti rispondano alle esigenze aziendali medesime, sì da potere trovare accoglimento. Si tratta, quindi, di un potere discrezionale il cui esercizio non è sindacabile dal dipendente. Una volta però che il datore di lavoro abbia ritenuto sussistenti, in una determinata unità produttiva e con riguardo a specifiche mansioni, l’esigenza di prestazioni a tempo parziale, nonché l’utilità di prestazioni lavorative così rese, la decisione di concedere o negare la trasformazione dei rapporto a part-time – rimarca, ancora, opportunamente il Giudice d’appello- non è più discrezionale, bensì vincolata ai criteri prestabiliti in sede di accordo collettivo, ai quali il datore di lavoro deve conformarsi nella regolamentazione dei singoli rapporti, facendo applicazione dei criteri di buona fede e correttezza che debbono ispirare l’esecuzione del contratto {ex artt. 1175 e 1375 cc). Con la conseguenza che l’inosservanza dei criteri preferenziali contrattualmente stabiliti legittima il dipendente che si ritenga leso dalla condotta datoriale ad agire per il risarcimento del danno, anche in forma .specifica, per ottenere la trasformazione del rapporto in part-time che gli fosse stata ingiustamente negata sulla base dei descritti criteri, oltre ad eventuali altre voci di danno collegate allo stesso illecito.
In base a questa ricostruzione, la posizione datoriale rispetto alla concessione del part-time richiesto dal dipendente corrisponde ad un potere discrezionale dell’an e vincolato nel quo modo.
Ne deriva che, mentre va escluso il diritto del dipendente di sindacare le decisioni datoriali in ordine alla sussistenza o meno delle esigenze organizzative e produttive compatibili con prestazioni rese in regime di tempo parziale, o richiedenti, dette prestazioni, si può invece ravvisare in capo ai dipendente una posizione di diritto soggettivo suscettibile di tutela risarcitoria relativamente alle modalità di esercizio di quel potere, e, quindi, relativamente al potere del datore di scegliere a chi accordare il part-time tra quei dipendenti che ne abbiano fatto richiesta, per la prima volta o in via di rinnovo”.

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responsabilità professionale avvocatoIl difensore munito di procura alle liti è soggetto a quelle medesime obbligazioni che fanno carico a qualsiasi altro mandatario. Fra dette obbligazioni occorre menzionare quelle imposte dagli artt. 1712 cod. civ. (comunicazione dell’eseguito mandato) e 1713 (obbligo di rendiconto).

Occorre peraltro ricordare che la responsabilità del professionista deve essere valutata secondo il parametro della diligenza fissato dall’art. 1176 cod. civ. ed eventualmente alla luce dell’art. 2236 cod. civ. quando trattasi di prestazione che implica soluzioni di problemi di speciali difficoltà (Cass. Civ. n. 2230/1973).

Pertanto la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento della sua attività è quella media, cioè la diligenza posta nell’ esercizio della propria attività, dal professionista di preparazione professionale e di attenzione medie (Cass. 14-08-1997 n. 7618; Cass. 6-02- 1998 n. 1286; Cass. 8-08-2000 n. 10431). Nel caso in cui l’attività professionale richieda la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, la responsabilità è attenuata, in ragione della regola di responsabilità prevista nell’ art. 2236 cod. civ., secondo cui “se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave”. (Cfr. Cass. 8-08-2000 n. 10431.)

Va comunque specificato che dottrina e giurisprudenza qualificano costantemente l’obbligazione dell’avvocato, sia per la sua attività stragiudiziale che per quella giudiziale, quale obbligazione di mezzi e non di risultato (Cassazione civile , 26 Febbraio 2002, n. 2836 sez. III, in Resp. civ. e prev. 2002, 6, 1376;  Cassazione, sez. II, 18.7.2002 sent. n. 1045).. Rientra comunque nel dovere del professionista svolgere ogni attività necessaria e utile alla fattispecie concreta.

La Giurisprudenza di legittimità è costante nell’affermare che l’inadempimento del professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell’attività esercitata

“L’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi dell’art. 2236 e 1176 cod. civ., in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui, per negligenza o imperizia, compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzioni di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave” (Cass. Civ., n. 16846/2005).

L’affermazione del nesso di causalità rappresenta sicuramente il passaggio più difficile e delicato dei giudizi di responsabilità professionale dell’avvocato.

Sino a pochissimo tempo fa, la Giurisprudenza prevalente affermava che “il cliente è tenuto a provare non solo di aver sofferto un danno, ma anche che questo è stato causato dall’insufficiente o inadeguata attività del professionista, e cioè, dalla difettosa prestazione professionale. In particolare, trattandosi dell’attività del difensore, l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine – positivamente svolta – sul sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, quindi, la certezza che gli effetti di una diversa attività del professionista medesimo sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente, rimanendo, in ogni caso, a carico del professionista l’onere di dimostrare l’impossibilità a lui non imputabile della perfetta esecuzione della prestazione” ( v., ad esempio, Cass., 16/10/2008, n. 25266).

Oggi, invece, l’orientamento dominante della Suprema Corte pare aver cambiato rotta. Sempre più spesso viene infatti ritenuto che “l’affermazione della responsabilità professionale dell’avvocato non implica l’indagine sul sicuro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta o diligentemente coltivata e, perciò, la ‘certezza morale’ che gli effetti di una diversa attività del professionista sarebbero stati vantaggiosi per il cliente. Ne consegue che al criterio della certezza della condotta può sostituirsi quello della probabilità di tali effetti e della idoneità della condotta a produrli”( Cass. 6/2/1998, n. 1286; 18/4/2005, n. 7997; 18/4/2007, n. 9238; Cass. 3/4/2009, n. 8151)

controllo malattia lavoratoreIl caso sottoposto all’esame della Suprema Corte di Cassazione riguardava una lavoratrice in malattia che, alla visita di controllo, risultava assente dal proprio domicilio.

Non solo. La lavoratrice in questione, affetta da sindrome depressiva ansiosa, era stata altresì “avvistata” in spiaggia (distante solo 300 metri dalla propria abitazione) a prendere il sole.

Ebbene, nel caso de quo, la Corte di Legittimità  (Cass. Sez. Lavoro sentenza 21 ottobre 2010, n. 21621) ha sostanzialmente confermato quanto deciso dalla Corte d’Appello di Lecce.

Invero, dice la Cassazione “una volta escluso che possano ritenersi sussistenti le condizioni individuate dalla giurisprudenza, al fine di considerare gravemente inadempiente la condotta complessiva del lavoratore che si allontani dal luogo in cui questi deve trascorrere il periodo di malattia, appare condivisibile il giudizio espresso dalla Corte di appello di Lecce, secondo cui la breve assenza della resistente non assume rilevanza in sè e per sè, in mancanza di altri elementi che ne evidenzino l’influenza negativa sia sullo stato di salute, che sull’assetto funzionale del rapporto di lavoro.

Il fatto poi che la lavoratrice fosse stata vista in spiaggia è stato ritenuto assolutamente irrilevante sia dai Giudici di Merito sia dalla Cassazione in quanto, nella fattispecie specifica, la breve esposizione al sole da parte della lavoratrice non poteva comunque pregiudicare o ritardare la sua guarigione.

E’ doveroso però precisare che, nel caso in questione, i Giudici di Merito avevano altresì svolto un accertamento anche in ordine alla complessiva condotta della lavoratrice prima e dopo la malattia. Dall’accertamento così svolto, era infatti emersa la sua totale “incensuratezza”, oltre all’assenza di precedenti addebiti a suo carico, nell’intero arco di 17 anni di carriera lavorativa alle dipendenze della società ricorrente, e dall’altra, il suo spirito collaborativo nel manifestare la sua disponibilità a sottoporsi ad una serie di visite fiscali anche a distanza di un giorno l’una dall’altra.

Il tutto deponeva quindi chiaramente per la sua buona fede e l’assenza di intenti elusivi.

danno estetico cassazioneIl caso sottoposto all’esame della Corte di Cassazione, riguardava un incidente stradale, a seguito del quale la vittima aveva richiesto il risarcimento del danno estetico, indipendente da quello biologico.

Ebbene la Suprema Corte, con sentenza n. 21012 del 12 ottobre 2010, ha  ribadito che “in tema di risarcimento del danno alla persona, i postumi di carattere estetico, in quanto incidenti in modo negativo sulla vita di relazione, possono ricevere un autonomo trattamento risarcitorio, sotto l’aspetto strettamente patrimoniale, allorché, pur determinando una così detta “micropermanente” sul piano strettamente biologico, eventualmente provochino negative ripercussioni non soltanto su un’attività lavorativa già svolta, ma anche su un’attività futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento, in relazione all’età, al sesso del danneggiato ed ad ogni altra utile circostanza particolare”.

Del resto, non è difficile immaginare come il danno estetico  possa in concreto costituire una menomazione della capacità lavorativa specifica: in alcuni casi, infatti, l’integrità estetica rappresenta un presupposto imprescindibile, uno strumento di lavoro ed una fonte di guadagno.

Ecco, in tali casi non vanno certamente trascurate le implicazioni patrimionali che derivano appunto dal danno estetico.

Si pensi, ad esempio, a soggetti giovani che subiscano un danno estetico ancor prima di iniziare l’attività lavorativa: è evidente che, in casi simili,  dalla menomazione estetica possano derivare delle ridotte potenzialità della vita di relazione e di inserimento lavorativo e sociale.

Latradimento colpa coniuge Corte di Cassazione non ha dubbi: il tradimento non è automaticamente causa di addebito della separazione.

Il tradimento del coniuge è causa di addebito soltanto se sia la causa (o la concausa) dell’intollerabilità della convivenza.

Nel caso in cui, invece, la crisi matrimoniale fosse preesistente alla relazione extraconiugale, la separazione non potrà essere addebitata al coniuge fedifrago.

Del resto, si può affermare che non sempre la colpa è di chi tradisce.

Tante relazioni fedifraghe nascono quando l’unione coniugale è già da tempo in crisi e, in tali casi, è quindi giusto che il traditore non si veda addebitare la separazione.

L’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, “rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’addebito della separazione a carico del coniuge responsabile, fermo restando che deve sussistere il nesso di causalità fra l’infedeltà e la crisi coniugale, il quale viene meno ove preesista una crisi già irrimediabilmente in atto” (Sent. 13431/08).

Nello stabilire se ed in capo a chi vada addebitata la separazione bisogna quindi sempre confrontare i comportamenti di entrambi i coniugi.

Solo questo confronto consente infatti di stabilire quale delle condotte abbia avuto incidenza nel determinare la crisi coniugale.

Ecco perché, con sentenza n. 6697/2009, la Corte di Cassazione ha ritenuto che la separazione  non dovesse essere addebitata in capo alla moglie che si era resa “colpevole” di un unico ed isolato episodio di tradimento mentre il marito aveva nascosto per ben due anni alla moglie la sua incapacità di procreare.

Tuttavia, precisa la Corte di Cassazione, la relazione extraconiugale non deve essere motivo di vanto con gli amici. Un simile comportamento, infatti, causa un inevitabile aggravamento della crisi coniugale e determina definitivamente l’intollerabilità della convivenza (v. Cass. Civ. n. 21245/2010).

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avvocato pubblicitàIn applicazione della norma generale di cui all’art. 38 del d.d.l. n. 1578/1933, gli avvocati possono utilizzare la pubblicità per acquisire nuovi clienti, ma tale forma di pubblicità deve avere carattere informativo e non può contenere slogans evocativi e suggestivi, lesivi del decoro ed alla dignità professionale.

Questo, in sintesi, quanto affermato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (n. 23287/2010).

Il caso sottoposto all’attenzione delle Sezioni Unite riguardava lo studio legale  che aveva utilizzato l’acronimo ALT, ovvero Assistenza Legale per Tutti, con lo scopo di pubblicizzare la propria attività.

Secondo gli ermellini, quindi, la pubblicità dello studio legale va sanzionata ogni qualvolta non sia conforme al decoro e alla correttezza.

Nella sentenza  sopraccitata, si legge infatti che …….”è vero infatti, che l’art. 2 del dl n. 223/2006 (c.d. Decreto Bersani n.d.r.), ha abrogato le disposizioni legislative che prevedevano, per le attività libero-professionali, divieti anche parziali di svolgere pubblicità informativa» ma «diversa questione dal diritto a poter fare pubblicità informativa della propria attività professionale è quella che le modalità ed il contenuto di tale pubblicità non possono ledere la dignità e al decoro professionale, in quanto i fatti lesivi di tali valori integrano l’illecito disciplinare di cui all’art. 38, c. 1, rdl n. 1578/1933”.

Rischia quindi una sanzione disciplinare l’avvocato che, per fare pubblicità al suo studio, usi degli slogan “suggestivi” e forme di propaganda comparativa.

mobbing lavoratoreIl concetto di Mobbing racchiude in sé una serie di fenomeni e comportamenti che fino a qualche tempo fa erano studiati singolarmente come episodi di lesione alla salute del lavoratore.

Con il termine Mobbing intendiamo una serie di comportamenti vessatori posti in essere da uno o più soggetti diversi per danneggiare in modo sistematico un lavoratore nel suo ambiente di lavoro (Cass. Sez. Unite n. 8438/2004).

Il fenomeno del Mobbing può essere Verticale (quando le vessazioni sono rivolte nei confronti di un lavoratore ad opera dei superiori gerarchici) od Orizzontale( quando le vessazioni sono rivolte nei confronti di un lavoratore ad opera dei colleghi).

Il concetto di Mobbing consente di arrivare a qualificare come tale ed a sanzionare una serie di comportamenti che, valutati singolarmente, potrebbero anche non contenere elementi di illiceità ma che, considerati unitariamente ed in un contesto “mobbizzante”, assumono un particolare valore molesto ed una finalità persecutoria, che non sarebbe stato possibile apprezzare senza il quadro d’insieme che il mobbing consente di valutare.

maltrattamenti famiglia minoriSono soggetti passivi del delitto di maltrattamenti in famiglia previsto dall’art. 572 del codice penale anche i figli minori  nel caso in cui le vessazioni continue (ingiurie, percosse, minacce lievi,atti di umiliazione generici) siano rivolte principalmente alla loro madre.

La Corte di Cassazione ha infatti di recente statuito che “Lo stato di sofferenza e di umiliazione delle vittime non deve necessariamente collegarsi a specifici comportamenti vessatori posti in essere nei confronti di un determinato soggetto passivo, ma può derivare anche da un clima generalmente instaurato all’interno di una comunità in conseguenza di atti di sopraffazione indistintamente e variamente commessi a carico delle persone sottoposte al potere dei soggetti attivi, i quali ne siano tutti consapevoli, a prescindere dall’entità numerica degli atti vessatori e dalla loro riferibilità ad uno qualsiasi dei soggetti passivi” (Cass. Pen. Cassazione penale , sez. V, sentenza 22.11.2010 n° 41142)

multa nulla ricorsoL’art. 3 della Legge n. 890/1982 recita “l’ufficiale giudiziario scrive la relazione di notificazione sull’originale e sulla copia dell’atto, facendo menzione dell’ufficio postale per mezzo del quale spedisce la copia al destinatario in piego raccomandato con avviso di ricevimento. Presenta all’ufficio postale la copia dell’atto da notificare in busta chiusa, apponendo su quest’ultima le indicazioni del nome, cognome, residenza o dimora o domicilio del destinatario, con l’aggiunta di ogni particolarità idonea ad agevolarne la ricerca; vi appone, altresì, il numero del registro cronologico, la propria sottoscrizione ed il sigillo dell’ufficio…”.

I successivi artt. 7 e 8 della stessa legge, disciplinano poi la parte relativa al recapito della notifica.

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza n. 20440/2006, ha quindi statuito che sono da considerare “giuridicamente inesistenti le notifiche delle multe fatte da società private di recapito – alle quali il Comune ha affidato il servizio di consegna di atti giudiziari. In tal guisa, le notifiche eseguite dai soggetti anzidetti sono equiparate all’omessa notificazione, pertanto, l’effetto giuridico è “l’estinzione dell’obbligazione di pagare la somma dovuta per violazione al Codice della Strada”

Avv. Patrizia D’Arcangelo

Lo studio Legale D’Arcangelo
Il mio impegno contro il bullismo

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