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nullità matrimoniodi Eleonora Bonaccorsi- praticante avvocato del Foro di Catania

La dichiarazione di nullità del matrimonio concordatario pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico deve essere sottoposta ad un giudizio di delibazione, la cui competenza spetta alla Corte d’Appello, affinché abbia efficacia anche nell’ordinamento civile italiano.

Essa, in ogni caso, opera solo in presenza di gravi motivi e produce l’effetto non indifferente, da un punto di vista giuridico, di rendere ab origine inefficace il matrimonio, dunque, come se mai fosse stato celebrato. Tale caratteristica consente di individuare un’importante, anche se non unica, differenza rispetto all’istituto del divorzio, che in primis riguarda esclusivamente gli effetti civili del vincolo matrimoniale, facendo venir meno i doveri e i diritti reciproci dei coniugi, ma con efficacia ex nunc, senza che abbia alcuna conseguenza rispetto al rito religioso. Agli ex coniugi, pertanto, non sarà più consentito, seppure in presenza di una sentenza di divorzio, contrarre un nuovo matrimonio in Chiesa. Peraltro, si può aggiungere che i motivi posti alla base di una causa di divorzio sono perlopiù sopravvenuti, mentre nel caso della richiesta di nullità è necessario che i “vizi” siano non solo sussistenti ab origine, ma anche manifesti, conosciuti o conoscibili all’altro coniuge, usando l’ordinaria diligenza.

A tale proposito, la Cassazione, I sez. civile, con la sentenza n. 17465/11, si è espressa in questo senso, in merito al ricorso proposto da una donna contro la sentenza della Corte d’Appello che ha delibato la sentenza di nullità del proprio matrimonio pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico.  Nel caso di specie, la causa di invalidità veniva rinvenuta nell’esclusione dei “bona matrimonii.

Orbene, con la citata pronuncia la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dalla ricorrente, la quale eccepiva la mancata conoscenza dell’esclusione dell’indissolubilità del matrimonio, ed inoltre affermava che il giudice a quo aveva tenuto conto delle sole affermazioni contenute nella sentenza delibata, senza effettuare alcun esame delle prove prodotte in sede di giudizio canonico.

In effetti, rileva la Cassazione, il giudice italiano ha correttamente e minuziosamente valutato il materiale probatorio prodotto davanti al Tribunale Ecclesiastico e sulla base di questi elementi aveva escluso la non conoscenza o non conoscibilità, attraverso l’ordinaria diligenza, dell’insussistenza dei “bona matrimonii.

Inoltre il giudice a quo aveva respinto il motivo proposto in sede di delibazione, vertente su una presunta violazione dell’affidamento negoziale incolpevole su cui la ricorrente insisteva. Attraverso una serie di indizi premonitori, infatti, la donna avrebbe potuto osservare la particolare sensibilità dell’allora fidanzato verso le altre donne, condizione che lo aveva addirittura portato, in un primo momento, ad interrompere il fidanzamento con la donna. Ma vi è di più, giacché l’uomo aveva mostrato profondo turbamento di fronte la notizia della gravidanza della donna ed era stato indotto, in occasione di una riunione tra le famiglie per decidere sul da farsi, a contrarre matrimonio, invocando come soluzione eventuale il divorzio. Eventi, questi, che denotano chiaramente la divergenza tra la volontà reale e la dichiarazione dell’ex coniuge, usando l’ordinaria diligenza propria dell’uomo medio. Sulla base di ciò, la Cassazione con la sentenza di rigetto non può che affermare che “va delibata la sentenza ecclesiastica che abbia pronunciato la nullità del matrimonio per esclusione, da parte di uno dei coniugi, dei bona matrimonii, purché la divergenza tra volontà e dichiarazione sia stata manifestata all’altro coniuge o da questo conosciuta o comunque conoscibile con ordinaria diligenza”.

In conclusione, dunque, si può correttamente affermare che la nullità del matrimonio può essere invocata e dichiarata laddove vi sia una manifesta, conosciuta o conoscibile divergenza tra la dichiarazione e la volontà del coniuge di contrarre matrimonio, avendo riguardo alla diligenza dell’uomo medio.

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annullamento matrimonio malattiaL’art. 122 cod. civ. elenca tassativamente le ipotesi in cui il matrimonio può essere impugnato.

Il terzo comma della succitata norma dispone, tra l’altro, che  il matrimonio è annullabile dal coniuge che aveva prestato il proprio consenso ignorando l’esistenza di una malattia fisica o psichica dell’altro coniuge.

La possibilità di impugnare il matrimonio per tale motivo è quindi subordinata alla sussistenza delle seguenti condizioni:

1) esistenza della malattia prima del matrimonio;

2) non conoscenza dell’esistenza della malattia da parte del coniuge che richieda l’annullamento;

3) rilevanza dell’affezione ai fino dello svolgimento della vita matrimoniale;

4) influenza determinante sul consenso della non conoscenza dell’esistenza dell’infermità.

Le circostanze di cui ai punti 1,2 e 4 devono essere dimostrate dal coniuge che impugna il matrimonio, mentre dovere del Giudice è quello di accertare rilevanza dell’infermità ai fini di un normale svolgimento della vita familiare (v. Cass. Civ. n. 3671/1998).

Per malattie fisiche si intendono quelle che si presentano anche se non inemendabili almeno come durevoli nel tempo. Si tratta di malattie tanto acquisite che congenite. Non è necessario che siano contagiose per il coniuge ed i figli o ripugnanti. E’ infatti sufficiente che impediscano il normale svolgimento della vita coniugale (malattie veneree, AIDS, sclerosi multipla, epilessia, morbo di Parkinson, forme infettive gravi, dermatiti).

Per malattie psichiche si intendono invece tutte le turbe di non passeggere che ostacolano una normale vita di relazione psicoaffettiva (psicopatie, schizofrenia, psicosi, stati tossici dipendenti da alcool o da stupefacenti o da medicine).

Può trattarsi di malattia anche non cronica, purché non del tutto transitoria, che, indipendentemente dalla sua gravità, incida però sullo svolgimento della vita coniugale.

E’ bene precisare che l’art. 122 C.c. non richiede che l’infermità sia clinicamente conclamata prima del matrimonio, ipotesi questa che la renderebbe riconoscibile probabilmente all’uomo medio, ma che sia esistente, sia pure allo stato di sintomi o episodi prodromici, ciò perché solo la malattia insorta completamente dopo il matrimonio ne esclude l’annullamento in base al generale principio di solidarietà che deve connotare nel bene e nel male la valida unione coniugale (Cass. Civ. n. 12431/2001).

In data 29 ottobre 2010, il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge delega volto ad equiparare pienamente i figli naturali (ovvero nati fuori dal matrimonio) ai figli legittimi.

Al riguardo è opportuno ricordare che, ad oggi, la parentela naturale è giuridicamente rilevante soltanto in talune ipotesi specificamente previste dalla legge.

Più precisamente, ad oggi, i figli naturali sono equiparati ai figli legittimi soltanto nei rapporti con i loro genitori. Sussiste invece una disparità tra figli naturali e figli legittimi nei rapporti con i parenti del padre e della madre (nonni, zii, cugini ecc. ecc.).

Il disegno di legge delega proposto dal Consiglio dei Ministri tende appunto a sopprimere qualsiasi discriminazione dei figli naturali,  in attuazione dei principi sanciti dalla Costituzione (articoli 2, 3 e soprattutto 30) e degli indirizzi fissati da Trattati internazionali, tra i quali la Carta di Nizza sui diritti fondamentali dell’Unione europea (vincolante per l’Italia a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona) e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Nel caso in cui il Parlamento approvi tale legge delega, in futuro non ci saranno più differenze tra figli naturali e figli legittimi.

Addirittura le definizioni “figli legittimi” e “ figli naturali” dovrebbero essere sostituite con le definizioni “figli nati nel matrimonio” e “figli nati fuori dal matrimonio”, aderendo in tal modo alla formula lessicale già adottata dall’articolo 30 della Costituzione.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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