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divorzio mantenimento moglieLa crisi economica attuale è tangibile e sotto gli occhi di tutti.

Difficilmente trovano un posto di lavoro i giovani, figuriamoci una madre di famiglia con alle spalle vent’anni di matrimonio trascorsi occupandosi dei propri figli e della casa coniugale.

Si è accorta di questo anche la Suprema Corte, la quale ha così recentemente statuito:

“Il giudice, chiamato a decidere sull’’attribuzione dell’assegno di divorzio, e, tenuto a verificare l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza – all’atto della decisione – dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio. La nozione di adeguatezza, che postula un esame comparativo della situazione reddituale e patrimoniale attuale del richiedente con quella della famiglia all’epoca della cessazione della convivenza, impone di tener conto dei miglioramenti della condizione finanziaria dell’onerato, anche se successivi alla cessazione della convivenza, i quali costituiscano sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta durante il matrimonio (Cass., ottobre 2010, n. 20582). Quanto all’impossibilità di procurarsi mezzi adeguati, richiamato il principio secondo cui l’accertamento della capacità lavorativa del coniuge richiedente va compiuto non nella sfera della ipoteticità o dell’astrattezza, bensì in quella dell’effettività e della concretezza, dovendosi, all’uopo, tenere conto di tutti gli elementi soggettivi e oggettivi del caso di specie in rapporto ad ogni fattore economico – sociale, individuale, ambientale, territoriale (Cass., 16 luglio 2004, n. 13169), va rilevato che la corte territoriale ha adeguatamente evidenziato, con motivazione esente da censure in questa sede, come, avuto riguardo all’iscrizione nelle liste di collocamento, alla pregressa dedizione alla famiglia e all’educazione dei figli, all’accettazione in passato di attività anche precarie confacenti alla proprie attitudini di impiegata di concetto, all’età ormai non più giovane (46 anni), in un mercato del lavoro quanto mai difficile, soprattutto nella località in cui la C. risiede, la stessa non sia in grado, per ragioni obiettive e, comunque, a lei non imputabili, di svolgere adeguata attività lavorativa (cfr Cass. Civ. n. 10540/2012).

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assegno divorzio moglieLa giurisprudenza di legittimità è costante nel ritenere che la convivenza con altra persona possa influire sulla misura dell’assegno di divorzio, solo se l’ex coniuge onerato dia la prova che essa incida in melius sulle condizioni economiche dell’avente diritto, a seguito di un contributo al suo mantenimento da parte del convivente o quanto meno di apprezzabili risparmi di spese derivati dalla convivenza stessa (cfr , Cass. 30 gennaio 2009 n. 2417, in Guida al diritto, 2009, n. 16, p. 80).

Ritiene invero la Cassazione che in assenza di un nuovo matrimonio, il diritto all’assegno di divorzio, in linea di principio, di per sé permane anche se il richiedente abbia instaurato una convivenza more uxorio con altra persona, atteso che questa, avendo natura intrinsecamente precaria, non fa sorgere obblighi di mantenimento e non presenta quella stabilità giuridica, propria del matrimonio, che giustifica la definitiva cessazione dell’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile, Cass. 26 gennaio 2006 n. 1546; Cass. 20 gennaio 2006 n. 1179,; Cass. 8 luglio 2004 n. 12557).

Una eventuale convivenza more uxorio costituisce  un elemento valutabile soltanto al fine di accertare se la parte che richiede l’assegno disponga o meno di «mezzi adeguati» rispetto al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, Cass. 26 gennaio 2006 n. 1546.

La convivenza more uxorio con un terzo – infatti – è, di per sé, neutra – ai fini del miglioramento delle condizioni economiche dell’avente diritto all’assegno di divorzio e dovendo l’incidenza economica della medesima essere valutata in relazione al complesso delle circostanze che la caratterizzano, laddove una simile dimostrazione del mutamento in melius delle condizioni economiche dell’avente diritto può essere data con ogni mezzo di prova, anche presuntiva, soprattutto attraverso il riferimento ai redditi e al tenore di vita della persona con la quale il richiedente l’assegno convive, i quali possono far presumere, secondo il prudente apprezzamento del giudice, che dalla convivenza more uxorio il richiedente stesso tragga benefici economici idonei a giustificare il diniego o la minor quantificazione dell’assegno (Cass. 8 ottobre 2008 n. 24858, in Guida al diritto, 2008, n. 46, p. 80; Cass. 7 luglio 2008 n. 18593; Cass. 10 novembre 2006 n. 24056, in Fam. dir., 2007, 329; Cass. 20 gennaio 2006 n. 1179, cit.; Cass. 8 luglio 2004 n. 12557, cit.;).

La tesi contraria è però sostenuta da alcune decisioni di merito, quali Tribunale di Brescia, sez. II, 10 aprile 2003: “la stabile convivenza more uxorio del coniuge separato con altra persona comporta la quiescenza dell’obbligo di mantenimento da parte dell’altro coniuge nei suoi confronti”.

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divorzio mantenimento moglieIl caso riguarda un signore separato che vinse al superenalotto per due miliardi delle vecchie lire.

Tale inaspettata e clamorosa vincita al ‘Superenalotto’ può giustificare, secondo quanto dichiarato dalla Cassazione con sentenza n. 3914/2012,  la conservazione del contributo al mantenimento a favore dell’ex moglie. E ciò anche se il fortunato vincitore è gravemente malato e non può lavorare.

Ecco il testo integrale della sentenza de qua.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 10 ottobre 2011 – 12 marzo 2012, n. 3914

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Cagliari, con sentenza n. 813/2003, pronunciava lo scioglimento del matrimonio contratto da M.V. e A.C. e poneva a carico del primo l’obbligo di corrispondere un assegno mensile di mantenimento in favore della ex moglie di 115 euro mensili e in favore del figlio M. di 500 euro. Il Tribunale, pur riconoscendo che le condizioni di salute del V. impedivano lo svolgimento di attività lavorative, riteneva che la vincita di lire 1.800.000.000 al Superenalotto, realizzata insieme alla sua nuova compagna, gli consentisse di non subire le conseguenze economiche negative del suo stato di salute e lo mettesse in condizione di contribuire al mantenimento, nella misura anzidetta, della ex coniuge, sfornita di un reddito proprio, e del figlio, non ancora autonomo economicamente.
La Corte di appello di Cagliari ha confermato tale decisione ritenendo provata quanto meno la partecipazione, in pari quota, alla vincita da parte del V. così come la circostanza per cui l’attività lavorativa svolta dalla C. non era produttiva di un reddito idoneo a garantirle nemmeno il soddisfacimento delle minime esigenze di vita proprie della sua condizione sociale. Riteneva inoltre che il figlio del V. non risultando ancora in condizioni di poter fruire di autonomia economica dovesse essere mantenuto con il concorso di entrambi i genitori.
Ricorre per cassazione M.V. affidandosi a quattro motivi di ricorso.
Non svolge difese la C.
Il ricorrente deposita memoria difensiva.

Motivi della decisione

1. Va premesso che, secondo l’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis nel caso di specie, nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2), 3) e 4), l’illustrazione di ciascun motivo del ricorso si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione. Segnatamente, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere a pena di inammissibilità, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Sez. Un. 1 ottobre 2007, n. 20603; Cass. 18 luglio 2007, n. 16002). Nei casi previsti dagli altri numeri dell’art. 360, il quesito deve essere formulato in modo tale da collegare il vizio denunciato alla fattispecie concreta (Sez. Un. 11 marzo 2008, n. 6420) non potendo il quesito risolversi in un’enunciazione di carattere generale ed astratto, priva di specifico riferimento alla fattispecie in questione e alla soluzione datane nella sentenza impugnata, né potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo.
2. Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 5 sesto comma dell’articolo 1 della legge n. 898/1970 (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
Il ricorrente sottopone alla Corte i seguenti quesiti:
“dica la Corte se viola l’art. 5, sesto comma, della legge n. 1 dicembre 1970 n. 898, la sentenza che pone a carico dell’ex coniuge il pagamento di un assegno di mantenimento a favore dell’altro, omettendo completamente di considerare a tale fine i seguenti fatti riconosciuti come pacifici: a) la proprietà in via esclusiva dell’immobile già destinato a casa familiare al coniuge richiedente l’assegno di mantenimento; b) la stabile relazione sentimentale e la convivenza di quest’ultimo con altro soggetto che gli garantisce uno stabile apporto economico; c) l’esistenza di un reddito da lavoro riconosciuto dal coniuge richiedente l’assegno di mantenimento”.
“dica la Corte se viola l’art. 5, sesto comma, della legge n. 1 dicembre 1970 n. 898, la sentenza che pone a carico dell’ex coniuge il pagamento di un assegno di mantenimento a favore dell’altro, omettendo completamente di considerare che l’obbligato sia risultato privo di redditi e beni e affetto da una patologia che ne pregiudica completamente la capacità lavorativa e gli impedisce di produrre qualsiasi reddito oltre ad essere tenuto al mantenimento di due figli”.
Il motivo è infondato in relazione al primo quesito avendo la Corte di appello adeguatamente motivato a pagina 4 della sentenza sia sulla situazione economica della ex moglie sia sulla ininfluenza della relazione con un nuovo partner. E’ invece inammissibile, in relazione al secondo quesito, in quanto non ricollegabile alla ratio decidendi e alla motivazione della sentenza, che si fondano sull’accertamento di una situazione economica del ricorrente completamente diversa da quella prospettata con il quesito, a seguito della vincita di lire 1.800.000.000 al Superenalotto.
Con il secondo motivo di. ricorso si deduce la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
Il motivo è inammissibile, per non essere accompagnato dalla sintesi richiesta ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. secondo quanto esposto al n. 1.
Con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 116 c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
I1 ricorrente sottopone alla Corte il seguente quesito di diritto: “se viola gli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. il giudice che ponga alla base della propria decisione le sole risultanze probatorie di alcune delle prove testimoniali acquisite omettendo completamente di considerare le altre pur legittimamente acquisite in giudizio e ciò senza nemmeno motivare tale esclusione.
Il ricorrente si riferisce alle deposizioni che attesterebbero la titolarità della vincita al “superenalotto” alla sua compagna”.
Anche questo motivo è inammissibile quanto alla dedotta violazione di legge che in realtà costituisce una mera censura alla valutazione delle prove effettuata dalla Corte territoriale. E’ infondato quanto al dedotto vizio di motivazione che non sussiste dato che la Corte ha esaminato tutte le deposizioni testimoniali raccolte traendo argomenti decisivi di convincimento da alcune di esse ed esercitando in tal modo il potere discrezionale di valutare i fatti sulle base di argomentazioni logiche e ispirate a una valutazione complessiva ed esauriente delle emergenze processuali.
Con il quarto motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 e n. 5 c.p.c.) e dell’art. 5 sesto comma dell’articolo 1 della legge n. 898/1970 (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.).
Il ricorrente sottopone alla Corte il seguente quesito di diritto: se ai fini dell’insorgenza del diritto all’assegno divorzile o alla sua quantificazione, al giudice sia preclusa la valutazione di miglioramenti economici del coniuge non costituenti naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta dal coniuge durante la convivenza, anche al fine di paralizzare gli effetti di altrettanto imprevedibili peggioramenti della condizione economica dell’obbligato il ricorrente chiede inoltre alla Corte se viola l’art. 112 c.p.c. il giudice di appello che non si sia pronunciato su una censura espressamente formulata dall’appellante relativamente alla decisione contenuta nella sentenza impugnata su un aspetto decisivo della controversia.
Il motivo è infondato, quanto al profilo corrispondente al primo dei due quesiti suddetti. Il ricorrente fraintende infatti il senso della giurisprudenza di legittimità cui ha fatto riferimento (sentenza n. 4319 del 1999) la quale riconosce che, ai fini della determinazione del tenore di vita al quale va ragguagliato l’assegno di divorzio, si debba avere riguardo agli incrementi delle condizioni patrimoniali del coniuge obbligato che costituiscano naturale e prevedibile sviluppo dell’attività svolta durante il matrimonio ma esclude (Cass. civ. n. 20204/2007) la possibilità di valutare i miglioramenti che scaturiscano da eventi autonomi, non collegati alla situazione di fatto e alle aspettative maturate nel corso del matrimonio, e aventi carattere di eccezionalità, in quanto connessi a circostanze ed eventi del tutto occasionali e imprevedibili.
Tale giurisprudenza non implica infatti che del miglioramento delle condizioni economiche del coniuge obbligato derivante da un evento imprevisto, come nel caso di specie la vincita al Superenalotto, non debba tenersi conto al fine di valutare se le condizioni patrimoniali dell’obbligato consentano di corrispondere l’assegno divorzile che sia determinato in relazione al tenore di vita goduto durante il matrimonio, come è avvenuto nel caso di specie, in cui l’assegno divorzile è stato determinato nella misura di euro 115,00 mensili, senza, cioè, tenere conto, al fine della determinazione del tenore di vita al quale andava ragguagliato, di detta vincita.
Il motivo è poi inammissibile quanto al profilo indicato nel restante quesito apparendo esso formulato in termini del tutto astratti.
Il ricorso va conseguentemente respinto senza alcuna statuizione sulle spese del giudizio di cassazione, non avendo la parte intimata formulato difese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri datti identificativi ex art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

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divorzio mantenimento moglieQuesto è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 8754 del 15 aprile 2011.

L’art.  9 della Legge n. 898/1970 consente infatti la revisione delle condizioni di divorzio relative, tra l’altro, ai rapporti economici per sopravvenienza di “giustificati motivi”.

I motivi sopravvenuti che giustificano la revisione dell’assegno di divorzio, ben possono consistere in mutamenti delle condizioni economiche e dei redditi dell’uno, dell’atro o di entrambi gli ex coniugi, da valutare bilateralmente e comparativamente al fine di stabilire se detti mutamenti abbiano determinato l’esigenza di un riequilibrio delle rispettive situazioni economiche.

Pubblico di seguito il testo integrale della succitata sentenza.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 1° febbraio – 15 aprile 2011, n. 8754
Presidente Luccioli – Relatore Giancola

Svolgimento del processo

Al fine di ottenere, in revisione delle condizioni del divorzio (sentenza n. 932 del 14.09.1990) dalla ex moglie M.E., la revoca o la riduzione dell’assegno divorzile posto a suo carico ed ammontante all’epoca ad Euro 806,00 mensili, P.C. adiva il Tribunale di Padova che, con decreto dell’11-16.03.2005, reso nel contraddittorio delle parti, in accoglimento del suo ricorso introduttivo, stabiliva la cessazione della somministrazione, con assorbimento della domanda riconvenzionale della controparte, volta all’aumento della relativa entità.
Con decreto del 15 maggio-25 luglio 2006, la Corte d’appello di Venezia, in parziale accoglimento del reclamo proposto dalla M. contro il decreto del Tribunale, dichiarava, all’esito dell’espletata istruttoria, ancora dovuto dal P. l’assegno divorzile in questione, rigettando ogni ulteriore e diversa domanda, inclusa quella della reclamante d’incremento dell’apporto, e compensando per la metà le spese processuali, poste per la residua parte a carico dell’obbligato. La Corte osservava e riteneva essenzialmente:
che il P. aveva dedotto sia la modificazione peggiorativa della sua situazione reddituale, per effetto del sopravvenuto pensionamento, con conseguente sensibile riduzione dei suoi introiti, e sia la circostanza che la M. da oltre 21 anni conviveva con altro uomo, presso l’abitazione di questo.
che di contro la M. aveva contestato il deterioramento della capacità contributiva dell’ex marito, affermando pure che lo stesso era titolare anche di cespiti immobiliari e di consistenti risparmi, nonché dedotto di non fruire di alcun reddito, di non potere contare su opportunità di lavoro, di essere soltanto nuda proprietaria di un immobile abitato dall’anziana madre, bisognosa di assistenza, ed ancora di non ricevere alcun aiuto economico dal partner, con cui non conviveva e che era dotato di limitate risorse, impiegate anche nel mantenimento dei suoi due figli maggiorenni con lui conviventi che il primo giudice aveva accolto la domanda di revisione del P. dando rilievo essenziale alla risalente convivenza more uxorio della M. , ritenuta connotata da stabilità, affidabilità nonché assistenza ed aiuto reciproco, si da essere assimilabile ad una famiglia di fatto, e sottolineando pure che era rimasta indimostrata l’impossibilità per lei di reperire mezzi adeguati
che le acquisizioni probatorie intervenute in appello non apparivano supportare la configurazione del legame tra la reclamante ed il compagno in termini di convivenza, caratterizzata anche dalla gestione in comune delle rispettive risorse economiche per fronteggiare i costi di un nucleo sostanzialmente unitario, laddove invece era risultato trattarsi di relazione intrattenuta in termini di assoluta autonomia, anche economica, ossia di collaudata unione sentimentale che per lei non costituiva fonte effettiva di introiti, sostanziandosi in cooperazione alle necessità del nucleo familiare di lui, prestata in termini e con modalità variabili, senza continua e stabile coabitazione e condizionata anche dalle esigenze di lei di assistenza all’anziana madre, come tale insuscettibile di fare arguire che la M. beneficiasse delle risorse reddituali e patrimoniali di lui, non cospicue e comunque assorbite dalle esigenze di sostegno dei suoi due figli, maggiorenni ma non ancora economicamente autosufficienti, fruenti di occupazioni non continuative e modestamente retribuite, conclusioni che non si rivelavano contraddette da contrari elementi.
che, inoltre, pur avendo le condizioni reddituali del P. risentito di un peggioramento conseguente alla sua opzione per il pensionamento, cui erano conseguiti introiti ben più contenuti rispetto a quelli pregressi, tuttavia lo stesso disponeva di cespiti immobiliari di una certa consistenza, suscettibili di produrre reddito, mentre l’ex moglie non traeva alcun introito dall’immobile in sua nuda proprietà, in cui per sua scelta, da ritenersi dettata da esigenze di sussistenza, conviveva con la madre usufruttuaria del bene, né la stessa ancora fruiva di alcuna pensione né poteva contare su prospettive occupazionali, che già in sede di divorzio e con riferimento al lontano 1983, epoca di cessazione della convivenza coniugale, erano state escluse per ragioni che da allora in poi e sino all’attualità non erano venute meno e anzi si palesavano ancor più attendibili e condivisibili.
che, dunque, doveva essere tutt’ora riconosciuta la spettanza dell’assegno divorzile, nella misura già determinata, con gli aggiornamenti periodici, mentre il decremento dei redditi del P. non consentiva di incrementarne la misura come chiesto dalla M. . Contro la decisione della Corte d’appello il P. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, illustrati da memoria. La M. ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

A sostegno del ricorso il P. si duole che le sue domande di revisione, proposte tanto in via principale che in via subordinata, siano state respinte, denunziando: 1. “Violazione e falsa applicazione degli artt. 5 e 9 della legge 1 dicembre 1970 n. 898 e sue successive modificazioni, nonché omessa ovvero comunque insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un fatto decisivo ai fini del decidere”, formulando il seguente quesito di diritto ;”Si chiede alla Suprema Corte se, immutata la sostanziale situazione patrimoniale del coniuge obbligato alla corresponsione dell’assegno divorzile, la sopravvenuta riduzione della capacità reddituale di costui, a seguito di pensionamento, è suscettiva di assumere rilievo quale possibile giustificato motivo di riduzione o soppressione dell’assegno ex art. 5 e 9 L.898/1970”.
Preliminarmente in rito va respinta l’eccezione della M. d’inammissibilità del motivo sia in riferimento al formulato quesito di diritto, posta anche l’irrilevanza della sua collocazione topografica (cfr Cass., ord., 200716002)(e sia con riguardo alla prescritta sintesi inerente ai denunciati vizi motivazionali. A tale riguardo il P. essenzialmente si duole, puntualmente anche richiamando le risultanze istruttorie che assume trascurate, che la Corte d’Appello di Venezia abbia ritenuto irrilevante ai fini della soppressione o, quanto meno, della riduzione dell’entità dell’assegno divorzile, il sopravvenuto notevole decremento, dal dicembre 2003, dei suoi introiti mensili, sostanzialmente dimezzati, in conseguenza del suo collocamento in pensione, argomentando il giudice del gravame in ragione dei cespiti immobiliari di cui l’esponente risulta titolare ed omettendo, tuttavia di considerare che il suo patrimonio immobiliare è sostanzialmente immutato rispetto a quello di cui era titolare all’epoca della cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con la M. , dal momento che successivamente è divenuto solo comproprietario pro indiviso, per quota pari al 50% di due terreni d’indole agricola, siti in Capannori, ed aventi un assai modesto reddito. La censura è fondata, posto anche che l’incensurabilità in sede di legittimità delle valutazioni compiute dal giudice di merito non esclude il controllo di legalità sul modo e sui mezzi adoperati al fine di rendere possibile la verifica sul processo logico seguito per accertarne sufficienza e coerenza. A tale esigenza non risponde il decreto impugnato che in effetti avendo accertato la consistente riduzione degli introiti mensili del P. , correlata al suo pensionamento, ha escluso che essa potesse assumere rilievo quale sopravvenienza atta ad incidere sulla revisione dell’assegno divorzile, chiesta ai fini estintivi o riduttivi di tale apporto, e ciò sulla base di considerazioni riferite al rapporto tra le condizioni di ciascuna delle due parti, senza chiarire però, tramite l’indicazione specifica degli elementi a sostegno della decisione, perché il divario ritenuto esistente in danno della M. al tempo del divorzio dovesse rimanere insensibile anche all’intervenuto mutamento peggiorativo della condizione economica dell’obbligato. In tale modo l’impugnato decreto appare pure discostarsi dal principio secondo cui in tema di revisione dell’assegno di divorzio, la sopravvenuta diminuzione dei redditi da lavoro dell’obbligato è suscettibile di assumere rilievo, quale possibile giustificato motivo di riduzione o soppressione dell’assegno, ai sensi dell’art. 9 della legge n. 898 del 1970, nel quadro di una rinnovata valutazione comparativa della situazione economica delle parti (cfr Cass. 200605378)
2. “Omessa ovvero comunque insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un punto controverso e decisivo ai fini del decidere: la convivenza more uxorio tra E..M. e A.R. “.
3. “Omessa ovvero comunque insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un punto controverso e decisivo ai fini del decidere: l’assistenza di tipo coniugale da parte del convivente A.R. “.
Il secondo ed il terzo motivo del ricorso sono inammissibili, giacché le dedotte censure di omessa, insufficienza e contraddittorietà della motivazione non risultano contenere, in violazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ., un successivo momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) dei rilievi, che ne circoscriva puntualmente i limiti (cfr Cass. SS.UU. 200720603; 200811652;200816528) e che, al pari del quesito di diritto (cfr Cass. SU 200919444), non può essere tardivamente formulato nella memoria illustrativa, depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c., ostandovi il principio della consumazione dell’impugnazione con il ricorso introduttivo.
Conclusivamente si deve accogliere il primo motivo del ricorso nei precisati limiti, dichiarare inammissibili il secondo ed il terzo motivo e cassare in parte qua il decreto impugnato, con rinvio alla corte di appello di Venezia, in diversa composizione, cui si demanda anche la pronuncia sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso nei sensi di cui in motivazione, dichiara inammissibili il secondo ed il terzo motivo del ricorso, cassa in parte qua l’impugnato decreto e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione.

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