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570 codice penale jpgUn caso come tanti.

 Due coniugi si separano consensualmente. Il figlio minorenne viene affidato alla madre con facoltà per il padre di vederlo e tenerlo con sé nei giorni stabiliti. Viene imposto al padre l’obbligo di corrispondere alla ex coniuge, a titolo di contributo per il mantenimento del minore, la somma di euro 450,00 mensili oltre al 50% delle spese scolastiche, sanitarie, ecc..

 Il padre, però, provvede al versamento dell’assegno per sole cinque mensilità per poi giungere ad omettere o ritardare i versamenti prescritti sino infine a cessare qualsiasi forma di contribuzione nei riguardi del minore interrompendo con il figlio anche i contatti personali.

 Il Tribunale di Terni, chiamato a pronunciarsi con sentenza n. 48 del 24.1.2012, ha ritenuto il padre responsabile del reato di cui all’art. 570 cod. pen. (violazione degli obblighi di assistenza familiare), condannandolo a 6 mesi di reclusione e a 600 euro di multa.

 Il Tribunale ha invero ritenuto che “il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare nei confronti dei figli minori è integrato dall’omissione del mantenimento di uno dei due genitori, anche se l’altro genitore vi provveda in via sussidiaria”

Ecco il testo integrale della sentenza:

“Il presente procedimento è nato dalla presentazione di una denuncia-querela da parte di D. S. nei confronti di D. R. A. a seguito della quale, concluse le indagini preliminari, il P.M. emetteva, in data 7.3.2011, decreto di citazione nei confronti dell’imputato per il reato di cui all’art. 570 comma 2 n 2 c.p..

Al dibattimento, previa dichiarazione di contumacia dell’imputato, venivano ammesse le prove documentali e testimoniali richieste dalle parti; si procedeva all’escussione della denunciante; all’esito, esaurita la discussione finale, le parti concludevano come sopra riportato e il giudice decideva la causa come da separato dispositivo letto in udienza ed allegato agli atti processuali.

Sulla base delle risultanze istruttorie, il giudicante ritiene che l’imputato abbia commesso il reato a lui contestato.

Dalla deposizione resa da D. S. si evince come la predetta abbia contratto matrimonio con l’odierno imputato in data 5 marzo 2000 e che il 5 gennaio 2002 nasceva un bambino di nome N..

La stessa ha precisato come l’unione cessava nel 2004 tanto che, il 2 marzo 2005, veniva omologata la separazione consensuale dei coniugi.

In tale occasione il bambino veniva affidato alla madre con facoltà per il padre di vederlo e tenerlo con sé nei giorni stabiliti e gli veniva imposto l’obbligo di corrispondere alla ex coniuge, a titolo di contributo per il mantenimento del minore, la somma di euro 450,00 mensili oltre al 50% delle spese scolastiche, sanitarie, ecc..

La D. ha riferito come il D. R. abbia provveduto al versamento dell’assegno per sole cinque mensilità per poi giungere ad omettere o ritardare i versamenti prescritti; tale condotta perdurava sino all’anno 2008 da quando egli cessava qualsiasi forma di contribuzione nei riguardi del minore interrompendo con il figlio anche i contatti personali.

La denunciante ha riferito di avere fatto ricorso al Giudice civile per ottenere il pagamento forzato delle somme che le erano dovute, attesa la perdurante inadempienza dell’odierno imputato.

La denunciante specificava di essersi trovata, a causa della condotta posta in essere dall’odierno imputato, in gravi difficoltà economiche atteso che il proprio stipendio, pari a circa 900 euro mensili, era totalmente insufficiente per provvedere alle esigenze quotidiane del figlio, così da essere costretta a ricorrere all’ausilio del propri genitori; viceversa il D. R. ha sempre prestato attività lavorativa come dipendente di talune ditte e percepiva uno stipendio mensile di 1500 euro.

Orbene l’istruttoria dibattimentale espletata consente di ritenere il D, R. responsabile della violazione di cui all’art. 570 II comma c.p., avendo egli fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore.

Infatti è pacifico che l’imputato si sia completamente disinteressato del mantenimento del bambino a partire, con certezza, dall’anno 2008 ma anche prima, sin dal 2005, egli risultava inadempiente ai propri obblighi genitoriali.

Tale circostanza è da ritenersi provata sia perché riferita dalla D. (e non contraddetta da altri, neppure dalla stesso imputato che neppure è comparso) sia perché confermata dalla documentazione versata in atti e, soprattutto, dal provvedimento del Tribunale di Terni che ha ordinato al datore di lavoro dello stesso imputato di pagare direttamente in favore di D. S. l’importo di euro 450,00 mensile (cfr. provvedimento del 6 ottobre 2008).

Né, ai fini della esclusione della sussistenza del reato, può ritenersi rilevante la circostanza che la D. fosse titolare di un piccolo reddito autonomo o sia stata economicamente aiutata da altri, ovverosia dai propri genitori, atteso che “in tema di obblighi familiari, entrambi i genitori sono tenuti a ovviare allo stato di bisogno del figlio che non sia in grado di procurarsi un proprio reddito. Commette, pertanto, il reato di cui all’art. 570 c.p. il genitore che non adempia a tale obbligo; né lo stato di bisogno può ritenersi soddisfatto se al mantenimento provveda in via sussidiaria l’altro genitore, specialmente se quest’ultimo non abbia risorse ordinarie e per tale motivo non possa compiutamente provvedervi, incontrando delle difficoltà nel mantenimento del minore” (cfr. Cass. Pen. Sez. 6 sent. del 23.4.1998 n. 10216).

Peraltro è ragionevole ipotizzare che la D., grazie al suo modesto stipendio, abbia incontrato notevoli difficoltà economiche tanto da essere costretta a ricorrere all’aiuto di terzi per il sostentamento del minore.

Né può sostenersi l’impossibilità dell’imputato di far fronte alle esigenze del minore atteso che l’asserita incapacità economica dell’obbligato può assumere valore di esimente, in virtù del principio ad impossibilia meno tenetur, solo allorché sia assoluta e, soprattutto, non sia ascrivibile a colpa dell’indagato (cfr Cass. Sez. pen. Sez. VI 17.10.2001 n. 37419).

Possono concedersi all’imputato le circostanze attenuanti generiche, tenuto conto del modesto precedente penale riportato.

Valutati tutti gli elementi di cui all’art. 133 c.p. si stima equo comminare all’imputato una pena pari a mesi sei di reclusione ed euro 600,00 di multa ( pena base mesi nove di reclusione ed euro 900,00 di multa; ridotta ex art.62 bis c.p. alla pena di mesi sei di reclusione ed euro 300,00 di multa)

Deve condannarsi l’imputato al pagamento delle spese processuali.

L’imputato è meritevole della concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena non avendone egli mai goduto in precedenza.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533-535 c.p.p.

Dichiara D. R. A. colpevole del reato a lui ascritto e, concesse le circostanze attenuanti generiche, lo condanna alla pena di mesi sei di reclusione ed euro 600,00 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.

Pena sospesa.”

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mantenimento maggiorenne separazioneCon la l. 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di affidamento condiviso, è stato introdotto l’art. 155 quinquies c.c., il cui comma 1, in particolare, statuisce che «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto».

Va obiettivamente osservato che la succitata disposizione legislativa è da una parte positiva per aver inequivocabilmente attestato l’esistenza di un diritto al mantenimento del figlio che abbia raggiunto la maggiore, ma, da un altro punto di vista, ha originato alcuni contrasti di tipo processuale in seno alla dottrina ed alla giurisprudenza. In particolare, inizialmente, ci si è chiesti se esclusivamente al figlio maggiorenne vada riconosciuta la legittimazione ad agire contro il genitore inadempiente o se, diversamente, possa riconoscersi comunque una legittimazione concorrente tra il figlio maggiorenne e l’altro genitore convivente.

Oggi predomina certamente il secondo orientamento.

Al riguardo cito un’interessante sentenza del Tribunale di Modena resa il 27.1.2011:

“a) la pretesa di mantenimento del figlio maggiorenne si fonda sugli artt. 148 e 155 quinquies C.c., ed è oggetto di una domanda da proporsi nelle forme del giudizio ordinario di cognizione (cfr., di recente: Trib. Bari, I, 12/11/09, n. 3421. secondo cui: “è consentito al figlio di agire direttamente per gli alimenti nei confronti del genitore al di fuori del circuito delle modifiche camerali delle condizioni dì divorzio (ad esempio nel caso di raggiunta autonomia economica con perdita del diritto al mantenimento e di successiva perdita della medesima indipendenza e carne sopravvenute). Tuttavia l’obbligo alimentare è pacificamente considerato come un minus rispetto a quello di mantenimento, che costituisce una nozione più ampia la quale comprende l’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, l’assistenza morale e materiale, nonché l’opportuna predisposizione, fin quando le legittime esigenze dèi figli lo richiedano, di una stabile organizzazione domestica. Pertanto, se è documentata fa persistenza del più ampio obbligo di mantenimento in forza della mai modificata sentenza di divorzio, l’avente diritto, ove intenda conseguire il mantenimento od il suo semplice aggiornamento, deve agire nei confronti dell’obbligato ex art. 9 legge sul divorzio in sede camerale, in quanto, se invece intende ottenere gli alimenti al di fuori dell’anzidetto obbligo, incorrerà nella inammissibilità della domanda, essendo già concessogli il più ampio diritto al mantenimento con l’assegno stabilito in sede divorziale”);

b) l’art. 155 quinquies C.c., è, infatti, norma che non esclude il diritto del genitore convivente con prole maggiorenne non autosufficiente di continuare a percepire l’assegno di contributo al mantenimento, dal momento che la disposizione di natura sostanziale contenuta nella norma configura un’obbligazione alternativa che dà luogo, nella ricorrenza del presupposto necessario della convivenza, ad una legittimazione concorrente del genitore, che conserva la legittimazione a chiedere l’assegno nei confronti dell’altro genitore, legittimazione destinata però a venire meno qualora il figlio, non più inerte, richieda direttamente il pagamento dell’assegno; tuttavia la stessa norma, se pure ha introdotto la possibilità di emettere un provvedimento a favore di un terzo quando l’avente diritto non sia stato parte processuale del procedimento di separazione o di divorzio, e se ha l’ulteriore effetto di individuare come unico avente diritto – e dunque legittimato processuale in via ordinaria – il figlio maggiorenne non autosufficiente e non convivente con altro genitore, non assume la valenza procedurale di attribuire una legittimazione processuale autonoma nei processi di separazione e divorzio, nei quali viene stabilito il regime di contribuzione (cfr.: Trib. Modena, 17/10/07), e quindi nemmeno nei processi di revisione, nei quali detto regime viene modificato (cfr.: Trib. Modena, 27/10/09);

c) nel caso in cui, come nella specie, il figlio maggiorenne, già autosufficiente, perda la raggiunta autonomia e intenda svolgere pretese di mantenimento nei confronti di genitore con lui non convivente, è in prima persona l’unico legittimato attivo, non essendo la condizione di convivenza idonea a ripristinare in capo al genitore convivente con detto figlio maggiorenne la perduta legittimazione attiva, che persiste solo nel menzionato caso di perdurante convivenza con prole economicamente non autosufficiente; in proposito questo stesso organo ha in passato espresso l’orientamento secondo cui: “ai fini della richiesta di attribuzione o modificazione del contributo dopo il raggiungimento della maggiore età, l’elemento della coabitazione con il figlio divenuto ormai maggiorenne è necessario presupposto della legittimazione attiva del genitore” (cfr.: Trib. Modena, 5/9/07)”.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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