Articoli marcati con tag ‘famiglia di fatto’

convivente risarcimento danniL’art. 185 cod. pen. recita testualmente: “ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”.

La precedente Giurisprudenza (ormai del tutto superata) riteneva che il convivente more uxorio non fosse legittimato a chiedere il risarcimento del danno in caso di delitto commesso da terzi nei confronti del proprio partner.

La Corte di Cassazione affermava infatti quanto segue: “ In base al principio del neminem laedere, sancito dall’art. 2043 cod. civ., danno risarcibile è solo quello che si verifica per la lesione di un diritto, Pertanto, nel caso di morte di una persona, il soggetto che con essa conviva ricevendone vantaggi o prestazioni, che chiami in giudizio il responsabile dell’evento mortale, deve dimostrare il suo diritto a quei vantaggi ed a quelle prestazioni della persona deceduta; diritto che non può discendere che da legge o da patto. Nessuna di tali ipotesi ricorre nel caso di convivente more uxorio, che conseguentemente è carente di legitimatio ad causam per risarcimento di danni cagionati dalla uccisione della persona con cui conviveva” (Cass. Civ. n. 9708/1992).

Successivamente, la Suprema Corte, mutando radicalmente il proprio orientamento, è giunta a riconoscere la legittimazione del convivente a costituirsi parte civile in caso di delitto ad danni del proprio partner ad opera di terzi.

Gli Ermellini sono giunti a tale conclusione in quanto l’aggressione del terzo lede il convivente nel suo diritto di libertà, nascente direttamente dalla Costituzione, alla continuazione del rapporto, diritto assoluto e tutelabile erga omnes, senza perciò interferenze da parte di terzi.

La Cassazione ha comunque precisato che il risarcimento può essere riconosciuto solo allorquando “la convivenza abbia avuto un carattere di stabilità tale da far ragionevolmente ritenere che, ove non fosse intervenuta l’altrui azione micidiale, la convivenza sarebbe continuata nel tempo”  (Cass. Pen. n. 1313/1995).

La Suprema Corte civile è giunta di recente ad affermare che “chi chieda il risarcimento del danno derivatogli dalla lesione materiale, cagionata alla persona con la quale convive deve dimostrare l’esistenza e la portata dell’equilibrio affettivo-patrimoniale instaurato con la medesima e perciò l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti con vicendevole assistenza materiale e morale (…). Tale prova può essere fornita con qualsiasi mezzo, mentre il certificato anagrafico può tutt’al più provare la coabitazione, insufficiente a dimostrare la condivisione di pesi e oneri di assistenza personale e di contribuzione e collaborazione domestica analoga a quella matrimoniale.

matrimonio coppie omosessualiLa notizia sta rimbalzando nel web: la Corte Costituzionale ha espresso una chiusura netta alla possibilità per le coppie omosessuali di accedere al matrimonio.

La Consulta, infatti,  analizzando l’art. 29 della Costituzione (il quale definisce la famiglia quale “società naturale” fondata sul matrimonio) è giunta ad escludere che siano illegittime le norme del codice civile che impediscono di sposarsi a persone dello stesso sesso (e, segnatamente, gli articoli 93, 96, il 98, il 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis e 231 del Codice Civile).

La Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla vicenda di un Ufficiale di Stato Civile di Ferrara il quale si era rifiutato di procedere alle pubblicazioni di un matrimonio omosessuale, ha quindi confermato che  “la diversità di sesso è elemento essenziale nel nostro ordinamento per poter qualificare l’istituto del matrimonio”.

Nonostante sia necessario prendere atto del cambiamento dei costumi sociali e del positivo sentir comune nei confronti delle unioni gay, la Consulta ha ribadito che l’articolo 29 della Costituzione si riferisce alla nozione di matrimonio, definita dal Codice Civile come unione tra persone di sesso diversi e questo significato del precetto costituzionale non può essere superato ermeneuticamente.

Spetta pertanto al legislatore dare rilevanza ai mutamenti del costume e della realtà sociale e garantire ampio riconoscimento e  tutela alle unioni gay.

Del resto non bisogna dimenticarsi che il Trattato di Amsterdam del 1999 aveva riconosciuto all’Unione Europea il diritto di prendere i provvedimenti opportuni per le combattere “le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o le origini etniche, la religione, le convinzioni personali, gli handicap, l’età e le tendenze sessuali”.

Attualmente le coppie di fatto (siano esse gay o eterosessuali) trovano già regolamentazione giuridica in diversi Paesi Europei.

Primo fra tutti, la Francia: in tale Stato esiste una legge già dal 1999 che ha introdotto il ben noto istituto denominato PACS (Du pacte civil de solidarité et du concubinage).

La coppia di fatto, in Francia,trova quindi riconoscimento giuridico ed è quella coppia convivente che dichiari formalmente innanzi all’autorità preposta di voler essere tale, assumendosi i relativi diritti ed accollandosi gli oneri conseguenti.

Altro Stato Europeo  che ha dato riconoscimento alle coppie di fatto è poi la Germania (nel 2001), ove i conviventi possono presentare una dichiarazione congiunta dinanzi all’autorità competente che comporta l’obbligo di reciproca assistenza e sostegno.

Anche in Svezia ed in Olanda le coppie gay trovano riconoscimento di diritti analoghi a quelli matrimoniali.

In Belgio ed in Spagna le coppie omosessuali possono addirittura contrarre matrimonio esattamente come le coppie eterosessuali.

In Italia, invece, manca un qualsivoglia riconoscimento giuridico nonostante la giurisprudenza abbia da tempo espresso diverse pronunce favorevoli sotto il profilo della liceità e non contrarietà alla legge delle unioni omosessuali.

Nel nostro Paese, un tentativo di regolamentazione delle coppie di fatto  venne realizzato con un disegno di legge del 2007 (il c.d. Di.Co.) che venne però poi del tutto abbandonato.

modifica condizioni di divorzioL’art. 9 della Legge n. 898/1970, consente la revisione delle condizioni del divorzio relative (tra l’altro) ai rapporti economici per sopravvenienza di giustificati motivi.

Come più volte chiarito dalla Suprema Corte, la revisione dell’assegno di divorzio, essendo funzionale al ripristino del bilancio degli interessi contrapposti degli ex coniugi, postula non soltanto l’accertamento della sopravvenuta modifica delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma anche l’idoneità di tale modifica a mutare il pregresso assetto patrimoniale realizzato con il precedente provvedimento attributivo dell’assegno, secondo una valutazione comparativa delle condizioni economiche delle parti (Cass. Civ. n. 9056/1999; Cass. Civ. n.3018/2006).

Secondo questa prospettiva, devono essere in concreto valutati i casi (tra i più frequenti nella pratica) in cui a fondamento della domanda di revisione siano poste, da un lato, le nuove nozze dell’ex coniuge obbligato e, dall’altro lato, l’instaurazione di una convivenza more uxorio da parte del beneficiario.

Nella prima ipotesi (ovvero nel caso in cui l’ex coniuge obbligato all’assegno di mantenimento contragga nuove nozze) generalmente si ritiene che i diritti e gli obblighi sorti con il nuovo matrimonio non possono, di per sé, sacrificare o comprimere obblighi preesistenti, derivanti dal divorzio precedente.

Nella seconda ipotesi (ovvero nel caso in cui l’ex coniuge che beneficia dell’assegno di mantenimento instauri una relazione di fatto), sebbene dalla convivenza more uxorio non nascano dei diritti e doveri giuridicamente sanzionati, vanno comunque valutati i benefici economici che il titolare dell’assegno tragga dalla convivenza, perché altrimenti si rischierebbe di privilegiare ingiustamente il comportamento di chi contrae nuove nozze per non perdere i diritti nei confronti dell’ex coniuge. La Suprema Corte di Cassazione ha infatti affermato che “La convivenza extraconiugale intrapresa dal coniuge richiedente l’assegno, non implicando alcun diritto al mantenimento nei confronti del convivente, non comporta di per sé la cessazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di separazione o di divorzio da parte dell’altro coniuge, ma può rilevare, ove rivesta requisiti di stabilità e di affidabilità, ai fini dell’accertamento delle condizioni del beneficiario, nei limiti in cui incida sulla reale e concreta situazione economica del medesimo, risolvendosi in una fonte effettiva e non aleatoria di reddito” (Cass. Civ. Sezione I, sentenza 6 febbraio 2004 n. 2251).

Avv. Patrizia D’Arcangelo

Lo studio Legale D’Arcangelo
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