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coltivazione marijuana outdoorCon sentenza n. 28605/2008 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, risolvendo il precedente contrasto giurisprudenziale, hanno definitivamente chiarito che la coltivazione domestica di piante, dalle quali siano estraibili sostanze stupefacenti è penalmente rilevante.

Detto in parole più semplici: è reato coltivare piante da cui si possano estrarre sostanze stupefacenti anche quando tale coltivazione sia realizzata per la destinazione del prodotto ad uso personale (tipico è il caso della coltivazione di piante di canapa indiana da cui è estraibile marijuana).

Tuttavia il giudice di merito è chiamato a verificare l’offensività specifica della singola condotta accertata in concreto.

Secondo la Corte costituzionale, infatti, la condotta di coltivazione di piante da cui sono estraibili principi attivi di sostanze stupefacenti integra un tipico reato di pericolo presunto, caratterizzato dalla necessaria offensività della fattispecie criminosa astratta (Corte Cost. n. 265/2005).

Pertanto, in applicazione del principio di offensività, il Giudice dovrà  verificare se la condotta, di volta in volta contestata all’agente ed accertata, sia assolutamente inidonea a porre a repentaglio il bene giuridico protetto risultando in concreto inoffensiva.

La condotta può, altresì, considerarsi inoffensiva solo nel caso in cui il bene tutelato non sia stato leso o messo in pericolo anche in grado minimo e, nel caso del reato di specie, l’offensività non ricorre soltanto se la sostanza ricavabile dalla coltivazione non è idonea a produrre un effetto stupefacente in concreto rilevabile.

A tale riguardo, la Cassazione ha avuto modo di chiarire che  “l’offensività, quando le piante non siano giunte a maturazione, va correlata non tanto al momento dell’accertamento del reato, atteso che la coltivazione è fenomeno di durata che ha inizio con la posa dei semi, ma va parametrato alla ben diversa idoneità “anche solo potenziale” delle piante stesse a produrre una germinazione a effetti stupefacenti” (Cass. Pen. n. 20557/2010).

Di recente l’Ufficio Indagini Preliminari di Napoli ha affermato che  La nozione di coltivazione , ai fini della configurabilità del reato ex art. 73 d.P.R. 309/1990, implica un’attività ampia e articolata avente ad oggetto una pluralità di piante su appezzamenti di terreno di consistenza apprezzabile, attività da cui poter inferire una possibile destinazione ad un mercato sia pure ristretto di consumatori. Ciò non si verifica nell’ipotesi della coltivazione di una singola pianta di sostanza stupefacente (Uff. Ind. Preliminari Napoli, Sez. XIII, n. 1274/2010).

Ad ogni modo, come ritenuto dalla Suprema Corte, “Anche con riguardo all’ipotesi della coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sia ricavabile sostanza stupefacente è configurabile la circostanza attenuante di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309, la quale deve essere determinata in base agli stessi criteri valevoli per le ipotesi di produzione o traffico illecito di stupefacente” (Cass. Pen. n. 817/2010).

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