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contratto consulenza legale convenzionata avvocato d'arcangeloNel corso dell’ultimo periodo, diversi clienti si sono rivolti al mio studio chiedendomi delucidazioni in ordine alla consulenza legale  convenzionata  di cui ho già parlato qui .

Ritengo pertanto opportuno pubblicare di seguito alcune delle domande più frequenti che mi sono state rivolte con le relative risposte. Ricordo, in ogni caso, che potete contattarmi alla seguente mail studiolegaledarcangelo@gmail.com per avere maggiori informazioni.

 

Perché affidarsi ad un legale con un contratto di consulenza legale convenzionata?

Con la sottoscrizione di un contratto di consulenza legale convenzionata lo Studio Legale D’Arcangelo diventa, per la vostra impresa, una costante e quotidiana guida sulla gestione di problematiche legale. Questi, in sintesi, gli scopi che si  vogliono raggiungere con la stipulazione di un contratto di consulenza legale convenzionata:

1)      evitare che si creino passività o costi per l’impresa;

2)       trovare soluzioni a problemi esistenti;

3)       evitare che si creino problemi futuri.

In buona sostanza, la stipulazione di un contratto di consulenza legale convenzionata con lo studio legale D’Arcangelo, vi consentirà di avere un “ufficio legale” sempre a vostra disposizione, a costi preventivati e contenuti. Si tratta di un vantaggio facilmente comprensibile, soprattutto alla luce della crisi economica che si sta attraversando.

In che cosa consiste concretamente  la consulenza legale convenzionata per un’impresa?

La consulenza legale convenzionata è un contratto ( pluriennale, annuale, semestrale o trimestrale) tra l’impresa-cliente e lo Studio Legale D’Arcangelo. In virtù di detto contratto l’impresa può contattare, in qualsiasi momento, lo Studio Legale per ottenere delucidazioni, pareri, consigli e consulenze.

E’ possibile avere un contratto di consulenza legale convenzionata con lo Studio Legale D’Arcangelo anche se la mia azienda ha sede in una città lontana da Bergamo?

Certo che è possibile. Oggi le tecnologie informatiche (prima tra tutte la casella di posta elettronica), consentono al cliente di contattarci gratuitamente e di avere una risposta veloce anche se lo Studio Legale D’Arcangelo si trova a centinaia di chilometri di distanza.

Non solo. Lo Studio Legale D’Arcangelo ha altresì corrispondenti seri e professionali in molte città di Italia.

Quanto costa all’azienda la sottoscrizione di un contratto di consulenza convenzionata?

La consulenza minima può variare tra un minimo di 1.000 euro ad un massimo di 5.000  euro all’anno per tipologie di imprese individuali. Per le imprese in forma societaria  medio-grandi vanno accordate tra il cliente e lo Studio Legale D’Arcangelo.

Molto più spesso di quanto si possa immaginare, dei genitori increduli e disorientati si trovano ad essere chiamati in giudizio per risarcire i danni asseritamente causati dai loro figli minorenni.

L’art. 2048 cod. civ. stabilisce che “il padre e la madre (…) sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati (…) che abitano con essi”. Essi sono liberati da tale responsabilità “soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto”.

Pertanto, quando i genitori vengono chiamati in causa per i danni cagionati dai propri figli, è sempre necessario prendere in esame il fatto in sé, per accertare quali erano, in concreto, le possibilità reali del genitore nelle circostanze particolari del caso.

Solo accertando le cause del fatto e la responsabilità del minore sarà possibile sapere se il genitore, usando una maggiore cautela, avrebbe avuto la possibilità di impedirlo.

In altri termini, bisogna chiedersi: il fatto realizzato dal minore capace presenta caratteristiche tali che il genitore, usando le normali cautele, avrebbe potuto impedirlo?

Se la risposta è positiva, allora il genitore sarà responsabile. Ma se il fatto è stato compiuto entro quella certa sfera di libertà che normalmente può essere concessa al minore e non presenta deficienze addebitabili al genitore, allora non sarà possibile parlare di responsabilità di quest’ultimo.

Del resto, la Suprema Corte afferma da tempo che “la prova liberatoria a carico del genitore di non aver potuto impedire il fatto si concreta normalmente nella dimostrazione di aver impartito al minore un’educazione conforme alle sue condizioni familiari e sociali e di aver esercitato una vigilanza adeguata all’età, al carattere ed all’indole del medesimo. Trattandosi di obblighi strettamente correlati, la vigilanza deve essere intesa in senso non assoluto ma relativo, cosicché non occorre dimostrare la interrotta presenza fisica del genitore accanto al minore qualora, avuto riguardo all’età in relazione all’educazione impartita e al livello di maturità raggiunto, nonché alle caratteristiche dell’ambiente in cui viene lasciato libero di muoversi, risultino correttamente impostati i rapporti del minore stesso con la vita extrafamiliare, facendo ragionevolmente presumere che non possono costituire fonte di pericolo per sé e per i terzi (si vedano, ad esempio, Cass. Civ. n. 2738/1988 e Cass. Civ. n. 4481/2001).

Dopo aver letto questo articolo su L’Eco di Bergamo on line, colgo l’occasione per fare qualche breve riflessione sui vizi e difetti di costruzione di beni immobili.

Ai sensi dell’art. 1669 cod. civ., la responsabilità del costruttore ricorre in tre distinte ipotesi: 1) avvenuta rovina totale o parziale dell’edificio; 2) attuale pericolo certo ed obiettivo che in un futuro più o meno prossimo possa verificarsi la rovina totale o parziale; 3) esistenza di gravi difetti della costruzione, che ne pregiudichino la possibilità di lunga durata che dovrebbe caratterizzarla.

I gravi difetti della costruzione che danno luogo a responsabilità del costruttore ex art. 1669 cod. civ. sono tutti quei vizi che, pur non incidendo sulla struttura dell’immobile, pregiudicano in modo grave la funzione cui questo è destinato e ne limitano in modo notevole le possibilità di godimento o limitano anche solo quella di una frazione dell’edificio stesso (singolo appartamento), indipendentemente dall’entità della somma di denaro occorrente per la loro eliminazione.

A titolo meramente esemplificativo elenco di seguito alcuni vizi che, secondo la Suprema Corte di Cassazione, costituiscono gravi difetti e comportano responsabilità del costruttore ex art. 1669 cod. civ.:

  • il diretto collegamento degli scarichi delle acque bianche e delle condotte pluviali alla rete fognaria, con conseguente fuoriuscita di miasmi espandentisi nell’aria e perfino negli appartamenti per la mancanza di idonee vasche di depurazione (Cass. Civ. n. 5147/1987);
  • l’inadeguatezza ricettiva e l’errata pendenza delle tubazioni della rete fognaria con conseguente fuoriuscita di liquami (Cass. Civ. n. 3339/1990);
  • il crollo o il disfacimento del rivestimento esterno dell’edificio (Cass. Civ. n. 6585/1986);
  • i gravi difetti della canna fumaria dell’impianto di riscaldamento centrale (Cass. Civ. n. 5252/1986) o la sua inefficienza (Cass. Civ. n. 7924/1992);
  • vizi del tetto e del terrazzo di copertura di un edificio, tali da provocare infiltrazioni d’acqua all’interno degli appartamenti sottostanti (Cass. Civ. n. 13112/1992) o di altre strutture condominiali (Cass. Civ. n. 9082/1991);
  • infiltrazioni di acqua piovana nelle pareti esterne dell’edificio, in misura tale da rendere un appartamento inabitabili o di penosa abitazione (Cass. Civ. n. 206/1979);
  • infiltrazioni d’acqua piovana nel pianerottolo dell’ingresso e un velo d’acqua con forte odore di muffa (Cass. Civ. n. 10218/1994);
  • infiltrazioni d’acqua determinate da carenze dell’impermeabilizzazione (Cass. Civ. n. 117/2000);
  • il passaggio d’acqua piovana attraverso la porta dei garage con deflusso all’interno dei locali (Cass. Civ. n. 3301/1996);
  • la caduta dell’intonaco per infiltrazioni d’umidità (Cass. Civ. n. 3301/1996).

Ricordo che i vizi vanno denunciati al costruttore entro un anno dalla loro scoperta.

Lo sanno bene gli utenti di Facebook: si sta per concludere la settimana dei diritti dell’infanzia.

E’ incredibile come, grazie al passaparola, la campagna lanciata su Facebook abbia trovato largo successo.

La notizia è stata riportata anche da diversi giornali nazionali on line, quali  Il Corriere della Sera.

Persino il motore di ricerca Google ha pensato bene di modificare il proprio logo (c.d. doodle) con un’immagine che richiama proprio i diritti dei bambini.

Lo scopo dell’iniziativa promossa su Facebook è quello di porre l’attenzione sui diritti dei bambini, celebrando i 21 anni della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia approvata dall’Assemblea Generale delle  Nazioni Unite il 20 Novembre del 1989 a New York ed è entrata in vigore il 2 settembre 1990.

In Italia tale Convenzione è stata poi ratificata il 27 maggio 1991 con la legge n. 176.

La Convenzione riconosce, in modo particolare, quattro principi fondamentali:

1) Il principio di non discriminazione (art. 2 della Convenzione)

Gli Stati Membri si sono impegnati ad assicurare i diritti sanciti nella Convenzione a tutti i minori, senza distinzione di razza, di colore, sesso, lingua, religione, opinione del bambino e dei genitori.

2) Il principio di superiore interesse del bambino (art. 3 della Convenzione)

In ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata di assistenza sociale, l’interesse superiore del bambino deve essere una considerazione preminente.

3)    Il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo (art. 6 della Convenzione)

Gli Stati membri hanno riconosciuto il diritto alla vita del bambino e si sono impegnati ad assicurarne, con tutte le misure possibili, la sopravvivenza e lo sviluppo.

4)    L’ascolto delle opinioni del bambino (art.12 della Convenzione)

E’ stato riconosciuto il diritto dei bambini ad essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, soprattutto in ambito legale.

Il testo integrale della Convenzione può essere visto e scaricato qui.

L’art. 612 bis cod. pen. (introdotto con decreto Legge n. 11/2009,convertito in Legge n. 38/2009) prevede e punisce il reato di atti persecutori (comunemente noto come “reato di stalking“).

Con il termine stalking si fa quindi riferimento alla reiterazione di minacce o molestie che arrechino alla vittima “un grave disagio psichico” oppure determinino “un giustificato timore per la sicurezza personale propria o di una persona vicina o comunque da pregiudicare in maniera rilevante il suo modo di vivere”.

In buona sostanza deve trattarsi di comportamenti che provochino nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia o di paura.

Da una lettura dei giornali nazionali e dei giornali locali (cito, ad esempio, l’Eco di Bergamo del 18.11.2010, e L’Eco di Bergamo del 28.9.2010 ), non posso fare a meno di notare che, purtroppo, lo stalking rientra certamente tra i reati che più frequentemente si riscontrano nel nostro Paese.

Come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità più recente anche due soli episodi di minaccia o molestia possono valere ad integrare il reato di atti persecutori previsto dall’art.612 bis c.p., se abbiano indotto un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima, che si sia vista costretta a modificare le proprie abitudini di vita (cito, al riguardo, la sentenza n. 25527 del 5.7.2010 della Suprema Corte di Cassazione).

Il legislatore ha previsto che tali comportamenti possano essere puniti con la pena della reclusione sino a ben quattro anni.

La pena può inoltre essere aumentata nel caso in cui il fatto venga commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato (o da persona che sia stata legata da relazione affettiva – ovvero ai danni di un minore, di donna in stato di gravidanza o di soggetto disabile).

La querela contro lo stalker va presentata entro 6 mesi. Fino a quando non è proposta la querela, è inoltre previsto che la persona offesa possa esporre i fatti al questore il quale può ammonire oralmente l’autore della condotta e valutare “l’eventuale adozione di provvedimenti in materia di armi e munizione”.

Come riportato dai maggiori quotidiani odierni quali il Giornale.it , oggi si terrà l’incidente probatorio di Michele Misseri, indagato per l’omicidio della piccola Sarah Scazzi.

Per i profani del diritto può non essere facile comprendere l’importanza ed il significato dell’incidente probatorio.

Mi sembra pertanto opportuno fare una breve premessa (cercherò di esprimermi nel modo più semplice possibile).

Il sistema processuale penale italiano prevede che le prove si formino non nella fase investigativa, bensì nella fase dibattimentale (ovvero in quella fase che comunemente chiamamo “processo“). Tuttavia non sempre la fonte di prova può essere conservata fino al dibattimento (ad esempio può succedere che il teste sia gravemente malato e  che rischi di morire prima che la sua deposizione possa essere resa in sede dibattimentale; oppure può succedere che il teste debba espatriare).

In questi casi, quindi, sorge l’esigenza di anticipare la formazione della prova.

L’incidente probatorio consiste, per l’appunto, in uno strumento che consente la formazione della prova prima che sia iniziato il dibattimento.

L’incidente probatorio si svolge pertanto innanzi al G.I.P (Giudice per le Indagini Preliminari) o al G.U.P. (Giudice per l’Udienza Preliminare) e consiste in una fase di natura giurisdizionale incidentalmente inserita nella fase investigativa o nella fase dell’udienza preliminare ai fini dell’assunzione di prove non rinviabili al dibattimento.




Purtroppo la cronaca ci offre (pressoché quotidianamente) casi di maltrattamenti, violenze ed abusi perpetrati a danno di familiari.

Probabilmente non tutti sanno che, con legge del 4 aprile 2001, n. 154 è stata introdotta una disciplina volta ad offrire una tutela più veloce ed efficace in favore delle vittime di abusi familiari.

L’art. 342 bis cod. civ. (introdotto, per l’appunto, dalla succitata legge) prevede infatti che vengano disposti degli ordini di protezione contro gli abusi familiari ogni qualvolta  “la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente”.

Affinché possano quindi essere emessi i c.d. “ordini di protezione contro gli abusi familiari”, è necessario che coesistano due requisiti:

1)      la convivenza tra vittima ed oppressore (concedetemi l’utilizzo di tale termine);

2)      la condotta gravemente pregiudizievole all’integrità  della vittima.

Il requisito della convivenza va peraltro inteso sussistente anche quando vi sia stato l’allontanamento, provocato dal timore di subire violenza fisica del congiunto, mantenendo nell’abitazione familiare il centro degli interessi materiali ed affettivi (cfr, ad esempio, Tribunale di Padova (decr.), 31/05/2006, in Foro It., 2007, 12, 1, 3572).

In tali casi, ai sensi del combinato disposto dell’art. 342 ter cod. civ. e dell’art. 736 bis cod. proc. civ., è possibile quindi rivolgersi al Giudice territorialmente competente, il quale dispone tempestivamente:

a)      la cessazione della condotta pregiudizievole;

b)      l’allontanamento temporaneo dalla casa familiare del coniuge o convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole;

c)       il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’altro coniuge o convivente (i luoghi di lavoro, il domicilio dei parenti, la scuola dei figli).

Il Giudice può, altresì imporre al coniuge o convivente allontanato di contribuire al mantenimento della famiglia con un assegno periodico che può essere assistito dalla garanzia del versamento diretto da parte del datore di lavoro dell’obbligato. Il Giudice può infine anche disporre l’intervento dei centri sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare.

La misura cautelare è temporanea e non può eccedere la durata di un anno.

Il patto di quota lite è la pattuizione o contratto con cui l’avvocato ed il cliente convengono che – quale compenso per l’opera prestata – venga riconosciuta dal cliente all’avvocato una percentuale del bene controverso o del valore dello stesso.

Il patto di quota lite era in precedenza vietato dalla legge (art. 2233, comma 3 cod. civ.) e la volontà del legislatore era chiaramente ispirata dalla necessità che taluni soggetti, che in qualche modo potrebbero essere interessati alle sorti di una controversia, fossero del tutto estranei ad essa, onde assicurare con l’estraneità alla lite l’inesistenza di alcun conflitto di interessi, anche solo ipoteticamente configurabile.

La citata disposizione del codice civile è stata però abrogata. Attualmente l’art. 2233, comma 3 cod. civ. (così come modificato dal D.L. n. 223/2006, convertito con Legge n. 248/2006) consente la determinazione di un compenso parametrato agli obiettivi perseguiti.

Anche il Codice Deontologico Forense si è uniformato a tali modifiche prevedendo che “E’ consentito all’avvocato pattuire con il cliente compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, fermo il divieto dell’articolo 1261 c.c. e sempre che i compensi siano proporzionati all’attività svolta” (art. 45).

L’art. 28 della Legge n. 184/1983, come modificato dalla Legge n. 149/2001 e successivamente dall’art. 177, comma 2 del D.lgs. n. 196/2003, riconosce alla persona adottata il diritto di riconoscere le proprie origini quando abbia compiuto i 25 anni (o i 18 anni qualora sussistano dei motivi attinenti alla sua salute psicofisica) attraverso un iter pisco-giudiziario innanzi al Tribunale per i Minorenni, salvo che la madre biologica non abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata.

Studi psicologici e sociologici hanno da tempo evidenziato che nelle persone adottate insorge il bisogno di conoscere non solo la storia precedente all’adozione, ma anche l’identità dei propri genitori, al fine di ricostruire la propria storia personale e di giungere ad una più completa conoscenza di sé.

Provate ad immaginare per un solo momento di non sapere dove siete nati, chi è vostro padre, chi è vostra madre, i vostri nonni, il loro cognome. Comprenderete certamente che la mancata conoscenza delle proprie origini può avere un effetto devastante ed avvilente, soprattutto a partire dall’età dell’adolescenza.

Il diritto all’identità personale e alla ricerca delle proprie radici è tutelato da disposizioni di diritto internazionale pattizio e in particolare dagli articoli 7 e 8 della Convenzione di New York del 20.11.1989, ratificata con legge n. 176/1991 e dall’art. 30 della Convenzione dell’Aja del 29.5.1983, ratificata con legge n. 476/1998.

Secondo l’orientamento maggioritario della dottrina e della giurisprudenza, nel caso in cui sia la madre sia il padre biologici abbiano espresso il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimi, l’adottato non potrà assolutamente ottenere informazioni sulla propria identità.

Nel caso in cui, invece, solo la madre biologica abbia espresso il consenso all’adozione a condizione dell’anonimato, l’adottato potrà ottenere informazioni sull’altro genitore biologico, in quanto il divieto opera solo nei confronti della madre.

E’ bene però precisare che, in taluni casi, l’adottato ha l’esigenza di conoscere i propri genitori biologici per tutelare il proprio diritto alla salute. In simili ipotesi si deve necessariamente ritenere che l’adottato possa accedere alle informazioni su dati genetici e sanitari.

L’accesso alle informazioni sulle proprie origini costituisce l’oggetto di un diritto personalissimo, che può essere esercitato solo dalla persona adottata.

L’istanza per ottenere l’accesso alle informazioni deve essere presentata al Tribunale per i Minorenni del luogo di residenza; secondo l’orientamento prevalente, l’istanza al Tribunale per i Minorenni è necessaria anche se la persona adottata abbia compiuto i venticinque anni.

Il Tribunale per i Minorenni territorialmente competente provvede pertanto a svolgere l’istruttoria (ascoltando i genitori d’origine ed i genitori adottivi).

Al termine dell’istruttoria il Tribunale per i Minorenni, se accoglie l’istanza, autorizza con decreto l’accesso alle notizie richieste.

parlamentoOgnuno di noi dovrebbe studiare e ripassare il testo della Costituzione italiana (a mio parere il più bel “libro” che sia mai stato scritto).

Dati i recenti avvenimenti politici, la mia attenzione vuole oggi necessariamente soffermarsi sull’art. 88 Cost. il quale recita testualmente “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. (…)”.

Pare pertanto che, almeno formalmente, sia possibile lo scioglimento anticipato di una sola Camera.

Dobbiamo però ricordare che tale disposizione venne in realtà prevista dal Costituente esclusivamente per motivi tecnici, in quanto in origine la durata della Camera e del Senato era diversa: cinque anni per la prima e sei anni per il secondo.

Con legge costituzionale n. 2 del 1963, venne successivamente equiparata la durata delle due camere (cinque anni per entrambe), senza però  che venisse modificato il citato articolo 88 il quale, come anzidetto, prevede tuttora che possa sciogliersi una sola delle Camere.

Ora, considerato che il Costituente non ha previsto lo scioglimento di una sola Camera per motivi politici, ritengo che l’ipotesi di sciogliere solo una delle camere perché in quel ramo del Parlamento il Governo non ha più la maggioranza sarebbe  costituzionalmente scorretta.

 

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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Intervista all'avv. D'Arcangelo
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