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danno medicoSecondo il più recente orientamento della giurisprudenza di merito, la struttura sanitaria risponde sempre in solido con il medico per il risarcimento dei danni derivati al paziente, anche nel caso in cui questi abbia stipulato distinti ed autonomi contratti di prestazione professionale.

Ecco alcune delle più importanti pronunce in merito:

Tribunale di Nola, sez. II, 16 gennaio 2012

La responsabilità della struttura sanitaria e quella del medico dipendente hanno entrambe radice nell’esecuzione non diligente o errata della prestazione sanitaria, dando luogo ad un’obbligazione soggettivamente complessa dal lato passivo, in cui, nonostante la pluralità dei soggetti, esiste un rapporto per cui ciascuno dei debitori è tenuto a prestare l’intero come se egli fosse l’unico debitore; pertanto, anche quando è accertata la colpa del medico in via esclusiva senza che emergano profili autonomi di responsabilità in capo alla struttura sanitaria (cd. colpa organizzativa) – la casa di cura privata dove il paziente è stato ricoverato risponde comunque dei danni in solido col medico, quandanche ciascuno di essi abbia stipulato col paziente un contratto distinto ed autonomo, considerato che la prestazione della casa di cura e quella del medico sono collegate così strettamente da configurare un’obbligazione soggettivamente complessa con prestazione indivisibile ad attuazione congiunta, con la conseguenza che l’inadempimento di uno soltanto dei coobbligati obbliga anche llaltro al risarcimento. Ciò non muta anche quando (come nella specie) il medico non sia legato alla struttura sanitaria da un rapporto di lavoro subordinato.

Tribunale di Salerno, 11 gennaio 2011

La responsabilità di una casa di cura nei confronti di un paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, ai sensi dell’art. 1228 c.c., all’inadempimento delle prestazioni medico- professionali svolte direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario la circostanza

Tribunale di Milano, 24 giugno 2010

La responsabilità della casa di cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale ai sensi dell’art. 1218 c.c. e può conseguire sia all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico che, ex art. 1228 c.c., sia all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario “quale suo ausiliario necessario, pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale.

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affidamento figliLa regola dell’affido condiviso è da derogare nel caso in cui manchi  dialogo tra i genitori.

Il caso sottoposto all’esame della Suprema Corte appare al limite del grottesco: i genitori di una bambina omettevano completamente di parlarsi tra loro e decidevano autonomamente le attività della figlia, costretta a fare due turni a scuola, due diverse attività sportive e “persino due diete alimentari”, tutto ciò vissuto molto male dalla minore, in quanto fonte di confusione e di alterazione della sua condizione psicologica.

Ebbene la Cassazione (Cass. Civ. n.5108/2012) ha al riguardo affermato che la regola prioritaria dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’art. 155 cod. civ., è, ai sensi dell’art. 155 bis, primo comma, cod. civ., derogabile solo ove la sua applicazione risulti contraria all’interesse del minore, interesse che costituisce esclusivo criterio di valutazione in rapporto alle diverse e specifiche connotazioni dei singoli casi dedotti in sede giudiziaria.

La mera conflittualità esistente tra i coniugi, che spesso connota i procedimenti separatizi, non preclude il ricorso a tale regine preferenziale solo se si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole; assume, invece, connotati ostativi alla relativa applicazione ove si esprima in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l’equilibrio e lo sviluppo psicofisico dei figli e, dunque, tali da pregiudicare il loro superiore interesse.

Pertanto, qualora l’affidamento condiviso si dimostri nocivo per il minore e sia fonte di probabili future patologie per il minore stesso (in quanto generante ansia, confusione e tensione) la regola dell’affidamento condiviso va legittimamente derogata.

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tribunale bergamo avvocatiDi seguito pubblico alcune pronunce del Tribunale di Bergamo sull’inammissibilità di talune domande nei giudizi di separazione:

n. 340/09 Dott.ssa Giraldi –n. 714/09 Dott.ssa Caprino  –n. 1436/09 Dott. Scibetta –n. 2240/09 Dott. Scibetta: le domande di restituzione di beni o somme di denaro sono inammissibili nel giudizio di separazione in quanto proponibili solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza che pronuncia la separazione dei coniugi (sono incompatibili con il rito).

n. 3313/08, n. 2371/08, n. 1608/08, n. 707/08 Dott. Serri –N. 1056/09, N. 1287/09 Dott. Macripò: “Il Tribunale di Bergamo ritiene, come da consolidato orientamento della Suprema Corte, che l’articolo 40 del codice di procedura civile, nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990, ha risolto espressamente il problema del cumulo nello stesso processo di domande connesse soggette a riti diversi, prevedendone la possibilità soltanto in presenza di ipotesi qualificate di connessione, definite in dottrina come di connessione forte. In particolare, il terzo comma disciplina la trattazione congiunta delle cause soggette a rito ordinario e speciale nei soli casi previsti dagli articoli 31, 32, 34, 35 e 35, disponendo che esse, cumulativamente proposte o successivamente riunite, siano trattate con il rito ordinario, salva l’applicazione di quello speciale, quando una di esse sia una controversia di lavoro o previdenziale, e così chiaramente escludendo la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente e soggette a riti diversi” (Cass. Civ. Sez. I, n. 20638 del 2004 e n. 1084 del 2005; Cass. Civ. n. 266/2000 e n. 26158/2006).

n. 1558/09 Dott. Ippolito: inammissibile la domanda volta al riconoscimento della comproprietà di immobili.

n. 1422/09 Dott. Tibaldi: va riservata al Giudice tutelare la richiesta del marito in ordine all’espatrio del figlio minore sia con il padre che con la madre.

n. 1611/09 Tibaldi: in difetto di domanda di assegnazione della casa familiare, inammissibile è la domanda di assegnare alla moglie i mobili facenti parte dell’arredamento della casa coniugale; inammissibile nella causa di separazione la domande di autorizzazione al rilascio di documenti validi per l’espatrio nel passaporto della madre e non in quello del padre; inammissibile anche la domanda di confermare il provvedimento di sequestro ex art. 156 cod. civ. sul TFR del marito, non essendo la conferma prevista dalla legge.

n. 2582/09 Dott. Macripò: dichiara inammissibile la domanda volta alla condanna del coniuge al pagamento delle spese relative alla casa coniugale e relative al mutuo contratto per l’acquisto e alle spese condominiali e a quelle per le imposte relative (Cass. Civ. Sez. I, n. 20638 del 2004 e n. 1084 del 2005; Cass. Civ. n. 266/2000 e n. 26158/2006).

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licenziamento lavoratore telecamereL’art. 4 del c.d. Statuto dei Lavoratori (Legge n. 300/1970) recita testualmente:

Impianti audiovisivi.

È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.

Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti.

Per gli impianti e le apparecchiature esistenti, che rispondano alle caratteristiche di cui al secondo comma del presente articolo, in mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali aziendali o con la commissione interna, l’Ispettorato del lavoro provvede entro un anno dall’entrata in vigore della presente legge, dettando all’occorrenza le prescrizioni per l’adeguamento e le modalità di uso degli impianti suddetti.

Contro i provvedimenti dell’Ispettorato del lavoro, di cui ai precedenti secondo e terzo comma, il datore di lavoro, le rappresentanze sindacali aziendali o, in mancanza di queste, la commissione interna, oppure i sindacati dei lavoratori di cui al successivo art. 19 possono ricorrere, entro 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento, al Ministro per il lavoro e la previdenza sociale”

Con sentenza n. 6498 del 22 marzo 2011, la Cassazione Civile Sezione Lavoro è di recente intervenuta ad interpretazione della suddetta norma affermando quanto segue:

Il comma 1 di questo articolo prevede il divieto di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Il comma 2 tuttavia prevede la possibilità di utilizzare gli impianti e le apparecchiature di controllo richiesti da esigenze organizzative e produttive oppure dalla sicurezza del lavoro, sebbene ne derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, ma alla condizione di un previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali (o con la commissione interna) e, in difetto di accordo, del rilascio di un provvedimento autorizzativo da parte dell’ispettorato del lavoro, il quale può precisare le modalità di uso degli impianti stessi.

Con queste previsioni il legislatore ha inteso contemperare l’esigenza di tutela dei lavoratori a non essere controllati a distanza con quella del datore di lavoro (in funzione eventualmente anche di interessi più generali) relativamente agli aspetti presi in considerazione dal comma 2, subordinando, in presenza di questi ultimi interessi, il superamento del divieto altrimenti inderogabile di controllo dei lavoratori a distanza (comma 1) – mediante l’ammissione di un tipo di controllo che, seppure dettato per esigenze diverse da quelle del mero controllo dell’attività dei lavoratori, può in pratica consentire al datore di lavoro di compiere anche quel tipo di osservazione del comportamento del lavoratore – ad una valutazione di congruità alla quale partecipa la rappresentanza dei lavoratori o un organo pubblico qualificato (cfr.Cass. n. 15892/2007 e 4375/2010).

Come è logico e confermato dal complesso della giurisprudenza in materia di questa Corte, nell’ambito delle esigenze prese in considerazione nel comma 1 è ricompresa anche quella di tutela del patrimonio aziendale, potendo apparire non del tutto chiarito dalla giurisprudenza solo in quali precisi limiti le apparecchiature volte alla tutela dello stesso possano considerarsi, in relazione all’oggetto dei relativi controlli, addirittura esclusi dalla esigenza della previa autorizzazione a norma dell’art. 4, comma 2, dello statuto (cfr. Cass. n. 1236/1983, 8250/2000,4746/2002, 15892/2007, 4375/2010). La vicenda in esame, tuttavia offre l’occasione di un ulteriore approfondimento riguardo a tale punto con la precisazione che la procedura autorizzatoria di cui all’art. 4, comma 2 è senza dubbio necessaria tutte le volte in cui i controlli vengono a consentire in via di normalità – e, si direbbe, inevitabilmente -, il controllo anche delle prestazioni lavorative, come nel caso in esame.

Poiché nella specie, come è pacifico, gli impianti per il controllo sono stati autorizzati a norma dell’art. 4 dello statuto dei lavoratori, e l’utilizzazione in causa delle relative riprese riguarda proprio le esigenze di tutela alla base della loro installazione e autorizzazione, non è ravvisabile alcuna violazione della disciplina legale in esame, anche se il controllo a distanza ha costituito il mezzo per rilevare e dimostrare un illecito avente anche rilievo disciplinare

Con la pronuncia in esame, la Suprema Corte ha quindi affermato che, laddove l’installazione in azienda di impianti audiovisivi sia avvenuta previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, le riprese eventualmente effettuate e dalle quali si ricavi un comportamento del dipendente che integra gli estremi di una giusta causa di licenziamento (furto di beni aziendali), possono essere lecitamente utilizzate nel processo che ne è seguito.

mantenimento maggiorenne separazioneCon la l. 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di affidamento condiviso, è stato introdotto l’art. 155 quinquies c.c., il cui comma 1, in particolare, statuisce che «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto».

Va obiettivamente osservato che la succitata disposizione legislativa è da una parte positiva per aver inequivocabilmente attestato l’esistenza di un diritto al mantenimento del figlio che abbia raggiunto la maggiore, ma, da un altro punto di vista, ha originato alcuni contrasti di tipo processuale in seno alla dottrina ed alla giurisprudenza. In particolare, inizialmente, ci si è chiesti se esclusivamente al figlio maggiorenne vada riconosciuta la legittimazione ad agire contro il genitore inadempiente o se, diversamente, possa riconoscersi comunque una legittimazione concorrente tra il figlio maggiorenne e l’altro genitore convivente.

Oggi predomina certamente il secondo orientamento.

Al riguardo cito un’interessante sentenza del Tribunale di Modena resa il 27.1.2011:

“a) la pretesa di mantenimento del figlio maggiorenne si fonda sugli artt. 148 e 155 quinquies C.c., ed è oggetto di una domanda da proporsi nelle forme del giudizio ordinario di cognizione (cfr., di recente: Trib. Bari, I, 12/11/09, n. 3421. secondo cui: “è consentito al figlio di agire direttamente per gli alimenti nei confronti del genitore al di fuori del circuito delle modifiche camerali delle condizioni dì divorzio (ad esempio nel caso di raggiunta autonomia economica con perdita del diritto al mantenimento e di successiva perdita della medesima indipendenza e carne sopravvenute). Tuttavia l’obbligo alimentare è pacificamente considerato come un minus rispetto a quello di mantenimento, che costituisce una nozione più ampia la quale comprende l’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, l’assistenza morale e materiale, nonché l’opportuna predisposizione, fin quando le legittime esigenze dèi figli lo richiedano, di una stabile organizzazione domestica. Pertanto, se è documentata fa persistenza del più ampio obbligo di mantenimento in forza della mai modificata sentenza di divorzio, l’avente diritto, ove intenda conseguire il mantenimento od il suo semplice aggiornamento, deve agire nei confronti dell’obbligato ex art. 9 legge sul divorzio in sede camerale, in quanto, se invece intende ottenere gli alimenti al di fuori dell’anzidetto obbligo, incorrerà nella inammissibilità della domanda, essendo già concessogli il più ampio diritto al mantenimento con l’assegno stabilito in sede divorziale”);

b) l’art. 155 quinquies C.c., è, infatti, norma che non esclude il diritto del genitore convivente con prole maggiorenne non autosufficiente di continuare a percepire l’assegno di contributo al mantenimento, dal momento che la disposizione di natura sostanziale contenuta nella norma configura un’obbligazione alternativa che dà luogo, nella ricorrenza del presupposto necessario della convivenza, ad una legittimazione concorrente del genitore, che conserva la legittimazione a chiedere l’assegno nei confronti dell’altro genitore, legittimazione destinata però a venire meno qualora il figlio, non più inerte, richieda direttamente il pagamento dell’assegno; tuttavia la stessa norma, se pure ha introdotto la possibilità di emettere un provvedimento a favore di un terzo quando l’avente diritto non sia stato parte processuale del procedimento di separazione o di divorzio, e se ha l’ulteriore effetto di individuare come unico avente diritto – e dunque legittimato processuale in via ordinaria – il figlio maggiorenne non autosufficiente e non convivente con altro genitore, non assume la valenza procedurale di attribuire una legittimazione processuale autonoma nei processi di separazione e divorzio, nei quali viene stabilito il regime di contribuzione (cfr.: Trib. Modena, 17/10/07), e quindi nemmeno nei processi di revisione, nei quali detto regime viene modificato (cfr.: Trib. Modena, 27/10/09);

c) nel caso in cui, come nella specie, il figlio maggiorenne, già autosufficiente, perda la raggiunta autonomia e intenda svolgere pretese di mantenimento nei confronti di genitore con lui non convivente, è in prima persona l’unico legittimato attivo, non essendo la condizione di convivenza idonea a ripristinare in capo al genitore convivente con detto figlio maggiorenne la perduta legittimazione attiva, che persiste solo nel menzionato caso di perdurante convivenza con prole economicamente non autosufficiente; in proposito questo stesso organo ha in passato espresso l’orientamento secondo cui: “ai fini della richiesta di attribuzione o modificazione del contributo dopo il raggiungimento della maggiore età, l’elemento della coabitazione con il figlio divenuto ormai maggiorenne è necessario presupposto della legittimazione attiva del genitore” (cfr.: Trib. Modena, 5/9/07)”.

adozione sentenze corte costituzionale cassazioneL’art. 291 cod. civ. sanciva in origine che l’adozione di persona maggiorenne fosse possibile solo per l’adottante che non avesse figli legittimi o legittimati, in ossequio alla tradizione che attribuiva all’adozione una funzione sostitutiva della mancante paternità o maternità legittima, che appunto si realizzava con la trasmissione del nome e del patrimonio.

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 557 del 1988, ha però ridimensionato la portata di questa condizione, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 291 cod. civ. nella parte in cui non consente l’adozione a persone che abbiano discendenti legittimi o legittimati maggiorenni e consenzienti.

La Corte Costituzionale è poi intervenuta con pronuncia n. 345 del 1992 che, in caso di incapacità dei figli di esprimere l’assenso perché interdetti ha ritenuto applicabile per analogia l’art. 297 cod. civ. comma 2, così estendendo a questo caso il potere di valutazione comparativa degli interessi in gioco attribuito dalla norma al Tribunale.

Possiamo oggi affermare che l’adozione di persone maggiori d’età è oggi impossibile nei seguenti casi:

1)      Quando l’adottante ha dei figli legittimi o legittimati MINORENNI;

2)      Quando l’adottante ha dei figli legittimi o legittimati MAGGIORENNI CAPACI E NON CONSENZIENTI;

3)      Quando l’adottante ha dei figli naturali riconosciuti minori o maggiorenni capaci e non consenzienti (per effetto della sentenza n. 245/2004 della Corte Costituzionale).

In argomento, mi sembra opportuno segnalare un’importante pronuncia della Suprema Corte di Legittimità (v. Cass. Civ. Sez. I, n. 2426/2006)la quale ha precisato quanto segue: “In tema di adozione di persone maggiori d’età, la presenza di figli minori dell’adottante, come tali incapaci, per ragioni d’età, di esprimere un valido consenso, costituisce, di norma, ai sensi dell’art. 291 c.c., un impedimento alla richiesta adozione. Ove, tuttavia, l’adozione di maggiorenne riguardi un soggetto, il figlio del coniuge, che già appartenga, insieme al proprio genitore naturale ed ai fratelli, minorenni, ex uno latere, al contesto affettivo della famiglia di accoglienza dell’adottante, la presenza dei figli minori dell’adottante non preclude in assoluto l’adozione, fermo restando il potere-dovere del giudice del merito di procedere ad audizione personale di costoro, se aventi capacità di discernimento, e del loro curatore speciale, ai fini della formulazione del complessivo giudizio di convenienza nell’interesse dell’adottando (…)”.

recupero crediti fase stragiudiziale e giudizialePer recuperare i propri crediti, il ricorso all’Autorità Giudiziaria deve essere considerato come l’ultima spiaggia (consentitemi l’utilizzo di tale espressione che rende bene l’idea).

Pertanto si ricorre al Tribunale o al Giudice di Pace soltanto quando la fase stragiudiziale non abbia sortito effetto positivo.

Nella fase stragiudiziale, in buona sostanza,  lo Studio Legale cerca di concordare un piano di rientro con il debitore attraverso solleciti epistolari e attraverso la c.d. messa in mora.

L’atto di messa in mora è certamente un passo importante per recuperare il proprio credito e ne ho già parlato a lungo qui.

Nel caso in cui si raggiunga un accordo e il debitore si renda disponibile al pagamento (immediato o rateizzato) lo Studio Legale ricorre a tutti i mezzi necessari per cautelare il creditore e garantire il rispetto degli accordi presi.

Nel caso in cui, invece, non si raggiunga un accordo con il debitore bisogna necessariamente richiedere l’intervento dell’Autorità Giudiziaria e si apre così la fase giudiziale.

Lo scopo della fase giudiziale è il raggiungimento di un TITOLO ESECUTIVO, ovvero l’atto o il documento in base al quale è possibile avviare l’esecuzione forzata sui beni del debitore (es.: l’automobile, la casa, somme di denaro, i beni della società, ecc.).
Generalmente, l’azione legale viene intrapresa previa verifica del buon esito del recupero coattivo del credito, ovvero solo quando, a seguito degli accertamenti economico/patrimoniali eseguiti nella fase stragiudiziale emerge un capitale sufficiente a coprire il credito insoluto (il possesso di beni pignorabili).

consulenza legale on line gratisSono certamente numerosi i siti web che forniscono pareri legali gratuiti.

E’ un comportamento conforme alla deontologia professionale?

Con una delibera del 2000, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano aveva espressamente vietato la consulenza legale gratuita on line in quanto in contrasto con i principi legali deontologici della professione ed, in particolare, con l’art. 17 del codice Deontologico allora vigente.

Il succitato articolo è stato successivamente oggetto di modifiche importanti e sostanziali.

Tuttavia bisogna ricordare che, tuttora, il Codice Deontologico degli avvocati vieta e sanziona l’accaparramento della clientela (art. 19).

Ora: a parere di scrive l’offerta di consulenze gratuite può costituire una forma di accaparramento di clientela e, in quanto tale, dovrebbe ritenersi vietata.

Non solo. Le informazioni fornite dagli avvocati devono rispettare la dignità ed il decoro della professione (art. 17 Codice Deontologico).

Secondo il mio modestissimo parere, non è certamente dignitoso e decoroso che un avvocato offra la propria consulenza legale in forma gratuita.

Consiglio pertanto di diffidare dei siti web che offrono consulenze legali gratuite. Dietro tali offerte potrebbero celarsi con molta probabilità dei “falsi avvocati“.

Purtroppo è il pieno il mondo di tali soggetti. Per farvene un’idea, leggete qui oppure qui.

parcheggi a pagamento e multeNuovi parcheggi a pagamento sono stati introdotti a Bergamo e diventa sempre più difficile recarsi in città senza spendere “un capitale”.

La notizia, riportata su L’Eco di Bergamo on line, mi ha fatto tornare in mente una sentenza della Corte di Cassazione emessa a Sezione Unite quasi quattro anni fa.

Mi riferisco alla sentenza n. 116 del 9 gennaio 2007, con la quale le Sezioni Unite della Suprema Corte affermarono che è da considerasi  nullo il verbale di accertamento e contestazione per sosta vietata in un’area di parcheggio a pagamento se nella zona non è presente anche un’area di parcheggio libera.

Nell’occasione la Corte di Cassazione aveva confermato la decisione del Giudice di Pace di Cagliari che, sulla base del suddetto principio, aveva dichiarato la nullità ed inefficacia di alcuni verbali di accertamento e contestazione per sosta vietata e aveva condannato il Comune di Quartu Sant’Elena al rimborso delle spese processuali.

Al riguardo la Suprema Corte aveva infatti richiamato l’art. 7, comma 8 del codice della strada, il quale stabilisce che “qualora il comune assuma l’esercizio diretto del parcheggio con custodia o lo dia in concessione ovvero disponga l’installazione dei dispositivi di controllo di durata della sosta di cui al comma 1, lettera f) , su parte della stessa area o su altra parte nelle immediate vicinanze, deve riservare una adeguata area destinata a parcheggio rispettivamente senza custodia, o senza dispositivi di controllo di durata della sosta”.

Va da sè che gli amministratori comunali hanno pertanto sempre l’obbligo di istituire zone di sosta gratuita e libera in prossimità di posteggi in cui è vietata la sosta o in cui è previsto il parcheggio solo a pagamento.

avviso di conclusione indagini preliminariLa Legge n. 479/1999 (c.d. Legge Carotti) ha introdotto l’art. 415 bis cod. proc. pen. (tuttora vigente).

Tale norma prevede che in capo al Pubblico Ministero, una volta concluse le indagini preliminari e prima dell’esercizio dell’azione penale, sussista l’obbligo di notificare all’indagato ed al suo difensore un avviso (c.d. avviso di conclusione delle indagini preliminari) che contenga l’enunciazione del fatto per cui si procede, della data e del luogo del reato commesso, nonché l’informazione del deposito degli atti d’indagine presso la segreteria del Pubblico Ministero.

L’avviso di conclusione delle indagini preliminari deve altresì contenere anche l’avvertimento all’indagato che entro 20 giorni potrà avvalersi delle seguenti facoltà:

-          estrarre copia degli atti;

-          chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio;

-          presentare memorie e documentazione;

-          chiedere al Pubblico Ministero lo svolgimento di ulteriori indagini (da compiersi entro trenta giorni).

Lo scopo dell’art. 415 bis cod.proc.pen. è quello di garantire all’indagato, prima che il Pubblico Ministero eserciti l’azione penale con la richiesta di rinvio a giudizio, un’adeguata possibilità di far valere il suo diritto di difesa ed alla prova.

L’obbligo di notifica in capo al Pubblico Ministero sussiste solo quando quest’ultimo richieda la celebrazione dell’udienza preliminare. L’obbligo dell’avviso, inoltre, è esplicitamente previsto prima della citazione diretta a giudizio (v. art. 552, comma 2 cod.proc.pen.).

Ad ogni buon conto, quando l’indagato riceve l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, è opportuno che si rivolga subito all’avvocato nominato d’ufficio o ad un avvocato di fiducia affinché si possa quindi esaminare tempestivamente il contenuto del fascicolo del Pubblico Ministero.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

patty riccia

Lo studio Legale D’Arcangelo
Il mio impegno contro il bullismo

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Intervista all'avv. D'Arcangelo
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