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concorrenza sleale lavoratoreQuesti i due importanti principi di diritto espressi dalla Suprema Corte con sentenza n. 2439/2012 depositata il 20 febbraio 2012.

Il primo: ai fini della sussistenza di uno storno di dipendenti in danno di una società concorrente è necessaria una particolare qualificazione del personale acquisito.

Il secondo: il fatto che l’assunzione del personale avvenga sulla base di una inserzione pubblicitaria, data la pubblicità e la trasparenza della modalità, può far escludere l’illiceità della condotta.

Ecco il testo integrale della sentenza:

 

“Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 27 gennaio – 20 febbraio 2012, n. 2439

Fatto e diritto

Il relatore designato ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. osservava quanto segue: “La Belfortglass s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, cui ha resistito l’intimata, avverso la sentenza con la quale la Corte di Appello di Torino, in riforma della decisione di primo grado, aveva ritenuto la condotta dell’appellata, odierna ricorrente, integrante gli estremi dell’illecito di concorrenza sleale.
In particolare la Beltfortglass denunciava vizio di motivazione sotto diversi aspetti, individuati rispettivamente: 1) nell’affermazione secondo cui le procedure per la produzione delle mole avrebbero dovuto formare oggetto di privativa, pur dopo aver la Corte premesso che la segretezza delle informazioni non necessariamente presuppone una privativa; 2) nella negazione della verificazione di uno storno di dipendenti qualificati, in danno di essa ricorrente; 3) nell’avvenuto riconoscimento dello storno con riferimento al dipendente G. , salvo poi a non ritenerlo riferibile alla Bovone Diamond Tools.
Ritiene il relatore che le doglianze siano manifestamente infondate, quanto al primo motivo, per insussistenza della rappresentata contraddizione, atteso che la Corte ha affermato non essere segrete le informazioni utilizzate dalla Bovone, mentre a diversa conclusione è pervenuta rispetto alle procedure finalizzate a conseguire la mola quale risultato, per le quali sarebbe necessaria la copertura brevettuale, nella specie inesistente; quanto al secondo, perché l’elemento dell’assunzione dei dipendenti sulla base di inserto pubblicitario (al quale la Corte ha dato rilievo preminente (Ma soprattutto vi è la prova.., p. 43, e che non è stato contestato) è già di per sé elemento idoneo e sufficiente a sostenere la decisione adottata; quanto al terzo, perché l’omessa attribuzione della responsabilità dello storno del dipendente G. alla BDT risulta sufficientemente motivata con argomentazioni non viziate sul piano logico. Si propone dunque, conclusivamente la trattazione del ricorso in Camera di Consiglio, ritenendolo manifestamente infondato.
Tali conclusioni sono state contrastate con memoria dalla ricorrente, che ha in particolare sostenuto: a) che nella relazione nulla era stato detto in ordine alla denunciata contraddittorietà della motivazione; b) che sarebbe altresì inesatto il rilievo secondo cui l’assunzione dei dipendenti stornati sarebbe avvenuta sulla base di inserto pubblicitario, essendo quest’ultimo esclusivamente attinente alla ricerca di operai (e non anche quindi a quella di direttori commerciali o tecnici); c) che la Corte di Appello avrebbe inoltre immotivatamente omesso di considerare svariati elementi in punto di fatto, quali i tempi di realizzazione dello storno e la violazione del dovere di fedeltà dei dipendenti (in un caso – quello del dipendente G. – accertato con sentenza passata in giudicato); d) che sarebbe infine erroneo l’argomento posto a base della proposta di rigetto del terzo motivo, poiché B.V. , cui era stato addebitato lo storno, avrebbe agito quale amministratore di fatto di Bovone Diamond Tools s.r.l. ed il giudice di appello avrebbe ritenuto provate tutte le condizioni di fatto necessarie per qualificarlo in tal modo.
Ritiene il Collegio di dover condividere le conclusioni del relatore, non scalfite dagli ulteriori rilievi contenuti nella memoria della Bovone Diamond Tools. Ed infatti, per quanto concerne il punto sub a), appare insussistente la denunciata contraddizione atteso che la Corte di Appello ha distinto fra le informazioni utilizzate dalla Bovone Diamond, che non avrebbero potuto essere qualificate come segrete (p. 33), ed i procedimenti produttivi cui poi si sarebbe dato corso, che viceversa avrebbero dovuto formare oggetto di privativa, ma rispetto ai quali non vi sarebbe stata la necessaria copertura brevettuale. Al di là della condivisione o meno della detta valutazione, in questa sede è sufficiente evidenziare come non sia ravvisabile la dedotta contraddizione.
Quanto ai punti b) e c), occorre considerare che la Corte di Appello ha dato sufficiente ragione della decisione adottata, avendo fatto espresso riferimento ai principi già affermati da questa Corte nella materia, fra i quali, segnatamente, quello concernente la necessità di una particolare qualificazione del personale dell’impresa concorrente acquisito, ed avendo rilevato la mancanza di prova al riguardo. Per di più la Corte territoriale ha valorizzato sul piano probatorio la circostanza che l’assunzione del personale sarebbe avvenuta sulla base di inserto pubblicitario – e quindi in modo pubblico e trasparente – così escludendo che nella specie si fosse verificato uno storno di dipendenti.
Anche in tal caso va rilevato che la decisione è sorretta da motivazione sufficiente non viziata sul piano logico, mentre le ulteriori circostanze rappresentate dalla ricorrente sarebbero eventualmente apprezzabili in un rinnovato giudizio di merito (per di più basato su dati riferiti e non risultanti dall’esame della sentenza impugnata), non consentito in questa sede di legittimità.
Identiche considerazioni valgono per il punto sub d), implicando il giudizio relativo alla qualità di amministratore della società del B. un giudizio di fatto (fra l’altro basato su circostanze soltanto riferite e che non risulta essere state sottoposte al giudice del merito) precluso a questo giudice.
Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato con condanna della ricorrente, soccombente, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.700, di cui Euro 200 per esborsi, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.”

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Ritengo pertanto opportuno pubblicare di seguito alcune delle domande più frequenti che mi sono state rivolte con le relative risposte. Ricordo, in ogni caso, che potete contattarmi alla seguente mail studiolegaledarcangelo@gmail.com per avere maggiori informazioni.

 

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