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1. L’origine dell’ascolto del minore nei procedimenti che lo riguardano e la normativa vigente

L’art. 155 sexies cod. civ., introdotto dalla legge n. 54/2006, disciplina l’audizione del minore attribuendo in capo al Giudice l’obbligo di ascoltare il minore nei procedimenti di separazione o di divorzio.

L’art. 315 bis cod. civ., aggiunto di recente dalla legge n. 219/2012, prevede inoltre oggi un vero e proprio diritto del minore ad essere ascoltato in tutte le procedure che lo riguardino qualora abbia compiuto i dodici anni o, se di età inferiore, abbia comunque capacità di discernimento.

La succitata vigente normativa codicistica trae origine dalla Convenzione dei Diritti del Fanciullo di New York del 20 novembre 1989 e dalla Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996 (entrambe successivamente ratificate e rese esecutive in Italia).

L’art. 12 della Convenzione di New York prevede invero che il fanciullo capace di discernimento abbia il diritto di esprimere liberamente la propria opinione su ogni questione che lo interessi.

La  succitata Convenzione di Strasburgo, all’art. 3, riconosce poi in capo al minore, nell’ambito delle procedure che lo riguardino, i seguenti diritti vincolati alla capacità di discernimento:

a) ricevere ogni informazione pertinente;

b) essere consultato ed esprimere la propria opinione;

c) essere informato delle eventuali conseguenze che tale opinione comporterebbe nella pratica e delle eventuali conseguenze di qualunque decisione.

L’art. 6 della Convenzione di Strasburgo prevede poi che nei procedimenti che riguardano un minore, l’autorità giudiziaria, prima di giungere a qualunque decisione, abbia i seguenti obblighi:

a) esaminare se dispone di informazioni sufficienti ad fine di prendere una decisione nell’interesse superiore del minore e, se necessario, ottenere informazioni supplementari, in particolare da parte dei detentori delle responsabilità genitoriali;

b) quando il diritto interno ritiene che il minore abbia una capacità di discernimento sufficiente:

- assicurarsi che il minore abbia ricevuto tutte le informazioni pertinenti,

- nei casi che lo richiedono, consultare il minore personalmente, se necessario in privato, direttamente o tramite altre persone od organi, con una forma adeguata alla sua maturità, a meno che ciò non sia manifestamente contrario agli interessi superiori del minore, permettere al minore di esprimere la propria opinione;

c) tenere in debito conto l’opinione da lui espressa .

La normativa non indica alcun criterio atto a valutare quando un soggetto infradodicenne sia ritenuto capace di discernimento.

Nell’ottica giuridica tale capacità sembrerebbe indicare due aspetti differenti: la capacità del bambino di capire ciò che è più utile per lui e la capacità di prendere decisioni autonome.

E’ evidente che, nei minori infradodicenni, sia opportuno che il Giudice proceda con l’acquisizione preliminare di un parere esperto (quale quello di psicologi dell’età evolutiva) che abbia proprio ad oggetto la capacità di discernimento del minore, presupposto necessario per la sua audizione e per la tutela dei suoi diritti e della sua serenità.

Nella relazione, l’esperto dovrà riportare la propria valutazione in merito alla capacità di discernimento del minore, al suo livello di sviluppo, alla capacità di esprimere la propria volontà e il grado di autonomia raggiunto.

2. Le modalità di ascolto del minore

Nel silenzio della legge, vanno poi valutate le modalità di ascolto del minore ritenuto capace di discernimento.

L’audizione del minore può avvenire direttamente davanti al Giudice (c.d. “ascolto diretto”) oppure in sede di CTU (c.d. “ascolto indiretto”).

In caso di ascolto diretto i Protocolli stipulati presso talune sedi giudiziarie italiane prevedono che sia da stabilirsi preferibilmente al di fuori dell’orario scolastico, in ambiente adeguato e a porte chiuse in modo tale da garantire la massima riservatezza e tranquillità del minore. (1)

Si concorda nel ritenere che l’ascolto, davanti al Tribunale Ordinario sia direttamente effettuato dal Presidente nella fase presidenziale o dal Giudice istruttore, unitamente all’ausiliario, eventualmente nominato, esperto in materie psicologiche, psichiatriche o pedagogiche. (2)

Qualora invece il minore vada ascoltato dinanzi al Tribunale per i Minorenni si ritiene che potranno essere delegati dal Collegio un Giudice Togato e/o un Giudice Onorario congiuntamente, se richiesto dalle parti o dai loro difensori e se comunque possibile, avvalendosi se del caso di un ausiliario ex art. 68 c.p.c. esperto in scienze psicologiche o pedagogiche (3).

In ogni caso, è importante che l’avvocato dei genitori del minore che deve essere ascoltato non abbia contatti con il medesimo. Parimenti, l’avvocato deve invitare i suoi assistiti ad un atteggiamento responsabile nei confronti del minore evitando ogni forma di suggestione e di induzione della volontà. (4)

Si ritiene comunemente che l’audizione del minore debba avvenire unicamente alla presenza del Giudice titolare della procedura, dell’eventuale ausiliario e, in caso di nomina, del difensore del minore o del curatore del minore. Non pare invece opportuna la presenza delle parti e dei rispettivi difensori, i quali vengono pertanto invitati dal Giudice a restare fuori dall’aula al fine di evitare possibili condizionamenti del minore (5).

Il minore, prima dell’audizione, deve essere adeguatamente informato dal Giudice del suo diritto ad essere ascoltato nel processo, dei motivi del suo coinvolgimento nello stesso, nonché dei possibili esiti del procedimento, precisando che tali esiti non necessariamente saranno conformi a quanto sarà da lui eventualmente espresso o richiesto e ciò sulla base di quanto disposto dalla Legge n. 77/2003.

Tali avvertimenti devono ovviamente avvenire con linguaggio adatto all’età e con comunicazione empatica da parte del Giudice, il quale deve illustrare al minore lo scopo ed i limiti del suo ascolto sottolineando il fatto che, nonostante le sue opinioni saranno tenute in debito conto, il Tribunale potrebbe decidere anche in modo diverso dai suoi desideri. (6)

E’ infine interessante notare come in alcuni Protocolli si ritenga che l’incontro con il minore vada verbalizzato in forma sommaria (7), in altri invece viene affermato che la verbalizzazione debba essere necessariamente integrale e fedele, anche nel linguaggio, a quanto dichiarato dal minore (8).

Come anzidetto, il Giudice può disporre una modalità di ascolto indiretto del minore. In questo caso, l’incombente deve avvenire, come per l’ascolto avanti al Giudice, senza la presenza delle parti e dei difensori i quali possono chiedere che l’incontro venga videoregistrato. Prima dell’audizione i consulenti di parte possono sottoporre al CTU i temi e gli argomenti sui quali ritengono opportuno sentire il minore. (9)

3. Il caso sottoposto al Tribunale di Varese

Con decreto del 24 gennaio 2013, il Tribunale di Varese ha disposto l’audizione del figlio quattordicenne di una coppia di coniugi particolarmente in conflitto sul collocamento del minore presso l’uno o l’altro dei genitori.

Il Tribunale di Varese ha ricordato che l’audizione del minore rappresenta un adempimento obbligatorio nel procedimento in cui il Giudice debba decidere in ordine a situazioni di diretto interesse del fanciullo, così come disposto dall’art. 155 sexies cod. civ.

Il Giudice di Prime cure ha, al riguardo, richiamato la sentenza n. 2223/2009 resa dalla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite, ove si legge che l’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano ed in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata in Italia con legge n. 77/2003, per cui ad essa si deve procedere, salvo che possa arrecare danno al minore stesso.

L’importanza dell’audizione, ricorda il Tribunale de quo, è peraltro ribadita nelle “Linee Guida del Consiglio d’Europa per una giustizia a misura di bambino”, adottate dal Comitato dei Ministri il 17 novembre 2010, dove è espressamente rimarcato il diritto del minore ad avere la possibilità di esprimere la propria opinione nell’ambito dei procedimenti che lo riguardano.

Il Tribunale di Varese, sempre nel decreto di cui si tratta, ha colto poi l’occasione per richiamare il contenuto del recente articolo 315 bis cod. civ. (introdotto con Legge n. 219/2012), affermando che tale norma non può essere ricondotta tout court alla già esistente previsione di cui all’art. 155 sexies cod. civ., ma che in realtà si tratta di una tipizzazione normativa che se ne differenzia.

Mentre infatti l’art. 155 sexies cod. civ. tratteggia il dovere del giudice di ascoltare il minore, l’art. 315 bis cod. civ. delinea piuttosto il diritto del minore ad essere ascoltato dal giudice. In quest’ultima norma, pertanto, il minore non viene più guardato solo come un semplice oggetto di protezione ma come un vero e proprio soggetto di diritto, a cui va data voce nel momento conflittuale della crisi familiare.

Nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto quindi opportuno delegare l’incombente a un esperto in psicologia infantile, tenuto conto dell’opportunità di evitare che l’ascolto del minore venisse effettuato senza un’adeguata competenza nell’accertamento della capacità di discernimento e ritenuto maggiormente tutelante evitare al minore stesso di esprimere la sua opinione nella sede del Tribunale.

Avv. Patrizia D’Arcangelo
Foro di Bergamo

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(1) V. ad esempio il Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e di Verona.

(2) V. Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del Minore, nonché Proposta di Protocollo per la gestione delle udienza civili del Tribunale di Palermo – Settore Famiglia.

(3) V. Protocollo del Tribunale per i Minorenni di Roma e il Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Verona.

(4) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona

(5) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona, nonché Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del Minore, Proposta di Protocollo per la gestione dell udienze civili del Tribunale di Palermo – Settore Famiglia.

(6) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona, nonché Protocollo per i giudizi di separazione, divorzio e relative modifiche – Allegato n. 1 Ascolto della persona nei giudizi di famiglia  di Firenze.

(7) V. ad esempio Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano.

(8) V. ad esempio Protocollo del Tribunale per i Minorenni di Roma

(9) V. Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano, nonché Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del minore e Protocollo per i procedimenti in materia di famiglia e minorile del Distretto di Salerno.

*Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata sulla Rivista “Questioni di diritto di Famiglia” – Maggioli Editore

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Il caso

In un giudizio di separazione giudiziale,   il Tribunale di Catania affidava i due figli minori in via condivisa ai genitori collocandoli presso la residenza del padre, a cui veniva pure assegnata la casa coniugale.

La sentenza del Tribunale catanese veniva impugnata innanzi alla Corte d’appello territorialmente competente, la quale, ribaltando il giudizio di primo grado, disponeva l’affidamento esclusivo dei figli alla madre.

Risultava invero decisiva per la Corte d’Appello la relazione del servizio di Psichiatria dell’Azienda Sanitaria locale, svolta nell’ambito di un percorso di mediazione familiare attivato dal Tribunale per i Minorenni e acquisita d’ufficio nel corso del giudizio d’appello.

Nella relazione de qua veniva diagnosticata una sindrome da alienazione parentale dei figli e veniva evidenziato il danno irreparabile dagli stessi subito per la privazione del rapporto con la madre.

Era infatti emerso che il padre aveva posto in essere una reiterata condotta ostruzionistica al fine di ostacolare in ogni modo gli incontri dei figli con la madre.

Alla luce di ciò, la Corte d’Appello di Catania ha ritenuto che l’affido condiviso fosse pregiudizievole per i minori e che gli stessi andassero pertanto affidati in via esclusiva alla madre.

La Suprema Corte, con sentenza n. 5847 dell’8 marzo 2013 ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Catania, ritenendo legittime le motivazioni dalla stessa fornite.

La sindrome di Alienazione Parentale (c.d. PAS) : realtà o invenzione?

L’episodio del bambino di Cittadella portato via a forza da scuola e reso pubblic dai mass media nello scorso mese di ottobre, ha fatto sì che venisse conosciuta anche dai non addetti ai lavori la c.d. PAS, ovvero la Sindrome di Alienazione Parentale e tutte le polemiche ad essa connesse.

Il termine PAS (Parental Alienation Syndrome) è stato in realtà coniato negli anni ottanta dallo psicologo forense Richard Gardner.

Tale grave disturbo, secondo lo psicologo americano, si verificherebbe ai danni di quei figli coinvolti nelle separazioni dei genitori eccessivamente conflittuali e non mediate.

La principale manifestazione di tale problema consisterebbe nella campagna di denigrazione da parte del figlio nei confronti del genitore non convivente (c.d. genitore alienato)  fino a giungere al suo rifiuto,  a seguito della “programmazione” dell’altro genitore (c.d. genitore alienante).

Come scrive lo stesso Gardner  “il programmatore (cioè il genitore alienante, n.d.r) scrive il copione e il bambino lo recita”.

Lo stesso psicologo[1] avrebbe individuato 8 sintomi primari presenti nel bambino affetto da PAS:

  1. la campagna di denigrazione, nella quale il bambino mima  i messaggi di disprezzo del genitore «alienante» verso quello «alienato». In una situazione normale ciascun genitore non permette che il bambino esibisca mancanza di rispetto e diffami l’altro. Nella PAS, invece, il genitore «alienante» non mette in discussione tale mancanza di rispetto, ma può addirittura arrivare a incoraggiarla;
  2. la razionalizzazione debole dell’astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o, anche, solamente superficiali;
  3. la mancanza di ambivalenza, per la quale il genitore alienato è descritto dal bambino come «completamente negativo» laddove l’altro è visto come «completamente positivo»;
  4. il fenomeno del pensatore indipendente indica la determinazione del bambino ad affermare di essere una persona che sa ragionare senza influenze e di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione senza input del genitore «alienante»;
  5. l’appoggio automatico al genitore «alienante» è una presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore «alienante», qualsiasi genere di conflitto venga a crearsi;
  6. l’assenza di senso di colpa, per il quale tutte le espressioni di disprezzo nei confronti del genitore «alienato» trovino giustificazione nel fatto di essere meritate, sorta di «giusta punizione»;
  7. gli scenari presi a prestito, ovvero affermazioni che non possono ragionevolmente provenire direttamente dal bambino, quali ad esempio l’uso di frasi, parole, espressioni o la citazione di situazioni normalmente non patrimonio di un bambino di quell’età per descrivere le colpe del genitore escluso;
  8. l’estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato, che coinvolge nell’alienazione la famiglia, gli amici e le nuove relazioni affettive (una compagna o un compagno) del genitore rifiutato.

Allo stato attuale, la PAS non viene riconosciuta come malattia o sindrome nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (in sigla DSM).

Del resto le teorie elaborate da Gardner sono da sempre oggetto di polemiche e di acceso dibattito tra gli psicologi e gli operatori del diritto sia all’estero, sia in Italia.

Nel nostro Paese, infatti, la PAS viene riconosciuta tra le forme di abuso psicologico dalla  Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, mentre viene considerata priva di presupposti clinici, di validità e di affidabilità, ad esempio, dalla Società Italiana di Psichiatria.

In rete si possono trovare diversi contributi di psicologi che ritengono che la PAS non sia in realtà una malattia psichica.

Tra questi è certamente meritevole di nota l’e-book “Sindrome di alienazione genitoriale (P.A.S.): il grande imbroglio. Come di una presunta malattia si vuole fare un dogma”, reperibile gratuitamente su www.scienzaeprofessione.it, ove l’autore (lo psicologo Andrea Mazzeo) contesta punto per punto la teoria di Gardner.

Nel citato testo si legge, peraltro, che Il bambino può rifiutare un genitore per motivi banali ma anche per motivi gravi; la causa del rifiuto va cercata, secondo la metodologia psicologica corrente, nella relazione interpersonale tra bambino e genitore rifiutato, e non operando salti logici incolpando del rifiuto l’altro genitore.

Certo, un bambino può anche essere indotto a rifiutare un genitore per manipolazione psicologica; ma questo è un comportamento che configura un reato – maltrattamento psicologico del minore  – e non è una malattia”.

I nemici della PAS non possono, peraltro, fare a meno di evidenziare che l’inventore della PAS è morto suicida nel 2003 accoltellandosi con un coltello da macellaio dopo aver abusato di oppiacei e antidolorifici.

La PAS nella giurisprudenza di merito e di legittimità

Nel corso degli ultimi anni, la PAS sta cominciando a trovare spazio all’interno delle sedi giudiziarie italiane ma le sentenze in proposito sono ancora piuttosto rare.

La prima sentenza in cui viene menzionata la Sindrome di Alienazione Parentale è quella della Corte d’Appello di Firenze del 13 febbraio 2009 in cui il Collegio, prende atto di una situazione preoccupante, di grave disagio e di incomunicabilità della figlia minore col padre  e di eccessivo attaccamento della stessa alla madre ed afferma che qualora la madre “non receda immediatamente dagli atteggiamenti distruttivi in questione, ella dovrebbe, probabilmente, a salvaguardia della figlia, essere esclusa dall’affidamento”.

Altra importante sentenza è la n. 7452/2012 della Suprema Corte di Legittimità, trovatasi a rigettare il ricorso proposto da una donna condannata ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c. sia nel giudizio di separazione di primo grado, sia nel successivo procedimento d’appello per essersi resa responsabile della sindrome di alienazione genitoriale da cui era affetta la figlia. Nel caso specifico la donna aveva invero infondatamente denunciato il marito per asseriti abusi sessuali sulla figlia ed aveva assunto un comportamento tale da indurre la minore a rifiutare qualsiasi contatto con il padre.

Da citare infine anche la sentenza resa  dal Tribunale di Roma, sezione I Civile il 3 settembre 2011, ove non viene esplicitamente menzionata la Sindrome di Alienazione Parentale ma si esprime comunque biasimo per il comportamento di quel genitore che “con il suo ostinato, caparbio e reiterato comportamento, cosciente e volontario” venga meno “al fondamentale dovere, morale e giuridico, di non ostacolare, ma anzi favorire la partecipazione dell’altro genitore alla crescita ed alla vita affettiva del figlio”.

 

*Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata sulla Rivista “Questioni di diritto di Famiglia” – Maggioli Editore


[1] Gardner, Richard Alan,  Recent Trends in Divorce and Custody Ligation (1985)

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Cassazione Civile, sez. I, 23 gennaio 2013, n. 1527

E’ legittimo disporre il rientro del minore in Germania presso la madre, senza procedere all’ascolto del bimbo in tenera età; infatti, non è contrario alla convenzione de l’Aja il decreto del Tribunale dei Minori che dispone il rientro in Germania del minore, dove già aveva la residenza abituale.

L’accertamento circa il grado di maturità del minore ovvero l’assenza di condizioni che gli evitino traumi che per la sua tenera età potrebbero incidere gravemente sulla sua sfera psichica, è rimesso al giudice del merito che è tenuto a valutare (L. n. 64 del 1994, art. 7, comma 3) anche in ragione del carattere urgente e meramente ripristinatorio della procedura (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e 19 dicembre 2003 n. 19544), se, secondo quanto previsto dall’art. 11, comma 2 del Regolamento CE n. 2201/2003, sia inopportuno ascoltarlo per il grado di discernimento da presumersi raggiunto secondo comune esperienza, condizione quest’ultima sottesa anche all’art. 23, lett. b) ed esplicitamente ribadita dall’art. 42, comma 2, lett. a) del medesimo testo. L’adempimento, già previsto nell’art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ora necessario ai sensi degli artt. 3 e 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. 20 marzo 2003, n. 77, quale strumento d’acquisizione della sua opinione laddove abbia un sufficiente grado di discernimento, “postula che il minore riceva le informazioni pertinenti ed appropriate, con riferimento alla sua età ed al suo grado di sviluppo”, e tali informazioni non nuocciano al suo benessere (Cass. n.16753/2007). Può essere difatti omesso nei casi in cui il giudice del merito, secondo il suo prudente apprezzamento, ravvisi suddetto pericolo di pregiudizio ovvero un contrasto con gli interesse superiori per l’interessato, ovvero reputi il minore non adeguatamente maturo alla stregua della situazione di fatto considerata (Cass. SU n 22238/2009, n. 12293/2010, 13241/2011, 17201/2011).

Per scaricare il testo integrale della sentenza cliccate qui.

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Tribunale  Bergamo – sentenza n. 482/2010

L’assegno di mantenimento per la prole va determinato in funzione dell’età, dei crescenti bisogni del minore (al quale deve deve essere garantito un tenore di vita adeguato a quello che dovrebbe essergli consentito dalla professione paterna, nella specie odontoiatria  in ambito ospedaliero ed extra moenia).

Nel caso di specie è stato pertanto ritenuto congruo un assegno di mantenimento di Euro 800,00.

Quanto all’assegno divorzile, nella stessa sentenza, si legge invece che non può essere riconosciuto in favore del coniuge che abbia stabile occupazione ed un reddito adeguato, vivendo in casa dei genitori senza sostenere spesa alcuna ed in assenza di prova relativa ad un tenore di vita tale da giustificare tale erogazione. Infine, bisogna tener conto della brevissima durata dell’unione coniugale, entrata in crisi dopo appena due anni dalla celebrazione del matrimonio con la separazione dei fatto dei coniugi.

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assegno mantenimento divorzioCon sentenza del 22 novembre 2011 il Tribunale di Prato ha fornito la seguente lucida spiegazione in ordine alla dibattuta questione delle spese straordinarie.

Secondo un’accezione (particolarmente lata) si intende come straordinaria qualunque spesa ulteriore rispetto a quelle essenziali (vitto, alloggio). Vengono così chiesti i contributi più disparati, come ad esempio quelli per il cinema, il parrucchiere, la cena con gli amici, il regalo di compleanno e così via. Tale nozione di spesa straordinaria è, tuttavia, il frutto di un fraintendimento del concetto stesso di mantenimento. Andare a chiedere il contributo percentuale a titolo di spese straordinarie per esborsi del tipo di quelli appena indicati, significa identificare il concetto di mantenimento nel contributo necessario a soddisfare le più elementari esigenze di vita, facendo una chiara sovrapposizione con la nozione di alimenti. Sono infatti questi ultimi a consentire di ovviare alle necessità fondamentali della vita quotidiana. Il mantenimento è invece identificato nella somma necessaria a consentire la soddisfazione di tutte le esigenze di vita (elementari e non) di una determinata persona, in relazione al tenore di vita, che possono assicurarle i genitori, compatibilmente ai loro redditi ed alle spese che, a loro volta, devono sostenere per il proprio mantenimento. È pertanto ovvio che l’assegno di mantenimento, unito al contributo dato anche dal genitore percettore di quest’ultimo, sia calcolato in modo da consentire al figlio di poter soddisfare non solo i bisogni elementari della vita quotidiana, ma anche ulteriori esigenze di studio, ludiche od estetiche, che già formano oggetto del tenore di vita della figlia.
Nel concetto di spese straordinarie rientra invece tutto ciò che è extra ordinem in senso soggettivo ed oggettivo. In senso soggettivo, perché deve trattarsi di spese non prevedibili ex ante e pertanto non quantificabili al momento della determinazione giudiziale dell’assegno di mantenimento. In senso oggettivo, perché tali spese devono essere di ammontare tale da non poter essere coperte dall’assegno di mantenimento, il cui importo, come già accennato deve essere parametrato non solo alle esigenze del beneficiario, ma anche alle possibilità economiche dell’obbligato.
Proprio in ragione dei requisiti appena indicati le spese straordinarie non si prestano ad un’elencazione specifica da parte del giudice, la quale non potrebbe che avere sempre e comunque carattere esemplificativo. Tanto più che con riferimento ad uno stesso settore una spesa può essere ordinaria o straordinaria.

Nel caso delle spese mediche, ad esempio, non possono non rientrare fra le spese ordinarie quelle erogate per le medicine necessarie a curare, ad esempio, un’influenza, mentre sono straordinarie (non prevedibili ex ante e non suscettibili di essere coperte con il solo importo dell’assegno di mantenimento), quelle per un intervento chirurgico o per una terapia a seguito di un infortunio.
Nonostante le difficoltà di individuazione in concreto di quello che può rientrare o meno nel concetto di spesa straordinaria, l’applicazione dei parametri oggettivi e soggettivi sopra indicati, alla luce della distinzione tra la nozione di alimenti e quella di mantenimento, sono criteri idonei ad evitare dei contrasti tra le parti in sede di applicazione del dispositivo giudiziale”

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assegno di mantenimentoE’ bene innanzitutto tener presente che l’assegno di mantenimento versato in favore del coniuge riceve un trattamento fiscale differente dall’assegno di mantenimento che viene versato il favore del figlio.

Infatti, l’assegno di mantenimento che un coniuge corrisponde all’altro coniuge a seguito di separazione o di divorzio è deducibile dal reddito imponibile del coniuge obbligato. Al tempo stesso tale assegno costituisce reddito imponibile per il coniuge che lo percepisce. Occorre comunque precisare che affinché l’assegno di mantenimento possa essere dedotto dal reddito del coniuge obbligato è necessario che tale obbligo risulti da provvedimenti dell’autorità giudiziaria (ovvero da ordinanza o sentenza) che dovranno essere esibiti, a richiesta, agli uffici fiscali (art. 10, comma 1, lett. C.,del D.P.R. 22.12.1986, n.917).

L’assegno di mantenimento che viene invece corrisposto in favore dei figli NON è deducibile (mai) dal reddito del coniuge obbligato al mantenimento. Parimenti, il coniuge al quale viene corrisposto il contributo al mantenimento per i figli, non dovrà indicarlo nella sua dichiarazione dei redditi (si veda, al riguardo, l’art. 3, comma 3, lett. B, del D.P.R. 22.12.1986, n. 917).

Ai fini fiscali (ma non solo) è pertanto opportuno che, in sede di separazione o di divorzio, venga SEMPRE specificato l’ammontare dell’assegno spettante al coniuge da quello spettante ai figli.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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