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PREMESSA

Come ormai noto, la legge n. 219/2012 ha modificato l’art. 38 Disp. Att. cod. civ. riducendo le attribuzioni del Tribunale per i Minorenni.

Vero è anche che la citata norma è stata riscritta in modo poco chiaro e si è prestata (e si presta tuttora) ad una notevole attività interpretativa soprattutto con riferimento alla corretta individuazione dell’autorità giudiziaria a cui competa provvedere nell’interesse del minore nei casi in cui si prospetti la necessità di interventi limitativi della potestà genitoriale.

Proprio in relazione a questo argomento, è bene ricordare che il novellato art. 38 Disp. Att. Cod. civ. prevede oggi che il Tribunale per i Minorenni resti competente per i provvedimenti in caso di condotta del genitore pregiudizievole ai figli (ex art. 333 c.c.), purché non sia “in corso” tra le parti un giudizio di separazione o divorzio o relativo all’esercizio della potestà genitoriale ex art. 316 cod. civ. In tali casi, infatti “per tutta la durata del processo la competenza […] spetta al giudice ordinario”.

Nell’attività interpretativa della novellata norma codicistica è certamente apprezzabile il Protocollo d’intesa del Tribunale Ordinario e del Tribunale per i Minorenni di Brescia.

Con la predisposizione e diffusione di tale Protocollo, il Tribunale Ordinario ed il Tribunale per i Minorenni di Brescia si sono invero  prefissi lo scopo di  superare le pericolose disarmonie venutesi a creare con riferimento all’individuazione dell’autorità giudiziaria tenuta a provvedere nell’interesse del minore nei casi in cui si prospetta la necessità di interventi limitativi dell’esercizio della potestà genitoriale.

Del resto le Linee Guida del Consiglio d’Europa del 17 novembre 2010, fatte proprie dall’Unione Europea, tendono proprio a far sì che vengano promosse delle “azioni a misura di minore” per evitare ritardi ingiustificati nella loro tutela.

Tra le attività previste, ricorda il suddetto Protocollo,  rientra anche la predisposizione di strumenti volti ad assicurare che tutti i professionisti interessati che lavorano a contatto con i minori, ricevano delle istruzioni concrete al fine di garantire ed attuare adeguatamente i diritti dei minori.

IL CASO: IL RIPARTO DI COMPETENZA IN PENDENZA DI GIUDIZIO DI SEPARAZIONE

Il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro trasmetteva al Tribunale Ordinario della stessa città, procedimento ex art. 333 cod. civ. promosso da parte del Pubblico Ministero, rilevando che pendeva procedimento per separazione tra i genitori del minore interessato.

Il Tribunale Ordinario, appurando però che il giudizio di separazione tra i genitori si era in realtà estinto successivamente alla proposizione del ricorso presentato dal Pubblico Ministero presso il Tribunale per i Minorenni, dichiarava la propria incompetenza e disponeva la restituzione degli atti al Tribunale per i Minorenni di Catanzaro.

Il Tribunale Ordinario sottolineava invero che la vis actractiva dei procedimenti ex art. 333 cod. civ., prevista dalla novella legislativa, opera soltanto laddove il procedimento separativo (ovvero il giudizio di separazione o di divorzio o ex art. 316 cod. civ.) sia “in corso” e “per tutta la durata del medesimo”.

Lo stesso Tribunale , richiamando il Protocollo d’intesa tra il Tribunale Ordinario ed il Tribunale per i Minorenni di Brescia, evidenziava che allorquando il procedimento separativo sia in fase di quiescenza e non vi sia giudice che stia trattando attivamente la causa, la competenza a trattare il procedimento vada ravvisata in capo al Tribunale per i Minorenni.

In relazione al riparto di competenza tra Tribunale Ordinario e Tribunale per i Minorenni per i procedimenti ex art. 333 cod. civ., il Protocollo di Brescia è quindi attualmente considerato tra le migliori prassi applicative  e certamente è da segnalare per la sua completezza e chiarezza.

Il Protocollo, invero, chiarisce anche che la competenza del Tribunale ordinario per i provvedimenti de potestate presuppone che nel giudizio “in corso” si controverta su problematiche relative ai minori, con la conseguenza che, qualora sia stata già pronunciata una sentenza non definitiva che abbia risolto la questione dell’affidamento dei figli e sono in discussione solo le questioni di carattere economico la competenza ad emettere i provvedimenti di cui all’art. 38, I comma Disp. Att. cod. civ., resterà in capo al giudice minorile.

Parimenti, sempre secondo il Protocollo di Brescia, sarà competente il Tribunale per i Minorenni nel caso in cui il processo penda in secondo grado ma l’impugnazione non investa le questioni relative all’affidamento dei minori.

* Nota a ordinanza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata su “Questioni di Diritto di Famiglia” – Maggioli Editore

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La premessa

Gli obblighi genitoriali trovano la loro fonte nell’art. 30 della Carta Costituzionale, nonché nell’art. 147 cod. civ.: si tratta, come è noto, dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione.

Qualora i genitori non adempiano a tali doveri costituzionalmente sanciti, il codice civile prevede (nei casi più gravi) il rimedio drastico della decadenza dalla potestà parentale (art. 330 cod. civ.) oppure provvedimenti di limitazione di tale potestà (artt. 333 e 334 cod. civ.), ovviamente assunti con espresso riferimento al pregiudizio arrecato al minore, sia dal punto di vista personale che patrimoniale.

La finalità delle succitate norme codicistiche è certamente quella di proteggere il minore dai pregiudizi subiti a causa delle violazioni dei propri doveri da parte di uno od entrambi i genitori.

Con Legge n. 54/2006 è stato poi inserito nel codice di rito il dettato dell’art. 709 ter c.p.c., al quale è possibile far riferimento ogni qualvolta si verifichi inadempimento agli obblighi genitoriali oggetto della decisione giudiziaria ovvero si riscontrino comportamenti lesivi degli interessi della prole.

Nella sentenza in commento, si è fatto espresso richiamo alla suddetta disposizione per il caso del danno subito dai figli a causa del completo disinteresse mostrato da uno dei genitori.

Il caso

Una donna presentava innanzi al Tribunale di Modena ricorso per separazione giudiziale chiedendo che la stessa fosse addebitata al marito, reo di aver abbandonato la stessa e le figlie minori e di essersene completamente disinteressato nell’ultimo biennio.

Nel corso dell’istruttoria emergeva invero che il marito si era allontanato dall’abitazione coniugale tre anni prima e che, dall’anno successivo, aveva completamente omesso di occuparsi della propria famiglia sia a livello morale, sia a livello economico.

A causa dell’assenza di ogni contribuzione successiva all’abbandono della casa coniugale, la donna e la prole versavano in gravi condizioni economiche, tali per cui si era reso addirittura necessario l’intervento dei Servizi Sociali.

Sulla base di tali presupposti, la donna chiedeva pure che le figlie le venissero affidate in via esclusiva.

Contestualmente alla domanda di separazione giudiziale, la ricorrente chiedeva che il marito venisse condannato al risarcimento del danno esistenziale dalla stessa asseritamente subito.

La decisione del Tribunale di Modena

Con sentenza emessa il 17 settembre 2012, il Tribunale di Modena, nell’accogliere le richieste della ricorrente, ha innanzitutto affidato le figlie in via esclusiva alla madre a causa dell’evidente e persistente disinteresse mostrato dal padre nei confronti della prole.

Pertanto, ad avviso del Tribunale di Modena, l’assenteismo del genitore costituisce legittima deroga al regime dell’affido condiviso introdotto con Legge n. 54/2006 [1].

Quanto alla domanda di risarcimento formulata dalla moglie, il Giudice di Prime Cure, richiamando la più recente giurisprudenza di merito, [2] ne ha affermato la sua inammissibilità nel corso del giudizio di separazione personale (pur se scaturente dalle medesime ragioni che sorreggano la domanda di addebito).

Tuttavia, il Tribunale, precisando che la suddetta domanda conteneva un’ampia richiesta di condanna, ha comunque ritenuto  di poter qualificare e valutare la stessa ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c., secondo comma, ipotesi n. 2 , che trova sua opportuna sede nel procedimento di separazione.

Il Collegio giudicante ha quindi ricordato quali siano le funzioni delle misure stabilite nell’art. 709 ter c.p.c., nonché i presupposti che ne legittimano l’applicabilità.

Nella pronuncia de qua, si legge infatti che la funzione delle misure di cui all’art. 709 ter c.p.c. è quella di indurre l’obbligato al rispetto delle prescrizioni giudiziali emesse a suo carico e ad astenersi in futuro da condotte qualificabili in termini di inottemperanza all’ordine impostogli in sede giudiziale.

Più in particolare il Tribunale di Modena ha poi ricordato che la misura del risarcimento del danno di cui al comma secondo, numero 2) della citata norma processuale è caratterizzata da duplice natura e finalità. Trattasi, infatti, sia di mezzo di coazione volto a far cessare il comportamento illecito del genitore, sia di mezzo di reintegrazione di un grave pregiudizio.

Ne consegue che, laddove si intenda ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale a titolo di responsabilità per disinteresse nei confronti del figlio, dovrà provarsi che da tale comportamento il minore abbia subito un grave e consistente pregiudizio, nonché il nesso di causalità tra la condotta illecita ed il pregiudizio stesso.

In mancanza di tale prova, il comportamento lesivo potrà essere sanzionato soltanto tramite i rimedi dell’ammonizione e della sanzione pecuniaria, ipotesi previste e disciplinate dall’art. 709 ter c.p.c., secondo comma, n. 1) e n. 4).

Nella fattispecie specifica, il Tribunale di Modena, ritenendo provato il grave pregiudizio subito dalle figlie minori completamente abbandonate dal padre con gravi conseguenze sulla loro condizione relazionale e psicologica, ha quindi condannato quest’ultimo al risarcimento del danno valutandolo in sede equitativa ex art. 1226 cod. civ..

[1] In senso conforme: Trib. Novara, 11.2.2010 in cui viene affermato che è legittimo affidare la figlia alla madre, quando il padre dimostra disinteresse, nonostante l’affido condiviso sia la regola; Trib. Bologna, 17 aprile 2008 secondo il quale : “In tema di separazione giudiziale dei coniugi, va escluso l’ affidamento condiviso dei figli minori a fronte del totale disinteresse mostrato da uno dei genitori per i figli stessi”; Trib. Messina, 29 gennaio 2008: “Qualora uno dei genitori non assolva agli obblighi di cura e di presenza nella vita del minore, può disporsi, nel processo di divorzio, l’affidamento esclusivo all’altro genitore ed al fine di evitare che l’assenza del primo renda difficile l’adozione delle decisioni relative al minore, può anche disporsi che l’affidatario possa adottare da solo in difetto di esplicita opposizione da parte dell’altro, anche le decisioni maggiore interesse”; Trib. Pordenone, 30 marzo 2007 “In tema di affidamento dei figli minori, è opportuno che questi ultimi rimangano affidati in modo esclusivo al padre allorché non esista alcuna consuetudine di vita con la madre, la quale, dopo essersi trasferita in altra regione d’Italia ed aver formato una nuova famiglia, non abbia più avuto alcun contatto, neppure telefonico, con i figli. Inoltre, la madre, disinteressandosi dell’esito della causa di divorzio (non comparendo all’udienza presidenziale, né costituendosi nella successiva fase del giudizio) ha dimostrando di non avere argomenti contrari a quelli svolti dal marito a sostegno della richiesta di affidamento esclusivo della prole. In casi del genere, non può ritenersi conforme all’interesse dei figli l’affidamento condiviso, anche in considerazione del fatto che le decisioni che li riguardano dovranno più opportunamente essere prese dal genitore che conosce il loro carattere ed i loro bisogni”.

[2] Trib. Monza, 11 marzo 2009, n. 818; Trib. Milano, 20 marzo 2009, n. 3862; Trib. Modena, 1 ottobre 2010.

* Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo pubblicata sulla Rivista Questioni di Diritto di Famiglia -Maggioli Editore.

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sterilità separazioneE’ costato caro il segreto mantenuto da un giovane sposo di Latina, il quale aveva omesso di dire alla propria futura consorte di essere sterile.

Il Tribunale di Latina (sez. II Civile, sentenza 22 febbraio 2012) ha invero condannato lo sposo reticente al pagamento in favore della moglie di ben 150 mila euro a titolo di risarcimento e al rimborso delle spese legali sostenute dalla stessa.

 Al riguardo, il Tribunale ha al riguardo rilevato che la condotta illecita posta in essere dal convenuto è costituita dall’aver taciuto alla moglie, mediante un comportamento integrante almeno colpa grave, attesa l’importanza dell’informazione in questione ai fini della scelta di costituire una nuova famiglia con la celebrazione del matrimonio, gli esiti dell’esame effettuato qualche settimana prima delle nozze, finendo con l’impedire alla moglie stessa di modulare consapevolmente le proprie scelte future, sia sul piano personale che su quello lavorativo (considerato che la normale esigenza di coabitazione tra i coniugi aveva indotto peraltro la signora a lasciare la propria iniziale occupazione ed a trasferirsi all’estero accanto al marito).

Nella quantificazione del danno subito dalla moglie, il Tribunale ha tenuto contro dei seguenti elementi:

1)      La donna aveva modificato completamente i propri progetti di vita, anche sul piano professionale, per seguire il marito il quale aveva ottenuto un impiego all’estero; dopo pochi anni dall’inizio del matrimonio;

2)       nel 1991 circa, la coppia aveva cercato di avere un figlio e si era sottoposta ad una serie di accertamenti e, quindi, in particolare l’attrice, di cure sino alla fine dell’anno 1996, quando è intervenuta la separazione, senza che il marito riferisse alla moglie di essere già a conoscenza almeno di una propria patologia nel procreare;

3)      il passare degli anni nella descritta situazione, l’intervenuta separazione ed il trascorrere di altri anni per il consolidarsi di una nuova relazione, avevano in sostanza impedito all’attrice in via definitiva di diventare madre in un’età diversa da quella in cui può ritenersi dimostrato secondo una nozione di comune esperienza che non insorgano problemi per la donna ed il nascituro.

In considerazione di tutti i suddetti elementi e del forte desiderio della signora in questione di diventare madre, il danno subito dalla stessa è stato quantificato in via equitativa, tenendo conto anche della giurisprudenza in tema di responsabilità medica per interventi errati che abbiano eliminato o ridotto la fertilità del danneggiato, nella somma di € 150.000,00.

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nullità matrimoniodi Eleonora Bonaccorsi- praticante avvocato del Foro di Catania

La dichiarazione di nullità del matrimonio concordatario pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico deve essere sottoposta ad un giudizio di delibazione, la cui competenza spetta alla Corte d’Appello, affinché abbia efficacia anche nell’ordinamento civile italiano.

Essa, in ogni caso, opera solo in presenza di gravi motivi e produce l’effetto non indifferente, da un punto di vista giuridico, di rendere ab origine inefficace il matrimonio, dunque, come se mai fosse stato celebrato. Tale caratteristica consente di individuare un’importante, anche se non unica, differenza rispetto all’istituto del divorzio, che in primis riguarda esclusivamente gli effetti civili del vincolo matrimoniale, facendo venir meno i doveri e i diritti reciproci dei coniugi, ma con efficacia ex nunc, senza che abbia alcuna conseguenza rispetto al rito religioso. Agli ex coniugi, pertanto, non sarà più consentito, seppure in presenza di una sentenza di divorzio, contrarre un nuovo matrimonio in Chiesa. Peraltro, si può aggiungere che i motivi posti alla base di una causa di divorzio sono perlopiù sopravvenuti, mentre nel caso della richiesta di nullità è necessario che i “vizi” siano non solo sussistenti ab origine, ma anche manifesti, conosciuti o conoscibili all’altro coniuge, usando l’ordinaria diligenza.

A tale proposito, la Cassazione, I sez. civile, con la sentenza n. 17465/11, si è espressa in questo senso, in merito al ricorso proposto da una donna contro la sentenza della Corte d’Appello che ha delibato la sentenza di nullità del proprio matrimonio pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico.  Nel caso di specie, la causa di invalidità veniva rinvenuta nell’esclusione dei “bona matrimonii.

Orbene, con la citata pronuncia la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dalla ricorrente, la quale eccepiva la mancata conoscenza dell’esclusione dell’indissolubilità del matrimonio, ed inoltre affermava che il giudice a quo aveva tenuto conto delle sole affermazioni contenute nella sentenza delibata, senza effettuare alcun esame delle prove prodotte in sede di giudizio canonico.

In effetti, rileva la Cassazione, il giudice italiano ha correttamente e minuziosamente valutato il materiale probatorio prodotto davanti al Tribunale Ecclesiastico e sulla base di questi elementi aveva escluso la non conoscenza o non conoscibilità, attraverso l’ordinaria diligenza, dell’insussistenza dei “bona matrimonii.

Inoltre il giudice a quo aveva respinto il motivo proposto in sede di delibazione, vertente su una presunta violazione dell’affidamento negoziale incolpevole su cui la ricorrente insisteva. Attraverso una serie di indizi premonitori, infatti, la donna avrebbe potuto osservare la particolare sensibilità dell’allora fidanzato verso le altre donne, condizione che lo aveva addirittura portato, in un primo momento, ad interrompere il fidanzamento con la donna. Ma vi è di più, giacché l’uomo aveva mostrato profondo turbamento di fronte la notizia della gravidanza della donna ed era stato indotto, in occasione di una riunione tra le famiglie per decidere sul da farsi, a contrarre matrimonio, invocando come soluzione eventuale il divorzio. Eventi, questi, che denotano chiaramente la divergenza tra la volontà reale e la dichiarazione dell’ex coniuge, usando l’ordinaria diligenza propria dell’uomo medio. Sulla base di ciò, la Cassazione con la sentenza di rigetto non può che affermare che “va delibata la sentenza ecclesiastica che abbia pronunciato la nullità del matrimonio per esclusione, da parte di uno dei coniugi, dei bona matrimonii, purché la divergenza tra volontà e dichiarazione sia stata manifestata all’altro coniuge o da questo conosciuta o comunque conoscibile con ordinaria diligenza”.

In conclusione, dunque, si può correttamente affermare che la nullità del matrimonio può essere invocata e dichiarata laddove vi sia una manifesta, conosciuta o conoscibile divergenza tra la dichiarazione e la volontà del coniuge di contrarre matrimonio, avendo riguardo alla diligenza dell’uomo medio.

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tradimento separazione addebitoE’ di pochi giorni fa l’importante sentenza della Suprema Corte che è destinata ad essere largamente citata nelle aule dei Tribunali da molti avvocati matrimonialisti.

La Cassazione (sentenza n. 18853/2011) è giunta ad affermare che il tradimento, qualora provochi un provato danno alla salute del coniuge malcapitato, va risarcito.

Ma la vera novità e peculiarità di questa sentenza è in realtà un’altra.

Finalmente la Cassazione ha affermato che il risarcimento del danno da tradimento può essere riconosciuto anche se i coniugi si sono separati consensualmente.

Si tratta, è evidente, di un precedente giurisprudenziale di notevole importanza che apre la strada a richieste risarcitorie di tutte quelle persone che sono state costrette a subire il tradimento da parte del proprio coniuge.

Non ci resta che attendere per vedere se i Tribunali italiani accoglieranno con favore questo nuovo orientamento della Corte di Legittimità.

assegno divorzio moglieAd affermarlo è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2747 depositata il 4 febbraio 2011: il marito “ricchissimo” deve versare l’assegno divorzile alla moglie anche se ricca.

La Suprema Corte ritiene infatti che l’esame della domanda dell’assegno divorzile debba fondarsi in relazione alle potenzialità economiche delle parti sia patrimoniali che reddituali.

Pertanto, qualora la ex moglie non sia in grado di mantenere il tenore di vita condotto in costanza di matrimonio alla stessa va riconosciuto l’assegno divorzile. L’importo di tale assegno deve essere fissato in una misura che tendi a riequilibrare la situazione reddituale e patrimoniale della beneficiaria.

Pubblico di seguito un estratto della sentenza in argomento:

“In considerazione delle potenzialità economiche delle parti sia patrimoniali che reddituali, su cui deve fondarsi l’esame della domanda di assegno divorzile (cfr. Cass. 13 luglio 2007 n. 15610), la Corte d’appello ha correttamente presunto l’esistenza di un tenore di vita condotto nel matrimonio dalle parti non raggiungibile in alcun modo dalla T. , anche con le sue attuali entrate di discreto livello, con motivazione logicamente congrua e senza errori di diritto, essendo le condizioni socio-economiche del B. di livello così elevato da essere irraggiungibili, per cui l’assegno si è fissato in una misura che tendenzialmente vuole riequilibrare; ma solo in parte la situazione reddituale e patrimoniale della controricorrente, dovendosi di regola escludere che la esistenza di entrate sufficienti a fruire di un discreto livello di vita per chi richiede l’assegno di divorzio possa impedire il riconoscimento del diritto a quest’ultimo, allorché le eccezionali situazioni patrimoniali e reddituali della vita comune nel matrimonio siano state tali da imporre un’integrazione a titolo di assegno anche se questo non è sufficiente a coprire la differenza di livello ma consente almeno in parte di attenuarne gli effetti in relazione al raggiungimento di standard di vita più vicini a quelli già goduti.
È quindi da negare che nel caso si sia applicato l’art. 156 c.c., essendosi pervenuti ad accertare l’esistenza del diritto all’assegno, per la necessità di adeguare la situazione economico-sociale della donna a quella fruita da lei nel matrimonio, riequilibrata parzialmente e solo tendenzialmente, con il disposto assegno di divorzio.
Si deve negare che precluda il riconoscimento del diritto all’assegno una capacità di produzione del reddito sufficiente ad una vita dignitosa o agiata di chi chiede l’assegno, ma in ogni caso di gran lunga inferiore alle entrate prodotte e producibili, sia all’epoca della vita comune durante il matrimonio che all’attualità, con il patrimonio in proprietà o in usufrutto dell’altra parte, la cui redditività nella concreta fattispecie non può che essere grandemente aumentata rispetto al 1998, in ragione del notorio incremento dei canoni di locazione tra gli anni novanta e l’attualità

separazione mantenimento affidoTribunale  Roma  sez. I, sentenza n. 16457 del 27 luglio 2010

REPUBBLICA ITALIANA

EST NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA

SEZ. I

così composto:

dott. Rosaria Ricciardi  presidente

dott. Franca Mangano     giudice

dott. Anna Mauro         giudice est

riunito nella camera di consiglio ha emesso la seguente

SENTENZA

nella  causa  civile  in  primo  grado iscritta al n. 22953/2007 RGAC

vertente

tra  F.F.  elettivamente domiciliato in R., via …, presso lo studio

dell’avv.to D.C. che lo rappresenta e difende giusta procura in atti

ricorrente

P.C.elettivamente  domiciliata  in  Roma,  via  …,  lo studio degli

avv.ti  G.S.  e  N.P.  Di  G. che la rappresentano e difendono giusta

procura atti

resistente

con  l’intervento in causa del Procuratore della Repubblica presso il

Tribunale di Roma

OGGETTO:

separazione  personale dei coniugi

Diritto

Motivi della decisione

Non vi è contestazione sull’impossibilità di ricostituire il consorzio familiare. L’elevata conflittualità che caratterizza i rapporti tra le parti e la separazione protrattasi per tutta la durata del processo conducono ad escludere la possibilità di una riconciliazione tra i coniugi ed a riconoscere la intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

Deve in conseguenza essere pronunciata la separazione giudiziale dei coniugi .

Preliminarmente deve rilevarsi che la causa è stata istruita solo documentalmente avendo entrambe le parti richiesto alla prima udienza fissata dinanzi al giudice istruttore che la causa venisse rinviata immediatamente per la precisazione delle conclusioni.

Per tale motivo la richiesta, ormai tardiva di poter effettuare attività istruttoria formulata dalla parte resistente all’udienza di precisazione delle conclusioni, è stata disattesa.

La resistente ha chiesto sia con la comparsa di costituzione e risposta depositata per l’udienza presidenziale, sia con la memoria di cui air art. 709 c.p.c. che la separazione venisse addebitata al marito e ha individuato la causa della fine del rapporto in una relazione extra-coniugale da questo intrattenuta con persona con cui attualmente l’uomo convive e da cui ha avuto una figlia.

Orbene, il marito ha negato che la fine del rapporto sia da imputarsi alla relazione (che comunque non nega di intrattenere ) e non può dirsi comunque provato in modo inconfutabile, e in tal senso non sono di ausilio le dolorose dichiarazioni della giovane figlia M., che la frattura coniugale sia causalmente riconducibile a detta relazione, ben potendo questa essere intervenuta quando ormai, nonostante un’apparenza formale, l’armonia familiare era compromessa ed il distacco affettivo già intervenuto.

La conflittualità dimostrata nei rapporti interpersonali tra i coniugi e il difficilissimo rapporto padre-figlia non sono ostacolo all’affidamento condiviso della figlia (che diverrà maggiorenne tra qualche mese), posto che l’art. 155 bis c.c.. Consente l’affidamento esclusivo monogenitoriale solo in presenza di un accertamento serio della contrarietà all’interesse del minore dell’affidamento all’altro genitore. In considerazione dell’età della ragazza – che continuerà a vivere con la madre nella casa coniugale, di proprietà di entrambi i coniugi e che, per tale motivo deve essere assegnata alla moglie con quanto in essa contenuto – questa vedrà il padre liberamente ogni qual volta lo vorrà. La difficoltà di rapporto del padre con la figlia non può certo imputarsi, come dichiara il padre, all’esclusiva responsabilità della madre, quanto piuttosto alla difficoltà per la ragazza di contenere emotivamente la potentissima ferita derivatale dalla separazione dei genitori e di comprendere ed accettare fino in fondo la fine del loro rapporto, l’allontanamento del padre e la condivisione di vita da parte di quest’ultimo con una dorma diversa dalla madre.

Quanto alla determinazione del contributo per il mantenimento della figlia si rileva che gli elementi di fatto non sono mutati rispetto a quanto valutato in sede presidenziale prima e dalla Corte d’Appello dopo, Dalla dichiarazione dei redditi del 2009 per l’anno 2008 risulta che il marito gode di un reddito lordo di euro 112755,00 e netto di 72.6S8,00; è proprietario al 50% della casa coniugale e di un immobile concesso in locazione da cui ricava una rendita di euro 547,00 mensili nonché di un appartamento comprato dopo la separazione , in cui vive con la nuova famiglia di fatto, per l’acquisto del quale ha acceso un mutuo.

La moglie nello stesso anno ha goduto di un reddito lordo di euro 46.730,00 e netto di euro 34.235,00ed è comproprietaria oltre che della casa coniugale anche di altri immobili.

Pertanto, considerati i tempi di permanenza presso la madre e il conseguente valore economico delle prestazioni di cura ed assistenza assicurate dal genitore convivente, nonché la compressione del diritto di comproprietà del ricorrente sulla casa coniugale il Collegio ritiene di potere quantificare, fermi per il passato i provvedimenti adottati, in euro 1300,00 mensili l’ammontare dell’assegno per la figlia, importo che su base annua è inferiore ad 1/4 del reddito del ricorrente. Affinché il predetto importo rimanga adeguato anche in futuro, si dispone che esso siano aggiornato automaticamente ogni anno secondo gli indici del costo della vita per le famiglie di operai ed impiegati elaborati dall’Istat a decorrere dal mese di marzo 2009 ( indice base manzo 2008).

Al fine di far recuperare al padre il ruolo di partecipazione attiva alle scelte fondamentali relative alla figlia, si dispone che il F. provveda a contribuire, in misura del 60%, alle spese scolastiche e di studio (semplificatamente, rette e tasse di iscrizione, libri e materiale didattico, mensa , divise scolastiche, eventuali ripetizioni e corsi di sostegno e di approfondimento, viaggi di studio in Italia e all’estero, gite e campi scuola, corsi di musica), sportive, ricreative, mediche, per salute per la figlia.

Si rileva infine che la nascita di una figlia dall’unione naturale non si ritiene possa incidere sugli obblighi contributivi nei confronti della figlia nata in costanza di matrimonio, nel pieno della crescita e degli studi e che ha il pieno diritto di godere del tenore di vita di cui la famiglia ha goduto e che comunque avrebbe potuto godere. Il ricorrente, d’altro canto, che ha scelto in età matura di diventare padre per la seconda volta, ha liberamente e consapevolmente valutato la propria capacità economica di poter far fronte, con l’ausilio economico della nuova compagna, agli obblighi derivatigli dalla seconda paternità senza per questo nulla togliere alla prima figlia.

Sulla base delle superiori valutazioni, avuto riguardo alla situazione di entrambi i coniugi e al rilievo che la moglie non deve sostenere oneri abitativi anche per la compressione del diritto di comproprietà del marito, non si ritiene di accogliere la domanda riconvenzionale di mantenimento avanzata dalla donna.

Spese compensate in considerazione della natura degli interessi dedotti in giudizio.

P.Q.M.

il Tribunale definitivamente pronunciando così provvede:

- dichiara la separazione personale dei coniugi F.F. nato a omissis il omissis e P.C. nata, a omissis il omissis, coniugati a omissis il omissis (atto n. omissis parte, serie omissis, anno 1989) e ordina la trasmissione della presente sentenza all’Ufficio dello stato civile dove risulta registrato l’atto per l’annotazione;

- affida ad entrambi i genitori in modo condiviso la figlia che vivrà con la madre e vedrà il padre liberamente, ogni qualvolta lo vorrà;

- assegna alla moglie la casa coniugale, sita in omissis, via omissis, con quanto in essa contenuto;

5) il marito corrisponderà alla moglie, per il mantenimento della figlia minore, l’assegno mensile di euro 1300,00 da versarsi entro il 5 del mese al domicilio della donna con adeguamento automatico annuale secondo gli indici del costo della vita calcolati dall’ISTAT oltre al 60% delle spese scolastiche e di studio (semplificatamente, rette e tasse di iscrizione, libri e materiale didattico, mensa , divise scolastiche, eventuali ripetizioni e corsi di sostegno e di approfondimento, viaggi di studio in Italia e all’estero, gite e campi scuola, corsi di musica), sportive, ricreative, mediche e per salute per la figlia.

- rigetta la domanda riconvenzionale di addebito e di mantenimento avanzata dalla resistente;

- dichiara interamente compensate tra le parti le spese di lite.

divorzio tassaAll’inizio di quest’anno ho letto che il governo inglese sta valutando di inserire una “tassa sul divorzio”.

Il Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Pensioni, Maria Miller ha infatti affermato:

“Stiamo considerando di imporre una tassa sul divorzio, che potrebbe presto riguardare tutte le coppie sposate con figli. In caso di separazione, queste ultime dovranno pagare una tassa che servirà per finanziare il sistema che gestisce e supervisiona l’affidamento e il mantenimento dei figli. L’obiettivo è quello di convincere i genitori che il divorzio deve essere l’ultima soluzione possibile. Nel progetto c’è infatti anche un programma che cerca di aiutare i genitori a individuare e risolvere possibili problemi e contrasti in famiglia. Ma questo è solo un inizio. Io credo fermamente che tutto il sistema vada rivisto in favore del concetto di famiglia”.

Una tassa? E perché mai? La notizia è di quelle che fanno certamente rabbrividire.

Per ora, è bene precisarlo, si tratta solo di una proposta che dovrà poi eventualmente confrontarsi con l’opinione pubblica.

Da un lato è certamente positivo che ci si interroghi sul degrado ormai diffuso della relazione familiare ma, dall’altro lato, è oltremodo ingenuo pensare che possa bastare l’introduzione di una tassa per ridurre i divorzi. Non è certamente una tassa che può tenere unita una famiglia.

Non si può poi non considerare che una simile tassa rischierebbe di compromettere la libertà di scelta delle coppie meno abbienti, penalizzando così i coniugi che subiscono dal proprio partner abusi e soprusi di ogni genere.

Scrive Giuseppe Anzani su Avvenire: “ L’amore è una cosa diversa, è promessa e dono totale. L’amore è un’arte da apprendere, ma è un’arte che nessuno ti insegna, questo è il punto. E forse il censimento dei disastri familiari è l’occasione per riflettere e per escogitare qualche rimedio serio, invece che una tassa, per “aiutare” le coppie in difficoltà, le famiglie in crisi, le vite minacciate di naufragio.
È questa, in fondo, la differenza fra l’ordine giuridico concepito grezzamente come cintura di “diritti individuali” noncuranti, e l’ordine sociale che abbraccia la presenza delle persone vive, con l’intreccio di un dono reciproco. La scelta familiare è un dono singolarissimo, inconfondibile, irretrattabile. Perderlo è una sventura fra le più grandi. Io non giudico le persone che incontrano il divorzio; a volte mi è parso di sentire nella loro confidata ferita la nostalgia dolente di un bene perduto, quasi il varco di un lutto. Ma giudico una società indifferente a questi lutti, a questi cancelli del dolore; a queste statistiche dei fallimenti. Giudico una società che ha creduto finora di assolvere i suoi compiti negando di avere compiti, paga di esaltare ideologicamente “diritti” impiegati a distruggere, invece che a costruire. Altro che tasse, è il soccorso e la prevenzione ciò che ci manca”.

annullamento matrimonio malattiaL’art. 122 cod. civ. elenca tassativamente le ipotesi in cui il matrimonio può essere impugnato.

Il terzo comma della succitata norma dispone, tra l’altro, che  il matrimonio è annullabile dal coniuge che aveva prestato il proprio consenso ignorando l’esistenza di una malattia fisica o psichica dell’altro coniuge.

La possibilità di impugnare il matrimonio per tale motivo è quindi subordinata alla sussistenza delle seguenti condizioni:

1) esistenza della malattia prima del matrimonio;

2) non conoscenza dell’esistenza della malattia da parte del coniuge che richieda l’annullamento;

3) rilevanza dell’affezione ai fino dello svolgimento della vita matrimoniale;

4) influenza determinante sul consenso della non conoscenza dell’esistenza dell’infermità.

Le circostanze di cui ai punti 1,2 e 4 devono essere dimostrate dal coniuge che impugna il matrimonio, mentre dovere del Giudice è quello di accertare rilevanza dell’infermità ai fini di un normale svolgimento della vita familiare (v. Cass. Civ. n. 3671/1998).

Per malattie fisiche si intendono quelle che si presentano anche se non inemendabili almeno come durevoli nel tempo. Si tratta di malattie tanto acquisite che congenite. Non è necessario che siano contagiose per il coniuge ed i figli o ripugnanti. E’ infatti sufficiente che impediscano il normale svolgimento della vita coniugale (malattie veneree, AIDS, sclerosi multipla, epilessia, morbo di Parkinson, forme infettive gravi, dermatiti).

Per malattie psichiche si intendono invece tutte le turbe di non passeggere che ostacolano una normale vita di relazione psicoaffettiva (psicopatie, schizofrenia, psicosi, stati tossici dipendenti da alcool o da stupefacenti o da medicine).

Può trattarsi di malattia anche non cronica, purché non del tutto transitoria, che, indipendentemente dalla sua gravità, incida però sullo svolgimento della vita coniugale.

E’ bene precisare che l’art. 122 C.c. non richiede che l’infermità sia clinicamente conclamata prima del matrimonio, ipotesi questa che la renderebbe riconoscibile probabilmente all’uomo medio, ma che sia esistente, sia pure allo stato di sintomi o episodi prodromici, ciò perché solo la malattia insorta completamente dopo il matrimonio ne esclude l’annullamento in base al generale principio di solidarietà che deve connotare nel bene e nel male la valida unione coniugale (Cass. Civ. n. 12431/2001).

diritto di famiglia addebito della separazioneOccorre innanzitutto premettere che non è indispensabile che il Tribunale si pronunci sull’addebito della separazione. Non è infatti necessario che, in sede giudiziale, si accerti se la responsabilità della separazione incomba sull’uno o sull’altro coniuge.

La dichiarazione di addebito può quindi avvenire solo su richiesta di uno dei due coniugi.

Bisogna tener presente che la dichiarazione di addebito non ha alcuna incidenza sulle conseguenze personali della separazione, sull’assegnazione della casa coniugale e sull’affidamento dei figli.

In caso di addebito della separazione, derivano però le conseguenze patrimoniali che indico di seguito.

Il coniuge a cui venga addebitata la separazione:

–          Non ha diritto all’assegno dei mantenimento, ma solo agli alimenti (che gli possono essere concessi soltanto in caso di effettivo bisogno ed in ammontare sufficiente a garantirgli solo i minimi di sussistenza);

–          In caso di morte dell’altro coniuge, ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio, soltanto se sia già titolare di un assegno alimentare e nei limiti dell’importo di detto assegno;

–          Ha diritto alla pensione di reversibilità soltanto se titolare di assegno alimentare (Cfr Corte Costituzionale n. 450/1989);

–          Ha diritto all’indennità di anzianità e di preavviso, che gli deve essere corrisposta dal datore di lavoro del coniuge deceduto ai sensi dell’art. 2122 cod. civ., solo se titolare dell’assegno alimentare (cfr. Corte Cost. n. 213/1985).

Ma quali sono i casi in cui la separazione può essere addebitata a carico di uno dei due coniugi?

La separazione può essere addebitata allorquando uno dei coniugi non osservi gli obblighi elencati dall’art. 143 cod. civ., ovvero:

–          Dovere di fedeltà;

–          Dovere di assistenza e collaborazione

–          Dovere di coabitazione

–          Dovere di contribuzione

Quanto al dovere di fedeltà, la giurisprudenza di legittimità è da tempo unanime nell’affermare che “l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà può essere causa (anche esclusiva) dell’addebito della separazione sol quando risulti accertato che, a tale violazione, sia, in fatto , riconducibile la crisi dell’unione, mentre il comportamento infedele, se successivo al verificarsi di una situazione d’intollerabilità della convivenza, non è, di per sé solo, rilevante e non può, conseguentemente, giustificare una pronuncia di addebito della separazione quando non sia qualificabile come causa concorrente della rottura del rapporto” (Cass. Civ. n. 10742/1998)

Quanto, invece al dovere di coabitazione, la Suprema Corte ha chiarito che “l’abbandono della casa familiare non costituisce causa di addebitabilità della separazione quando sia stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto” (Cass. Civ. n. 10682/00).

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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