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Il 25 novembre, in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, parlerò di questo argomento presso la Sala del Consiglio Comunale di Cologno al Serio.
Nel corso della serata ci saranno anche degli interventi teatrali a tema.

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE - EVENTO A COLOGNO AL SERIO

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – EVENTO A COLOGNO AL SERIO

Si avvisa che lo Studio Legale D’Arcangelo è chiuso per ferie e riaprirà il 9 settembre.

Per urgenze  è possibile mandare una mail all’indirizzo studiolegaledarcangelo@gmail.com lasciando i propri recapiti e spiegando il problema.

 

1. L’origine dell’ascolto del minore nei procedimenti che lo riguardano e la normativa vigente

L’art. 155 sexies cod. civ., introdotto dalla legge n. 54/2006, disciplina l’audizione del minore attribuendo in capo al Giudice l’obbligo di ascoltare il minore nei procedimenti di separazione o di divorzio.

L’art. 315 bis cod. civ., aggiunto di recente dalla legge n. 219/2012, prevede inoltre oggi un vero e proprio diritto del minore ad essere ascoltato in tutte le procedure che lo riguardino qualora abbia compiuto i dodici anni o, se di età inferiore, abbia comunque capacità di discernimento.

La succitata vigente normativa codicistica trae origine dalla Convenzione dei Diritti del Fanciullo di New York del 20 novembre 1989 e dalla Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996 (entrambe successivamente ratificate e rese esecutive in Italia).

L’art. 12 della Convenzione di New York prevede invero che il fanciullo capace di discernimento abbia il diritto di esprimere liberamente la propria opinione su ogni questione che lo interessi.

La  succitata Convenzione di Strasburgo, all’art. 3, riconosce poi in capo al minore, nell’ambito delle procedure che lo riguardino, i seguenti diritti vincolati alla capacità di discernimento:

a) ricevere ogni informazione pertinente;

b) essere consultato ed esprimere la propria opinione;

c) essere informato delle eventuali conseguenze che tale opinione comporterebbe nella pratica e delle eventuali conseguenze di qualunque decisione.

L’art. 6 della Convenzione di Strasburgo prevede poi che nei procedimenti che riguardano un minore, l’autorità giudiziaria, prima di giungere a qualunque decisione, abbia i seguenti obblighi:

a) esaminare se dispone di informazioni sufficienti ad fine di prendere una decisione nell’interesse superiore del minore e, se necessario, ottenere informazioni supplementari, in particolare da parte dei detentori delle responsabilità genitoriali;

b) quando il diritto interno ritiene che il minore abbia una capacità di discernimento sufficiente:

- assicurarsi che il minore abbia ricevuto tutte le informazioni pertinenti,

- nei casi che lo richiedono, consultare il minore personalmente, se necessario in privato, direttamente o tramite altre persone od organi, con una forma adeguata alla sua maturità, a meno che ciò non sia manifestamente contrario agli interessi superiori del minore, permettere al minore di esprimere la propria opinione;

c) tenere in debito conto l’opinione da lui espressa .

La normativa non indica alcun criterio atto a valutare quando un soggetto infradodicenne sia ritenuto capace di discernimento.

Nell’ottica giuridica tale capacità sembrerebbe indicare due aspetti differenti: la capacità del bambino di capire ciò che è più utile per lui e la capacità di prendere decisioni autonome.

E’ evidente che, nei minori infradodicenni, sia opportuno che il Giudice proceda con l’acquisizione preliminare di un parere esperto (quale quello di psicologi dell’età evolutiva) che abbia proprio ad oggetto la capacità di discernimento del minore, presupposto necessario per la sua audizione e per la tutela dei suoi diritti e della sua serenità.

Nella relazione, l’esperto dovrà riportare la propria valutazione in merito alla capacità di discernimento del minore, al suo livello di sviluppo, alla capacità di esprimere la propria volontà e il grado di autonomia raggiunto.

2. Le modalità di ascolto del minore

Nel silenzio della legge, vanno poi valutate le modalità di ascolto del minore ritenuto capace di discernimento.

L’audizione del minore può avvenire direttamente davanti al Giudice (c.d. “ascolto diretto”) oppure in sede di CTU (c.d. “ascolto indiretto”).

In caso di ascolto diretto i Protocolli stipulati presso talune sedi giudiziarie italiane prevedono che sia da stabilirsi preferibilmente al di fuori dell’orario scolastico, in ambiente adeguato e a porte chiuse in modo tale da garantire la massima riservatezza e tranquillità del minore. (1)

Si concorda nel ritenere che l’ascolto, davanti al Tribunale Ordinario sia direttamente effettuato dal Presidente nella fase presidenziale o dal Giudice istruttore, unitamente all’ausiliario, eventualmente nominato, esperto in materie psicologiche, psichiatriche o pedagogiche. (2)

Qualora invece il minore vada ascoltato dinanzi al Tribunale per i Minorenni si ritiene che potranno essere delegati dal Collegio un Giudice Togato e/o un Giudice Onorario congiuntamente, se richiesto dalle parti o dai loro difensori e se comunque possibile, avvalendosi se del caso di un ausiliario ex art. 68 c.p.c. esperto in scienze psicologiche o pedagogiche (3).

In ogni caso, è importante che l’avvocato dei genitori del minore che deve essere ascoltato non abbia contatti con il medesimo. Parimenti, l’avvocato deve invitare i suoi assistiti ad un atteggiamento responsabile nei confronti del minore evitando ogni forma di suggestione e di induzione della volontà. (4)

Si ritiene comunemente che l’audizione del minore debba avvenire unicamente alla presenza del Giudice titolare della procedura, dell’eventuale ausiliario e, in caso di nomina, del difensore del minore o del curatore del minore. Non pare invece opportuna la presenza delle parti e dei rispettivi difensori, i quali vengono pertanto invitati dal Giudice a restare fuori dall’aula al fine di evitare possibili condizionamenti del minore (5).

Il minore, prima dell’audizione, deve essere adeguatamente informato dal Giudice del suo diritto ad essere ascoltato nel processo, dei motivi del suo coinvolgimento nello stesso, nonché dei possibili esiti del procedimento, precisando che tali esiti non necessariamente saranno conformi a quanto sarà da lui eventualmente espresso o richiesto e ciò sulla base di quanto disposto dalla Legge n. 77/2003.

Tali avvertimenti devono ovviamente avvenire con linguaggio adatto all’età e con comunicazione empatica da parte del Giudice, il quale deve illustrare al minore lo scopo ed i limiti del suo ascolto sottolineando il fatto che, nonostante le sue opinioni saranno tenute in debito conto, il Tribunale potrebbe decidere anche in modo diverso dai suoi desideri. (6)

E’ infine interessante notare come in alcuni Protocolli si ritenga che l’incontro con il minore vada verbalizzato in forma sommaria (7), in altri invece viene affermato che la verbalizzazione debba essere necessariamente integrale e fedele, anche nel linguaggio, a quanto dichiarato dal minore (8).

Come anzidetto, il Giudice può disporre una modalità di ascolto indiretto del minore. In questo caso, l’incombente deve avvenire, come per l’ascolto avanti al Giudice, senza la presenza delle parti e dei difensori i quali possono chiedere che l’incontro venga videoregistrato. Prima dell’audizione i consulenti di parte possono sottoporre al CTU i temi e gli argomenti sui quali ritengono opportuno sentire il minore. (9)

3. Il caso sottoposto al Tribunale di Varese

Con decreto del 24 gennaio 2013, il Tribunale di Varese ha disposto l’audizione del figlio quattordicenne di una coppia di coniugi particolarmente in conflitto sul collocamento del minore presso l’uno o l’altro dei genitori.

Il Tribunale di Varese ha ricordato che l’audizione del minore rappresenta un adempimento obbligatorio nel procedimento in cui il Giudice debba decidere in ordine a situazioni di diretto interesse del fanciullo, così come disposto dall’art. 155 sexies cod. civ.

Il Giudice di Prime cure ha, al riguardo, richiamato la sentenza n. 2223/2009 resa dalla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite, ove si legge che l’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano ed in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata in Italia con legge n. 77/2003, per cui ad essa si deve procedere, salvo che possa arrecare danno al minore stesso.

L’importanza dell’audizione, ricorda il Tribunale de quo, è peraltro ribadita nelle “Linee Guida del Consiglio d’Europa per una giustizia a misura di bambino”, adottate dal Comitato dei Ministri il 17 novembre 2010, dove è espressamente rimarcato il diritto del minore ad avere la possibilità di esprimere la propria opinione nell’ambito dei procedimenti che lo riguardano.

Il Tribunale di Varese, sempre nel decreto di cui si tratta, ha colto poi l’occasione per richiamare il contenuto del recente articolo 315 bis cod. civ. (introdotto con Legge n. 219/2012), affermando che tale norma non può essere ricondotta tout court alla già esistente previsione di cui all’art. 155 sexies cod. civ., ma che in realtà si tratta di una tipizzazione normativa che se ne differenzia.

Mentre infatti l’art. 155 sexies cod. civ. tratteggia il dovere del giudice di ascoltare il minore, l’art. 315 bis cod. civ. delinea piuttosto il diritto del minore ad essere ascoltato dal giudice. In quest’ultima norma, pertanto, il minore non viene più guardato solo come un semplice oggetto di protezione ma come un vero e proprio soggetto di diritto, a cui va data voce nel momento conflittuale della crisi familiare.

Nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto quindi opportuno delegare l’incombente a un esperto in psicologia infantile, tenuto conto dell’opportunità di evitare che l’ascolto del minore venisse effettuato senza un’adeguata competenza nell’accertamento della capacità di discernimento e ritenuto maggiormente tutelante evitare al minore stesso di esprimere la sua opinione nella sede del Tribunale.

Avv. Patrizia D’Arcangelo
Foro di Bergamo

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(1) V. ad esempio il Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e di Verona.

(2) V. Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del Minore, nonché Proposta di Protocollo per la gestione delle udienza civili del Tribunale di Palermo – Settore Famiglia.

(3) V. Protocollo del Tribunale per i Minorenni di Roma e il Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Verona.

(4) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona

(5) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona, nonché Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del Minore, Proposta di Protocollo per la gestione dell udienze civili del Tribunale di Palermo – Settore Famiglia.

(6) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona, nonché Protocollo per i giudizi di separazione, divorzio e relative modifiche – Allegato n. 1 Ascolto della persona nei giudizi di famiglia  di Firenze.

(7) V. ad esempio Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano.

(8) V. ad esempio Protocollo del Tribunale per i Minorenni di Roma

(9) V. Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano, nonché Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del minore e Protocollo per i procedimenti in materia di famiglia e minorile del Distretto di Salerno.

*Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata sulla Rivista “Questioni di diritto di Famiglia” – Maggioli Editore

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Il caso

In un giudizio di separazione giudiziale,   il Tribunale di Catania affidava i due figli minori in via condivisa ai genitori collocandoli presso la residenza del padre, a cui veniva pure assegnata la casa coniugale.

La sentenza del Tribunale catanese veniva impugnata innanzi alla Corte d’appello territorialmente competente, la quale, ribaltando il giudizio di primo grado, disponeva l’affidamento esclusivo dei figli alla madre.

Risultava invero decisiva per la Corte d’Appello la relazione del servizio di Psichiatria dell’Azienda Sanitaria locale, svolta nell’ambito di un percorso di mediazione familiare attivato dal Tribunale per i Minorenni e acquisita d’ufficio nel corso del giudizio d’appello.

Nella relazione de qua veniva diagnosticata una sindrome da alienazione parentale dei figli e veniva evidenziato il danno irreparabile dagli stessi subito per la privazione del rapporto con la madre.

Era infatti emerso che il padre aveva posto in essere una reiterata condotta ostruzionistica al fine di ostacolare in ogni modo gli incontri dei figli con la madre.

Alla luce di ciò, la Corte d’Appello di Catania ha ritenuto che l’affido condiviso fosse pregiudizievole per i minori e che gli stessi andassero pertanto affidati in via esclusiva alla madre.

La Suprema Corte, con sentenza n. 5847 dell’8 marzo 2013 ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Catania, ritenendo legittime le motivazioni dalla stessa fornite.

La sindrome di Alienazione Parentale (c.d. PAS) : realtà o invenzione?

L’episodio del bambino di Cittadella portato via a forza da scuola e reso pubblic dai mass media nello scorso mese di ottobre, ha fatto sì che venisse conosciuta anche dai non addetti ai lavori la c.d. PAS, ovvero la Sindrome di Alienazione Parentale e tutte le polemiche ad essa connesse.

Il termine PAS (Parental Alienation Syndrome) è stato in realtà coniato negli anni ottanta dallo psicologo forense Richard Gardner.

Tale grave disturbo, secondo lo psicologo americano, si verificherebbe ai danni di quei figli coinvolti nelle separazioni dei genitori eccessivamente conflittuali e non mediate.

La principale manifestazione di tale problema consisterebbe nella campagna di denigrazione da parte del figlio nei confronti del genitore non convivente (c.d. genitore alienato)  fino a giungere al suo rifiuto,  a seguito della “programmazione” dell’altro genitore (c.d. genitore alienante).

Come scrive lo stesso Gardner  “il programmatore (cioè il genitore alienante, n.d.r) scrive il copione e il bambino lo recita”.

Lo stesso psicologo[1] avrebbe individuato 8 sintomi primari presenti nel bambino affetto da PAS:

  1. la campagna di denigrazione, nella quale il bambino mima  i messaggi di disprezzo del genitore «alienante» verso quello «alienato». In una situazione normale ciascun genitore non permette che il bambino esibisca mancanza di rispetto e diffami l’altro. Nella PAS, invece, il genitore «alienante» non mette in discussione tale mancanza di rispetto, ma può addirittura arrivare a incoraggiarla;
  2. la razionalizzazione debole dell’astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o, anche, solamente superficiali;
  3. la mancanza di ambivalenza, per la quale il genitore alienato è descritto dal bambino come «completamente negativo» laddove l’altro è visto come «completamente positivo»;
  4. il fenomeno del pensatore indipendente indica la determinazione del bambino ad affermare di essere una persona che sa ragionare senza influenze e di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione senza input del genitore «alienante»;
  5. l’appoggio automatico al genitore «alienante» è una presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore «alienante», qualsiasi genere di conflitto venga a crearsi;
  6. l’assenza di senso di colpa, per il quale tutte le espressioni di disprezzo nei confronti del genitore «alienato» trovino giustificazione nel fatto di essere meritate, sorta di «giusta punizione»;
  7. gli scenari presi a prestito, ovvero affermazioni che non possono ragionevolmente provenire direttamente dal bambino, quali ad esempio l’uso di frasi, parole, espressioni o la citazione di situazioni normalmente non patrimonio di un bambino di quell’età per descrivere le colpe del genitore escluso;
  8. l’estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato, che coinvolge nell’alienazione la famiglia, gli amici e le nuove relazioni affettive (una compagna o un compagno) del genitore rifiutato.

Allo stato attuale, la PAS non viene riconosciuta come malattia o sindrome nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (in sigla DSM).

Del resto le teorie elaborate da Gardner sono da sempre oggetto di polemiche e di acceso dibattito tra gli psicologi e gli operatori del diritto sia all’estero, sia in Italia.

Nel nostro Paese, infatti, la PAS viene riconosciuta tra le forme di abuso psicologico dalla  Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, mentre viene considerata priva di presupposti clinici, di validità e di affidabilità, ad esempio, dalla Società Italiana di Psichiatria.

In rete si possono trovare diversi contributi di psicologi che ritengono che la PAS non sia in realtà una malattia psichica.

Tra questi è certamente meritevole di nota l’e-book “Sindrome di alienazione genitoriale (P.A.S.): il grande imbroglio. Come di una presunta malattia si vuole fare un dogma”, reperibile gratuitamente su www.scienzaeprofessione.it, ove l’autore (lo psicologo Andrea Mazzeo) contesta punto per punto la teoria di Gardner.

Nel citato testo si legge, peraltro, che Il bambino può rifiutare un genitore per motivi banali ma anche per motivi gravi; la causa del rifiuto va cercata, secondo la metodologia psicologica corrente, nella relazione interpersonale tra bambino e genitore rifiutato, e non operando salti logici incolpando del rifiuto l’altro genitore.

Certo, un bambino può anche essere indotto a rifiutare un genitore per manipolazione psicologica; ma questo è un comportamento che configura un reato – maltrattamento psicologico del minore  – e non è una malattia”.

I nemici della PAS non possono, peraltro, fare a meno di evidenziare che l’inventore della PAS è morto suicida nel 2003 accoltellandosi con un coltello da macellaio dopo aver abusato di oppiacei e antidolorifici.

La PAS nella giurisprudenza di merito e di legittimità

Nel corso degli ultimi anni, la PAS sta cominciando a trovare spazio all’interno delle sedi giudiziarie italiane ma le sentenze in proposito sono ancora piuttosto rare.

La prima sentenza in cui viene menzionata la Sindrome di Alienazione Parentale è quella della Corte d’Appello di Firenze del 13 febbraio 2009 in cui il Collegio, prende atto di una situazione preoccupante, di grave disagio e di incomunicabilità della figlia minore col padre  e di eccessivo attaccamento della stessa alla madre ed afferma che qualora la madre “non receda immediatamente dagli atteggiamenti distruttivi in questione, ella dovrebbe, probabilmente, a salvaguardia della figlia, essere esclusa dall’affidamento”.

Altra importante sentenza è la n. 7452/2012 della Suprema Corte di Legittimità, trovatasi a rigettare il ricorso proposto da una donna condannata ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c. sia nel giudizio di separazione di primo grado, sia nel successivo procedimento d’appello per essersi resa responsabile della sindrome di alienazione genitoriale da cui era affetta la figlia. Nel caso specifico la donna aveva invero infondatamente denunciato il marito per asseriti abusi sessuali sulla figlia ed aveva assunto un comportamento tale da indurre la minore a rifiutare qualsiasi contatto con il padre.

Da citare infine anche la sentenza resa  dal Tribunale di Roma, sezione I Civile il 3 settembre 2011, ove non viene esplicitamente menzionata la Sindrome di Alienazione Parentale ma si esprime comunque biasimo per il comportamento di quel genitore che “con il suo ostinato, caparbio e reiterato comportamento, cosciente e volontario” venga meno “al fondamentale dovere, morale e giuridico, di non ostacolare, ma anzi favorire la partecipazione dell’altro genitore alla crescita ed alla vita affettiva del figlio”.

 

*Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata sulla Rivista “Questioni di diritto di Famiglia” – Maggioli Editore


[1] Gardner, Richard Alan,  Recent Trends in Divorce and Custody Ligation (1985)

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divorzio mantenimento moglieLa crisi economica attuale è tangibile e sotto gli occhi di tutti.

Difficilmente trovano un posto di lavoro i giovani, figuriamoci una madre di famiglia con alle spalle vent’anni di matrimonio trascorsi occupandosi dei propri figli e della casa coniugale.

Si è accorta di questo anche la Suprema Corte, la quale ha così recentemente statuito:

“Il giudice, chiamato a decidere sull’’attribuzione dell’assegno di divorzio, e, tenuto a verificare l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza – all’atto della decisione – dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio. La nozione di adeguatezza, che postula un esame comparativo della situazione reddituale e patrimoniale attuale del richiedente con quella della famiglia all’epoca della cessazione della convivenza, impone di tener conto dei miglioramenti della condizione finanziaria dell’onerato, anche se successivi alla cessazione della convivenza, i quali costituiscano sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta durante il matrimonio (Cass., ottobre 2010, n. 20582). Quanto all’impossibilità di procurarsi mezzi adeguati, richiamato il principio secondo cui l’accertamento della capacità lavorativa del coniuge richiedente va compiuto non nella sfera della ipoteticità o dell’astrattezza, bensì in quella dell’effettività e della concretezza, dovendosi, all’uopo, tenere conto di tutti gli elementi soggettivi e oggettivi del caso di specie in rapporto ad ogni fattore economico – sociale, individuale, ambientale, territoriale (Cass., 16 luglio 2004, n. 13169), va rilevato che la corte territoriale ha adeguatamente evidenziato, con motivazione esente da censure in questa sede, come, avuto riguardo all’iscrizione nelle liste di collocamento, alla pregressa dedizione alla famiglia e all’educazione dei figli, all’accettazione in passato di attività anche precarie confacenti alla proprie attitudini di impiegata di concetto, all’età ormai non più giovane (46 anni), in un mercato del lavoro quanto mai difficile, soprattutto nella località in cui la C. risiede, la stessa non sia in grado, per ragioni obiettive e, comunque, a lei non imputabili, di svolgere adeguata attività lavorativa (cfr Cass. Civ. n. 10540/2012).

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assegno mantenimentoIl caso riguardava una separazione personale dei coniugi.

All’udienza presidenziale interveniva altresì il figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente il quale, ai sensi dell’art. 155 quinquies c.c., introdotto con l. n. 54 del 2006, entrata in vigore dopo l’instaurazione del giudizio, chiedeva che fosse disposto nei confronti del padre adottivo un contributo mensile, indicato in Euro 6.000,00, da versarsi a lui stesso o alla madre convivente, per poter proseguire gli studi universitari.

La Cassazione si è trovata quindi a rispondere ai seguenti quesiti:

1)      “Dica la Corte di Cassazione se sia, o meno, in contrasto con l’art. 105 c.p.c. la dichiarazione, fatta nella sentenza impugnata, di ammissibilità dell’intervento nella causa di separazione dei genitori del figlio già maggiorenne nel momento della proposizione di tale causa per chiedere un assegno di mantenimento, ancorché non sussistano comunanza né di titolo, né di petitum, né ragioni di ulteriore collegamenti: fra le due domande”;

2)      “Dica la Corte di Cassazione se violi, o meno, gli artt. 155 quinquies e 2 c.c., 81 c.p.c., e 12 disp. Prel. c.c. l’impugnata decisione nella parte in cui attribuisce comunque al genitore convivente la legittimazione a richiedere e a riscuotere l’assegno di mantenimento spettante al figlio stesso in aggiunta e in concorso col figlio stesso, e ciò indipendentemente dall’esistenza di un provvedimento del giudice che valuti ed esterni in motivazione l’esistenza, di speciali circostanze che consentano l’esercizio di detto potere derogatorio alla, regola generale che impone il versamento diretto dell’assegno al figlio”.

Di seguito riporto la pronuncia della Suprema Corte resa con sentenza n. 4296/2011

(…) La questione della legittimazione del figlio maggiorenne a intervenire nel giudizio di separazione o di divorzio dei propri genitori è intimamente connessa con quella del genitore convivente che agisca per ottenere non solo il rimborso di quanto versato per il mantenimento del figlio, ma anche la determinazione di un contributo per il futuro. Pertanto, sulla base di tale specularità, la corte di appello non poteva non pronunciarsi su entrambe le questioni, come in effetti ha fatto (“la tutela che il Legislatore ha voluto sancire è quella, in ipotesi di separazione o di divorzio, di riconoscere parte attiva sia al genitore che. deve sostenere direttamente le spese del mantenimento .. sia all’avente diritto”), ragion per cui, non essendo per altro prospettato alcun vizio di ultrapetizione, deve procedersi a un esame congiunto delle questioni sottese al primo e al quarto – motivo di ricorso.

Prima dell’introduzione nell’ordinamento della norma contenuta nell’art. 155 quinquies c.c., la giurisprudenza di questa Corte era pervenuta all’affermazione della legittimazione del coniuge separato o divorziato, già affidatario del figlio minorenne, anche dopo il compimento da parte del figlio della raggiere età, ove fosse con lui convivente ed economicamente non autosufficiente, iure proprio (Cass. 27 maggio 200 5, n. 11320; 16 febbraio 2001, n. 2289; 23 ottobre 1996, n. 9238), ad ottenere dall’altro coniuge un contributo al mantenimento del figlio, concorrente con la diversa legittimazione dello stesso, senza tuttavia configurare un’ipotesi di solidarietà attiva (cfr. Cass., 12 ottobre 2007, n. 21437, ove si ipotizza anche l’intervento in appello del figlio divenuto maggiorenne).


Si riteneva, quanto al genitore convivente, che egli agisse iure proprio, purché fosse persistente la convivenza ed il figlio non avesse avanzato autonoma richiesta, (Cass. 27 maggio 2005, n. 11320); la legittimazione del figlio maggiorenne veniva fatta derivare, dalla titolarità, in capo allo stesso, del diritto al mantenimento.
La norma contenuta nell’art. 155 quinquies c.c. prevede, al primo comma, che “Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegna periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto”.


Sull’interpretazione di tale norma, e sulle conseguenze sul piano processale, si registrano, specialmente nella giurisprudenza di merito, contrastanti opinioni proprio con riferimento all’ammissibilità di intervento del figlio maggiorenne nei giudizi di separazione e di divorzio dei genitori.
Ad avviso del Collegio la soluzione del problema non può prescindere dalla coesistenza, quanto meno in astratto, di due posizioni giuridiche meritevoli di tutela: quella del genitore convivente, diretta ad ottenere dall’altro l’attribuzione di un assegno di contribuzione, sulla base delle immutate norme contenute negli artt. 147 e 14S c.c., al fine di assolvere compiutamente i propri doveri senza dover anticipare la quota gravante sull’altro coniuge (su tale persistenza cfr. Cass. 23 luglio 2010, n. 17275); quella, del figlio, avente diritto al mantenimento, ed anzi legittimato in via prioritaria ad ottenere il versamento diretto del contributo.


Trattasi, in entrambi i casi, di situazioni soggettive comportanti la legittimazione ad agire,
posto che come perspicuamente osservato dal Procuratore Generale d’udienza, essa costituisce una condizione dell’azione diretta all’ottenimento, da parte del giudice, di una qualsiasi decisione di merito, la cui esistenze è da riscontrare esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dall’azione, prescindendo, quindi, dalla effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa che si riferisce al merito della stessa, investendo i concreti requisiti di accoglibilità della domanda e, perciò, la sua fondatezza (cfr., per tutte, Cass., 27 giugno 2011, n. 14177).


A ben vedere, la, prospettiva di risolvere in concreto il possibile conflitto fra le suindicate pretese, nell’ambito del medesimo contesto vale a dire nei giudizi di separazione o di divorzio, è intrinseca, nella formulazione del citato art. 155 quinquies c.c., che, a prescindere dalla sedes materiae, pur significativa, appare rivolto proprio al giudice della crisi familiare, chiamato ad adottare – sulle base di una prudente valutazione delle concrete emergenze nel caso (dalla necessità del figlio di allontanarsi per motivi di studio al fondato timore, sul fronte opposto, di incapacità di amministrarsi, o di disperdersi in acquisti inutili se non est rem traente nocivi, non senza considerare l’esigenza di valutare gli apporti e le spese del genitore convivente) – quella “diversa determinazione” in deroga al principio generale. A questo punto l’intervento in giudizio, per far valere un diritto relativo all’oggetto della controversia, o eventualmente in via adesiva, del figlio maggiorenne, il quale, in quanto economicamente dipendente e sotto certi aspetti assimilabile al minorenne (in ordine al quale, proprio in epoca recente, in attuazione del principio del giusto processo, si tende a realizzare forme di partecipazione e di rappresentanza sempre più incisive), assolve, latu sensu, una funzione di ampliamento del contraddittorio, consentendo al giudice di provvedere in merito all’entità e al versamento – anche in forma ripartita – del contributo al mantenimento, sulla base di un’approfondita ed effettiva disamina delle istanze dei soggetti interessati. Non può omettersi di considerare, d’altra parte, che ai fini dell’ammissibilità dell’intervento di un terzo in un giudizio pendente tra altre parti è sufficiente che la domanda dell’interveniente presenti una connessione od un collegamento implicante l’opportunità di un simultaneus processus. Si ritiene, in particolare, la facoltà di intervento in giudizio, per far valere nei confronti di tutte le parti o di alcune di esse un proprio diritto relativo all’oggetto o dipendente dal titolo dedotto in causa, debba essere riconosciuta indipendentemente dall’esistenza o meno nel soggetto che ha instaurato il giudizio della legitimatio ad causarti, attenendo questa alle condizioni dell’azione e non ai presupposti processuali (Cass., 28 dicembre 2009, n. 27398). Si è altresì affermato che, anche se l’art. 105 c.p.c. esige che il diritto vantato dall’interveniente non sia limitato ad una meramente generica comunanza di riferimento al bene materiale in relazione al quale si fanno valere le antitetiche pretese delle parti, la diversa natura delle azioni esercitate, rispettivamente, dall’attore in via principale e dal convenuto in via riconvenzionale rispetto a quella esercitata dall’interveniente, o la diversità dei rapporti giuridici con le une e con l’altra dedotti in giudizio, non costituiscono elementi decisivi per escludere l’ammissibilità dell’intervento, essendo sufficiente a farlo ritenere ammissibile la circostanza che la domanda dell’interveniente presenti una connessione od un collegamento con quella di altre parti relative allo stesso oggetto sostanziale, tali da giustificare un simultaneo processo (Cass., 27 giugno 2007, n. 18844)”.

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