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affido condiviso mantenimento figlidi Eleonora Bonaccorsi (Praticante Avvocato – Foro di Catania)

La legge 54/2006 ha modificato sostanzialmente la disciplina in materia di affidamento dei figli minori in caso di separazione dei genitori, anche nei confronti dei figli naturali.

Orbene, l’art. 155 c.c., nella nuova formulazione, stabilisce che l’affidamento dei figli minori, in via generale, spetta ad entrambi i genitori, in quanto “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Posto, dunque, che l’interesse primario tutelato è quello del minore, è evidente che la riforma in materia di separazione e affidamento dei figli minori accoglie la tesi della bigenitorialità, ponendo l’accento sull’importanza della continuazione di un rapporto affettivo non solo con ciascun genitore, ma anche nei confronti delle rispettive famiglie.

Il giudice che disponga l’affido condiviso, può comunque ritenere maggiormente in linea con l’interesse del minore che questo venga “collocato” prevalentemente presso uno di essi, con diritto dell’altro genitore di avere con sè il figlio secondo tempi e modalità concordate.

In tal caso è previsto un obbligo di mantenimento “indiretto” in capo al genitore non collocatario, a favore del minore, come si evince dalla formula “ove necessario” contenuta nel comma 4, art. 155 c. c., il cui ammontare è definito secondo i tempi di permanenza presso ciascun genitore. La ratio è da individuare nella necessità che il genitore non collocatario contribuisca alle spese necessarie al mantenimento della prole, laddove il genitore collocatario provveda alle spese correnti in misura evidentemente e logicamente maggiore.

Su questo punto si è peraltro espressa la Corte di Cassazione che, con sentenza 22502/2010, ha rigettato il ricorso di un padre che chiedeva di poter provvedere direttamente al mantenimento della figlia naturale, affidata ad entrambi i genitori con collocamento prevalente presso la madre, eventualmente versando a favore di quest’ultima un assegno perequativo. La Corte ha motivato la decisione tenendo presente il disposto dell’art. 155 c.c., come modificato dalla lg. 54/2006,  in base al quale il genitore non collocatario deve versare un assegno periodico, ove stabilito dal giudice, in base ai tempi di permanenza presso ciascun genitore, ferma restando comunque la capacità economica di ciascuno.

Diverso il caso in cui il collocamento sia previsto in misura eguale presso entrambi i genitori: in tal senso il Tribunale di Catania il 12 luglio 2006 ha affermato che “In tema di mantenimento dei figli minori, laddove i genitori abbiano pari potenzialità reddituali ed il giudice abbia stabilito, durante l’arco della settimana, un paritario periodo di permanenza dei figli con ciascun genitore, non vi è necessità di imporre all’uno o all’altro il versamento di un assegno periodico, fermo restando che ciascun genitore dovrà provvedere al mantenimento diretto nel periodo di rispettiva permanenza e che sarà tenuto al 50% delle spese scolastiche e di vestiario e di quelle per le attività sportive o ricreative cui abbia dato il suo assenso, nonché al 50% di quelle di carattere sanitario”. In caso di permanenza paritaria presso ciascun genitore, si applicherà dunque la regola del mantenimento diretto, non essendo riscontrabile alcuna disparità nel sostenimento delle spese correnti da parte di ciascun genitore.

Appare utile, quanto logica, una riflessione. Sebbene l’intento del legislatore sia nobile, volendo assicurare al minore una seppur minima stabilità nelle relazioni affettive con i familiari, in caso di separazione personale dei genitori, sorge comunque il dubbio che ciò non sia effettivamente garantito, e dunque non rispecchi sempre il soddisfacimento dell’interesse del minore. Sovente, infatti, di fronte alle liti e ai contrasti insorti in sede di separazione tra i coniugi, non meno frequentemente sostenuti dalle rispettive famiglie di origine, il minore diviene oggetto di violenze psicologiche, latu sensu, laddove sia posto, nei fatti, di fronte a scelte morali che poco si addicono all’ingenuità tipica di un bambino, divenendo così lo strumento di ricatto principale di ciascuna parte.

Di fronte ad una circostanza, come la separazione personale dei coniugi, che intacca profondamente le relazioni familiari, forse il legislatore avrebbe dovuto tenere conto del fatto che l’interesse del minore sarebbe maggiormente soddisfatto laddove gli si consenta di vivere in un contesto familiare più sereno, seppur in presenza di un solo genitore, tenendo al di fuori, soprattutto, le ingerenze esterne al nucleo familiare strettamente inteso, che, invero, appaiono legittimate dal riferimento dell’art 155 comma 1 ai “rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

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di Eleonora Bonaccorsi (Praticante Avvocato – Foro di Catania)

L’art. 612 bis c.p. disciplina il reato di stalking, la cui condotta tipica si concreta in comportamenti reiterati che, identificandosi in veri e propri atti persecutori tali da minare gravemente psicologicamente e fisicamente la vittima, ingenerano in essa la paura e il fondato timore di un pericolo concreto nei confronti propri e/o dei propri familiari, minacciandone dunque anche la sfera affettiva.

Quando la condotta descritta dalla norma è realizzata attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, quali internet, posta elettronica, chat, sms e/o messaggistica istantanea, si parla di cyberstalking.

Il panorama legislativo in materia appare abbastanza scarno, complice in primo luogo il fatto che ciò che la normativa di riferimento prende in considerazione non è tanto la condotta in quanto tale, quindi il comportamento oggettivo, quanto piuttosto il danno psicologico causato nella vittima, dunque un elemento puramente soggettivo. Lo stato d’ansia permanente e il fondato timore cui la norma in questione fa riferimento perché si possa contestare il reato di stalking sono infatti situazioni prettamente psicologiche, difficili da accertare data l’essenza puramente soggettiva.

Se però la legge pecca nell’indicazione di criteri oggettivi, ai fini di una corretta analisi, la giurisprudenza non ignora la problematica. Meritevole di considerazione in tal senso è la recente decisione della Cassazione (Sent. 32404/2010) che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’indagato, al quale il Tribunale di Potenza aveva contestato il reato di stalking ai danni dell’ex fidanzata, con la quale la relazione era da tempo conclusa e la cui fine non era stata accettata dal ricorrente. Il tribunale aveva correttamente individuato, secondo la Cassazione, la condotta integrante la fattispecie prevista dall’art. 612 bis, rilevando come le molestie reiterate, realizzate soprattutto attraverso l’uso di Internet e dei social network, Facebook nel caso di specie, arrivando persino all’utilizzo di filmati che ritraevano la vittima in intimità con l’indagato, inviati anche presso il luogo di lavoro della vittima, avessero provocato un senso di vergogna e ansia tali da costringere la donna a dimettersi.

Il giudice di legittimità, confermando la decisione del Tribunale circa la sussistenza dei presupposti che integrano il reato nel caso concreto, si presta dunque ad accogliere una visione estensiva dei comportamenti attraverso i quali la condotta criminosa si realizza e che si concretano in tutti quegli atti persecutori e ossessionanti, comunque posti in essere, dunque anche attraverso l’uso di strumenti telematici, che inducano la persona offesa a sentirsi tanto minacciata da dover modificare le proprie abitudini di vita, o che comunque provochino in essa gravi stati di ansia e paura.

La decisione della Cassazione conferma così la morfologia del reato tipizzato dalla norma come reato a forma libera, per cui la condotta non rileva in quanto tale, potendosi essa realizzare con qualsiasi modalità, ma perché idonea a realizzare almeno uno dei tre eventi contemplati dall’art. 612 bis c.p.. Sia tale, cioè, da “cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

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Avv. Patrizia D’Arcangelo

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