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570 codice penale jpgUn caso come tanti.

 Due coniugi si separano consensualmente. Il figlio minorenne viene affidato alla madre con facoltà per il padre di vederlo e tenerlo con sé nei giorni stabiliti. Viene imposto al padre l’obbligo di corrispondere alla ex coniuge, a titolo di contributo per il mantenimento del minore, la somma di euro 450,00 mensili oltre al 50% delle spese scolastiche, sanitarie, ecc..

 Il padre, però, provvede al versamento dell’assegno per sole cinque mensilità per poi giungere ad omettere o ritardare i versamenti prescritti sino infine a cessare qualsiasi forma di contribuzione nei riguardi del minore interrompendo con il figlio anche i contatti personali.

 Il Tribunale di Terni, chiamato a pronunciarsi con sentenza n. 48 del 24.1.2012, ha ritenuto il padre responsabile del reato di cui all’art. 570 cod. pen. (violazione degli obblighi di assistenza familiare), condannandolo a 6 mesi di reclusione e a 600 euro di multa.

 Il Tribunale ha invero ritenuto che “il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare nei confronti dei figli minori è integrato dall’omissione del mantenimento di uno dei due genitori, anche se l’altro genitore vi provveda in via sussidiaria”

Ecco il testo integrale della sentenza:

“Il presente procedimento è nato dalla presentazione di una denuncia-querela da parte di D. S. nei confronti di D. R. A. a seguito della quale, concluse le indagini preliminari, il P.M. emetteva, in data 7.3.2011, decreto di citazione nei confronti dell’imputato per il reato di cui all’art. 570 comma 2 n 2 c.p..

Al dibattimento, previa dichiarazione di contumacia dell’imputato, venivano ammesse le prove documentali e testimoniali richieste dalle parti; si procedeva all’escussione della denunciante; all’esito, esaurita la discussione finale, le parti concludevano come sopra riportato e il giudice decideva la causa come da separato dispositivo letto in udienza ed allegato agli atti processuali.

Sulla base delle risultanze istruttorie, il giudicante ritiene che l’imputato abbia commesso il reato a lui contestato.

Dalla deposizione resa da D. S. si evince come la predetta abbia contratto matrimonio con l’odierno imputato in data 5 marzo 2000 e che il 5 gennaio 2002 nasceva un bambino di nome N..

La stessa ha precisato come l’unione cessava nel 2004 tanto che, il 2 marzo 2005, veniva omologata la separazione consensuale dei coniugi.

In tale occasione il bambino veniva affidato alla madre con facoltà per il padre di vederlo e tenerlo con sé nei giorni stabiliti e gli veniva imposto l’obbligo di corrispondere alla ex coniuge, a titolo di contributo per il mantenimento del minore, la somma di euro 450,00 mensili oltre al 50% delle spese scolastiche, sanitarie, ecc..

La D. ha riferito come il D. R. abbia provveduto al versamento dell’assegno per sole cinque mensilità per poi giungere ad omettere o ritardare i versamenti prescritti; tale condotta perdurava sino all’anno 2008 da quando egli cessava qualsiasi forma di contribuzione nei riguardi del minore interrompendo con il figlio anche i contatti personali.

La denunciante ha riferito di avere fatto ricorso al Giudice civile per ottenere il pagamento forzato delle somme che le erano dovute, attesa la perdurante inadempienza dell’odierno imputato.

La denunciante specificava di essersi trovata, a causa della condotta posta in essere dall’odierno imputato, in gravi difficoltà economiche atteso che il proprio stipendio, pari a circa 900 euro mensili, era totalmente insufficiente per provvedere alle esigenze quotidiane del figlio, così da essere costretta a ricorrere all’ausilio del propri genitori; viceversa il D. R. ha sempre prestato attività lavorativa come dipendente di talune ditte e percepiva uno stipendio mensile di 1500 euro.

Orbene l’istruttoria dibattimentale espletata consente di ritenere il D, R. responsabile della violazione di cui all’art. 570 II comma c.p., avendo egli fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore.

Infatti è pacifico che l’imputato si sia completamente disinteressato del mantenimento del bambino a partire, con certezza, dall’anno 2008 ma anche prima, sin dal 2005, egli risultava inadempiente ai propri obblighi genitoriali.

Tale circostanza è da ritenersi provata sia perché riferita dalla D. (e non contraddetta da altri, neppure dalla stesso imputato che neppure è comparso) sia perché confermata dalla documentazione versata in atti e, soprattutto, dal provvedimento del Tribunale di Terni che ha ordinato al datore di lavoro dello stesso imputato di pagare direttamente in favore di D. S. l’importo di euro 450,00 mensile (cfr. provvedimento del 6 ottobre 2008).

Né, ai fini della esclusione della sussistenza del reato, può ritenersi rilevante la circostanza che la D. fosse titolare di un piccolo reddito autonomo o sia stata economicamente aiutata da altri, ovverosia dai propri genitori, atteso che “in tema di obblighi familiari, entrambi i genitori sono tenuti a ovviare allo stato di bisogno del figlio che non sia in grado di procurarsi un proprio reddito. Commette, pertanto, il reato di cui all’art. 570 c.p. il genitore che non adempia a tale obbligo; né lo stato di bisogno può ritenersi soddisfatto se al mantenimento provveda in via sussidiaria l’altro genitore, specialmente se quest’ultimo non abbia risorse ordinarie e per tale motivo non possa compiutamente provvedervi, incontrando delle difficoltà nel mantenimento del minore” (cfr. Cass. Pen. Sez. 6 sent. del 23.4.1998 n. 10216).

Peraltro è ragionevole ipotizzare che la D., grazie al suo modesto stipendio, abbia incontrato notevoli difficoltà economiche tanto da essere costretta a ricorrere all’aiuto di terzi per il sostentamento del minore.

Né può sostenersi l’impossibilità dell’imputato di far fronte alle esigenze del minore atteso che l’asserita incapacità economica dell’obbligato può assumere valore di esimente, in virtù del principio ad impossibilia meno tenetur, solo allorché sia assoluta e, soprattutto, non sia ascrivibile a colpa dell’indagato (cfr Cass. Sez. pen. Sez. VI 17.10.2001 n. 37419).

Possono concedersi all’imputato le circostanze attenuanti generiche, tenuto conto del modesto precedente penale riportato.

Valutati tutti gli elementi di cui all’art. 133 c.p. si stima equo comminare all’imputato una pena pari a mesi sei di reclusione ed euro 600,00 di multa ( pena base mesi nove di reclusione ed euro 900,00 di multa; ridotta ex art.62 bis c.p. alla pena di mesi sei di reclusione ed euro 300,00 di multa)

Deve condannarsi l’imputato al pagamento delle spese processuali.

L’imputato è meritevole della concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena non avendone egli mai goduto in precedenza.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533-535 c.p.p.

Dichiara D. R. A. colpevole del reato a lui ascritto e, concesse le circostanze attenuanti generiche, lo condanna alla pena di mesi sei di reclusione ed euro 600,00 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.

Pena sospesa.”

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affidamento figliLa regola dell’affido condiviso è da derogare nel caso in cui manchi  dialogo tra i genitori.

Il caso sottoposto all’esame della Suprema Corte appare al limite del grottesco: i genitori di una bambina omettevano completamente di parlarsi tra loro e decidevano autonomamente le attività della figlia, costretta a fare due turni a scuola, due diverse attività sportive e “persino due diete alimentari”, tutto ciò vissuto molto male dalla minore, in quanto fonte di confusione e di alterazione della sua condizione psicologica.

Ebbene la Cassazione (Cass. Civ. n.5108/2012) ha al riguardo affermato che la regola prioritaria dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’art. 155 cod. civ., è, ai sensi dell’art. 155 bis, primo comma, cod. civ., derogabile solo ove la sua applicazione risulti contraria all’interesse del minore, interesse che costituisce esclusivo criterio di valutazione in rapporto alle diverse e specifiche connotazioni dei singoli casi dedotti in sede giudiziaria.

La mera conflittualità esistente tra i coniugi, che spesso connota i procedimenti separatizi, non preclude il ricorso a tale regine preferenziale solo se si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole; assume, invece, connotati ostativi alla relativa applicazione ove si esprima in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l’equilibrio e lo sviluppo psicofisico dei figli e, dunque, tali da pregiudicare il loro superiore interesse.

Pertanto, qualora l’affidamento condiviso si dimostri nocivo per il minore e sia fonte di probabili future patologie per il minore stesso (in quanto generante ansia, confusione e tensione) la regola dell’affidamento condiviso va legittimamente derogata.

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divorzio breve avvocato bergamoIl 28 marzo la Commissione Affari Costituzionale della Camera dei Deputati ha approvato la proposta di parere favorevole avanzata dal presidente e relatore on. Bertolini sul testo unificato C. 749 recante disposizioni in materia di separazione giudiziale tra coniugi.

La proposta di legge ha l’obbiettivo di ridurre, in assenza di figli minorenni, da tre anni ad uno il periodo di separazione che deve intercorrere tra i coniugi separati consensualmente per la proposizione della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

In buona sostanza, qualora tale proposta diventasse legge, i coniugi senza figli minorenni potranno chiedere il divorzio decorso soltanto un anno dalla loro separazione legale.

I coniugi invece con figli minori potranno chiedere il divorzio decorsi due anni dalla separazione.

La proposta di legge prevede inoltre che la comunione legale dei coniugi si sciolga al momento dell’udienza presidenziale della separazione (e non più al momento del deposito della sentenza di separazione giudiziale o dell’omologa della separazione consensuale).

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spese urgenti condominioUn condomino fa riparare il lastrico solare e, a lavori ultimati, chiede poi agli altri condomini le somme rispettivamente dovute pro quota, il quali si rifiutano di provvedere al pagamento di quanto richiesto.

Con sentenza n. 4330/2012 la Cassazione si è pronunciata al riguardo, ricordando che, ai sensi dell’art. 1134 cod. civ., il condomino che ha fatto spese per le cose comuni senza autorizzazione dell’amministratore o dell’assemblea non ha diritto al rimborso, salvo che si tratti di spesa urgente.

Il connotato dell‘urgenza deve essere valutato alla luce di tali rigorosissimi criteri, la giurisprudenza della Suprema Corte afferma che:

– ai fini dell’applicabilità dell’art. 1134 c.c., va considerata urgente la spesa, che deve essere eseguita senza ritardo (Cass. 26 marzo 2001, n. 4364);

– è urgente la spesa, la cui erogazione non può essere differita senza danno o pericolo, secondo il criterio del buon padre di famiglia (Cass. 12 settembre 1980, n. 5256);

– per aver diritto al rimborso della spesa affrontata per conservare la cosa comune, il condomino deve dimostrarne l’urgenza, ai sensi dell’art. 1134 cod. civ., ossia la necessità di eseguirla senza ritardo, e quindi senza poter avvertire tempestivamente l’amministratore o gli altri condomini (Cass. 4 agosto 1997, n. 7181 richiamata da Cass. 23/6/2001 n. 4364).

L’accertamento dell’urgenza, come tutti gli accertamenti dei fatti di causa, compete al giudice di merito, le cui valutazioni al riguardo non sono censurabili con il ricorso per cassazione, se adeguatamente motivati.

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assegno mantenimento divorzioLa Suprema Corte non ha dubbi.

L’ex moglie ha diritto all’assegno di mantenimento anche se benestante.

Il principio espresso dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 4335/2012 è infatti il seguente: “la titolarità, in capo al richiedente, di un reddito che gli consenta di fruire di un tenore di vita dignitoso o agiato, ma non corrispondente a quello condotto durante la convivenza matrimoniale, legittima un’integrazione dell’assegno che, pur non consentendo il raggiungimento del medesimo standard di vita goduto in costanza di matrimonio, sia tendenzialmente volto a riequilibrare, sia pure in parte, la situazione economico-sociale dell’ex coniuge”

Ecco parte del testo della sentenza de qua:

“ (…) a) il tenore della vita coniugale va identificato avendo riguardo allo “standard” di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi, tenendo quindi conto di tutte le potenzialità derivanti dalla titolarità del patrimonio in termini di redditività, di capacità di spesa, di garanzie di elevato benessere e di fondate aspettative per il futuro, e ben può essere desunto dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall’ammontare complessivo dei loro redditi e dalle loro disponibilità patrimoniali, originarie e sopravvenute.


b) la titolarità, in capo al richiedente, di un reddito che gli consenta di fruire di un tenore di vita dignitoso o agiato, ma non corrispondente a quello condotto durante la convivenza matrimoniale, legittima un’integrazione dell’assegno che, pur non consentendo il raggiungimento del medesimo standard di vita goduto in costanza di matrimonio, sia tendenzialmente volto a riequilibrare, sia pure in parte, la situazione economico-sociale dell’ex coniuge.


c) nella disciplina dettata dall’art. 5 della legge 1 dicembre 1970, n.898, come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74, il giudice, chiamato a decidere sull’attribuzione dell’assegno di divorzio, è tenuto a verificare l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza – all’atto della decisione – dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio; dunque, è la nozione di adeguatezza a postulare un esame comparativo della situazione reddituale e patrimoniale attuale del richiedente con quella della famiglia all’epoca della cessazione della convivenza, che tenga altresì conto dei miglioramenti della condizione finanziaria dell’onerato, anche se successivi alla cessazione della convivenza, i quali fa costituiscano sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta durante il matrimonio (cfr. Cass. n. 20582 del 2010).


d) ai fini della verifica del tenore di vita di cui i coniugi avevano goduto durante la convivenza, quale situazione condizionante la qualità e la quantità delle esigenze del richiedente, vanno verificate anche le disponibilità patrimoniali dell’onerato ed a tal fine, il giudice non può limitarsi a considerare soltanto il reddito emergente dalla documentazione fiscale prodotta, ma deve tenere conto pure degli altri e diversi elementi di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti, quali la disponibilità di un consistente patrimonio anche mobiliare (…)”.

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stalking denunciaUna donna aveva ricevuto per ben 4 mesi circa 100 chiamate al giorno dalla moglie del suo collega.

Ovviamente tutto ciò aveva causato nella povera vittima ansia, malessere e stress.

La Cassazione, con sentenza n. 40105/2011, ha affermato che che  se da una parte è ovvio che “la misura cautelare non può essere invocata le volte in cui le molestie fossero episodiche o numericamente non significative, quando, come nel caso di specie, i comportamento lesivi sono numericamente imponenti e si protraggono nel tempo, è del tutto ozioso stare a disquisire sui danni che in concreto tale condotta abbia cagionato, atteso che lo stesso numero delle telefonate è fatto che di per sé comporta disagio più o meno intenso e stato d’ansia, e ciò solo basta a legittimare la tutela cautelare senza necessità di superflue verifiche mediche, perché non è necessario che la molestia debba sfociare in una patologia conclamata, ed anzi la tutela cautelare deve essere apprestata prima che il disagio sfoci in vera patologia”.

Ecco il testo integrale della sentenza:

“Il GIP presso il Tribunale di Salerno con ordinanza del 3 dicembre 2010 rigettava la richiesta di applicazione delle misure previste dall’art. 282 ter del codice di rito in danno di N. R., indagata per molestie nei confronti di V. F., collega di lavoro del marito, che molestava con assidue telefonate, anche più di cento al giorno, inducendole stato di ansia, inssonnia e malessere, tanto da indurla a cambiare gruppo di lavoro: il GIP aveva disatteso la richiesta osservando che mancava la prova cautelare, non potendo essere rimessa alla mera enunciazione della parte lesa la sussistenza del grave e perdurante stato di ansia che la norma di cui all’art. 612 bis c.p. contempla.
Il Tribunale della Libertà di Salerno rigettava l’appello con cui il P.M. aveva impugnato l’ordinanza di cui s’è detto, condividendo con il GIé l’opinione che l’ansia ed il malessere di cui parla l’art. 612 bis c.p. devono essere effettivi e comprovati, richiedendo la norma il danno in concreto e non il mero pericolo di un danno; nel caso di specie la sussistenza attuale e concreta del suddetto danno era del tutto sfornita di riscontri oggettivi.
Avverso detto provvedimento propone ricorso il Pubblico Ministero, deducendo l’erroneità del provvedimento, atteso che era documentato come le molestie telefoniche (anche oltre cento telefonate al giorno) si fossero protratte per ben quatto mesi, che la parte offesa aveva anche chiarito quale fosse la ragione che le impediva di cambiare numero telefonico, spiegando che per il suo lavoro di venditrice a domicilio di aspirapolvere avrebbe perduto i contatti con tutti i suoi clienti; che infine era ovvio che tante telefonate quotidiane e per tanto tempo avessero cagionato malessere ed ansia alla parte offesa, e non era necessaria una verifica medico-legale di tale stato di disagio.
Il ricorso è fondato, atteso che la restrittiva interpretazione che il Tribunale di Salerno ha dato della norma, restringerebbe ad ipotesi limite la tutela cautelare, rendendola impossibile nella gran parte dei casi, atteso che se è ovvio che la misura cautelare non può essere invocata le volte in cui le molestie fossero episodiche o numericamente non significative, quando, come nel caso di specie, i comportamento lesivi sono numericamente imponenti e si protraggono nel tempo, è del tutto ozioso stare a disquisire sui danni che in concreto tale condotta abbia cagionato, atteso che lo stesso numero delle telefonate è fatto che di per sé comporta disagio più o meno intenso e stato d’ansia, e ciò solo basta a legittimare la tutela cautelare senza necessità di superflue verifiche mediche, perché non è necessario che la molestia debba sfociare in una patologia conclamata, ed anzi la tutela cautelare deve essere apprestata prima che il disagio sfoci in vera patologia.
L’ordinanza impugnata va pertanto annullata con rinvio al Tribunale di Salerno, che provvederà, in diversa composizione, a nuovo esame facendo applicazione delle regole di diritto enunciate.
P.Q.M.
La Corte annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Salerno per nuovo esame.

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licenziamentoLa giurisprudenza di legittimità è costante nel ritenere la legittimità del licenziamento del lavoratore in prova senza alcun motivo, salvo che il dipendente, che abbia eccepito la nullità del licenziamento in sede giurisdizionale, non provi il positivo superamento dell’esperimento ed il fatto che il recesso del datore è imputabile ad un motivo illecito estraneo a tale causa.
Si veda, ad esempio, la sentenza 23224/10 della Suprema Corte, ove viene ricordato che il rapporto di lavoro subordinato che include un periodo di prova è sottratto, per un periodo massimo di sei mesi, alla disciplina dei licenziamenti individuali, ed è caratterizzato da un potere discrezionale del datore di lavoro, a cui è riconosciuta la facoltà di recedere senza l’obbligo di fornire al lavoratore alcuna motivazione. E ciò, neppure in caso di contestazione, sulla valutazione delle capacità e del comportamento professionale del dipendente stesso.
Del resto, la funzione del periodo di prova è quella di consentire alle parti la possibilità di valutare la convenienza del rapporto di lavoro, per cui è rimessa alla loro discrezionalità la valutazione relativa alla sussistenza o meno di tale convenienza.

Ecco il testo integrale della succitata sentenza:

“Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 4 gennaio 2006, la Corte di Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Roma – Sez. Lavoro, resa in data 18 – 21 febbraio 2002, condannava la Tenimenti Angelini S.p.A. (già Gli Specialisti Angelini S.p.A.) al pagamento delle somme richieste dal lavoratore A.A. a titolo di provvigioni non corrisposte nel corso del rapporto di lavoro, rigettando però le domande avanzate dal lavoratore ricorrente relativamente alla contestata nullità del patto di prova ed illegittimità del licenziamento intimato nel corso del periodo di prova con conseguente reintegra nel posto di lavoro, oltre al pagamento di somme inerenti spese ed indennità di trasferta.
A sostegno della decisione osservava che la società non aveva fornito la prova dell’avvenuto pagamento delle provvigioni vantate dall’ A. mentre lo stipulato patto di prova doveva ritenersi valido con conseguente validità dell’atto di recesso da parte della società, che null’altro doveva all’ A..
Per la cassazione di tale pronuncia ricorre l’ A. con quattro motivi.
Resiste la Tenimenti Angelini S.p.A. con controricorso, proponendo altresì ricorso incidentale affidato ad un unico articolato motivo, depositando anche memoria.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
Va preliminarmente disposta la riunione del ricorso principale e di quello incidentale trattandosi di impugnazioni avverso la medesima sentenza (art. 335 c.p.c.).
Con il primo motivo mezzo d’impugnazione, il ricorrente principale, A.A., denunciando “violazione e falsa applicazione degli artt. 2096, 1325 e 1350 c.c., (art. 360 c.p.c., n. 3), si duole che il Giudice d’appello, pur avendo ritenuto accertata la circostanza del mutamento della propria posizione lavorativa – assunto come Capo Area Regione Lazio e poi divenuto Capo Area Nazionale -, sarebbe pervenuto a conclusioni erronee laddove “era chiaro ed accertato che il contenuto delle mansioni non fosse assolutamente lo stesso”, non essendo stato considerato che, benchè fosse stato assunto in prova come Capo Area Lazio, era stato infine licenziato come Responsabile G.D.O. Nazionale senza che nessuno rendesse mai esplicito il contenuto delle mansioni, sicchè la sentenza doveva essere cassata sul punto in cui aveva omesso di dichiarare la nullità del patto di prova.
Il motivo è infondato.
Invero, la Corte territoriale ha ritenuto non condivisibile la censura di nullità del patto di prova per il sostenuto mutamento di mansioni rispetto a quelle esplicitate al momento dell’assunzione osservando come, per un verso, non fosse esatto il dedotto riferimento alla genericità delle mansioni, poichè la lettera di assunzione indicava per le mansioni la posizione di “Capo area Regione Lazio” con la qualifica di Quadro livello 1/S, e, come, per altro verso, l’ A. non avesse espletato mansioni superiori, rispetto a quelle inizialmente assegnategli, in quanto quelle di capo area espletate dopo tre mesi a livello nazionale, pur aumentando i canali di vendita, non comportavano alcun mutamento di attività.
Ne discende che non è imputabile alla Corte di Appello nè una violazione del principio dell’onere della forma scritta del patto di prova nè un’elusione di quell’orientamento giurisprudenziale giusta il quale il patto di prova deve ritenersi nullo in caso di mutamento delle mansioni originariamente stabilite (Cass. n. 9811/95), laddove, nel caso di specie, la prestazione lavorativa dell’ A. è stata valutata sempre in relazione alla posizione di Capo Area, prima nel Lazio per tutta la clientela e poi soltanto per i clienti della Grande Distribuzione (GDO), senza, quindi, che vi fosse alcuna variazione.
Trattasi, pertanto, di un accertamento di fatto, adeguatamente motivato, non suscettibile di essere sottoposta ad un rinnovato giudizio in questa sede.
Con il secondo motivo il ricorrente, denunciando violazione sotto altro profilo degli artt. 2096, 1325 e 1350 c.c., nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), lamenta che la Corte territoriale abbia erroneamente affermato che, in presenza del patto di prova, il recesso datoriale sia libero, salvo il motivo illecito ritenuto insussistente nel caso di specie. Al contrario sussisterebbe una vera e propria illiceità concretizzantesi nello sfruttamento della professionalità del ricorrente.
Il motivo è privo di fondamento.
Devono anzitutto ricordarsi i principi consolidati, affermati costantemente in argomento da questa Corte (ex plurimis, Cass. n. 7644/1998), anche in relazione alla sentenza della Corte Costituzionale 22 dicembre 1980 n. 189 che, in tema di patto di prova, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2096 c.c., comma 3, e della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 10, con riferimento all’art. 3 Cost., commi 1 e 2, artt. 4 e 35 Cost., e art. 41 Cost., comma 2, ha specificato nozione e contenuto della “discrezionalità” del datore di lavoro nel recedere durante l’esperimento.
Va ribadito, così, che, a norma dell’art. 2096 c.c., e L. n. 604 del 1966, art. 10, il rapporto di lavoro subordinato costituito con patto di prova è sottratto, per il periodo massimo di sei mesi, alla disciplina dei licenziamenti individuali, ed è caratterizzato dal potere di recesso del datore di lavoro, la cui discrezionalità si esplica senza obbligo di fornire al lavoratore alcuna motivazione, neppure in caso di contestazione, sulla valutazione delle capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso: rilevandosi, peraltro, che detta discrezionalità non è assoluta, e deve essere coerente con la causa del patto di prova, sicchè il lavoratore, che non dimostri il positivo superamento dell’esperimento nonchè la imputabilità del recesso del datore a un motivo estraneo a tale causa, e quindi illecito, non può eccepire nè dedurre la nullità del licenziamento in sede giurisdizionale.
Giova pure ricordare al riguardo che scopo dell’esperimento in prova è quello di fare acquisire alle parti sufficienti e adeguati elementi di valutazione sulla reciproca loro convenienza di addivenire a un rapporto di lavoro definitivo: valutazione che è pertanto esclusivamente rimessa al giudizio e alla libera disponibilità delle stesse, le quali sono dunque pienamente libere di ritenere od escludere siffatta convenienza. E pertanto l’avvenuto positivo superamento, da parte del lavoratore, dell’esperimento non è, di per sè solo, sindacabile in sede giudiziale, nè può, di per sè, offrire la dimostrazione, pur presuntiva o per implicito, di un motivo illecito (ex artt. 1345 e 1418 c.c.) del recesso del datore di lavoro in pendenza del periodo di prova.
Un siffatto illecito motivo, quale ragione di nullità di quel recesso, può ritenersi provato in giudizio solo quando, oltre all’avvenuto positivo superamento dell’esperimento, siano dimostrati precisi e specifici fatti concreti i quali comprovino che il recesso non era in alcun modo ricollegabile all’esperimento stesso nè al suo esito, ma era dovuto a ragioni del tutto estranee alla sua realizzazione ed alla causa del patto di prova e che integravano dunque così l’unico e determinante motivo (appunto illecito) della decisione del datore di recedere dal rapporto.
Nel caso di specie la Corte di Appello, motivando la sua decisione in maniera adeguata, ancorchè sintetica, si è attenuto ai principi ora enunciati, escludendo in particolare la illegittimità del recesso per effetto di un dedotto mutamento di mansioni ritenuto – come appena argomentato – insussistente. Con il terzo motivo il ricorrente, denunciando omessa insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia relativamente alla richiesta di rimborso delle spese di trasferta e la relativa indennità (art. 360 c.p.c., n. 5)”, lamenta che la Corte d’Appello, riprendendo la sentenza di primo grado, abbia erroneamente ritenuto che non gli spettasse il rimborso delle spese sostenute e, così pure sul punto, il rimborso della indennità di trasferta , richiamandosi all’art. 59 CCNL. Sennonchè la Corte di merito ha sufficientemente motivato la sua determinazione, osservando, in ordine al diritto al rimborso di detta indennità, che alcunchè spettava al ricorrente sulla base del rilievo che la norma collettiva invocata faceva riferimento ad “incarichi specifici” per prestazioni di servizio fuori della circoscrizione del Comune, mentre nel caso di mansioni di capo area erano tali fisiologicamente da comportare lo spostamento nel territorio e così nella Regione di cui era capo area (infatti, aveva, ad personam, il “bonus” di L. 1.685.000).
Osserva il Collegio che nessun vizio motivazionale emerge da siffatta argomentazione, mentre, sotto altro profilo, nessun vizio interpretativo della norma collettiva richiamata è possibile riscontrare, mancando nell’esaminato motivo ogni riferimento a violazioni dei canoni ermeneutici in materia. Analogamente, nessun vizio di motivazione è riscontrabile in relazione alla richiesta di rimborso delle “spese vive” che l’ A. avrebbe sopportato durante le trasferte nel corso del rapporto lavorativo, avendo il Giudice di appello rilevato che difettavano le condizioni per detto rimborso, essendo mancata totalmente l’osservanza della procedura prevista per l’ottenimento del rimborso e cioè del “visto della Direzione vendita”.
Infondato, infine, è anche il quarto motivo di ricorso con cui si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione relativamente alla domanda subordinata di corresponsione della retribuzione per il periodo di anticipata risoluzione del rapporto di lavoro (art. 360 c.p.c., n. 5).
Invero, il Giudice di appello, affermando la legittimità del recesso durante il periodo di prova ha, in maniera implicita, ma non per questo poco chiara, correttamente ritenuto non spettare alcuna retribuzione per il residuo periodo di circa 15 giorni prima della scadenza del periodo di prova e successivi al recesso.
Con il ricorso incidentale la società Tenimenti Angelini, denunciando omessa ed insufficiente motivazione nonchè falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., lamenta che il Giudice di appello abbia ritenuto fondato il motivo di gravame circa l’omessa pronuncia in ordine alla richiesta di condanna al pagamento della provvigione maturata, per essersi essa società limitata a dedurre l’avvenuto pagamento, senza che la documentazione prodotta dimostrasse il pagamento non riferendosi a provvigioni.
Il motivo è infondato, avendo rettamente il Giudice a quo ritenuto che, di fronte all’affermazione della società di avere pagato le provvigioni – e, quindi, al riconoscimento del debito ancorchè estinto per effettuato pagamento – e di fronte alla documentazione prodotta dalla stessa società a sostegno dell’intervenuto pagamento delle provvigioni, l’acclarata circostanza che detta documentazione non dimostrava affatto il dedotto adempimento “non riferendosi a provvigioni”, comportava l’accoglimento del relativo motivo di appello, in rigetto di entrambi i ricorsi induce a compensare le spese di questo giudizio.
P.Q.M.
La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta. Compensa le spese.
Così deciso in Roma, il 6 ottobre 2010.
Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2010”

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Pubblico di seguito il comunicato stampa odierno del Consiglio Nazionale Forense

COMUNICATO STAMPA

Liberalizzazioni in Decreto Monti, Alpa (Cnf): “La riforma dell’avvocatura è già pronta in Parlamento da due anni e può essere approvata anche prima di agosto.
Ma le riforme si fanno con regole chiare e in ossequio dei principi costituzionali.
Così non si può dire dei testi che si sono succeduti da agosto a oggi”
Il presidente del Consiglio nazionale forense Guido Alpa interviene sul decreto Monti, approvato domenica dal consiglio dei ministri: “Molti dei principi di liberalizzazione richiamati dal decreto “salva-Italia” sono già contenuti nella riforma della professione forense che langue in parlamento da due anni. Disponibili a una disciplina di nuove forme di aggregazione della professione ma il socio di capitale lede il diritto di difesa e l’indipendenza degli avvocati”.

 

Roma 6/12/2011. “La riforma dell’avvocatura è già pronta in Parlamento ed è in linea con i principi di liberalizzazione richiamati dalla manovra Monti. L’avvocatura è pronta a discutere di ulteriori miglioramenti da qui sino alla scadenza del termine di agosto, ma nel quadro delle regole costituzionali e senza pregiudizi nei confronti delle professioni. Ci aspettiamo che il governo ascolti le nostre ragioni”. Così il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, commenta l’inserimento nel decreto Monti della norma sulle professioni, la cui formulazione lascia tanto a desiderare.

“L’avvocatura ha autonomamente proposto l’assicurazione obbligatoria, la formazione permanente, un tirocinio professionalizzante e retribuito. E’ anche favorevole a forme nuove di aggregazione tra professionisti,a condizione che queste garantiscano l’effettiva tutela dei diritti dei cittadini. Così non ci pare per le società di capitali, con socio di capitale anche in maggioranza. Il rischio è quello di consegnare a centri di interessi ben individuati il compito di salvaguardare i diritti dei cittadini, che la Costituzione affida all’avvocatura, autonoma e indipendente. Nulla impedisce infatti che il proprietario di uno studio legale diventi una banca o un assicurazione o una qualsiasi impresa. Cioé quelle stesse realtà contro le quali spesso il cittadino combatte per affermare i suoi diritti”.

Il presidente del Cnf perciò rileva l’incongruenza di una norma-tagliola, che pare scontare un pregiudizio non accettabile dalle professioni. E senza contare la irragionevolezza della lettura composita di tutte le norme che si sono succedute da agosto ad oggi.  “Il presidente Monti in Europa aveva dichiarato di non ritenete necessario cancellare gli ordini professionali, che non sono la causa dell’ingessamento del mercato. Ma poi nel suo primo decreto stabilisce una abrogazione degli ordinamenti se non si rispetta il termine di agosto per le riforme, aprendo lacune ingestibili. Come è pensabile di governare il cambiamento in questo modo?”.

Il Cnf si è già detto pronto nei giorni scorsi a sedersi al tavolo col Governo per completare il processo di riforma della professione e del sistema giustizia, a condizione che i diritti dei cittadini  non vengano assolutamente indeboliti.

 

Claudia Morelli
Responsabile Comunicazione e rapporti con i Media

Tel 0039 06 97748843
Mobile 0039 3402435953
   E mail: claudiamorelli@consiglionazionaleforense.it

 

affidamento figlio divorzioEcco il principio di diritto statuito dalla Suprema Corte con sentenza n. 19594 del 26 settembre 2011:

“Il figlio minore ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, ma per realizzare tale finalità il giudice è libero di adottare i provvedimenti che ritiene più idonei, nell’interesse esclusivo del minore. Il giudice, quindi, può regolare i tempi e le modalità della presenza del figlio presso ciascun genitore, con una valutazione che, se risponde all’interesse del minore, si sottrae a qualsiasi possibilità di revisione in sede di legittimità (nel caso di specie, il giudice ha ritenuto che una limitazione del pernottamento del minore presso il padre per i primi quattro anni di età fosse la scelta più conforme all’interesse del figlio, rispetto alla sua età, e tanto basta per ritenere legittimo il provvedimento adottato)”.

Di seguito trovate il testo integrale della sentenza de qua:

“SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La sig.ra P.E. con ricorso ex art. 317 bis cod. civ., notificato il 3 agosto 2009 al sig. A.L. – con cui aveva avuto una relazione dalla quale era nato il figlio A., riconosciuto da entrambi i genitori – chiedeva al tribunale per i minorenni di Perugia di regolamentare il diritto di visita del padre e di determinare l’assegno a suo carico per il mantenimento del minore. Analogo ricorso, che con il primo veniva riunito, veniva proposto dal sig. A..

Il tribunale, con decreto 5 febbraio 2010, disponeva l’affido congiunto del minore, il suo collocamento presso la madre, le modalità di frequentazione del padre e dei nonni paterni (con diritto anche di quest’ultimi di tenere il bambino presso di sè) con il minore e un assegno di mantenimento a carico del padre di Euro 1000,00 mensili. La sig.ra P. proponeva reclamo avverso tale provvedimento alla Corte d’appello di Perugia, sezione per i minorenni, chiedendo la modifica del provvedimento del tribunale, in particolare restringendo gli orari di visita del padre ed escludendo il diritto a tenerlo presso di sè anche la notte fino al compimento del quarto anno di età, nonchè escludendo il diritto di visita dei nonni. Il sig. A. chiedeva il rigetto del reclamo e l’ampliamento della propria frequentazione con il minore, confermando quello dei nonni. La Corte d’appello, con decreto depositato in data 25 marzo 2010, limitava il diritto del padre a tenere presso di sè di notte il minore e revocava il diritto autonomo di visita dei nonni. Il sig. A. ricorre a questa Corte avverso il decreto, con atto notificato alla controparte il 23 aprile 2010, nonchè al P.G. presso la Corte d’appello di Perugia. La parte intimata resiste con controricorso notificato il 19 maggio 2010 e memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1.Con il primo motivo si denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 317 bis c.p.c., nonchè della L. n. 54 del 2006 e delle Convenzioni internazionali. Si deduce al riguardo che le limitazioni agl’incontri fra il ricorrente e il figlio, con l’autorizzazione al pernottamento una sola notte a settimana, sono state motivate con la tenera età del bambino e la mancata convivenza del gruppo familiare dopo la sua nascita, che gli impedirebbe la piena identificazione della figura paterna quale figura di riferimento. Tale motivazione si fonderebbe sull’erroneo presupposto che non vi sia stata convivenza fra i genitori del minore, mentre il ricorrente in effetti dormiva nella casa familiare, anche dopo la sua nascita, quattro notti su sette e dopo la separazione dalla madre del bambino aveva affittato una casa a pochi chilometri di distanza da quella. Comunque detta convivenza non poteva essere assunta dalla Corte di merito quale motivo per la sua decisione, non prevedendolo alcuna legge, così come non era valido motivo per la su detta decisione la tenera età del bambino.

1.2. Il motivo è inammissibile.

Vero è che in tema di affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio la L. n. 54 del 2006, dichiarando applicabili ai relativi procedimenti le regole da essa introdotte per quelli in materia di separazione e divorzio, ha reso impugnabili con il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., i provvedimenti emessi dalla Corte d’appello, sezione per i minorenni, in sede di reclamo avverso i provvedimenti adottati ai sensi dell’art. 317-bis relativamente all’affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio ed alle conseguenti statuizioni economiche (Cass. 30 ottobre 2009, n. 23032). Ma la relativa impugnazione deve essere mantenuta nei precisi limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., cosicchè dinanzi a questa Corte non possono essere rimessi in discussione nè gli accertamenti di fatto compiuti dalla Corte d’appello, se non con precise censure di ordine motivazionale, nè le valutazioni di stretto merito, che sono del tutto estranee al giudizio di legittimità.

Nel caso di specie, sotto il profilo formale della violazione di legge, in effetti si contesta, senza indicare risultanze probatorie delle quali sia stato omesso l’esame, ovvero vizi di ordine logico nella motivazione, l’accertamento della Corte d’appello secondo il quale “nel caso in esame una reale convivenza fra i genitori non vi è mai stata in quanto, a prescindere da alcuni punti di divergenza nelle relative versioni, è pacifico che l’avv. A. svolge la sua attività lavorativa professionale a (OMISSIS) e che alcuni giorni si intrattiene anche a (OMISSIS), ove risiedono i suoi genitori, cosicchè la convivenza è stata non solo sicuramente breve ma anche del tutto sporadica se non occasionale”. Parimenti si contesta la valutazione di merito della Corte d’appello secondo la quale, tenuto conto dell’assenza di una convivenza del padre con il bambino prima della rottura del rapporto con la madre, nonchè della situazione lavorativa, con i su detti spostamenti, del padre, la permanenza notturna del minore presso di lui andava ridotta, sino all’età di quattro anni, ad una sola notte la settimana.

Ne deriva che, essendo gli accertamenti compiuti di mero fatto e i criteri usati dalla Corte d’appello finalizzati a una valutazione di opportunità, il motivo va dichiarato inammissibile, risolvendosi nella censura di valutazioni riservate in via esclusiva alla Corte di merito in relazione alle quali non vengono prospettati vizi motivazionali.

2.1. Il secondo, il terzo e il sesto motivo vanno esaminati congiuntamente.

Con il secondo motivo si denuncia ancora la violazione delle medesime norme di legge – applicabili anche ai figli naturali – in quanto queste elevano la bigenitorialità a principio cardine del sistema familiare vigente, in attuazione degli artt. 29 e 30 Cost. e del principio di uguaglianza, in forza del quale il figlio ha diritto ad avere un rapporto continuativo con entrambi i genitori, anche ove si separino. La motivazione della Corte d’appello violerebbe tale principio.

Con il terzo motivo si denuncia la violazione della Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 che impone agli Stati di rispettare il diritto del fanciullo “di mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori, salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo”.

Con il sesto motivo si lamenta la violazione degl’interessi paterni e di quelli del minore, costituzionalmente garantiti, compromessi dalla compressione della concreta esplicazione della potestà genitoriale del padre a vantaggio della madre.

2.2. I motivi sono infondati, disponendo l’art. 155 cod. civ. che il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, ma la sua attuazione è rimessa al giudice, il quale (art. 155, comma 2) per realizzare la finalità su detta “adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa”, determinando esclusivamente in relazione a tale interesse “i tempi e le modalità” della sua presenza presso ciascun genitore”, prendendo atto solo se non contrari all’interesse del figlio degli stessi accordi fra i genitori. Parimenti la Convenzione citata dal ricorrente indica quale metro di valutazione l’interesse del minore.

Ne deriva che la Corte d’appello non ha violato le norme di riferimento nel determinare e limitare – sino al compimento del quarto anno di età – il pernottamento del minore presso il padre nella maniera che ha ritenuto più conforme al suo interesse in relazione all’età, non risultando affatto compromessa da tale limitazione alle disposizioni dettate dal tribunale, per il resto confermate, la realizzazione di un rapporto equilibrato anche con il padre, nei primissimi anni di vita del bambino.

3. Con il quarto motivo si denuncia la violazione o falsa applicazione dell’art. 16 Cost., in quanto il decreto impugnato nel disciplinare i pernottamenti del minore con il padre li limita al territorio della città di Perugia, cosi violando la libertà di circolazione del ricorrente.

Il motivo è infondato, nessuna limitazione essendo apportala dal decreto impugnato – con il disporre che i pernottamenti del bambino dovranno avvenire in Perugia, dove il minore risiede – al diritto del ricorrente di spostarsi a suo piacimento sul territorio nazionale, ma avendo detto decreto legittimamente regolato, nell’interesse del figlio in tenerissima età, le modalità di frequentazione del padre, stabilendo il luogo in cui potrà tenerlo con sè anche la notte secondo le modalità previste nel decreto.

4. Con il quinto motivo si denunciano vizi motivazionali su un punto decisivo, deducendosi che la decisione della Corte d’appello sarebbe disancorata dagli accertamenti compiuti dal giudice di primo grado, con particolare riferimento a quelli dei servizi sociali, basandosi su considerazioni del tutto astratte.

Il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza, non riportandosi in esso le specifiche risultanze istruttorie che la Corte d’appello avrebbe omesso di esaminare.

7. Con il settimo motivo si denuncia la violazione del diritto dei nonni a vedere il nipote, garantito dall’art. 155 cod. civ. Il motivo è infondato, attribuendo l’art. 155 cod. civ. al minore il diritto di “conservare rapporti significativi” anche con i nonni, pur se nato fuori dal matrimonio, ma rimettendo comunque al giudice di regolarne l’attuazione, tenendo conto dell’interesse del minore, cosa che nel caso di specie la Corte d’appello, con valutazione non incongrua e come tale incensurabile in questa sede, ha fatto regolamentando i suoi incontri con i nonni.

Il ricorso deve essere rigettato con la condanna del ricorrente alle spese del giudizio di cassazione ,che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, che liquida nella misura di Euro duemilasettecento/00, di cui Euro duecento/00 per spese vive, oltre spese generali e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della prima sezione civile, il 14 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 26 settembre 2011 “

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TRIBUNALE DI ………………..

p.p.n…………….. R.G.N.R.

imputato:…………….

udienza del …..

ATTO DI COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE

Il sottoscritto NOME PERSONA OFFESA, nato a …………… il…., persona offesa ex art. 90, comma 1, c.p.p. del reato di cui agli artt. 594, rappresentato e difeso, giusta procura in calce al presente atto, dall’avv. Patrizia D’Arcangelo con studio in Cologno al Serio (Bg), via Rocca n. 6

DICHIARA DI COSTITUIRSI PARTE CIVILE

nel p.p. n. ……… R.G.N.R. instaurato innanzi al Tribunale di ………. , nei confronti di NOME IMPUTATO, nato a….. il…. e residente in …… imputato nel procedimento penale epigrafato per il reato di cui all’art. …….c.p. “per ….. (capo d’imputazione)”Fatto commesso in …..

E’ intenzione del signor NOME PERSONA OFFESA costituirsi parte civile nell’instaurando processo, al fine di conseguire il soddisfacimento di quanto ingiustamente subito.

Si chiede quindi la rifusione di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali, ivi compresi quelli morali, patiti e patiendi, derivati a NOME PERSONA OFFESA dall’illecito comportamento ascrivibile all’imputato, così come meglio sopra descritto, oltre alle spese e agli onorari di costituzione, danni che verranno tutti quantificati in corso di processo ed in sede di presentazione delle conclusioni, con richiesta di provvisionale immediatamente esecutiva ex art. 539, secondo comma e 540 c.p.p.

E’ di tutta evidenza il danno morale subito dal signor NOME PERSONA OFFESA, immediata conseguenza del comportamento delittuoso dell’ imputato.

Con osservanza.

Cologno al Serio,

SOTTOSCRIZIONE PERSONA OFFESA

E’ autentica

Avv. Patrizia D’Arcangelo

NOMINA E PROCURA SPECIALE  A DIFENSORE

Il sottoscritto NOME PERSONA OFFESA, nato a ….. IL , persona offesa ex art. 90, comma 1, c.p.p. del reato di cui all’art. …………. per il quale è fissata udienza di comparizione innanzi Tribunale di …………. per il giorno …………. alle ore …………

nomina

quale proprio difensore l’avv. Patrizia D’Arcangelo, con studio Cologno al serio, via Rocca n. 6, al quale conferisce procura speciale (rappresentanza tecnica o ius postulandi), affinché si costituisca parte civile nei confronti di NOME IMPUTATO, nato a ….. il……….. nel citato procedimento penale al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti a causa della condotta dell’imputato, conferendo altresì al suddetto difensore ogni diritto, facoltà e potere ed, in particolare, di designare sostituti ai sensi dell’art. 102 c.p.p., di proporre appello, di chiedere la citazione del responsabile civile, di presentare liste e chiedere la citazione di testimoni, di nominare periti e consulenti tecnici, di accettare o meno il rito abbreviato a norma dell’art. 441 c.p.p., di presentare richieste e conclusioni, nonchè richieste motivate al Pubblico Ministero ai sensi dell’art. 572 c.p.p. La presente nomina di difensore di parte civile si intende conferita per ogni grado del processo, per i fatti reato sopra esposti e relativi al citato procedimento penale.

Con osservanza.

Cologno al Serio,

SOTTOSCRIZIONE PERSONA OFFESA

E’ autentica

avv. Patrizia D’Arcangelo

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