• Maltrattamenti in famiglia: in caso di maltrattamenti ai danni della madre, anche i figli sono da considerarsi vittime

    maltrattamenti famiglia minoriSono soggetti passivi del delitto di maltrattamenti in famiglia previsto dall’art. 572 del codice penale anche i figli minori  nel caso in cui le vessazioni continue (ingiurie, percosse, minacce lievi,atti di umiliazione generici) siano rivolte principalmente alla loro madre.

    La Corte di Cassazione ha infatti di recente statuito che “Lo stato di sofferenza e di umiliazione delle vittime non deve necessariamente collegarsi a specifici comportamenti vessatori posti in essere nei confronti di un determinato soggetto passivo, ma può derivare anche da un clima generalmente instaurato all’interno di una comunità in conseguenza di atti di sopraffazione indistintamente e variamente commessi a carico delle persone sottoposte al potere dei soggetti attivi, i quali ne siano tutti consapevoli, a prescindere dall’entità numerica degli atti vessatori e dalla loro riferibilità ad uno qualsiasi dei soggetti passivi” (Cass. Pen. Cassazione penale , sez. V, sentenza 22.11.2010 n° 41142)

  • Misure contro la violenza nelle relazioni familiari

    Purtroppo la cronaca ci offre (pressoché quotidianamente) casi di maltrattamenti, violenze ed abusi perpetrati a danno di familiari.

    Probabilmente non tutti sanno che, con legge del 4 aprile 2001, n. 154 è stata introdotta una disciplina volta ad offrire una tutela più veloce ed efficace in favore delle vittime di abusi familiari.

    L’art. 342 bis cod. civ. (introdotto, per l’appunto, dalla succitata legge) prevede infatti che vengano disposti degli ordini di protezione contro gli abusi familiari ogni qualvolta  “la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente”.

    Affinché possano quindi essere emessi i c.d. “ordini di protezione contro gli abusi familiari”, è necessario che coesistano due requisiti:

    1)      la convivenza tra vittima ed oppressore (concedetemi l’utilizzo di tale termine);

    2)      la condotta gravemente pregiudizievole all’integrità  della vittima.

    Il requisito della convivenza va peraltro inteso sussistente anche quando vi sia stato l’allontanamento, provocato dal timore di subire violenza fisica del congiunto, mantenendo nell’abitazione familiare il centro degli interessi materiali ed affettivi (cfr, ad esempio, Tribunale di Padova (decr.), 31/05/2006, in Foro It., 2007, 12, 1, 3572).

    In tali casi, ai sensi del combinato disposto dell’art. 342 ter cod. civ. e dell’art. 736 bis cod. proc. civ., è possibile quindi rivolgersi al Giudice territorialmente competente, il quale dispone tempestivamente:

    a)      la cessazione della condotta pregiudizievole;

    b)      l’allontanamento temporaneo dalla casa familiare del coniuge o convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole;

    c)       il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’altro coniuge o convivente (i luoghi di lavoro, il domicilio dei parenti, la scuola dei figli).

    Il Giudice può, altresì imporre al coniuge o convivente allontanato di contribuire al mantenimento della famiglia con un assegno periodico che può essere assistito dalla garanzia del versamento diretto da parte del datore di lavoro dell’obbligato. Il Giudice può infine anche disporre l’intervento dei centri sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare.

    La misura cautelare è temporanea e non può eccedere la durata di un anno.