PREMESSA

Come ormai noto, la legge n. 219/2012 ha modificato l’art. 38 Disp. Att. cod. civ. riducendo le attribuzioni del Tribunale per i Minorenni.

Vero è anche che la citata norma è stata riscritta in modo poco chiaro e si è prestata (e si presta tuttora) ad una notevole attività interpretativa soprattutto con riferimento alla corretta individuazione dell’autorità giudiziaria a cui competa provvedere nell’interesse del minore nei casi in cui si prospetti la necessità di interventi limitativi della potestà genitoriale.

Proprio in relazione a questo argomento, è bene ricordare che il novellato art. 38 Disp. Att. Cod. civ. prevede oggi che il Tribunale per i Minorenni resti competente per i provvedimenti in caso di condotta del genitore pregiudizievole ai figli (ex art. 333 c.c.), purché non sia “in corso” tra le parti un giudizio di separazione o divorzio o relativo all’esercizio della potestà genitoriale ex art. 316 cod. civ. In tali casi, infatti “per tutta la durata del processo la competenza […] spetta al giudice ordinario”.

Nell’attività interpretativa della novellata norma codicistica è certamente apprezzabile il Protocollo d’intesa del Tribunale Ordinario e del Tribunale per i Minorenni di Brescia.

Con la predisposizione e diffusione di tale Protocollo, il Tribunale Ordinario ed il Tribunale per i Minorenni di Brescia si sono invero  prefissi lo scopo di  superare le pericolose disarmonie venutesi a creare con riferimento all’individuazione dell’autorità giudiziaria tenuta a provvedere nell’interesse del minore nei casi in cui si prospetta la necessità di interventi limitativi dell’esercizio della potestà genitoriale.

Del resto le Linee Guida del Consiglio d’Europa del 17 novembre 2010, fatte proprie dall’Unione Europea, tendono proprio a far sì che vengano promosse delle “azioni a misura di minore” per evitare ritardi ingiustificati nella loro tutela.

Tra le attività previste, ricorda il suddetto Protocollo,  rientra anche la predisposizione di strumenti volti ad assicurare che tutti i professionisti interessati che lavorano a contatto con i minori, ricevano delle istruzioni concrete al fine di garantire ed attuare adeguatamente i diritti dei minori.

IL CASO: IL RIPARTO DI COMPETENZA IN PENDENZA DI GIUDIZIO DI SEPARAZIONE

Il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro trasmetteva al Tribunale Ordinario della stessa città, procedimento ex art. 333 cod. civ. promosso da parte del Pubblico Ministero, rilevando che pendeva procedimento per separazione tra i genitori del minore interessato.

Il Tribunale Ordinario, appurando però che il giudizio di separazione tra i genitori si era in realtà estinto successivamente alla proposizione del ricorso presentato dal Pubblico Ministero presso il Tribunale per i Minorenni, dichiarava la propria incompetenza e disponeva la restituzione degli atti al Tribunale per i Minorenni di Catanzaro.

Il Tribunale Ordinario sottolineava invero che la vis actractiva dei procedimenti ex art. 333 cod. civ., prevista dalla novella legislativa, opera soltanto laddove il procedimento separativo (ovvero il giudizio di separazione o di divorzio o ex art. 316 cod. civ.) sia “in corso” e “per tutta la durata del medesimo”.

Lo stesso Tribunale , richiamando il Protocollo d’intesa tra il Tribunale Ordinario ed il Tribunale per i Minorenni di Brescia, evidenziava che allorquando il procedimento separativo sia in fase di quiescenza e non vi sia giudice che stia trattando attivamente la causa, la competenza a trattare il procedimento vada ravvisata in capo al Tribunale per i Minorenni.

In relazione al riparto di competenza tra Tribunale Ordinario e Tribunale per i Minorenni per i procedimenti ex art. 333 cod. civ., il Protocollo di Brescia è quindi attualmente considerato tra le migliori prassi applicative  e certamente è da segnalare per la sua completezza e chiarezza.

Il Protocollo, invero, chiarisce anche che la competenza del Tribunale ordinario per i provvedimenti de potestate presuppone che nel giudizio “in corso” si controverta su problematiche relative ai minori, con la conseguenza che, qualora sia stata già pronunciata una sentenza non definitiva che abbia risolto la questione dell’affidamento dei figli e sono in discussione solo le questioni di carattere economico la competenza ad emettere i provvedimenti di cui all’art. 38, I comma Disp. Att. cod. civ., resterà in capo al giudice minorile.

Parimenti, sempre secondo il Protocollo di Brescia, sarà competente il Tribunale per i Minorenni nel caso in cui il processo penda in secondo grado ma l’impugnazione non investa le questioni relative all’affidamento dei minori.

* Nota a ordinanza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata su “Questioni di Diritto di Famiglia” – Maggioli Editore

________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Le regole per domiciliarsi presso il nostro studio sono tutte indicate su questa pagina da diverso tempo ormai.

Eppure riceviamo ancora pratiche incomplete (una volta manca la nota di iscrizione a ruolo, un’altra volta manca il contributo unificato, una volta  manca il fondo spese, un’altra volta gli atti vengono inviati con scadenza in giornata e, altre volte, manca addirittura quasi tutto).

Nell’interesse di tutti e affinchè si lavori in serenità e con professionalità, pare quindi necessario ricordare che presso il nostro studio è possibile domiciliarsi  alle seguenti condizioni:

1) invio di un congruo fondo spese da concordarsi

2) invio del contributo unificato

3) invio della nota d’iscrizione a ruolo correttamente compilata

4) invio del fascicolo di parte debitamente preparato (e pinzato!)

5) invio di precise istruzioni circa il deposito o la notifica dell’atto inviato con l’indicazione esplicita della scadenza da rispettare

6) invio di istruzioni d’udienza scritte, precise e dettagliate

7) ogni memoria da depositare deve essere inviata almeno in triplice copia (originale, copia per ufficio, copia per ogni controparte)

8 ) ogni atto ed ogni documento da depositare deve arrivare presso il nostro studio almeno 3 giorni prima della scadenza.

Sia chiaro che si tratta di REGOLE GENERALI ed eventuali deroghe potranno e dovranno essere concordate.

_________________________________________________________________________________________________________Vi Vi ricordiamo i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268


 

 

Si avvisa che lo Studio Legale D’Arcangelo è chiuso per ferie e riaprirà il 9 settembre.

Per urgenze  è possibile mandare una mail all’indirizzo studiolegaledarcangelo@gmail.com lasciando i propri recapiti e spiegando il problema.

 

1. L’origine dell’ascolto del minore nei procedimenti che lo riguardano e la normativa vigente

L’art. 155 sexies cod. civ., introdotto dalla legge n. 54/2006, disciplina l’audizione del minore attribuendo in capo al Giudice l’obbligo di ascoltare il minore nei procedimenti di separazione o di divorzio.

L’art. 315 bis cod. civ., aggiunto di recente dalla legge n. 219/2012, prevede inoltre oggi un vero e proprio diritto del minore ad essere ascoltato in tutte le procedure che lo riguardino qualora abbia compiuto i dodici anni o, se di età inferiore, abbia comunque capacità di discernimento.

La succitata vigente normativa codicistica trae origine dalla Convenzione dei Diritti del Fanciullo di New York del 20 novembre 1989 e dalla Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996 (entrambe successivamente ratificate e rese esecutive in Italia).

L’art. 12 della Convenzione di New York prevede invero che il fanciullo capace di discernimento abbia il diritto di esprimere liberamente la propria opinione su ogni questione che lo interessi.

La  succitata Convenzione di Strasburgo, all’art. 3, riconosce poi in capo al minore, nell’ambito delle procedure che lo riguardino, i seguenti diritti vincolati alla capacità di discernimento:

a) ricevere ogni informazione pertinente;

b) essere consultato ed esprimere la propria opinione;

c) essere informato delle eventuali conseguenze che tale opinione comporterebbe nella pratica e delle eventuali conseguenze di qualunque decisione.

L’art. 6 della Convenzione di Strasburgo prevede poi che nei procedimenti che riguardano un minore, l’autorità giudiziaria, prima di giungere a qualunque decisione, abbia i seguenti obblighi:

a) esaminare se dispone di informazioni sufficienti ad fine di prendere una decisione nell’interesse superiore del minore e, se necessario, ottenere informazioni supplementari, in particolare da parte dei detentori delle responsabilità genitoriali;

b) quando il diritto interno ritiene che il minore abbia una capacità di discernimento sufficiente:

- assicurarsi che il minore abbia ricevuto tutte le informazioni pertinenti,

- nei casi che lo richiedono, consultare il minore personalmente, se necessario in privato, direttamente o tramite altre persone od organi, con una forma adeguata alla sua maturità, a meno che ciò non sia manifestamente contrario agli interessi superiori del minore, permettere al minore di esprimere la propria opinione;

c) tenere in debito conto l’opinione da lui espressa .

La normativa non indica alcun criterio atto a valutare quando un soggetto infradodicenne sia ritenuto capace di discernimento.

Nell’ottica giuridica tale capacità sembrerebbe indicare due aspetti differenti: la capacità del bambino di capire ciò che è più utile per lui e la capacità di prendere decisioni autonome.

E’ evidente che, nei minori infradodicenni, sia opportuno che il Giudice proceda con l’acquisizione preliminare di un parere esperto (quale quello di psicologi dell’età evolutiva) che abbia proprio ad oggetto la capacità di discernimento del minore, presupposto necessario per la sua audizione e per la tutela dei suoi diritti e della sua serenità.

Nella relazione, l’esperto dovrà riportare la propria valutazione in merito alla capacità di discernimento del minore, al suo livello di sviluppo, alla capacità di esprimere la propria volontà e il grado di autonomia raggiunto.

2. Le modalità di ascolto del minore

Nel silenzio della legge, vanno poi valutate le modalità di ascolto del minore ritenuto capace di discernimento.

L’audizione del minore può avvenire direttamente davanti al Giudice (c.d. “ascolto diretto”) oppure in sede di CTU (c.d. “ascolto indiretto”).

In caso di ascolto diretto i Protocolli stipulati presso talune sedi giudiziarie italiane prevedono che sia da stabilirsi preferibilmente al di fuori dell’orario scolastico, in ambiente adeguato e a porte chiuse in modo tale da garantire la massima riservatezza e tranquillità del minore. (1)

Si concorda nel ritenere che l’ascolto, davanti al Tribunale Ordinario sia direttamente effettuato dal Presidente nella fase presidenziale o dal Giudice istruttore, unitamente all’ausiliario, eventualmente nominato, esperto in materie psicologiche, psichiatriche o pedagogiche. (2)

Qualora invece il minore vada ascoltato dinanzi al Tribunale per i Minorenni si ritiene che potranno essere delegati dal Collegio un Giudice Togato e/o un Giudice Onorario congiuntamente, se richiesto dalle parti o dai loro difensori e se comunque possibile, avvalendosi se del caso di un ausiliario ex art. 68 c.p.c. esperto in scienze psicologiche o pedagogiche (3).

In ogni caso, è importante che l’avvocato dei genitori del minore che deve essere ascoltato non abbia contatti con il medesimo. Parimenti, l’avvocato deve invitare i suoi assistiti ad un atteggiamento responsabile nei confronti del minore evitando ogni forma di suggestione e di induzione della volontà. (4)

Si ritiene comunemente che l’audizione del minore debba avvenire unicamente alla presenza del Giudice titolare della procedura, dell’eventuale ausiliario e, in caso di nomina, del difensore del minore o del curatore del minore. Non pare invece opportuna la presenza delle parti e dei rispettivi difensori, i quali vengono pertanto invitati dal Giudice a restare fuori dall’aula al fine di evitare possibili condizionamenti del minore (5).

Il minore, prima dell’audizione, deve essere adeguatamente informato dal Giudice del suo diritto ad essere ascoltato nel processo, dei motivi del suo coinvolgimento nello stesso, nonché dei possibili esiti del procedimento, precisando che tali esiti non necessariamente saranno conformi a quanto sarà da lui eventualmente espresso o richiesto e ciò sulla base di quanto disposto dalla Legge n. 77/2003.

Tali avvertimenti devono ovviamente avvenire con linguaggio adatto all’età e con comunicazione empatica da parte del Giudice, il quale deve illustrare al minore lo scopo ed i limiti del suo ascolto sottolineando il fatto che, nonostante le sue opinioni saranno tenute in debito conto, il Tribunale potrebbe decidere anche in modo diverso dai suoi desideri. (6)

E’ infine interessante notare come in alcuni Protocolli si ritenga che l’incontro con il minore vada verbalizzato in forma sommaria (7), in altri invece viene affermato che la verbalizzazione debba essere necessariamente integrale e fedele, anche nel linguaggio, a quanto dichiarato dal minore (8).

Come anzidetto, il Giudice può disporre una modalità di ascolto indiretto del minore. In questo caso, l’incombente deve avvenire, come per l’ascolto avanti al Giudice, senza la presenza delle parti e dei difensori i quali possono chiedere che l’incontro venga videoregistrato. Prima dell’audizione i consulenti di parte possono sottoporre al CTU i temi e gli argomenti sui quali ritengono opportuno sentire il minore. (9)

3. Il caso sottoposto al Tribunale di Varese

Con decreto del 24 gennaio 2013, il Tribunale di Varese ha disposto l’audizione del figlio quattordicenne di una coppia di coniugi particolarmente in conflitto sul collocamento del minore presso l’uno o l’altro dei genitori.

Il Tribunale di Varese ha ricordato che l’audizione del minore rappresenta un adempimento obbligatorio nel procedimento in cui il Giudice debba decidere in ordine a situazioni di diretto interesse del fanciullo, così come disposto dall’art. 155 sexies cod. civ.

Il Giudice di Prime cure ha, al riguardo, richiamato la sentenza n. 2223/2009 resa dalla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite, ove si legge che l’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano ed in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata in Italia con legge n. 77/2003, per cui ad essa si deve procedere, salvo che possa arrecare danno al minore stesso.

L’importanza dell’audizione, ricorda il Tribunale de quo, è peraltro ribadita nelle “Linee Guida del Consiglio d’Europa per una giustizia a misura di bambino”, adottate dal Comitato dei Ministri il 17 novembre 2010, dove è espressamente rimarcato il diritto del minore ad avere la possibilità di esprimere la propria opinione nell’ambito dei procedimenti che lo riguardano.

Il Tribunale di Varese, sempre nel decreto di cui si tratta, ha colto poi l’occasione per richiamare il contenuto del recente articolo 315 bis cod. civ. (introdotto con Legge n. 219/2012), affermando che tale norma non può essere ricondotta tout court alla già esistente previsione di cui all’art. 155 sexies cod. civ., ma che in realtà si tratta di una tipizzazione normativa che se ne differenzia.

Mentre infatti l’art. 155 sexies cod. civ. tratteggia il dovere del giudice di ascoltare il minore, l’art. 315 bis cod. civ. delinea piuttosto il diritto del minore ad essere ascoltato dal giudice. In quest’ultima norma, pertanto, il minore non viene più guardato solo come un semplice oggetto di protezione ma come un vero e proprio soggetto di diritto, a cui va data voce nel momento conflittuale della crisi familiare.

Nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto quindi opportuno delegare l’incombente a un esperto in psicologia infantile, tenuto conto dell’opportunità di evitare che l’ascolto del minore venisse effettuato senza un’adeguata competenza nell’accertamento della capacità di discernimento e ritenuto maggiormente tutelante evitare al minore stesso di esprimere la sua opinione nella sede del Tribunale.

Avv. Patrizia D’Arcangelo
Foro di Bergamo

__________

(1) V. ad esempio il Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e di Verona.

(2) V. Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del Minore, nonché Proposta di Protocollo per la gestione delle udienza civili del Tribunale di Palermo – Settore Famiglia.

(3) V. Protocollo del Tribunale per i Minorenni di Roma e il Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Verona.

(4) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona

(5) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona, nonché Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del Minore, Proposta di Protocollo per la gestione dell udienze civili del Tribunale di Palermo – Settore Famiglia.

(6) V. Protocolli sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano e Verona, nonché Protocollo per i giudizi di separazione, divorzio e relative modifiche – Allegato n. 1 Ascolto della persona nei giudizi di famiglia  di Firenze.

(7) V. ad esempio Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano.

(8) V. ad esempio Protocollo del Tribunale per i Minorenni di Roma

(9) V. Protocollo sull’interpretazione e applicazione della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore di Milano, nonché Protocollo del Distretto di Campobasso in tema di ascolto del minore e Protocollo per i procedimenti in materia di famiglia e minorile del Distretto di Salerno.

*Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata sulla Rivista “Questioni di diritto di Famiglia” – Maggioli Editore

 __________________________________________________________________________________________________________
Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Il caso

In un giudizio di separazione giudiziale,   il Tribunale di Catania affidava i due figli minori in via condivisa ai genitori collocandoli presso la residenza del padre, a cui veniva pure assegnata la casa coniugale.

La sentenza del Tribunale catanese veniva impugnata innanzi alla Corte d’appello territorialmente competente, la quale, ribaltando il giudizio di primo grado, disponeva l’affidamento esclusivo dei figli alla madre.

Risultava invero decisiva per la Corte d’Appello la relazione del servizio di Psichiatria dell’Azienda Sanitaria locale, svolta nell’ambito di un percorso di mediazione familiare attivato dal Tribunale per i Minorenni e acquisita d’ufficio nel corso del giudizio d’appello.

Nella relazione de qua veniva diagnosticata una sindrome da alienazione parentale dei figli e veniva evidenziato il danno irreparabile dagli stessi subito per la privazione del rapporto con la madre.

Era infatti emerso che il padre aveva posto in essere una reiterata condotta ostruzionistica al fine di ostacolare in ogni modo gli incontri dei figli con la madre.

Alla luce di ciò, la Corte d’Appello di Catania ha ritenuto che l’affido condiviso fosse pregiudizievole per i minori e che gli stessi andassero pertanto affidati in via esclusiva alla madre.

La Suprema Corte, con sentenza n. 5847 dell’8 marzo 2013 ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Catania, ritenendo legittime le motivazioni dalla stessa fornite.

La sindrome di Alienazione Parentale (c.d. PAS) : realtà o invenzione?

L’episodio del bambino di Cittadella portato via a forza da scuola e reso pubblic dai mass media nello scorso mese di ottobre, ha fatto sì che venisse conosciuta anche dai non addetti ai lavori la c.d. PAS, ovvero la Sindrome di Alienazione Parentale e tutte le polemiche ad essa connesse.

Il termine PAS (Parental Alienation Syndrome) è stato in realtà coniato negli anni ottanta dallo psicologo forense Richard Gardner.

Tale grave disturbo, secondo lo psicologo americano, si verificherebbe ai danni di quei figli coinvolti nelle separazioni dei genitori eccessivamente conflittuali e non mediate.

La principale manifestazione di tale problema consisterebbe nella campagna di denigrazione da parte del figlio nei confronti del genitore non convivente (c.d. genitore alienato)  fino a giungere al suo rifiuto,  a seguito della “programmazione” dell’altro genitore (c.d. genitore alienante).

Come scrive lo stesso Gardner  “il programmatore (cioè il genitore alienante, n.d.r) scrive il copione e il bambino lo recita”.

Lo stesso psicologo[1] avrebbe individuato 8 sintomi primari presenti nel bambino affetto da PAS:

  1. la campagna di denigrazione, nella quale il bambino mima  i messaggi di disprezzo del genitore «alienante» verso quello «alienato». In una situazione normale ciascun genitore non permette che il bambino esibisca mancanza di rispetto e diffami l’altro. Nella PAS, invece, il genitore «alienante» non mette in discussione tale mancanza di rispetto, ma può addirittura arrivare a incoraggiarla;
  2. la razionalizzazione debole dell’astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o, anche, solamente superficiali;
  3. la mancanza di ambivalenza, per la quale il genitore alienato è descritto dal bambino come «completamente negativo» laddove l’altro è visto come «completamente positivo»;
  4. il fenomeno del pensatore indipendente indica la determinazione del bambino ad affermare di essere una persona che sa ragionare senza influenze e di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione senza input del genitore «alienante»;
  5. l’appoggio automatico al genitore «alienante» è una presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore «alienante», qualsiasi genere di conflitto venga a crearsi;
  6. l’assenza di senso di colpa, per il quale tutte le espressioni di disprezzo nei confronti del genitore «alienato» trovino giustificazione nel fatto di essere meritate, sorta di «giusta punizione»;
  7. gli scenari presi a prestito, ovvero affermazioni che non possono ragionevolmente provenire direttamente dal bambino, quali ad esempio l’uso di frasi, parole, espressioni o la citazione di situazioni normalmente non patrimonio di un bambino di quell’età per descrivere le colpe del genitore escluso;
  8. l’estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato, che coinvolge nell’alienazione la famiglia, gli amici e le nuove relazioni affettive (una compagna o un compagno) del genitore rifiutato.

Allo stato attuale, la PAS non viene riconosciuta come malattia o sindrome nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (in sigla DSM).

Del resto le teorie elaborate da Gardner sono da sempre oggetto di polemiche e di acceso dibattito tra gli psicologi e gli operatori del diritto sia all’estero, sia in Italia.

Nel nostro Paese, infatti, la PAS viene riconosciuta tra le forme di abuso psicologico dalla  Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, mentre viene considerata priva di presupposti clinici, di validità e di affidabilità, ad esempio, dalla Società Italiana di Psichiatria.

In rete si possono trovare diversi contributi di psicologi che ritengono che la PAS non sia in realtà una malattia psichica.

Tra questi è certamente meritevole di nota l’e-book “Sindrome di alienazione genitoriale (P.A.S.): il grande imbroglio. Come di una presunta malattia si vuole fare un dogma”, reperibile gratuitamente su www.scienzaeprofessione.it, ove l’autore (lo psicologo Andrea Mazzeo) contesta punto per punto la teoria di Gardner.

Nel citato testo si legge, peraltro, che Il bambino può rifiutare un genitore per motivi banali ma anche per motivi gravi; la causa del rifiuto va cercata, secondo la metodologia psicologica corrente, nella relazione interpersonale tra bambino e genitore rifiutato, e non operando salti logici incolpando del rifiuto l’altro genitore.

Certo, un bambino può anche essere indotto a rifiutare un genitore per manipolazione psicologica; ma questo è un comportamento che configura un reato – maltrattamento psicologico del minore  – e non è una malattia”.

I nemici della PAS non possono, peraltro, fare a meno di evidenziare che l’inventore della PAS è morto suicida nel 2003 accoltellandosi con un coltello da macellaio dopo aver abusato di oppiacei e antidolorifici.

La PAS nella giurisprudenza di merito e di legittimità

Nel corso degli ultimi anni, la PAS sta cominciando a trovare spazio all’interno delle sedi giudiziarie italiane ma le sentenze in proposito sono ancora piuttosto rare.

La prima sentenza in cui viene menzionata la Sindrome di Alienazione Parentale è quella della Corte d’Appello di Firenze del 13 febbraio 2009 in cui il Collegio, prende atto di una situazione preoccupante, di grave disagio e di incomunicabilità della figlia minore col padre  e di eccessivo attaccamento della stessa alla madre ed afferma che qualora la madre “non receda immediatamente dagli atteggiamenti distruttivi in questione, ella dovrebbe, probabilmente, a salvaguardia della figlia, essere esclusa dall’affidamento”.

Altra importante sentenza è la n. 7452/2012 della Suprema Corte di Legittimità, trovatasi a rigettare il ricorso proposto da una donna condannata ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c. sia nel giudizio di separazione di primo grado, sia nel successivo procedimento d’appello per essersi resa responsabile della sindrome di alienazione genitoriale da cui era affetta la figlia. Nel caso specifico la donna aveva invero infondatamente denunciato il marito per asseriti abusi sessuali sulla figlia ed aveva assunto un comportamento tale da indurre la minore a rifiutare qualsiasi contatto con il padre.

Da citare infine anche la sentenza resa  dal Tribunale di Roma, sezione I Civile il 3 settembre 2011, ove non viene esplicitamente menzionata la Sindrome di Alienazione Parentale ma si esprime comunque biasimo per il comportamento di quel genitore che “con il suo ostinato, caparbio e reiterato comportamento, cosciente e volontario” venga meno “al fondamentale dovere, morale e giuridico, di non ostacolare, ma anzi favorire la partecipazione dell’altro genitore alla crescita ed alla vita affettiva del figlio”.

 

*Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata sulla Rivista “Questioni di diritto di Famiglia” – Maggioli Editore


[1] Gardner, Richard Alan,  Recent Trends in Divorce and Custody Ligation (1985)

________________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

 

Pubblico di seguito uno stralcio della sentenza  n. 7295/13, della Suprema Corte di Cassazione depositata il 22 marzo

“Quanto all’assunto ,secondo cui la breve durata del matrimonio avrebbe dovuto portare ad escludere le condizioni per il riconoscimento dell’assegno, si rileva che la giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente affermato che, nell’ambito del sistema normativo introdotto con la legge n. 74 del 1987, l’attribuzione dell’assegno di divorzio è indefettibilmente subordinata alla specifica circostanza di fatto della mancanza di mezzi adeguati o dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, essendo gli altri criteri (condizioni dei coniugi; ragioni della decisione; contributo personale ed economico di ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio nel periodo matrimoniale; reddito di entrambi; durata del rapporto di coniugio) destinati ad operare solo se l’accertamento della predetta (ed unica) circostanza attributiva risulti di segno positivo. Il giudizio relativo a detto accertamento, articolandosi in due fasi (quella del riconoscimento del diritto in astratto e quella della determinazione in concreto dell’assegno), vede il giudice, nella prima di esse, chiamato a verificare l’esistenza del diritto in relazione all’inadeguatezza dei mezzi (raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello condotto in costanza di matrimonio, onde procedere ad una determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare detta inadeguatezza, che costituiscono il tetto massimo della misura dell’assegno), e, nella seconda (dovendosi procedere alla determinazione in concreto dell’ammontare dell’assegno stesso), chiamato, poi, alla valutazione ponderata e bilaterale dei vari criteri normativamente stabiliti, che operano come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto e possono, se del caso, addirittura azzerarla in ipotesi estreme, quando, cioè, la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione. (Cass. 4809/98; Cass. 19 marzo 2003 n. 4040, Cass. 25 giugno 2004 n. 11863, Cass. 22 agosto 2006 n. 18239; Cass. 23675/06).
In particolare, rispetto alla durata del matrimonio , la stessa sentenza di questa Corte citata dal ricorrente ha precisato che l’assegno di divorzio, ai sensi dell’articolo 5 legge n. 898 del 1970, ha la finalità di tutelare il coniuge economicamente più debole, ancorché il matrimonio abbia avuto breve durata e la comunione materiale e spirituale non si sia potuta costituire senza sua colpa, influendo tali elementi unicamente sulla misura dell’assegno; esula invece dalla ratio della norma il riconoscimento di un tale assegno ove il rapporto matrimoniale risulti, per volontà e colpa del richiedente l’assegno, solo formalmente istituito e non abbia dato luogo alla formazione di alcuna comunione materiale e spirituale fra i coniugi, sfociando dopo breve tempo in una domanda di divorzio (nella specie, per inconsumazione). (Cass. 8233/00).
In conclusione, la durata del matrimonio costituisce di regola una circostanza che influisce sulla determinazione dell’ammontare dell’assegno e non già sul suo riconoscimento, salvo casi eccezionali che peraltro nella specie non sono stati individuati dalla sentenza impugnata non essendo stato accertato in giudizio che non si era verificata alcuna comunione materiale e spirituale tra i coniugi”

___________________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 7581/13, depositata il 26 marzo

Il dies a quo del termine annuale di cui all’art. 244 cod. civ. ,  «va collocato nel momento della scoperta dell’adulterio, intesa quale conoscenza della relazione o dell’incontro di carattere sessuale della donna con altro uomo, idonei a determinare il concepimento del figlio che s’intende disconoscere».

________________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Le caratteristiche delle spese straordinarie: imprevedibilità ed imponderabilità

Una delle annose questioni del diritto di famiglia riguarda la corretta individuazione delle spese straordinarie dei figli.

Gli operatori del diritto si trovano infatti spesso nella difficile situazione di dover comprendere quali spese rientrino nell’ordinario assegno di mantenimento mensile e quali, invece, debbano essere considerate straordinarie e vadano quindi rimborsate a parte.

Sussistendo un assoluto vuoto legislativo in proposito, non resta che cercare una risposta nella giurisprudenza.

Quanto all’assegno ordinario mensile, da sempre la Corte di legittimità sostiene che esso debba soddisfare una molteplicità di esigenze dei figli certamente non riconducibile soltanto all’obbligo alimentare ma inevitabilmente estese anche all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fin quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione (1).

Per quanto concerne, invece, le spese straordinarie, in una recente pronuncia della Suprema Corte vengono definite come quelle che “per la loro rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita dei figli” (Cass. Civ., 8 giugno 2012, n. 9372). Essendo quindi caratterizzate da imprevedibilità ed imponderabilità, puntualizzano gli Ermellini, le spese straordinarie non possono essere stabilite in via forfettaria ed aprioristica. Diversamente si violerebbe il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere quantificato (2).

Una definizione maggiormente esaustiva è però giunta, come spesso avviene, dalla giurisprudenza di merito.

Meritevole di apprezzamento è, al riguardo, una sentenza del 22 novembre 2011 del Tribunale di Prato con la quale è stato chiarito che “nel concetto di spese straordinarie rientra (…) tutto ciò che è extra ordinem in senso soggettivo ed oggettivo. In senso soggettivo perché deve trattarsi di spese non prevedibili ex ante e pertanto non quantificabili al momento della determinazione giudiziale dell’assegno di mantenimento. In senso oggettivo, perché tali spese devono essere di ammontare tale da non poter essere coperte dall’assegno di mantenimento, il cui importo (…) deve essere parametrato non solo alle esigenze del beneficiario, ma anche alle possibilità economiche dell’obbligato” (3).

Va da sé che, alla luce dei suddetti requisiti, “le spese straordinarie non si prestano ad un’elencazione specifica da parte del Giudice, la quale non potrebbe che avere sempre e comunque carattere esemplificativo”.

Non solo. Nella stessa pronuncia il Tribunale di Prato ha colto l’occasione per precisare che anche nello stesso settore una spesa può essere ordinaria o straordinaria: “nel caso delle spese mediche, ad esempio, non possono rientrare fra le spese ordinarie quelle erogate per le medicine necessarie a curare, ad esempio, un’influenza, mentre sono straordinarie (…) quelle per un intervento chirurgico o per una terapia a seguito di un infortunio”.

E’ bene infine evidenziare che una risalente (e consolidata) sentenza della Suprema Corte ha precisato che il concetto di “spese straordinarie” non coincide con quello di “decisioni di maggiore interesse per i figli”. Ne consegue che soltanto le spese straordinarie che comportino decisioni di maggiore interesse devono essere concordate tra i genitori. Qualora, al contrario, le spese straordinarie non importino assunzioni di decisioni di maggior interesse per i figli non sussiste un preventivo obbligo di concertazione tra i genitori (4).

Stante quanto appena detto, laddove le spese straordinarie non siano diretta conseguenza di scelte di notevole rilevanza operate nell’interesse del minore, il genitore non affidatario ne è tenuto al pagamento, senza diritto di intervenire nel processo decisionale che ha portato alla formazione della spesa, sempre che le erogazioni non superino i limiti della necessità e della congruenza. Al contrario, ove le spese straordinarie trovino il proprio fondamento in decisioni di particolare importanza, il genitore non affidatario (o non collocatario) ha diritto ad essere coinvolto in tali scelte (5).

La casistica giurisprudenziale

Nella materia de qua la casistica giurisprudenziale è tutt’altro che avara.

Percorrendo un breve tour nella prassi della giurisprudenza di merito a prima vista può sembrare che i Tribunali giungano spesso a soluzioni diametralmente opposte.

In realtà, dato che le spese straordinarie sono quelle che, per la loro imprevedibilità ed imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita dei figli, prima di qualificare una spesa come ordinaria o come straordinaria, occorre prendere in considerazione anche il particolare contesto socio-economico in cui sono inseriti i figli stessi.

In altre parole, non è possibile stabilire in via generale se una spesa è ordinaria o straordinaria: la sua collocazione nell’una o nell’altra categoria potrà infatti variare a seconda delle diverse circostanze del caso concreto.

Tra le varie sentenze che trattano l’argomento in esame, degna di nota è la n. 967/2011 del Tribunale di Perugia ove è stata ritenuta spesa straordinaria quella dell’acquisto dell’apparecchio ortodontico. Nel caso di specie, il suo costo elevato (pari a più assegni di mantenimento), escludeva che potesse trattarsi di una spesa ordinaria, diversamente avrebbe impedito la soddisfazione delle esigenze minimali di vita dei figli. Tuttavia lo stesso Tribunale ha chiarito che tale spesa, per essere rimborsabile, deve comunque essere concordata dai genitori, dato che non si tratta di spesa sanitaria urgente ma tranquillamente programmabile.

Sempre con riferimento alle spese di tipo sanitario, altra giurisprudenza di merito ha escluso che possa attribuirsi il carattere di straordinarietà a taluni farmaci affermando che “rientrano nell’assegno mensile di mantenimento le spese per medicinali come antibiotici, antipiretici, sciroppi espettoranti, necessari per fronteggiare situazioni che rientrano nella normale gestione di vita quotidiana di un minore che sono di uso frequentissimo”. (6)

Ancora in relazione alle spese mediche, il Tribunale di Catania ha precisato che si devono ritenere ordinarie le spese sanitarie relative ad una normale visita di controllo o all’acquisto di medicinali da banco. Sono invece da considerare straordinarie tutte le altre, connesse, per esempio, a visite e cure specialistiche (7).

Passando ora ad un altro genere di spese, merita attenzione una singolare richiesta di rimborso formulata innanzi al Tribunale di Piacenza. In questo caso la moglie aveva chiesto il rimborso dei premi pagati per la polizza RcA e delle spese del carburante dell’auto guidata dal figlio. Il collegio di prime cure ha rigettato tale richiesta essendo l’auto intestata alla madre e non sussistendo comunque la prova che fosse il figlio a farne uso. Parimenti ha provveduto a rigettare la richiesta di rimborso per le spese di abbigliamento, quelle per la frequenza ad un Club (trattandosi di una spesa voluttuaria che andava concordata tra i coniugi) e quelle per l’acquisto di un Personal Computer (8). Lo stesso Tribunale ha invece ritenuto che dovessero essere rimborsate le seguenti spese: quelle relativa all’iscrizione in palestra ed allo svolgimento di attività sportiva (9); le spese relative alla pensione completa ed al servizio di ombrellone in spiaggia usufruiti presso un hotel nel periodo estivo e quelle relative all’acquisto di testi universitari. (10).

Restando nell’ambito delle spese scolastiche, è significativo il Tribunale di Monza (11) il quale ritiene che debbano intendersi come spese straordinarie quelle relative alle tasse scolastiche ed universitarie, alle rette, alle gite scolastiche, al materiale didattico ed ai libri di testo (lo stesso orientamento si rinviene anche in altri Tribunali) (12).

Al riguardo è di diverso avviso il Tribunale di Como, il quale ha ritenuto che non siano spese straordinarie rimborsabili quelle relative alla retta scolastica di un Istituto Superiore Privato. Il Tribunale ha infatti affermato che “non possono definirsi straordinarie in senso logico-giuridico, poiché attengono ad esborsi ricorrenti su base annua nonché del tutto prevedibili sia nell’an, sia nel quantum una volta che si faccia la scelta di iscrivere il minore ad un istituto di istituzione privato” (13).

E’ interessante notare la giurisprudenza di merito che si è formata in ordine alla spesa della mensa scolastica. L’orientamento maggioritario (14) ritiene che non si tratti di spesa straordinaria in quanto meramente sostitutiva del pasto casalingo e comunque relativa al vitto quotidiano. Sussiste tuttavia l’opinione discordante del Tribunale di Bergamo ove la spesa della mensa scolastica viene ritenuta rimborsabile al di fuori dell’ordinario assegno mensile di mantenimento (15).

Protocolli significativi

Dato che spesso l’inquadramento di una spesa è motivo di contrasto tra i coniugi ed i loro difensori, alcuni Tribunali hanno stilato dei Protocolli con la collaborazione dei rispettivi Consigli dell’Ordine o di Associazioni Forensi presenti sul territorio.

Lo scopo perseguito è ovvio: ridurre ai minimi termini le conflittualità già inevitabilmente presenti all’interno di una coppia in crisi.

In questo senso è certamente emblematico il Protocollo d’intesa sottoscritto tra il Tribunale di Bergamo, l’AIAF (Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e i Minori) e l’APF (Associazione Provinciale Forense) ove viene convenuto che le spese straordinarie siano ripartite tra i genitori al 50% tra loro e che le spese che si rendessero necessarie per la prole seguano il seguente schema:

spese mediche che non richiedono il preventivo accordo: a) visite specialistiche prescritte dal medico curante; b) cure dentistiche presso strutture pubbliche; c) accertamenti e trattamenti sanitari non erogati dal Servizio Sanitario Nazionale; d) tickets sanitari;

spese mediche che richiedono il preventivo accordo: a) cure dentistiche, ortodontiche e oculistiche; b) cure termali e fisioterapiche; c) accertamenti e trattamenti sanitari erogati anche dal Servizio Sanitario Nazionale; d) farmaci particolari;

spese scolastiche che non richiedono il preventivo accordo: a) tasse scolastiche e universitarie imposte da istituti pubblici; b) libri di testo e materiale di corredo scolastico di inizio anno; c) gite scolastiche senza pernottamento; d) trasposto pubblico; e) mensa;

spese scolastiche che richiedono il preventivo accordo: a) tasse scolastiche e universitarie imposte da istituti privati; b) corsi di specializzazione; c) gite scolastiche con pernottamento; d) corsi di recupero e lezioni private; e) alloggio presso la sede universitaria;

spese extrascolastiche che non richiedono il preventivo accordo: a) tempo prolungato, pre-scuola e dopo-scuola; b) centro ricreativo estivo e gruppo estivo;

spese extrascolastiche che richiedono il preventivo accordo: a) corsi di istruzione, attività sportive, ricreative e ludiche e pertinenti attrezzature; b) spese di custodia (baby sitter); c) viaggi e vacanze.

Nel protocollo viene comunque precisato che ogni spesa deve essere documentata.

Certamente apprezzabili sono anche i Protocolli elaborati presso il Tribunale di Firenze e presso il Tribunale di Lucca.

In entrambi i documenti vengono analiticamente elencate le spese nell’interesse dei figli da considerarsi straordinarie:

1.       Spese mediche, sanitarie, odontoiatriche, farmaceutiche, psicoterapiche, ivi compresi i tickets (che dovranno essere comprovate da prescrizione medica e da indicazione del codice fiscale su ciascun scontrino);

2.       Spese scolastiche come rette, tasse d’iscrizione, libri di testo, corredo d’inizio anno scolastico, scuolabus o altro mezzo di trasporto, gite scolastiche e viaggi d’istruzione, ripetizioni, alloggio e relative utenze nella sede universitaria frequentata dai figli;

3.       Spese per attività sportive, artistiche, ricreative e si svago; spese di iscrizione e frequenza di corsi e relative attrezzature;

4.       Spese di custodia dei figli minorenni (baby sitter) se rese necessarie per impegni lavorativi di entrambi i genitori, in caso di malattia della prole infradodicenne e/o del genitore affidatario in mancanza di parenti disponibili o di altre alternative gratuite;

Singolare la disposizione dei Protocolli in questione laddove prevedono che rientrino tra le spese straordinarie anche le spese per il mantenimento e la cura di animali domestici già facenti parte del nucleo familiare e che restino presso il genitore collocatario dei figli.

Molto meno dettagliati ma comunque meritevoli di nota sono poi il Protocollo per il Processo di Famiglia elaborato presso il Tribunale di Verona ed il Protocollo per i Procedimenti di separazione e divorzio tra i coniugi predisposto presso il Tribunale di Milano.

Entrambi si limitano a dare alcuni brevi suggerimenti senza però fornire un elencazione minuziosa delle spese straordinarie.

In particolare, nei Protocolli in argomento, si auspica che i difensori delle parti non si limitino ad utilizzare il termine “spese straordinarie” e provvedano, invece, ad indicare in modo dettagliato quale siano le ulteriori spese, rispetto al contributo fisso mensile, che i coniugi dovranno corrispondere pro quota. Negli stessi protocolli viene inoltre auspicato che vengano indicate le modalità di pagamento fra i coniugi e specificato che, nel caso di spese medico-sanitarie, esse non necessitano di essere previamente concordate qualora urgenti, fermo restando il rispetto della reciproca tempestiva informazione.

In conclusione, possiamo validamente ritenere che, allo stato attuale, pur essendo impossibile determinare in via generale quali siano le spese straordinarie, l’ampia prassi giurisprudenziale ed i Protocolli studiati ed attuati presso i succitati Tribunali possono comunque essere un valido aiuto nella risoluzione di ogni singolo caso concreto.

___________

(1) Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 14 maggio 2010, n. 11772; Cass. Civ., Sez. I, 24 febbraio 2006, n. 4203; n. Cass. Civ., Sez. I, 14 febbraio 2003, n. 2196; Cass. Civ., Sez. I, 19 marzo 2002, n. 3974; Cass. Civ., Sez. I, 8 novembre 1997, n. 11025.

(2) In questo senso si veda anche Corte d’Appello di Napoli, 6 giugno 2008, n. 2201: “L’assegno concesso al coniuge per il mantenimento dei figli minori non può avere natura forfettaria, nel senso di includere comunque, anche eventuali spese straordinarie. Talune di queste spese, infatti, possono essere non solo imprevedibili ma anche imponderabili tanto che il fatto che vengano incluse comunque nell’assegno di mantenimento così come è quantificato, potrebbe determinare una compressione dei diritti del minore a vedere soddisfatte tutte quelle particolari esigenze che possono inaspettatamente presentarsi nel corso della vita e che necessitano di interventi economici straordinari”

(3) Una definizione analoga si rinviene in Tribunale di Messina, sez. I, 14 giugno 2005, ove si legge che “spese straordinarie sono le spese inerenti al mantenimento, all’istruzione o all’educazione dei figli, rese necessarie da avvenimenti o scelte che trascendono le loro normali e prevedibili esigenze di vita quotidiana, così come anche valutate dal giudicante al momento in cui stabilisce la misura dell’assegno di mantenimento”.

(4) Cass. Civ., Sez. I, 5 maggio 1999, n. 4459.

(5) In tal senso: Cass. Civ., Sez. I, 7 aprile 2005, n. 925.

(6) Corte d’Appello di Catania, 29 maggio 2008.

(7) Tribunale di Catania, 4 dicembre 2008.

(8) Diversamente il Tribunale di Ragusa, n. 278/2011 il quale ritiene che l’acquisto del computer (e quello del motorino) per un adolescente rappresenta oggi un atto doveroso per i genitori e va quindi considerato come spesa straordinaria.

(9) Di opinione in parte discordante è invece la Corte d’Appello di Firenze, Sez. I, 18 novembre 2004 la quale afferma che “Se lo sport non è praticato come una disciplina di tipo didattico, configurandosi come un di più rispetto all’attività di studio propria dei figli, è un lusso se esorbita dalle possibilità economiche familiari; e tale non può avere seguito viste le condizioni economiche delle parti”.

(10) Tribunale di Piacenza, 2 febbraio 2010, n. 82.

(11) Tribunale di Monza, 25 gennaio 2010, n. 295.

(12) Cfr Tribunale di Lamezia Terme, 10 maggio 2004, ove le spese per l’istruzione universitaria sono definite straordinarie.

(13) Tribunale di Como, 14 maggio 2007.

(14) Ad esempio Tribunale di Novara, 26 marzo 2009; Tribunale di Roma, Sez. I, 9 ottobre 2009; Corte d’Appello di Milano, Sezione delle Persone, dei Minori e della Famiglia, 22 maggio 2008.

(15) Tribunale di Bergamo, ordinanza del 7 gennaio 2011.

 * Articolo dell’avv. Patrizia D’Arcangelo pubblicato sulla Rivista Questioni di Diritto di Famiglia -Maggioli Editore.
__________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Il mantenimento diretto consiste nella diretta fornitura, da parte del genitore al figlio minore, di quanto occorre allo stesso.
Il mantenimento indiretto consiste invece nella consegna, da parte del genitore non collocatario all’altro genitore, di una somma periodica di denaro, con la quale ques’ultimo provvede alle esigenze del minore.
Come è noto, la L. 8 febbraio 2006, n. 54, ha introdotto la disciplina dell’affidamento condiviso. Già la scelta del termine è significativa, rispetto all’espressione più tradizionale, contenuta nella legge di divorzio dopo la riforma del 1987, di “affidamento congiunto”: non solo affidamento ad entrambi, ma fondato sul pieno consenso di gestione, sulla condivisione, appunto. Ciò tuttavia non esclude che il minore possa essere prevalentemente collocato presso uno dei genitori, anche se l’altro dovrà avere ampia possibilità di vederlo e tenerlo con sè.
Secondo alcuni, in caso di affido condiviso, il mantenimento diretto potrebbe rappresentare la forma di contribuzione più in linea con lo spirito ed il significato della riforma il cui scopo è quello di dare attuazione al principio della bigenitorialità.
Tuttavia, è lo stesso riformato art. 155 cod. civ. che attribuisce al giudice il potere di stabilire, “ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità”.
La giurisprudenza di legittimità è quindi concorde nel ritenere che “in tema di mantenimento dei figli, il contributo diretto da parte di ciascuno dei genitori non costituisce la regola, come conseguenza diretta dell’affido condiviso . Infatti, l’art. 155 c.c. riformato, nello stesso comma 2 in cui prevede in via prioritaria la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori, dispone che il giudice fissi altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento , così conferendo allo stesso giudice un’ampia discrezionalità, sempre ovviamente “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale” della prole” (v. Cass. Civ. n. 785/2012).
_____________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto?

Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Oppure mandateci un messaggio collegandovi alla nostra pagina Facebook

 

Cassazione Civile, sez. I, 23 gennaio 2013, n. 1527

E’ legittimo disporre il rientro del minore in Germania presso la madre, senza procedere all’ascolto del bimbo in tenera età; infatti, non è contrario alla convenzione de l’Aja il decreto del Tribunale dei Minori che dispone il rientro in Germania del minore, dove già aveva la residenza abituale.

L’accertamento circa il grado di maturità del minore ovvero l’assenza di condizioni che gli evitino traumi che per la sua tenera età potrebbero incidere gravemente sulla sua sfera psichica, è rimesso al giudice del merito che è tenuto a valutare (L. n. 64 del 1994, art. 7, comma 3) anche in ragione del carattere urgente e meramente ripristinatorio della procedura (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e 19 dicembre 2003 n. 19544), se, secondo quanto previsto dall’art. 11, comma 2 del Regolamento CE n. 2201/2003, sia inopportuno ascoltarlo per il grado di discernimento da presumersi raggiunto secondo comune esperienza, condizione quest’ultima sottesa anche all’art. 23, lett. b) ed esplicitamente ribadita dall’art. 42, comma 2, lett. a) del medesimo testo. L’adempimento, già previsto nell’art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ora necessario ai sensi degli artt. 3 e 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. 20 marzo 2003, n. 77, quale strumento d’acquisizione della sua opinione laddove abbia un sufficiente grado di discernimento, “postula che il minore riceva le informazioni pertinenti ed appropriate, con riferimento alla sua età ed al suo grado di sviluppo”, e tali informazioni non nuocciano al suo benessere (Cass. n.16753/2007). Può essere difatti omesso nei casi in cui il giudice del merito, secondo il suo prudente apprezzamento, ravvisi suddetto pericolo di pregiudizio ovvero un contrasto con gli interesse superiori per l’interessato, ovvero reputi il minore non adeguatamente maturo alla stregua della situazione di fatto considerata (Cass. SU n 22238/2009, n. 12293/2010, 13241/2011, 17201/2011).

Per scaricare il testo integrale della sentenza cliccate qui.

_______________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto?

Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Oppure mandateci un messaggio collegandovi alla nostra pagina Facebook

 

Avv. Patrizia D’Arcangelo

patty riccia

Lo studio Legale D’Arcangelo
Il mio impegno contro il bullismo

divieto bullismo

Intervista all'avv. D'Arcangelo
Iscriviti alla nostra Newsletter

Iscriviti tramite Facebook
... oppure inserisci i tuoi dati:


L'indirizzo al quale desideri ricevere le newsletter.
Ai sensi del d.lgs. 196/2003, La informiamo che:
a) titolare del trattamento è l'avvocato Patrizia D'Arcangelo, 24055 Cologno al serio (bg), Strada delle gambe n. 2
b) responsabile del trattamento è Patrizia D'Arcangelo, 24055 Cologno al Serio (bg), strada delle gambe n. 2
c) i Suoi dati saranno trattati (anche elettronicamente) soltanto dagli incaricati autorizzati, esclusivamente per dare corso all'invio della newsletter e per l'invio (anche via email) di informazioni relative alle iniziative del Titolare;
d) la comunicazione dei dati è facoltativa, ma in mancanza non potremo evadere la Sua richiesta;
e) ricorrendone gli estremi, può rivolgersi all'indicato responsabile per conoscere i Suoi dati, verificare le modalità del trattamento, ottenere che i dati siano integrati, modificati, cancellati, ovvero per opporsi al trattamento degli stessi e all'invio di materiale. Preso atto di quanto precede, acconsento al trattamento dei miei dati.

Acconsento al trattamento dei miei dati personali (decreto legislativo 196 del 30/Giugno/2003)



Studio Legale D’Arcangelo
Canale Ufficiale Google+