Archive for the ‘avvocato separazione e divorzio’ Category

Il caso

In un giudizio di separazione giudiziale,   il Tribunale di Catania affidava i due figli minori in via condivisa ai genitori collocandoli presso la residenza del padre, a cui veniva pure assegnata la casa coniugale.

La sentenza del Tribunale catanese veniva impugnata innanzi alla Corte d’appello territorialmente competente, la quale, ribaltando il giudizio di primo grado, disponeva l’affidamento esclusivo dei figli alla madre.

Risultava invero decisiva per la Corte d’Appello la relazione del servizio di Psichiatria dell’Azienda Sanitaria locale, svolta nell’ambito di un percorso di mediazione familiare attivato dal Tribunale per i Minorenni e acquisita d’ufficio nel corso del giudizio d’appello.

Nella relazione de qua veniva diagnosticata una sindrome da alienazione parentale dei figli e veniva evidenziato il danno irreparabile dagli stessi subito per la privazione del rapporto con la madre.

Era infatti emerso che il padre aveva posto in essere una reiterata condotta ostruzionistica al fine di ostacolare in ogni modo gli incontri dei figli con la madre.

Alla luce di ciò, la Corte d’Appello di Catania ha ritenuto che l’affido condiviso fosse pregiudizievole per i minori e che gli stessi andassero pertanto affidati in via esclusiva alla madre.

La Suprema Corte, con sentenza n. 5847 dell’8 marzo 2013 ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Catania, ritenendo legittime le motivazioni dalla stessa fornite.

La sindrome di Alienazione Parentale (c.d. PAS) : realtà o invenzione?

L’episodio del bambino di Cittadella portato via a forza da scuola e reso pubblic dai mass media nello scorso mese di ottobre, ha fatto sì che venisse conosciuta anche dai non addetti ai lavori la c.d. PAS, ovvero la Sindrome di Alienazione Parentale e tutte le polemiche ad essa connesse.

Il termine PAS (Parental Alienation Syndrome) è stato in realtà coniato negli anni ottanta dallo psicologo forense Richard Gardner.

Tale grave disturbo, secondo lo psicologo americano, si verificherebbe ai danni di quei figli coinvolti nelle separazioni dei genitori eccessivamente conflittuali e non mediate.

La principale manifestazione di tale problema consisterebbe nella campagna di denigrazione da parte del figlio nei confronti del genitore non convivente (c.d. genitore alienato)  fino a giungere al suo rifiuto,  a seguito della “programmazione” dell’altro genitore (c.d. genitore alienante).

Come scrive lo stesso Gardner  “il programmatore (cioè il genitore alienante, n.d.r) scrive il copione e il bambino lo recita”.

Lo stesso psicologo[1] avrebbe individuato 8 sintomi primari presenti nel bambino affetto da PAS:

  1. la campagna di denigrazione, nella quale il bambino mima  i messaggi di disprezzo del genitore «alienante» verso quello «alienato». In una situazione normale ciascun genitore non permette che il bambino esibisca mancanza di rispetto e diffami l’altro. Nella PAS, invece, il genitore «alienante» non mette in discussione tale mancanza di rispetto, ma può addirittura arrivare a incoraggiarla;
  2. la razionalizzazione debole dell’astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o, anche, solamente superficiali;
  3. la mancanza di ambivalenza, per la quale il genitore alienato è descritto dal bambino come «completamente negativo» laddove l’altro è visto come «completamente positivo»;
  4. il fenomeno del pensatore indipendente indica la determinazione del bambino ad affermare di essere una persona che sa ragionare senza influenze e di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione senza input del genitore «alienante»;
  5. l’appoggio automatico al genitore «alienante» è una presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore «alienante», qualsiasi genere di conflitto venga a crearsi;
  6. l’assenza di senso di colpa, per il quale tutte le espressioni di disprezzo nei confronti del genitore «alienato» trovino giustificazione nel fatto di essere meritate, sorta di «giusta punizione»;
  7. gli scenari presi a prestito, ovvero affermazioni che non possono ragionevolmente provenire direttamente dal bambino, quali ad esempio l’uso di frasi, parole, espressioni o la citazione di situazioni normalmente non patrimonio di un bambino di quell’età per descrivere le colpe del genitore escluso;
  8. l’estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato, che coinvolge nell’alienazione la famiglia, gli amici e le nuove relazioni affettive (una compagna o un compagno) del genitore rifiutato.

Allo stato attuale, la PAS non viene riconosciuta come malattia o sindrome nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (in sigla DSM).

Del resto le teorie elaborate da Gardner sono da sempre oggetto di polemiche e di acceso dibattito tra gli psicologi e gli operatori del diritto sia all’estero, sia in Italia.

Nel nostro Paese, infatti, la PAS viene riconosciuta tra le forme di abuso psicologico dalla  Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, mentre viene considerata priva di presupposti clinici, di validità e di affidabilità, ad esempio, dalla Società Italiana di Psichiatria.

In rete si possono trovare diversi contributi di psicologi che ritengono che la PAS non sia in realtà una malattia psichica.

Tra questi è certamente meritevole di nota l’e-book “Sindrome di alienazione genitoriale (P.A.S.): il grande imbroglio. Come di una presunta malattia si vuole fare un dogma”, reperibile gratuitamente su www.scienzaeprofessione.it, ove l’autore (lo psicologo Andrea Mazzeo) contesta punto per punto la teoria di Gardner.

Nel citato testo si legge, peraltro, che Il bambino può rifiutare un genitore per motivi banali ma anche per motivi gravi; la causa del rifiuto va cercata, secondo la metodologia psicologica corrente, nella relazione interpersonale tra bambino e genitore rifiutato, e non operando salti logici incolpando del rifiuto l’altro genitore.

Certo, un bambino può anche essere indotto a rifiutare un genitore per manipolazione psicologica; ma questo è un comportamento che configura un reato – maltrattamento psicologico del minore  – e non è una malattia”.

I nemici della PAS non possono, peraltro, fare a meno di evidenziare che l’inventore della PAS è morto suicida nel 2003 accoltellandosi con un coltello da macellaio dopo aver abusato di oppiacei e antidolorifici.

La PAS nella giurisprudenza di merito e di legittimità

Nel corso degli ultimi anni, la PAS sta cominciando a trovare spazio all’interno delle sedi giudiziarie italiane ma le sentenze in proposito sono ancora piuttosto rare.

La prima sentenza in cui viene menzionata la Sindrome di Alienazione Parentale è quella della Corte d’Appello di Firenze del 13 febbraio 2009 in cui il Collegio, prende atto di una situazione preoccupante, di grave disagio e di incomunicabilità della figlia minore col padre  e di eccessivo attaccamento della stessa alla madre ed afferma che qualora la madre “non receda immediatamente dagli atteggiamenti distruttivi in questione, ella dovrebbe, probabilmente, a salvaguardia della figlia, essere esclusa dall’affidamento”.

Altra importante sentenza è la n. 7452/2012 della Suprema Corte di Legittimità, trovatasi a rigettare il ricorso proposto da una donna condannata ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c. sia nel giudizio di separazione di primo grado, sia nel successivo procedimento d’appello per essersi resa responsabile della sindrome di alienazione genitoriale da cui era affetta la figlia. Nel caso specifico la donna aveva invero infondatamente denunciato il marito per asseriti abusi sessuali sulla figlia ed aveva assunto un comportamento tale da indurre la minore a rifiutare qualsiasi contatto con il padre.

Da citare infine anche la sentenza resa  dal Tribunale di Roma, sezione I Civile il 3 settembre 2011, ove non viene esplicitamente menzionata la Sindrome di Alienazione Parentale ma si esprime comunque biasimo per il comportamento di quel genitore che “con il suo ostinato, caparbio e reiterato comportamento, cosciente e volontario” venga meno “al fondamentale dovere, morale e giuridico, di non ostacolare, ma anzi favorire la partecipazione dell’altro genitore alla crescita ed alla vita affettiva del figlio”.

 

*Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata sulla Rivista “Questioni di diritto di Famiglia” – Maggioli Editore


[1] Gardner, Richard Alan,  Recent Trends in Divorce and Custody Ligation (1985)

________________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

 

Pubblico di seguito uno stralcio della sentenza  n. 7295/13, della Suprema Corte di Cassazione depositata il 22 marzo

“Quanto all’assunto ,secondo cui la breve durata del matrimonio avrebbe dovuto portare ad escludere le condizioni per il riconoscimento dell’assegno, si rileva che la giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente affermato che, nell’ambito del sistema normativo introdotto con la legge n. 74 del 1987, l’attribuzione dell’assegno di divorzio è indefettibilmente subordinata alla specifica circostanza di fatto della mancanza di mezzi adeguati o dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, essendo gli altri criteri (condizioni dei coniugi; ragioni della decisione; contributo personale ed economico di ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio nel periodo matrimoniale; reddito di entrambi; durata del rapporto di coniugio) destinati ad operare solo se l’accertamento della predetta (ed unica) circostanza attributiva risulti di segno positivo. Il giudizio relativo a detto accertamento, articolandosi in due fasi (quella del riconoscimento del diritto in astratto e quella della determinazione in concreto dell’assegno), vede il giudice, nella prima di esse, chiamato a verificare l’esistenza del diritto in relazione all’inadeguatezza dei mezzi (raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello condotto in costanza di matrimonio, onde procedere ad una determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare detta inadeguatezza, che costituiscono il tetto massimo della misura dell’assegno), e, nella seconda (dovendosi procedere alla determinazione in concreto dell’ammontare dell’assegno stesso), chiamato, poi, alla valutazione ponderata e bilaterale dei vari criteri normativamente stabiliti, che operano come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto e possono, se del caso, addirittura azzerarla in ipotesi estreme, quando, cioè, la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione. (Cass. 4809/98; Cass. 19 marzo 2003 n. 4040, Cass. 25 giugno 2004 n. 11863, Cass. 22 agosto 2006 n. 18239; Cass. 23675/06).
In particolare, rispetto alla durata del matrimonio , la stessa sentenza di questa Corte citata dal ricorrente ha precisato che l’assegno di divorzio, ai sensi dell’articolo 5 legge n. 898 del 1970, ha la finalità di tutelare il coniuge economicamente più debole, ancorché il matrimonio abbia avuto breve durata e la comunione materiale e spirituale non si sia potuta costituire senza sua colpa, influendo tali elementi unicamente sulla misura dell’assegno; esula invece dalla ratio della norma il riconoscimento di un tale assegno ove il rapporto matrimoniale risulti, per volontà e colpa del richiedente l’assegno, solo formalmente istituito e non abbia dato luogo alla formazione di alcuna comunione materiale e spirituale fra i coniugi, sfociando dopo breve tempo in una domanda di divorzio (nella specie, per inconsumazione). (Cass. 8233/00).
In conclusione, la durata del matrimonio costituisce di regola una circostanza che influisce sulla determinazione dell’ammontare dell’assegno e non già sul suo riconoscimento, salvo casi eccezionali che peraltro nella specie non sono stati individuati dalla sentenza impugnata non essendo stato accertato in giudizio che non si era verificata alcuna comunione materiale e spirituale tra i coniugi”

___________________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Le caratteristiche delle spese straordinarie: imprevedibilità ed imponderabilità

Una delle annose questioni del diritto di famiglia riguarda la corretta individuazione delle spese straordinarie dei figli.

Gli operatori del diritto si trovano infatti spesso nella difficile situazione di dover comprendere quali spese rientrino nell’ordinario assegno di mantenimento mensile e quali, invece, debbano essere considerate straordinarie e vadano quindi rimborsate a parte.

Sussistendo un assoluto vuoto legislativo in proposito, non resta che cercare una risposta nella giurisprudenza.

Quanto all’assegno ordinario mensile, da sempre la Corte di legittimità sostiene che esso debba soddisfare una molteplicità di esigenze dei figli certamente non riconducibile soltanto all’obbligo alimentare ma inevitabilmente estese anche all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fin quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione (1).

Per quanto concerne, invece, le spese straordinarie, in una recente pronuncia della Suprema Corte vengono definite come quelle che “per la loro rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita dei figli” (Cass. Civ., 8 giugno 2012, n. 9372). Essendo quindi caratterizzate da imprevedibilità ed imponderabilità, puntualizzano gli Ermellini, le spese straordinarie non possono essere stabilite in via forfettaria ed aprioristica. Diversamente si violerebbe il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere quantificato (2).

Una definizione maggiormente esaustiva è però giunta, come spesso avviene, dalla giurisprudenza di merito.

Meritevole di apprezzamento è, al riguardo, una sentenza del 22 novembre 2011 del Tribunale di Prato con la quale è stato chiarito che “nel concetto di spese straordinarie rientra (…) tutto ciò che è extra ordinem in senso soggettivo ed oggettivo. In senso soggettivo perché deve trattarsi di spese non prevedibili ex ante e pertanto non quantificabili al momento della determinazione giudiziale dell’assegno di mantenimento. In senso oggettivo, perché tali spese devono essere di ammontare tale da non poter essere coperte dall’assegno di mantenimento, il cui importo (…) deve essere parametrato non solo alle esigenze del beneficiario, ma anche alle possibilità economiche dell’obbligato” (3).

Va da sé che, alla luce dei suddetti requisiti, “le spese straordinarie non si prestano ad un’elencazione specifica da parte del Giudice, la quale non potrebbe che avere sempre e comunque carattere esemplificativo”.

Non solo. Nella stessa pronuncia il Tribunale di Prato ha colto l’occasione per precisare che anche nello stesso settore una spesa può essere ordinaria o straordinaria: “nel caso delle spese mediche, ad esempio, non possono rientrare fra le spese ordinarie quelle erogate per le medicine necessarie a curare, ad esempio, un’influenza, mentre sono straordinarie (…) quelle per un intervento chirurgico o per una terapia a seguito di un infortunio”.

E’ bene infine evidenziare che una risalente (e consolidata) sentenza della Suprema Corte ha precisato che il concetto di “spese straordinarie” non coincide con quello di “decisioni di maggiore interesse per i figli”. Ne consegue che soltanto le spese straordinarie che comportino decisioni di maggiore interesse devono essere concordate tra i genitori. Qualora, al contrario, le spese straordinarie non importino assunzioni di decisioni di maggior interesse per i figli non sussiste un preventivo obbligo di concertazione tra i genitori (4).

Stante quanto appena detto, laddove le spese straordinarie non siano diretta conseguenza di scelte di notevole rilevanza operate nell’interesse del minore, il genitore non affidatario ne è tenuto al pagamento, senza diritto di intervenire nel processo decisionale che ha portato alla formazione della spesa, sempre che le erogazioni non superino i limiti della necessità e della congruenza. Al contrario, ove le spese straordinarie trovino il proprio fondamento in decisioni di particolare importanza, il genitore non affidatario (o non collocatario) ha diritto ad essere coinvolto in tali scelte (5).

La casistica giurisprudenziale

Nella materia de qua la casistica giurisprudenziale è tutt’altro che avara.

Percorrendo un breve tour nella prassi della giurisprudenza di merito a prima vista può sembrare che i Tribunali giungano spesso a soluzioni diametralmente opposte.

In realtà, dato che le spese straordinarie sono quelle che, per la loro imprevedibilità ed imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita dei figli, prima di qualificare una spesa come ordinaria o come straordinaria, occorre prendere in considerazione anche il particolare contesto socio-economico in cui sono inseriti i figli stessi.

In altre parole, non è possibile stabilire in via generale se una spesa è ordinaria o straordinaria: la sua collocazione nell’una o nell’altra categoria potrà infatti variare a seconda delle diverse circostanze del caso concreto.

Tra le varie sentenze che trattano l’argomento in esame, degna di nota è la n. 967/2011 del Tribunale di Perugia ove è stata ritenuta spesa straordinaria quella dell’acquisto dell’apparecchio ortodontico. Nel caso di specie, il suo costo elevato (pari a più assegni di mantenimento), escludeva che potesse trattarsi di una spesa ordinaria, diversamente avrebbe impedito la soddisfazione delle esigenze minimali di vita dei figli. Tuttavia lo stesso Tribunale ha chiarito che tale spesa, per essere rimborsabile, deve comunque essere concordata dai genitori, dato che non si tratta di spesa sanitaria urgente ma tranquillamente programmabile.

Sempre con riferimento alle spese di tipo sanitario, altra giurisprudenza di merito ha escluso che possa attribuirsi il carattere di straordinarietà a taluni farmaci affermando che “rientrano nell’assegno mensile di mantenimento le spese per medicinali come antibiotici, antipiretici, sciroppi espettoranti, necessari per fronteggiare situazioni che rientrano nella normale gestione di vita quotidiana di un minore che sono di uso frequentissimo”. (6)

Ancora in relazione alle spese mediche, il Tribunale di Catania ha precisato che si devono ritenere ordinarie le spese sanitarie relative ad una normale visita di controllo o all’acquisto di medicinali da banco. Sono invece da considerare straordinarie tutte le altre, connesse, per esempio, a visite e cure specialistiche (7).

Passando ora ad un altro genere di spese, merita attenzione una singolare richiesta di rimborso formulata innanzi al Tribunale di Piacenza. In questo caso la moglie aveva chiesto il rimborso dei premi pagati per la polizza RcA e delle spese del carburante dell’auto guidata dal figlio. Il collegio di prime cure ha rigettato tale richiesta essendo l’auto intestata alla madre e non sussistendo comunque la prova che fosse il figlio a farne uso. Parimenti ha provveduto a rigettare la richiesta di rimborso per le spese di abbigliamento, quelle per la frequenza ad un Club (trattandosi di una spesa voluttuaria che andava concordata tra i coniugi) e quelle per l’acquisto di un Personal Computer (8). Lo stesso Tribunale ha invece ritenuto che dovessero essere rimborsate le seguenti spese: quelle relativa all’iscrizione in palestra ed allo svolgimento di attività sportiva (9); le spese relative alla pensione completa ed al servizio di ombrellone in spiaggia usufruiti presso un hotel nel periodo estivo e quelle relative all’acquisto di testi universitari. (10).

Restando nell’ambito delle spese scolastiche, è significativo il Tribunale di Monza (11) il quale ritiene che debbano intendersi come spese straordinarie quelle relative alle tasse scolastiche ed universitarie, alle rette, alle gite scolastiche, al materiale didattico ed ai libri di testo (lo stesso orientamento si rinviene anche in altri Tribunali) (12).

Al riguardo è di diverso avviso il Tribunale di Como, il quale ha ritenuto che non siano spese straordinarie rimborsabili quelle relative alla retta scolastica di un Istituto Superiore Privato. Il Tribunale ha infatti affermato che “non possono definirsi straordinarie in senso logico-giuridico, poiché attengono ad esborsi ricorrenti su base annua nonché del tutto prevedibili sia nell’an, sia nel quantum una volta che si faccia la scelta di iscrivere il minore ad un istituto di istituzione privato” (13).

E’ interessante notare la giurisprudenza di merito che si è formata in ordine alla spesa della mensa scolastica. L’orientamento maggioritario (14) ritiene che non si tratti di spesa straordinaria in quanto meramente sostitutiva del pasto casalingo e comunque relativa al vitto quotidiano. Sussiste tuttavia l’opinione discordante del Tribunale di Bergamo ove la spesa della mensa scolastica viene ritenuta rimborsabile al di fuori dell’ordinario assegno mensile di mantenimento (15).

Protocolli significativi

Dato che spesso l’inquadramento di una spesa è motivo di contrasto tra i coniugi ed i loro difensori, alcuni Tribunali hanno stilato dei Protocolli con la collaborazione dei rispettivi Consigli dell’Ordine o di Associazioni Forensi presenti sul territorio.

Lo scopo perseguito è ovvio: ridurre ai minimi termini le conflittualità già inevitabilmente presenti all’interno di una coppia in crisi.

In questo senso è certamente emblematico il Protocollo d’intesa sottoscritto tra il Tribunale di Bergamo, l’AIAF (Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e i Minori) e l’APF (Associazione Provinciale Forense) ove viene convenuto che le spese straordinarie siano ripartite tra i genitori al 50% tra loro e che le spese che si rendessero necessarie per la prole seguano il seguente schema:

spese mediche che non richiedono il preventivo accordo: a) visite specialistiche prescritte dal medico curante; b) cure dentistiche presso strutture pubbliche; c) accertamenti e trattamenti sanitari non erogati dal Servizio Sanitario Nazionale; d) tickets sanitari;

spese mediche che richiedono il preventivo accordo: a) cure dentistiche, ortodontiche e oculistiche; b) cure termali e fisioterapiche; c) accertamenti e trattamenti sanitari erogati anche dal Servizio Sanitario Nazionale; d) farmaci particolari;

spese scolastiche che non richiedono il preventivo accordo: a) tasse scolastiche e universitarie imposte da istituti pubblici; b) libri di testo e materiale di corredo scolastico di inizio anno; c) gite scolastiche senza pernottamento; d) trasposto pubblico; e) mensa;

spese scolastiche che richiedono il preventivo accordo: a) tasse scolastiche e universitarie imposte da istituti privati; b) corsi di specializzazione; c) gite scolastiche con pernottamento; d) corsi di recupero e lezioni private; e) alloggio presso la sede universitaria;

spese extrascolastiche che non richiedono il preventivo accordo: a) tempo prolungato, pre-scuola e dopo-scuola; b) centro ricreativo estivo e gruppo estivo;

spese extrascolastiche che richiedono il preventivo accordo: a) corsi di istruzione, attività sportive, ricreative e ludiche e pertinenti attrezzature; b) spese di custodia (baby sitter); c) viaggi e vacanze.

Nel protocollo viene comunque precisato che ogni spesa deve essere documentata.

Certamente apprezzabili sono anche i Protocolli elaborati presso il Tribunale di Firenze e presso il Tribunale di Lucca.

In entrambi i documenti vengono analiticamente elencate le spese nell’interesse dei figli da considerarsi straordinarie:

1.       Spese mediche, sanitarie, odontoiatriche, farmaceutiche, psicoterapiche, ivi compresi i tickets (che dovranno essere comprovate da prescrizione medica e da indicazione del codice fiscale su ciascun scontrino);

2.       Spese scolastiche come rette, tasse d’iscrizione, libri di testo, corredo d’inizio anno scolastico, scuolabus o altro mezzo di trasporto, gite scolastiche e viaggi d’istruzione, ripetizioni, alloggio e relative utenze nella sede universitaria frequentata dai figli;

3.       Spese per attività sportive, artistiche, ricreative e si svago; spese di iscrizione e frequenza di corsi e relative attrezzature;

4.       Spese di custodia dei figli minorenni (baby sitter) se rese necessarie per impegni lavorativi di entrambi i genitori, in caso di malattia della prole infradodicenne e/o del genitore affidatario in mancanza di parenti disponibili o di altre alternative gratuite;

Singolare la disposizione dei Protocolli in questione laddove prevedono che rientrino tra le spese straordinarie anche le spese per il mantenimento e la cura di animali domestici già facenti parte del nucleo familiare e che restino presso il genitore collocatario dei figli.

Molto meno dettagliati ma comunque meritevoli di nota sono poi il Protocollo per il Processo di Famiglia elaborato presso il Tribunale di Verona ed il Protocollo per i Procedimenti di separazione e divorzio tra i coniugi predisposto presso il Tribunale di Milano.

Entrambi si limitano a dare alcuni brevi suggerimenti senza però fornire un elencazione minuziosa delle spese straordinarie.

In particolare, nei Protocolli in argomento, si auspica che i difensori delle parti non si limitino ad utilizzare il termine “spese straordinarie” e provvedano, invece, ad indicare in modo dettagliato quale siano le ulteriori spese, rispetto al contributo fisso mensile, che i coniugi dovranno corrispondere pro quota. Negli stessi protocolli viene inoltre auspicato che vengano indicate le modalità di pagamento fra i coniugi e specificato che, nel caso di spese medico-sanitarie, esse non necessitano di essere previamente concordate qualora urgenti, fermo restando il rispetto della reciproca tempestiva informazione.

In conclusione, possiamo validamente ritenere che, allo stato attuale, pur essendo impossibile determinare in via generale quali siano le spese straordinarie, l’ampia prassi giurisprudenziale ed i Protocolli studiati ed attuati presso i succitati Tribunali possono comunque essere un valido aiuto nella risoluzione di ogni singolo caso concreto.

___________

(1) Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 14 maggio 2010, n. 11772; Cass. Civ., Sez. I, 24 febbraio 2006, n. 4203; n. Cass. Civ., Sez. I, 14 febbraio 2003, n. 2196; Cass. Civ., Sez. I, 19 marzo 2002, n. 3974; Cass. Civ., Sez. I, 8 novembre 1997, n. 11025.

(2) In questo senso si veda anche Corte d’Appello di Napoli, 6 giugno 2008, n. 2201: “L’assegno concesso al coniuge per il mantenimento dei figli minori non può avere natura forfettaria, nel senso di includere comunque, anche eventuali spese straordinarie. Talune di queste spese, infatti, possono essere non solo imprevedibili ma anche imponderabili tanto che il fatto che vengano incluse comunque nell’assegno di mantenimento così come è quantificato, potrebbe determinare una compressione dei diritti del minore a vedere soddisfatte tutte quelle particolari esigenze che possono inaspettatamente presentarsi nel corso della vita e che necessitano di interventi economici straordinari”

(3) Una definizione analoga si rinviene in Tribunale di Messina, sez. I, 14 giugno 2005, ove si legge che “spese straordinarie sono le spese inerenti al mantenimento, all’istruzione o all’educazione dei figli, rese necessarie da avvenimenti o scelte che trascendono le loro normali e prevedibili esigenze di vita quotidiana, così come anche valutate dal giudicante al momento in cui stabilisce la misura dell’assegno di mantenimento”.

(4) Cass. Civ., Sez. I, 5 maggio 1999, n. 4459.

(5) In tal senso: Cass. Civ., Sez. I, 7 aprile 2005, n. 925.

(6) Corte d’Appello di Catania, 29 maggio 2008.

(7) Tribunale di Catania, 4 dicembre 2008.

(8) Diversamente il Tribunale di Ragusa, n. 278/2011 il quale ritiene che l’acquisto del computer (e quello del motorino) per un adolescente rappresenta oggi un atto doveroso per i genitori e va quindi considerato come spesa straordinaria.

(9) Di opinione in parte discordante è invece la Corte d’Appello di Firenze, Sez. I, 18 novembre 2004 la quale afferma che “Se lo sport non è praticato come una disciplina di tipo didattico, configurandosi come un di più rispetto all’attività di studio propria dei figli, è un lusso se esorbita dalle possibilità economiche familiari; e tale non può avere seguito viste le condizioni economiche delle parti”.

(10) Tribunale di Piacenza, 2 febbraio 2010, n. 82.

(11) Tribunale di Monza, 25 gennaio 2010, n. 295.

(12) Cfr Tribunale di Lamezia Terme, 10 maggio 2004, ove le spese per l’istruzione universitaria sono definite straordinarie.

(13) Tribunale di Como, 14 maggio 2007.

(14) Ad esempio Tribunale di Novara, 26 marzo 2009; Tribunale di Roma, Sez. I, 9 ottobre 2009; Corte d’Appello di Milano, Sezione delle Persone, dei Minori e della Famiglia, 22 maggio 2008.

(15) Tribunale di Bergamo, ordinanza del 7 gennaio 2011.

 * Articolo dell’avv. Patrizia D’Arcangelo pubblicato sulla Rivista Questioni di Diritto di Famiglia -Maggioli Editore.
__________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Tribunale di Bergamo – sentenza n. 1272/2010

Padre tossicodipendente ricoverato presso una comunità di recupero. La figlia minore viene quindi affidata in via esclusiva alla madre con assegnazione della casa coniugale alla stessa.

Il Tribunale di Bergamo ha comunque stabilito l’obbligo per il padre di versare alla madre l’importo di 120 euro mensili quale contributo al mantenimento della figlia. Il Collegio giudicante ha invero ritenuto che il padre fosse in grado di svolgere una qualche attività lavorativa seppur marginale e, quindi, ha affermato che nel caso di specie non sussistesse quell’assoluta eccezionalità che giustificherebbe l’esonero totale dal mantenimento della figlia.

__________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto?

Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Strada delle Gambe n. 2 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Oppure mandateci un messaggio collegandovi alla nostra pagina Facebook

mantenimento maggiorenne separazioneCon la l. 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di affidamento condiviso, è stato introdotto l’art. 155 quinquies c.c., il cui comma 1, in particolare, statuisce che «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto».

Va obiettivamente osservato che la succitata disposizione legislativa è da una parte positiva per aver inequivocabilmente attestato l’esistenza di un diritto al mantenimento del figlio che abbia raggiunto la maggiore, ma, da un altro punto di vista, ha originato alcuni contrasti di tipo processuale in seno alla dottrina ed alla giurisprudenza. In particolare, inizialmente, ci si è chiesti se esclusivamente al figlio maggiorenne vada riconosciuta la legittimazione ad agire contro il genitore inadempiente o se, diversamente, possa riconoscersi comunque una legittimazione concorrente tra il figlio maggiorenne e l’altro genitore convivente.

Oggi predomina certamente il secondo orientamento.

Al riguardo cito un’interessante sentenza del Tribunale di Modena resa il 27.1.2011:

“a) la pretesa di mantenimento del figlio maggiorenne si fonda sugli artt. 148 e 155 quinquies C.c., ed è oggetto di una domanda da proporsi nelle forme del giudizio ordinario di cognizione (cfr., di recente: Trib. Bari, I, 12/11/09, n. 3421. secondo cui: “è consentito al figlio di agire direttamente per gli alimenti nei confronti del genitore al di fuori del circuito delle modifiche camerali delle condizioni dì divorzio (ad esempio nel caso di raggiunta autonomia economica con perdita del diritto al mantenimento e di successiva perdita della medesima indipendenza e carne sopravvenute). Tuttavia l’obbligo alimentare è pacificamente considerato come un minus rispetto a quello di mantenimento, che costituisce una nozione più ampia la quale comprende l’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, l’assistenza morale e materiale, nonché l’opportuna predisposizione, fin quando le legittime esigenze dèi figli lo richiedano, di una stabile organizzazione domestica. Pertanto, se è documentata fa persistenza del più ampio obbligo di mantenimento in forza della mai modificata sentenza di divorzio, l’avente diritto, ove intenda conseguire il mantenimento od il suo semplice aggiornamento, deve agire nei confronti dell’obbligato ex art. 9 legge sul divorzio in sede camerale, in quanto, se invece intende ottenere gli alimenti al di fuori dell’anzidetto obbligo, incorrerà nella inammissibilità della domanda, essendo già concessogli il più ampio diritto al mantenimento con l’assegno stabilito in sede divorziale”);

b) l’art. 155 quinquies C.c., è, infatti, norma che non esclude il diritto del genitore convivente con prole maggiorenne non autosufficiente di continuare a percepire l’assegno di contributo al mantenimento, dal momento che la disposizione di natura sostanziale contenuta nella norma configura un’obbligazione alternativa che dà luogo, nella ricorrenza del presupposto necessario della convivenza, ad una legittimazione concorrente del genitore, che conserva la legittimazione a chiedere l’assegno nei confronti dell’altro genitore, legittimazione destinata però a venire meno qualora il figlio, non più inerte, richieda direttamente il pagamento dell’assegno; tuttavia la stessa norma, se pure ha introdotto la possibilità di emettere un provvedimento a favore di un terzo quando l’avente diritto non sia stato parte processuale del procedimento di separazione o di divorzio, e se ha l’ulteriore effetto di individuare come unico avente diritto – e dunque legittimato processuale in via ordinaria – il figlio maggiorenne non autosufficiente e non convivente con altro genitore, non assume la valenza procedurale di attribuire una legittimazione processuale autonoma nei processi di separazione e divorzio, nei quali viene stabilito il regime di contribuzione (cfr.: Trib. Modena, 17/10/07), e quindi nemmeno nei processi di revisione, nei quali detto regime viene modificato (cfr.: Trib. Modena, 27/10/09);

c) nel caso in cui, come nella specie, il figlio maggiorenne, già autosufficiente, perda la raggiunta autonomia e intenda svolgere pretese di mantenimento nei confronti di genitore con lui non convivente, è in prima persona l’unico legittimato attivo, non essendo la condizione di convivenza idonea a ripristinare in capo al genitore convivente con detto figlio maggiorenne la perduta legittimazione attiva, che persiste solo nel menzionato caso di perdurante convivenza con prole economicamente non autosufficiente; in proposito questo stesso organo ha in passato espresso l’orientamento secondo cui: “ai fini della richiesta di attribuzione o modificazione del contributo dopo il raggiungimento della maggiore età, l’elemento della coabitazione con il figlio divenuto ormai maggiorenne è necessario presupposto della legittimazione attiva del genitore” (cfr.: Trib. Modena, 5/9/07)”.

separazione casa suoceriL’orientamento più recente della Suprema Corte ritiene che, in caso di separazione dei coniugi, la casa già adibita ad abitazione familiare possa essere restituita ai genitori/suoceri che la concessero in comodato.

Degna di nota è, al riguardo, la recentissima sentenza n. 4917 del 28 febbraio 2011 della Cassazione. Nella specie, infatti, gli Ermellini hanno sostanzialmente confermato la decisione dei giudici d’appello, che avevano disposto la restituzione dell’immobile concesso in comodato dalla suocera e assegnato in corso di separazione alla nuora, ritenendo integrato nella fattispecie l’ipotesi di sopravvenuto bisogno alla luce delle precarie condizioni di salute della donna risultanti da apposita certificazione medica e dalla produzione in giudizio di una lettera con cui il figlio le comunicava l’intenzione di non volerla più ospitare.

Nella pronuncia in esame la Cassazione ha invero affermato che “nell’ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il provvedimento emesso in corso di separazione di assegnazione della casa coniugale ad uno dei due coniugi non è opponibile al comodante se lo stesso chieda la restituzione dell’immobile nell’ipotesi di sopravvenuto bisogno, caratterizzato dai requisiti della urgenza e della non previsione, come disposto dall’art. 1809 c.c.”

Questa, in sintesi, la riflessione della Suprema Corte   “una volta chiarito che la madre di uno dei coniugi ha concesso in comodato l’immobile perché venisse adibito a casa familiare, il successivo provvedimento, intervenuto nel giudizio di separazione, di autorizzazione a favore di uno di essi – la L., sua nuora – ad abitare la casa stessa, emesso nei limiti normativi di cui all’art. 155 c.c., comma 4, non è opponibile al comodante allorché, come nella specie, io stesso chieda la restituzione nell’ipotesi di sopravvenuto bisogno, segnato dai requisiti della urgenza e della non previsione, ai sensi dell’art. 1809 c.c., comma 2, (Cass. S.U. n. 13603/04; v. anche Cass. n. 9253/05).

Peraltro, il giudice dell’appello, in virtù della documentazione offerta dai certificati medici depositaci in giudizio e dalla lettera, in atti, con la quale uno dei figli della D.P. comunicava alla madre la propria intenzione di non volerla più ospitare, per esigenze personali nella propria abitazione, ha rinvenuto proprio nel caso in esame la sussistenza di quel bisogno sopravvenuto caratterizzato dalla urgenza e dalla non previsione, ovvero integrante la fattispecie di applicabilità della norma di cui all’art. 1809 c.c., comma 2.

In altri termini, in tale ipotesi il rapporto di comodato è esterno e si configura insensibile alle vicende processuali del vincolo matrimoniale”.

spese straordinarie separazioneDopo aver già trattato l’argomento  qui, torno sul controverso tema del rimborso delle spese straordinarie in tema di separazione dei coniugi per pubblicare qualche caso pratico.

Con sentenza n. 82 del 2 febbraio 2010, il Tribunale di Piacenza ha ritenuto che non fossero rimborsabili le seguenti spese:

i premi pagati per la polizza RCA i premi pagati per la polizza RCA, per le riparazioni all’auto e per l’acquisto di carburante, essendo l’auto intestata alla madre e non essendovi prova che sia il figlio a farne uso; le spese documentate da meri scontrini dai quali non emerge la tipologia dell’acquisto o la riferibilità dello stesso figlio; le spese per abbigliamento, in quanto estranee alla nozione di spesa straordinaria; la spesa per la frequenza a un club, trattandosi di spesa voluttuaria, che, come tale, andava concordata tra i coniugi; la spesa di euro 1.699 per l’acquisto di un computer. In relazione a tale ultima spesa il Tribunale di Piacenza ha precisato che “pur se, in quanto tale, l’acquisto di un computer deve ritenersi scelta ragionevole ed addirittura più che utile alle esigenze di uno studente; è invece del tutto irragionevole l’entità di tale spesa, essendo dato di comune esperienza che un buon p.c. può essere acquistato con poche centinaia di euro. La spesa di euro 1.700 per un computer, in ragione della sua entità rispetto al bene acquistato, avrebbe quindi dovuto essere concordata tra i coniugi”.

Il Tribunale di Piacenza ha invece accordato il rimborso, trattandosi effettivamente di spese straordinarie relativamente alle quali vi era prova di pagamento delle seguenti spese: le spese relative all’iscrizione in palestra ed allo svolgimento di attività sportiva; le spese relative all’acquisto di testi universitari; le spese relative alla pensione completa ed al servizio di ombrellone in spiaggia, usufruiti presso un hotel nel periodo estivo.

Il Tribunale Monza, con sentenza n. 295 del 25 gennaio 2010 ha precisato che devono intendersi spese straordinarie scolastiche le seguenti spese: tasse scolastiche ed universitarie, rette, gite scolastiche, materiale didattico e libri di testo.

Con sentenza del 14 maggio 2007, il Tribunale di Como ha ritenuto che non fossero spese straordinarie rimborsabili le spese relative alla retta scolastica di un Istituto Superiore Privato. Il Tribunale ha invero affermato che tali spese “non possono definirsi “straordinarie” in senso logico-giuridico, poiché attengono ad esborsi ricorrenti su base annua nonché del tutto prevedibili sia nell’an sia nel quantum una volta che si faccia la scelta di iscrivere il minore ad un istituto di istruzione privato ; la natura privata dell’ente non rende ovviamente ” straordinaria ” la prestazione da esso resa la quale attiene all’obbligo legale della istruzione, e alla scelta genitoriale di assolvere detto obbligo rivolgendosi ad un soggetto di provata esperienza nel campo educativo e didattico; d’altro canto dette spese non possono ritenersi neppure “ordinarie” nel senso del riferimento all’ordinario mantenimento dei due minori: se così fosse, infatti, esse sarebbe state prese in considerazione ai fini della quantificazione dell’assegno mensile di mantenimento a carico del padre, il che invece certamente non è avvenuto”.

assegno-di-mantenimento.-jpgIl codice civile sancisce che, salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori debba provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, dovendo il giudice stabilire, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando: 1) le attuali esigenze del figlio; 2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori; 3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore; 4) le risorse economiche di entrambi i genitori; 5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Ai fini della determinazione della misura e delle modalità di contribuzione al mantenimento dovuto dai genitori in favore dei figli, le risorse economiche di entrambi vanno determinate con riferimento al loro complesso patrimoniale, costituito, oltre che dai redditi di lavoro o autonomo, da ogni altra forma di reddito o utilità, quali il valore dei beni mobili o immobili posseduti, o il prezzo ricavabile dall’alienazione di tali beni che, opportunamente reinvestito, potrebbe produrre nuovi profitti suscettibili di valutazione, risultando peraltro allo stato del tutto insufficienti le emergenze istruttorie al riguardo;

L’assegnazione, ed il conseguente uso, della casa familiare ad alcuno dei coniugi, ex art. 155 quater c.c., costituisce, considerato anche il titolo di proprietà, utilità valutabile ai fini della regolazione dei rapporti economici fra i genitori, in misura pari al risparmio di spesa che occorrerebbe sostenere per godere dell’immobile a titolo di locazione, dovendosi quindi di ciò tener conto per accertare la consistenza patrimoniale di ciascun coniuge ai fini della determinazione dell’ assegno di mantenimento.

Da oggi pubblicherò periodicamente alcuni esempi che  vi aiuteranno certamente a comprendere meglio come vengono  determinati  gli assegni di mantenimento dei figli in sede di separazione personale dei coniugi.

Iniziamo con la recentissima Ordinanza  Presidenziale, resa dal Tribunale  Salerno in data 15 febbraio 2011 (11518/09 R.G.)

Alla luce delle risultanze istruttorie, il reddito annuo del marito è stato stimato presuntivamente in euro 30.000,00 (per redditi da lavoro autonomo e da impresa, e per utilità ritraibili dai beni mobili e immobili posseduti, salvi i necessari approfondimenti delle insufficienti indagini tributarie espletate) mentre in euro 0  è stato stimato il reddito annuo della moglie.

In euro 400,00 mensili sono state stimate le spese per ciascuno dei figli compatibili con la situazione economica della famiglia, tenuto conto del tenore di vita goduto dai minori in costanza di convivenza con entrambi i genitori; è stata poi stimata  in euro 400,00 per ciascuno dei figli la valenza economica dei compiti domestici e di cura quotidiana dei minori; in euro 800,00 il totale della somma idealmente impiegata ogni mese per ciascuno dei figli; così determinandosi, anche alla luce dei tempi di permanenza dei figli presso ciascun genitore, in euro 400,00 (800,00: 2= 400) per ciascuno dei figli l’ assegno mensile che il marito corrisponderà alla moglie, con la quale prevalentemente risiederanno i figli per sopperire in via indiretta alle esigenze di mantenimento, cura, istruzione ed educazione degli stessi.

Il Tribunale ha quindi determinato in €uro 400,00 mensili l’entità del mantenimento dovuto in favore della moglie (in quanto priva di adeguati redditi propri, tenendosi conto dello squilibrio reddituale esistente tra i coniugi ed al fine di garantirle un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio).

Il Tribunale ha poi determinato in euro 800,00, da adeguarsi agli Indici ISTAT (ovvero euro 400,00 a figlio) l’assegno mensile che il marito  corrisponderà alla moglie a titolo di concorso al mantenimento dei due figli.

Per leggere altri contributi in materia di separazione e divorzio cliccate qui oppure qui

separazione consensuale avvocatoSono certamente da apprezzare i coniugi che, mettendo per un attimo da parte i diverbi e le incomprensioni, decidono di separarsi consensualmente.

Elenco di seguito i dati che vanno necessariamente comunicati all’avvocato unitamente alla propria volontà di separarsi consensualmente.

Innanzitutto l’avvocato che assiste i coniugi nella separazione consensuale necessita dei dati anagrafici di entrambi: nome, cognome, data e luogo di nascita, residenza.

Non solo. I coniugi dovranno altresì comunicare all’avvocato il proprio titolo di studio e la propria professione.

Al Legale andranno poi comunicati tutti i dati relativi agli eventuali figli della coppia (nome, data e luogo di nascita, attività svolta dagli stessi ed eventuali problemi sanitari).

L’avvocato vorrà poi certamente conoscere il regime patrimoniale della famiglia (comunione o separazione dei beni), il tipo di matrimonio (civile o concordatario), nonché il  luogo e la data di celebrazione dello stesso.

I coniugi dovranno inoltre comunicare se sono entrambi economicamente indipendenti (in caso contrario occorrerà stabilire l’importo dell’assegno di mantenimento da versarsi in favore del coniuge economicamente più debole).

Dovrà poi essere determinato l’importo dell’assegno di mantenimento che viene riconosciuto in favore degli eventuali figli minorenni o maggiorenni non economicamente indipendenti.

Altra questione importante da risolversi sarà quella dell’assegnazione della casa familiare. A tal proposito occorre comunicare all’avvocato quanto segue: a)l’ indirizzo della casa; b) a chi resta la casa; c) se la casa è di proprietà dei coniugi, di uno soltanto di loro oppure se la casa è condotta in affitto; d) se la casa è gravata da mutuo; e) ogni altra informazione utile (cioè: rata del mutuo, scadenza del mutuo, canone d’affitto, scadenza contratto d’affitto, ipoteche, pignoramenti ecc. ecc.).

I coniugi dovranno successivamente comunicare se sono proprietari di autoveicoli o motoveicoli (in tal caso dovranno altresì specificare se si tratta di veicoli acquistati prima o dopo il matrimonio). Non solo. I coniugi dovranno altresì comunicare come intendono dividersi i beni di arredo della casa familiare (eventualmente predisponendo un elenco dettagliato degli stessi).

I coniugi dovranno infine consegnare all’avvocato i seguenti documenti: 1) estratto per riassunto dell’atto di matrimonio; 2) certificato di residenza di entrambi; 3) certificato di stato di famiglia di entrambi; dichiarazioni dei redditi degli ultimi 3 anni di entrambi.

Ricordo che lo Studio Legale D’Arcangelo è  in grado di assistervi  su tutto il territorio Nazionale.

Trovate ogni altra informazione cliccando qui.

annullamento matrimonio malattiaL’art. 122 cod. civ. elenca tassativamente le ipotesi in cui il matrimonio può essere impugnato.

Il terzo comma della succitata norma dispone, tra l’altro, che  il matrimonio è annullabile dal coniuge che aveva prestato il proprio consenso ignorando l’esistenza di una malattia fisica o psichica dell’altro coniuge.

La possibilità di impugnare il matrimonio per tale motivo è quindi subordinata alla sussistenza delle seguenti condizioni:

1) esistenza della malattia prima del matrimonio;

2) non conoscenza dell’esistenza della malattia da parte del coniuge che richieda l’annullamento;

3) rilevanza dell’affezione ai fino dello svolgimento della vita matrimoniale;

4) influenza determinante sul consenso della non conoscenza dell’esistenza dell’infermità.

Le circostanze di cui ai punti 1,2 e 4 devono essere dimostrate dal coniuge che impugna il matrimonio, mentre dovere del Giudice è quello di accertare rilevanza dell’infermità ai fini di un normale svolgimento della vita familiare (v. Cass. Civ. n. 3671/1998).

Per malattie fisiche si intendono quelle che si presentano anche se non inemendabili almeno come durevoli nel tempo. Si tratta di malattie tanto acquisite che congenite. Non è necessario che siano contagiose per il coniuge ed i figli o ripugnanti. E’ infatti sufficiente che impediscano il normale svolgimento della vita coniugale (malattie veneree, AIDS, sclerosi multipla, epilessia, morbo di Parkinson, forme infettive gravi, dermatiti).

Per malattie psichiche si intendono invece tutte le turbe di non passeggere che ostacolano una normale vita di relazione psicoaffettiva (psicopatie, schizofrenia, psicosi, stati tossici dipendenti da alcool o da stupefacenti o da medicine).

Può trattarsi di malattia anche non cronica, purché non del tutto transitoria, che, indipendentemente dalla sua gravità, incida però sullo svolgimento della vita coniugale.

E’ bene precisare che l’art. 122 C.c. non richiede che l’infermità sia clinicamente conclamata prima del matrimonio, ipotesi questa che la renderebbe riconoscibile probabilmente all’uomo medio, ma che sia esistente, sia pure allo stato di sintomi o episodi prodromici, ciò perché solo la malattia insorta completamente dopo il matrimonio ne esclude l’annullamento in base al generale principio di solidarietà che deve connotare nel bene e nel male la valida unione coniugale (Cass. Civ. n. 12431/2001).

Avv. Patrizia D’Arcangelo

patty riccia

Lo studio Legale D’Arcangelo
Il mio impegno contro il bullismo

divieto bullismo

Intervista all'avv. D'Arcangelo
Iscriviti alla nostra Newsletter

Iscriviti tramite Facebook
... oppure inserisci i tuoi dati:


L'indirizzo al quale desideri ricevere le newsletter.
Ai sensi del d.lgs. 196/2003, La informiamo che:
a) titolare del trattamento è l'avvocato Patrizia D'Arcangelo, 24055 Cologno al serio (bg), Strada delle gambe n. 2
b) responsabile del trattamento è Patrizia D'Arcangelo, 24055 Cologno al Serio (bg), strada delle gambe n. 2
c) i Suoi dati saranno trattati (anche elettronicamente) soltanto dagli incaricati autorizzati, esclusivamente per dare corso all'invio della newsletter e per l'invio (anche via email) di informazioni relative alle iniziative del Titolare;
d) la comunicazione dei dati è facoltativa, ma in mancanza non potremo evadere la Sua richiesta;
e) ricorrendone gli estremi, può rivolgersi all'indicato responsabile per conoscere i Suoi dati, verificare le modalità del trattamento, ottenere che i dati siano integrati, modificati, cancellati, ovvero per opporsi al trattamento degli stessi e all'invio di materiale. Preso atto di quanto precede, acconsento al trattamento dei miei dati.

Acconsento al trattamento dei miei dati personali (decreto legislativo 196 del 30/Giugno/2003)



Studio Legale D’Arcangelo
Canale Ufficiale Google+