• Cassazione: no all’annullamento dei matrimoni di lunga durata

    annullamento matrimonioCon sentenza n. 1343/2010 la Suprema Corte ha espressamente sancito che i matrimoni di lunga durata annullati dalla Chiesa non sono annullabili automaticamente dallo Stato.

    La Corte di Cassazione ha quindi accolto il ricorso di una signora veneta il cui matrimonio (di durata ventennale)  era stato annullato dalla Sacra Rota per assenza di figli.

    Il marito aveva chiesto l’annullamento sostenendo che le nozze celebrate nel giugno del 1972 erano viziate poiché la moglie gli aveva asseritamente taciuto di non volere figli, dunque era escluso uno dei ‘bona matrimoni’, gli elementi che danno vitalità alle unioni concordatarie.

    Gli Ermellini, accogliendo quindi il ricorso della moglie, hanno affermato che “la successiva prolungata convivenza è considerata espressiva di una volontà di accettazione del rapporto che ne è seguito e questa volontà è incompatibile il successivo esercizio della facoltà di rimetterlo in discussione, altrimenti riconosciuta dalla legge”.

    La Cassazione ha altresì precisato che “è contrario ai principi di ordine pubblico rimettere in discussione un legame che dura da tempo considerevole adducendo riserve mentali, o vizi del consenso”.

    Per dovere di completezza e precisione, è bene ricordare che le sentenze ecclesiastiche matrimoniali, per avere efficacia nel nostro Paese, devono essere riconosciute dal giudice italiano. In assenza di riconoscimento non hanno  alcuna efficacia in Italia.

    Negli ultimi anni si è registrato in Italia un vertiginoso aumento delle procedure di annullamento dei  matrimoni dinnanzi ai giudice ecclesiastici ed alla Sacra Rota: nel 2009 sono state circa 6mila le dichiarazioni di nullità dei matrimoni. Molti fanno purtroppo ricorso alla procedura dell’annullamento al precipuo scopo di ottenere in tempi rapidi lo scioglimento del vincolo coniugale.

    La suddetta decisione della Suprema Corte dovrebbe far sì che venga evitato che il ricorso alla giustizia ecclesiastica diventi una scappatoia e scorciatoia per ottenere lo stato civile libero.

    Va da sé che, in casi simili a quello sottoposto all’attenzione della Suprema Corte, la soluzione per mettere fine ad un’unione coniugale che dura da molti anni può quindi essere soltanto quella della separazione civile seguita poi dal divorzio.

  • CORTE COSTITUZIONALE: I PRATICANTI AVVOCATI NON POSSONO ESSERE NOMINATI DIFENSORI D’UFFICIO

    corte-costituzionale praticanti avvocati difensori d'ufficioL’art. 8, secondo comma, del regio decreto-legge 27 novembre, 1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore) e successive modifiche prevede che i praticanti avvocati, dopo un anno dalla iscrizione nel registro speciale siano ammessi, per un periodo non superiore a sei anni, ad esercitare il patrocinio davanti ai tribunali del distretto nel quale è compreso l’Ordine circondariale che ha la tenuta del registro suddetto, limitatamente ai procedimenti che, in base alle norme vigenti anteriormente alla data di efficacia del decreto legislativo di attuazione della legge 16 luglio 1997, n. 254, rientravano nelle competenze del pretore.

    L’ultimo periodo della stessa norma precisava che «Davanti ai medesimi tribunali e negli stessi limiti, in sede penale, essi [i praticanti avvocati] possono essere nominati difensori d’ufficio, esercitare le funzioni di pubblico ministero e proporre dichiarazione di impugnazione sia come difensori sia come rappresentanti del pubblico ministero».

    Tale ultima disposizione è stata dichiarata costituzionalmente illegittima con sentenza n.106/2010.

    La Corte Costituzionale ha infatti ritenuto che tale disposizione violasse l’art. 24 della Cost., secondo comma poiché imponeva al soggetto indagato, o imputato, di subire la nomina di un difensore d’ufficio dotato di una professionalità non ancora compiuta rispetto a quella di cui godono gli avvocati, dopo aver percorso l’intero iter di abilitazione all’esercizio della professione.

    In particolare la Corte Costituzionale si è così espressa: “In questa circostanza all’indagato o all’imputato potrebbe essere assegnato, senza il concorso della sua volontà, un difensore che non ha percorso l’intero iter abilitativo alla professione. Inoltre, nel caso di nomina a favore dell’irreperibile, sarebbe esclusa ogni possibilità di porre rimedio all’inconveniente denunciato, mediante la sostituzione con un difensore di fiducia.

    In questi termini, la questione attiene alla garanzia dell’effettività della difesa d’ufficio.

    Deve ancora rilevarsi che la differenza tra il praticante e l’avvocato iscritto all’albo si apprezza non solo sotto il profilo – prospettato dal giudice rimettente – della capacità professionale (che, nel caso del praticante, è in corso di maturazione, il che giustifica la provvisorietà dell’abilitazione al patrocinio), ma anche sotto l’aspetto della capacità processuale, intesa come legittimazione ad esercitare, in tutto o in parte, i diritti e le facoltà proprie della funzione defensionale.

    In primo luogo, il praticante iscritto nel registro, pur essendo abilitato a proporre dichiarazione di impugnazione, non può partecipare all’eventuale giudizio di gravame.

    Il praticante si trova, inoltre, nell’impossibilità di esercitare attività difensiva davanti al tribunale in composizione collegiale, competente in caso di richiesta di riesame nei giudizi cautelari.

  • Quando gli avvocati sbagliano: la responsabilità professionale dell’avvocato

    responsabilità professionale avvocatoIl difensore munito di procura alle liti è soggetto a quelle medesime obbligazioni che fanno carico a qualsiasi altro mandatario. Fra dette obbligazioni occorre menzionare quelle imposte dagli artt. 1712 cod. civ. (comunicazione dell’eseguito mandato) e 1713 (obbligo di rendiconto).

    Occorre peraltro ricordare che la responsabilità del professionista deve essere valutata secondo il parametro della diligenza fissato dall’art. 1176 cod. civ. ed eventualmente alla luce dell’art. 2236 cod. civ. quando trattasi di prestazione che implica soluzioni di problemi di speciali difficoltà (Cass. Civ. n. 2230/1973).

    Pertanto la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento della sua attività è quella media, cioè la diligenza posta nell’ esercizio della propria attività, dal professionista di preparazione professionale e di attenzione medie (Cass. 14-08-1997 n. 7618; Cass. 6-02- 1998 n. 1286; Cass. 8-08-2000 n. 10431). Nel caso in cui l’attività professionale richieda la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, la responsabilità è attenuata, in ragione della regola di responsabilità prevista nell’ art. 2236 cod. civ., secondo cui “se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave”. (Cfr. Cass. 8-08-2000 n. 10431.)

    Va comunque specificato che dottrina e giurisprudenza qualificano costantemente l’obbligazione dell’avvocato, sia per la sua attività stragiudiziale che per quella giudiziale, quale obbligazione di mezzi e non di risultato (Cassazione civile , 26 Febbraio 2002, n. 2836 sez. III, in Resp. civ. e prev. 2002, 6, 1376;  Cassazione, sez. II, 18.7.2002 sent. n. 1045).. Rientra comunque nel dovere del professionista svolgere ogni attività necessaria e utile alla fattispecie concreta.

    La Giurisprudenza di legittimità è costante nell’affermare che l’inadempimento del professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell’attività esercitata

    “L’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi dell’art. 2236 e 1176 cod. civ., in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui, per negligenza o imperizia, compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzioni di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave” (Cass. Civ., n. 16846/2005).

    L’affermazione del nesso di causalità rappresenta sicuramente il passaggio più difficile e delicato dei giudizi di responsabilità professionale dell’avvocato.

    Sino a pochissimo tempo fa, la Giurisprudenza prevalente affermava che “il cliente è tenuto a provare non solo di aver sofferto un danno, ma anche che questo è stato causato dall’insufficiente o inadeguata attività del professionista, e cioè, dalla difettosa prestazione professionale. In particolare, trattandosi dell’attività del difensore, l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine – positivamente svolta – sul sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, quindi, la certezza che gli effetti di una diversa attività del professionista medesimo sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente, rimanendo, in ogni caso, a carico del professionista l’onere di dimostrare l’impossibilità a lui non imputabile della perfetta esecuzione della prestazione” ( v., ad esempio, Cass., 16/10/2008, n. 25266).

    Oggi, invece, l’orientamento dominante della Suprema Corte pare aver cambiato rotta. Sempre più spesso viene infatti ritenuto che “l’affermazione della responsabilità professionale dell’avvocato non implica l’indagine sul sicuro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta o diligentemente coltivata e, perciò, la ‘certezza morale’ che gli effetti di una diversa attività del professionista sarebbero stati vantaggiosi per il cliente. Ne consegue che al criterio della certezza della condotta può sostituirsi quello della probabilità di tali effetti e della idoneità della condotta a produrli”( Cass. 6/2/1998, n. 1286; 18/4/2005, n. 7997; 18/4/2007, n. 9238; Cass. 3/4/2009, n. 8151)

  • Anche il convivente ha diritto al risarcimento del danno in caso di delitto commesso da terzi nei confronti del proprio partner

    convivente risarcimento danniL’art. 185 cod. pen. recita testualmente: “ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”.

    La precedente Giurisprudenza (ormai del tutto superata) riteneva che il convivente more uxorio non fosse legittimato a chiedere il risarcimento del danno in caso di delitto commesso da terzi nei confronti del proprio partner.

    La Corte di Cassazione affermava infatti quanto segue: “ In base al principio del neminem laedere, sancito dall’art. 2043 cod. civ., danno risarcibile è solo quello che si verifica per la lesione di un diritto, Pertanto, nel caso di morte di una persona, il soggetto che con essa conviva ricevendone vantaggi o prestazioni, che chiami in giudizio il responsabile dell’evento mortale, deve dimostrare il suo diritto a quei vantaggi ed a quelle prestazioni della persona deceduta; diritto che non può discendere che da legge o da patto. Nessuna di tali ipotesi ricorre nel caso di convivente more uxorio, che conseguentemente è carente di legitimatio ad causam per risarcimento di danni cagionati dalla uccisione della persona con cui conviveva” (Cass. Civ. n. 9708/1992).

    Successivamente, la Suprema Corte, mutando radicalmente il proprio orientamento, è giunta a riconoscere la legittimazione del convivente a costituirsi parte civile in caso di delitto ad danni del proprio partner ad opera di terzi.

    Gli Ermellini sono giunti a tale conclusione in quanto l’aggressione del terzo lede il convivente nel suo diritto di libertà, nascente direttamente dalla Costituzione, alla continuazione del rapporto, diritto assoluto e tutelabile erga omnes, senza perciò interferenze da parte di terzi.

    La Cassazione ha comunque precisato che il risarcimento può essere riconosciuto solo allorquando “la convivenza abbia avuto un carattere di stabilità tale da far ragionevolmente ritenere che, ove non fosse intervenuta l’altrui azione micidiale, la convivenza sarebbe continuata nel tempo”  (Cass. Pen. n. 1313/1995).

    La Suprema Corte civile è giunta di recente ad affermare che “chi chieda il risarcimento del danno derivatogli dalla lesione materiale, cagionata alla persona con la quale convive deve dimostrare l’esistenza e la portata dell’equilibrio affettivo-patrimoniale instaurato con la medesima e perciò l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti con vicendevole assistenza materiale e morale (…). Tale prova può essere fornita con qualsiasi mezzo, mentre il certificato anagrafico può tutt’al più provare la coabitazione, insufficiente a dimostrare la condivisione di pesi e oneri di assistenza personale e di contribuzione e collaborazione domestica analoga a quella matrimoniale.

  • Il lavoratore ammalato deve sempre stare in casa? No, se il suo allontanamento è breve e giustificato. Così dice la Cassazione

    controllo malattia lavoratoreIl caso sottoposto all’esame della Suprema Corte di Cassazione riguardava una lavoratrice in malattia che, alla visita di controllo, risultava assente dal proprio domicilio.

    Non solo. La lavoratrice in questione, affetta da sindrome depressiva ansiosa, era stata altresì “avvistata” in spiaggia (distante solo 300 metri dalla propria abitazione) a prendere il sole.

    Ebbene, nel caso de quo, la Corte di Legittimità  (Cass. Sez. Lavoro sentenza 21 ottobre 2010, n. 21621) ha sostanzialmente confermato quanto deciso dalla Corte d’Appello di Lecce.

    Invero, dice la Cassazione “una volta escluso che possano ritenersi sussistenti le condizioni individuate dalla giurisprudenza, al fine di considerare gravemente inadempiente la condotta complessiva del lavoratore che si allontani dal luogo in cui questi deve trascorrere il periodo di malattia, appare condivisibile il giudizio espresso dalla Corte di appello di Lecce, secondo cui la breve assenza della resistente non assume rilevanza in sè e per sè, in mancanza di altri elementi che ne evidenzino l’influenza negativa sia sullo stato di salute, che sull’assetto funzionale del rapporto di lavoro”.

    Il fatto poi che la lavoratrice fosse stata vista in spiaggia è stato ritenuto assolutamente irrilevante sia dai Giudici di Merito sia dalla Cassazione in quanto, nella fattispecie specifica, la breve esposizione al sole da parte della lavoratrice non poteva comunque pregiudicare o ritardare la sua guarigione.

    E’ doveroso però precisare che, nel caso in questione, i Giudici di Merito avevano altresì svolto un accertamento anche in ordine alla complessiva condotta della lavoratrice prima e dopo la malattia. Dall’accertamento così svolto, era infatti emersa la sua totale “incensuratezza”, oltre all’assenza di precedenti addebiti a suo carico, nell’intero arco di 17 anni di carriera lavorativa alle dipendenze della società ricorrente, e dall’altra, il suo spirito collaborativo nel manifestare la sua disponibilità a sottoporsi ad una serie di visite fiscali anche a distanza di un giorno l’una dall’altra.

    Il tutto deponeva quindi chiaramente per la sua buona fede e l’assenza di intenti elusivi.

  • Recupero Crediti: ipotesi di notificazione viziata del decreto ingiuntivo

    recupero crediti notifica decreto ingiuntivoIl decreto ingiuntivo può acquistare efficacia di cosa giudicata solo se portato formalmente a conoscenza del debitore ingiunto; l’articolo 644 stabilisce infatti che il decreto diventa inefficace se la notificazione non viene eseguita nel termine di sessanta giorni dalla pronuncia, ove per  “pronuncia” deve intendersi non la data del provvedimento, ma quella del deposito in cancelleria. Nell’ipotesi di inefficacia conseguente all’omessa notificazione, per espressa previsione dell’ultima parte dell’articolo 644, la domanda può essere riproposta.

    Il termine per la notifica rimane sospeso nel periodo feriale (0vvero nel periodo compreso tra il 1 agosto ed il 15 settembre).

    L’articolo 188 delle Disposizioni di Attuazione del Codice di Procedura Civile prevede che  “la parte alla quale non è stato notificato il decreto d’ingiunzione nei termini di cui all’articolo 644…può chiedere, con ricorso al giudice che ha pronunciato il decreto, che ne dichiari l’inefficacia”.

    Con riguardo alla notificazione possono quindi realizzarsi le seguenti ipotesi:

    -     omessa notifica: il debitore potrà attivare la procedura di cui all’articolo 188 sopracitato per far dichiarare l’inefficacia del provvedimento e ne avrà interesse se il decreto è provvisoriamente esecutivo;

    -     notifica effettuata oltre il termine di legge: l’inefficacia può essere fatta valere solo con l’opposizione ordinaria (proposta ai sensi dell’articolo 645); ad esito del giudizio, il giudice, che dovrà comunque pronunciarsi sul merito della pretesa fatta valere con il ricorso per ingiunzione, dichiarerà inefficace il decreto con la conseguenza che le spese dell’atto rimarranno a carico del creditore;

    -     notifica nulla: l’intimato potrà proporre opposizione tardiva (oltre il termine fissato nel decreto) ai sensi dell’articolo 650 che richiede la prova di non avere avuto tempestiva conoscenza del decreto “per irregolarità della notificazione o per caso fortuito o forza maggiore” (in tal senso, Cass. 26/7/2001 numero 10183); tale opposizione non può più proporsi, ai sensi dell’ultimo comma dell’articolo 650, “decorsi dieci giorni dal primo atto di esecuzione”;

    -     notifica inesistente: può ipotizzarsi nel caso di notificazione in luogo ed a persona non riferibili al debitore (Cass. 1/6/2004 numero 10495) e sembrerebbe legittimare i rimedi previsti dagli articoli 188 (Disp. Att.) e 650 citati ma non l’opposizione ordinaria prevista dall’articolo 645 che presuppone la notifica del decreto.

  • Separazione dei coniugi: quali sono le spese straordinarie

    Spese-straordinarie-figli separazioneNel decreto di omologa e nella sentenza di separazione, si stabilisce in genere che il coniuge non affidatario o “non collocatario” sia obbligato a corrispondere all’altro coniuge una somma mensile a titolo di contributo al mantenimento del figlio, nonché il 50% delle spese straordinarie che dovessero essere eventualmente affrontate sempre nell’interesse del figlio.

    Comprendere con precisione quali siano le “spese straordinarie” è impresa abbastanza ardua.

    Purtroppo né alcuna fonte normativa, né alcuna sentenza della Suprema Corte di Cassazione hanno mai fornito un elenco dettagliato delle spese da definirsi straordinarie e di quelle che non lo sono.

    In questi casi, in genere si ricorre pertanto alla logica ed al buon senso.

    Normalmente si ritiene che si possano individuare come spese ordinarie e, pertanto, non rientranti nel concetto di spese straordinarie, quelle attinenti l’acquisto di materiale di cancelleria scolastico, il vestiario, gli zaini, il buono per la mensa scolastica ( in quanto relative all’alimentazione e comprese nell’assegno mensile).

    Sono, invece, rientranti nel novero delle spese straordinarie quelle inerenti le spese mediche per patologie particolari ed imprevedibili, lo scuola-bus, un viaggio effettuato dal figlio nel periodo estivo per un corso di lingua straniera, diversamente dal caso di un viaggio di istruzione organizzato dall’istituto scolastico.

    Con sentenza del  4/12/08, proc. n. 12225/06 R.G. il Tribunale Civile di Catania ha ritenuto straordinarie, quelle diverse dal mantenimento ordinario nel cui ambito a titolo esemplificativo rientrano “quelle alimentari, di igiene personale, vestiario, ricreative, nonché quelle per regali, spostamenti urbani ed acquisto di libri. Con particolare riguardo a quelle sanitarie, sono da ritenersi ordinarie quelle relative ad una normale visita pediatrica di controllo o all’acquisto di medicinali da banco, mentre straordinarie quelle connesse a visite specialistiche”.

    Di seguito riporto comunque un mio personalissimo elenco di quelle che normalmente vengono considerate SPESE STRAORDINARIE delle quali è possibile richiedere il rimborso al 50% senza il pericolo di incorrere in opposizioni e/o contestazioni:

    quanto alle spese medico-sanitarie: cure dentistiche ed ortodontiche, pratica di particolari terapie, quali cure termali o fisioterapiche, acquisto di particolari farmaci;

    quanto alle spese scolastiche: corsi di specializzazione, lezioni private o corsi di recupero, corsi estivi e/o grest, spese per permanenza fuori casa;

    quanto alle spese ricreativive, sportive ed extrascolastiche: gite scolastiche, hobbies, iscrizioni a corsi, attività sportive e/o ricreative, abbonamenti a riveste, viaggi

    quanto alle spese impreviste per accudimento: baby sitter

  • Interessante sentenza della Corte di Cassazione: in caso di danni estetici, niente risarcimento se la cicatrice non incide sull’attività lavorativa

    danno estetico cassazioneIl caso sottoposto all’esame della Corte di Cassazione, riguardava un incidente stradale, a seguito del quale la vittima aveva richiesto il risarcimento del danno estetico, indipendente da quello biologico.

    Ebbene la Suprema Corte, con sentenza n. 21012 del 12 ottobre 2010, ha  ribadito che “in tema di risarcimento del danno alla persona, i postumi di carattere estetico, in quanto incidenti in modo negativo sulla vita di relazione, possono ricevere un autonomo trattamento risarcitorio, sotto l’aspetto strettamente patrimoniale, allorché, pur determinando una così detta “micropermanente” sul piano strettamente biologico, eventualmente provochino negative ripercussioni non soltanto su un’attività lavorativa già svolta, ma anche su un’attività futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento, in relazione all’età, al sesso del danneggiato ed ad ogni altra utile circostanza particolare”.

    Del resto, non è difficile immaginare come il danno estetico  possa in concreto costituire una menomazione della capacità lavorativa specifica: in alcuni casi, infatti, l’integrità estetica rappresenta un presupposto imprescindibile, uno strumento di lavoro ed una fonte di guadagno.

    Ecco, in tali casi non vanno certamente trascurate le implicazioni patrimionali che derivano appunto dal danno estetico.

    Si pensi, ad esempio, a soggetti giovani che subiscano un danno estetico ancor prima di iniziare l’attività lavorativa: è evidente che, in casi simili,  dalla menomazione estetica possano derivare delle ridotte potenzialità della vita di relazione e di inserimento lavorativo e sociale.

  • Coniuge traditore: nessuna colpa se la crisi era già esistente. Però, mai raccontare agli amici la relazione extraconiugale

    Latradimento colpa coniuge Corte di Cassazione non ha dubbi: il tradimento non è automaticamente causa di addebito della separazione.

    Il tradimento del coniuge è causa di addebito soltanto se sia la causa (o la concausa) dell’intollerabilità della convivenza.

    Nel caso in cui, invece, la crisi matrimoniale fosse preesistente alla relazione extraconiugale, la separazione non potrà essere addebitata al coniuge fedifrago.

    Del resto, si può affermare che non sempre la colpa è di chi tradisce.

    Tante relazioni fedifraghe nascono quando l’unione coniugale è già da tempo in crisi e, in tali casi, è quindi giusto che il traditore non si veda addebitare la separazione.

    L’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, “rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’addebito della separazione a carico del coniuge responsabile, fermo restando che deve sussistere il nesso di causalità fra l’infedeltà e la crisi coniugale, il quale viene meno ove preesista una crisi già irrimediabilmente in atto” (Sent. 13431/08).

    Nello stabilire se ed in capo a chi vada addebitata la separazione bisogna quindi sempre confrontare i comportamenti di entrambi i coniugi.

    Solo questo confronto consente infatti di stabilire quale delle condotte abbia avuto incidenza nel determinare la crisi coniugale.

    Ecco perché, con sentenza n. 6697/2009, la Corte di Cassazione ha ritenuto che la separazione  non dovesse essere addebitata in capo alla moglie che si era resa “colpevole” di un unico ed isolato episodio di tradimento mentre il marito aveva nascosto per ben due anni alla moglie la sua incapacità di procreare.

    Tuttavia, precisa la Corte di Cassazione, la relazione extraconiugale non deve essere motivo di vanto con gli amici. Un simile comportamento, infatti, causa un inevitabile aggravamento della crisi coniugale e determina definitivamente l’intollerabilità della convivenza (v. Cass. Civ. n. 21245/2010).

    Per leggere altre notizie correlate all’argomento cliccate qui e qui

  • Affidamento ad un solo genitore se l’altro si disinteressa del figlio: affidamento condiviso derogato dai Tribunali

    affidamento figli genitoriCome ormai noto a tutti (giuristi e non giuristi), a seguito della Legge n. 56/2006,è stato introdotto il c.d. principio di bi-genitorialità: in caso di separazione dei coniugi, i figli vengono quindi affidati in via condivisa ad entrambi i genitori.

    Ma che cosa significa esattamente il termine affidamento condiviso?

    Significa, per l’appunto, che la potestà viene esercitata da entrambi i genitori ed ognuno dovrà ritagliarsi il proprio ruolo all’interno di un progetto educativo del/i figlio/i concordato insieme al giudice.

    Da quando è entrata quindi in vigore la suddetta legge, l’affidamento condiviso costituisce certamente la REGOLA, mentre l’affidamento esclusivo (cioè l’affidamento ad uno solo dei genitori) viene disposto solo in casi eccezionali (per ulteriori informazioni in merito all’affidamento ed alla separazione, potete visitare questa pagina ).

    Nella costante giurisprudenza di merito, si può notare che viene tutt’oggi stabilito l’affidamento esclusivo ad uno solo dei genitori, quando l’altro genitore mostra disinteresse nei confronti del figlio.

    Ed invero, con sentenza del 30 marzo 2007, il Tribunale di Pordenone ha affermato che “In tema di affidamento dei figli minori, è opportuno che questi ultimi rimangano affidati in modo esclusivo al padre allorché non esista alcuna consuetudine di vita con la madre, la quale, dopo essersi trasferita in altra regione d’Italia ed aver formato una nuova famiglia, non abbia più avuto alcun contatto, neppure telefonico, con i figli. Inoltre, la madre, disinteressandosi dell’esito della causa di divorzio (non comparendo all’udienza presidenziale, né costituendosi nella successiva fase del giudizio) ha dimostrando di non avere argomenti contrari a quelli svolti dal marito a sostegno della richiesta di affidamento esclusivo della prole. In casi del genere, non può ritenersi conforme all’interesse dei figli l’affidamento condiviso, anche in considerazione del fatto che le decisioni che li riguardano dovranno più opportunamente essere prese dal genitore che conosce il loro carattere ed i loro bisogni”

    Parimenti  il Tribunale di Brescia con sentenza n. 883/2008  ha espressamente affermato che “può disporsi l’affidamento esclusivo ogni qual volta un genitore, con il suo comportamento processuale e con il mancato adempimento degli obblighi di mantenimento, cura, assistenza ed educazione dei figli, ha dimostrato scarsa considerazione per i bisogni e le esigenze dei minori, con riferimento esclusivo all’interesse morale e materiale dei quali vanno adottati tutti i provvedimenti che li riguardano”

    Più recentemente, il Tribunale di Novara con sentenza n. 131/2010, tenuto conto della mancata manifestazione di alcun interesse all’affidamento della bambina da parte dell’ex marito, ha affidato la bambina in via esclusiva all’ex moglie. Non solo: data l’assoluta indifferenza del padre nei confronti della figlia il Tribunale non ha ritenuto neppure sussistenti i presupposti per procedere a una regolamentazione del diritto di visita paterno.

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