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crocifisso aula tribunaleCon l’avvicinarsi delle festività Pasquali, mi è tornata in mente una recente sentenza con cui le Sezioni Unite sono state chiamate a pronunciarsi circa la presenza del crocifisso nelle aule dei Tribunali (v. Cass. Sez. Unite n. 5924/2011).

Il caso sottoposto all’attenzione della Sezioni Unite riguardava un magistrato di religione ebraica, il quale si era rifiutato di tenere udienza sino a quando non fosse stato rimosso il crocifisso in tutte le aule giudiziarie in cui esercitava le proprie funzioni.

Nonostante il Presidente del Tribunale avesse messo a disposizione del magistrato ebreo un’aula senza crocifisso, questi insisteva nel proprio rifiuto di tenere udienza.

A quel punto il Magistrato veniva sottoposto a procedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, al termine del quale veniva quindi destituito dall’ordine giudiziario per essere venuto meno al dovere fondamentale di svolgimento della funzione ed aver compromesso la credibilità personale ed il prestigio dell’istituzione giudiziaria.

Avverso tale provvedimento disciplinare, il Magistrato ebreo proponeva ricorso per Cassazione.

La Suprema Corte, concentrandosi non sull’accertamento della liceità della presenza del crocifisso, bensì sul comportamento del magistrato colpevole di una ripetuta sottrazione ai suoi doveri istituzionali e professionali, ha confermato la sanzione disciplinare inflitta.

La Cassazione ha infatti espresso il seguente principio: “poichè la Sezione disciplinare ha affermato la responsabilità del Dr. T. (ovvero il magistrato di fede ebraica, n.d.r) solo in relazione ai disservizi verificatisi per il rifiuto di tenere udienze in stanze o aule prive del crocifisso,e quindi in situazioni che – secondo l’accertamento fattuale della Sezione – non potevano comportare la lesione del suo diritto di libertà religiosa, di coscienza o di opinione, non può intentare causa giustificante di tale rifiuto la pretesa tutela della laicità dello Stato o dei diritti di libertà religiosa degli altri soggetti che si trovavano nelle altre aule di giustizia della Nazione, in cui il crocefisso era esposto”.

In buona sostanza, la Suprema Corte ha ritenuto che, nel caso di specie, non vi fosse stata alcuna lesione del diritto di libertà religiosa del magistrato ebreo in quanto a questi era stata riconosciuta la possibilità di tenere udienza in aule prive di crocifisso (possibilità, per l’appunto, rifiutata dal magistrato stesso).

 

macchina fotografica digitaleLe nuove tecnologie hanno fatto sì che maturasse in molti di noi una passione per gli scatti fotografici.

Di frequente si vedono persone di ogni età scattare fotografie per strada con la macchina fotografica digitale o con il cellulare. Altrettanto frequentemente poi molte di quelle foto vengono pubblicate nei vari Social Network  (quali Facebook) o comunque divulgate nel web.

E’ legittimo tutto questo? E’ possibile pubblicare le fotografie che ritraggono terze persone?

Al riguardo, occorre osservare quanto prescritto dalla Legge sul Diritto d’autore (Legge n. 633/1941).

L’art. 96 della citata Legge prevede che “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa salve le disposizioni dell’articolo seguente“.

Pertanto, se da un lato è certamente legittimo scattare fotografie che ritraggono una terza persona, dall’altro lato non è lecito divulgare (e quindi pubblicare su Internet) le relative immagini senza il consenso della persona ritratta (salvo alcune eccezioni che elencherò successivamente).

La Cassazione ha più volte chiarito che il consenso alla divulgazione dell’immagine non deve essere necessariamente scritto, potendo infatti essere prestato anche tacitamente.

Cito, ad esempio, la sentenza resa da Cass. Civ. n. 10957 del 6 maggio 2010 ove si legge testualmente : “Ai fini della esposizione, riproduzione o messa in commercio di un ritratto fotografico di una persona è sufficiente il consenso del titolare, anche tacito, atteso che per la sua manifestazione non sono richieste forme particolari dall’art. 96 l. 22 aprile 1941 n. 633, mentre l’art. 110 della suddetta legge, il quale richiede la forma scritta per la prova dei contratti aventi ad oggetto la trasmissione dei diritti di utilizzazione dell’immagine, è volto unicamente va disciplinare i conflitti tra pretesi titolari del medesimo diritto di sfruttamento delle immagini”.

Quindi il consenso può essere  dato anche verbalmente, o tacitamente, per implicito o per fatti concludenti. Non è necessaria la forma scritta.

La Cassazione ha poi chiarito che il consenso alla pubblicazione dell’immagine costituisce un negozio unilaterale, avente ad oggetto non già il diritto, personalissimo ed inalienabile, all’immagine, ma soltanto il suo esercizio, sicché esso è sempre revocabile, anche in difformità di quanto contrattualmente pattuito, salvo tuttavia il diritto al risarcimento del danno in favore della controparte (si veda Cass. Civ. n. 27506/2008).

Come già anzidetto,  è possibile divulgare immagini anche senza il consenso della persona ritratta in alcuni casi tassativamente indicati dalla legge. L’art 97, l. n. 633/1941 recita infatti: “Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, o quando la riproduzione e collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico“.

Per chi desidera ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto, questi sono i nostri contatti:

Studio Legale D’Arcangelo

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cane gatto condominio La Cassazione ha finalmente affermato che il regolamento condominiale, approvato dalla maggioranza dei partecipanti, NON può vietare ai condomini di tenere nei propri appartamenti un animale domestico.

Un simile divieto, infatti, comporta una compromissione del diritto di proprietà dei singoli condomini e, in quanto tale, deve essere approvato ad unanimità.

Ecco la decisione degli Ermellini:

“ Orbene, occorre considerare che le clausole del regolamento condominiale che impongono limitazioni ai poteri e alle facoltà spettanti ai condomini sulle parti di loro esclusiva proprietà incidono sui diritti dei condomini, venendo a costituire su queste ultime una servitù reciproca (Cass. 13164/2001); ne consegue che tali disposizioni hanno natura contrattuale, in quanto vanno approvate e possono essere modificate con il consenso unanime dei comproprietari, dovendo necessariamente rinvenirsi nella volontà’ dei singoli la fonte giustificatrice di atti dispositivi incidenti nella loro sfera giuridica: certamente, tali disposizioni esorbitano dalle attribuzioni dell’assemblea, alla quale è conferito il potere regolamentare di gestione della cosa comune, provvedendo a disciplinarne l’uso e il godimento.

Ciò posto, il divieto di tenere negli appartamenti i comuni animali domestici non può essere contenuto negli ordinari regolamenti condominiali, approvati dalla maggioranza dei partecipanti, non potendo detti regolamenti importare limitazioni delle facoltà comprese nel diritto di proprietà dei condomini sulle porzioni del fabbricato appartenenti ad essi individualmente in esclusiva (12028/1993). La sentenza va cassata in relazione al motivo; non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ.: pertanto, va rigettato l’appello proposto dal Condominio avverso la decisione di primo grado che va confermata. Le spese del giudizio di appello e quelle della presente fase vanno poste a carico del Condominio, risultato soccombente” (Cass. Civ. n. 3705/2011).

sinistro stradaleCon sentenza n. 29276 del 12 dicembre 2008 la Cassazione ha espresso il seguente principio:

“In tema di responsabilità per la circolazione dei veicoli, deve escludersi che il terzo trasportato legittimato, ai sensi dell’art. 141 del d.lg. n. 209 del 2005, all’esercizio dell’azione per i danni riportati nel sinistro direttamente contro l’assicuratore del veicolo rivesta la qualifica di consumatore e possa invocare l’operatività del cosiddetto foro del consumatore ai sensi dell’art. 33, lett. u, del d.lg. n. 206 del 2005, in quanto estraneo al regolamento negoziale assicurativo e conseguentemente non qualificabile come «beneficiario» della polizza”.

Indico di seguito la lucida ed argomentata motivazione della Suprema Corte:

“Il D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 141, nel prevedere che il trasportato possa agire contro l’assicuratore del veicolo sul quale trovavasi trasportato introduce una possibilità di agire contro l’assicuratore che, trovando la sua fonte direttamente nella legge, non sembra in alcun modo riconducibile all’ipotesi di azione esercitata da un consumatore. Da tanto consegue che la regola del foro del consumatore non può ad essa essere estesa per evidente mancanza di eadem ratio di disciplina.

In effetti, tenuto conto che la ratio del foro del consumatore si spiega in termini di tutela di una parte supposta dalla legge “debole” in sede di contrattazione è di tutta evidenza che la sua applicazione postula che esso debba trovare applicazione quando l’azione è esercitata sulla base del contratto e, quindi, da chi ha contrattato o utendo iuribus di costui. La tutela espressa dalla regola relativa al foro è, dunque, giustificata se deve trovare applicazione a costui ed è come tale riferibile solo alla sua posizione: così, se il contratto è stato stipulato da un soggetto, rivestente la posizione di consumatore e taluno agisce surrogandosi nei suoi diritti il foro del consumatore va riferito a colui che aveva contrattato e non certo a chi si surroga.

Ora, l’azione di cui all’art. 141 c.p.c., ha come fattispecie costitutiva una fattispecie complessa, che è data anzitutto dall’avere il trasportato a qualsiasi titolo (art. 122, comma 2, del D.Lgs.) subito un danno per un illecito da circolazione in occasione del trasporto sul veicolo e, quindi, dall’essersi verificato tale illecito. In riferimento a tale illecito è la legge che all’art. 122, comma 2, del D.Lgs. prevede che l’assicurazione obbligatoria debba comprendere anche la copertura di tale danno e tale copertura sussiste quale che sia il titolo di responsabilità nel rapporto fra trasportato e proprietario o conducente del veicolo.

Ciò non toglie, però, che nel momento della stipulazione del contratto assicurativo la posizione di consumatore resti sempre e soltanto quella del soggetto che stipula l’assicurazione e non quella del trasportato. Nè – al contrario rispetto a quanto assume l’istante – il trasportato può assumere la posizione di “consumatore” per il fatto che l’art. 122, comma 2, del D.Lgs. preveda che l’assicurazione copre anche il danno da lui subito. Invero, questa previsione, se ad essa non si accompagnasse quella dell’art. 141, che lo abilita all’azione diretta, introducendo nella fattispecie costitutiva dell’azione esercitabile appunto tale espressa previsione normativa, non lo abiliterebbe ad esercitare la garanzia assicurativa, che potrebbe essere attivata soltanto dall’assicurato, come di norma nel caso di assicurazione per la responsabilità civile. Solo l’assicurato resterebbe, pertanto, il consumatore.

Per tale ragione non può condividersi la suggestione espressa nell’illustrazione del motivo nel senso che il trasportato sarebbe beneficiario del contratto assicurativo. Sul significato di questo essere il trasportato “beneficiario” bisogna, infatti, intendersi. Egli, fin quando la vicenda si apprezza soltanto sul piano del regolamento contrattuale assicurativo, è beneficiario nel senso in cui un terzo può esserlo quando il contratto si stipula “a vantaggio del terzo”, nel senso che, senza che il terzo entri nel contratto, la prestazione dedotta nel contratto debba essere eseguita appunto a suo beneficio. Rispetto al contratto il terzo in questione rimane del tutto estraneo al regolamento e, quindi, non può assumere i panni del consumatore e beneficiare della tutela a costui riconosciuta.

Del tutto diverso è il caso in cui, invece, un contratto assicurativo si stipuli a favore del terzo, cioè di un terzo determinato o determinabile e sia lo stesso contratto a prevedere che questo terzo acquisisca i diritti contrattuali e li possa esercitare. In questo caso, essendo la stessa previsione contrattuale ad attribuirgli il diritto è evidente che la tutela data a chi stipula il contratto come “consumatore” dev’essere riferita anche al terzo, poichè nella logica del contratto egli nella sostanza viene ad assumere quella veste sulla base della contrattazione dello stipulante, onde i commoda della posizione di costui non possono che essere anche a lui riferibili. Ciò, almeno per quanto attiene alle vicende in cui il terzo voglia esercitare i diritti nascenti a suo favore dal contratto. Questione delicata è, invece, quella dell’individuazione del foro del consumatore quando insorga controversia sull’acquisto da parte del terzo del diritto nascente dal contratto o sulla permanenza della stipulazione a suo favore: in questo caso potrebbe ritenersi che la posizione di consumatore resti quella dello stipulante.

Nel caso del trasportato non si è, però, in presenza di un contratto a favore del terzo ed è solo la legge a prevedere che il terzo trasportato possa esercitare l’azione risarcitoria contro l’assicuratore per conseguire l’indennità assicurativa. Il diritto che egli esercita ha come elemento della fattispecie costitutiva il fatto dannoso, il danno subito e l’esistenza del contratto assicurativo relativamente, ma alla deduzione di tale esistenza egli è legittimato dalla legge e non dal contratto.

Per tale ragione egli non può pretendere di rivestire i panni del contraente-consumatore”.

Modulo constatazione amichevole avvocatoDopo essere stati coinvolti in un incidente stradale in cui non si siano riportati gravi danni alla propria persona bisogna cercare di mantenere la maggiore lucidità mentale possibile e compilare con attenzione il ben noto c.d. MODULO CAI, ovvero il modulo di CONSTATAZIONE AMICHEVOLE.

Infatti, come comunemente ritenuto dalla giurisprudenza di merito, il modulo CAI ha valore confessorio.

Quanto appena detto significa che le modalità del sinistro indicate nel Modulo CAI si presumono vere salvo che venga fornita diversa prova contraria.

Segnalo, in proposito, la recente sentenza n. 2867/2010 del 24 ottobre 2010 del Giudice di Pace di Bergamo, dott. Ingoglia ove si legge: “la sottoscrizione del modulo CAI da parte di uno dei soggetti coinvolti, ha valore confessorio nei confronti di chi lo ha sottoscritto, dal che consegue l’assunzione di responsabilità riguardo al contenuto di quanto sottoscritto e segnatamente della dinamica del sinistro”.

Del resto già il Giudice di Pace di Torino, con sentenza del 31 marzo 2008, aveva così statuito: Ad explicandum, l’art. 143 comma secondo del D.Lgs. 7 settembre 2005 n. 209 o cosi detto Codice delle Assicurazioni – che ha rinnovato per intero l’art. 5 comma secondo della L. 26 febbraio 1977 n. 39 – ha statuito che nell’ipotesi di CAI , congiuntamente sottoscritta da entrambi i conducenti coinvolti, si è presunto che il sinistro, salvo prova contraria da parte dell’assicuratore, si fosse verificato nelle circostanze, con le modalità e con le conseguenze risultanti dal modulo stesso.

Ad explicandum, il modulo blu ha integrato gli estremi di una confessione stragiudiziale, perché ha contenuto la descrizione, sottoscritta dalle parti, delle circostanze di fatto nelle quali si è verificato il sinistro (Pretura Verbania 23/11/81; Pretura Taranto 28/1/83 e 28/12/82; Pretura Asola 14/5/81; Giudice Pace Monza 22/1/96).

La confessione stragiudiziale del conducente, a norma del combinato disposto degli art. 2733 e 2735 c.c., fa piena prova contro il confitente, mentre può essere, alla luce degli altri elementi probatori emersi nel processo, liberamente apprezzata dal giudice nei confronti dell’assicuratore, litisconsorte necessario ex art. 23 L. 990/69 (Cass.Civ.Sez.III 25/1/1995; Corte Appello Milano 5/6/79; Corte Appello Trieste 4/3/86)

Si presti pertanto particolare attenzione nella compilazione e nella sottoscrizione del modulo blu di constatazione amichevole.

avvocato paternitàLo ha deciso la Corte Costituzionale con sentenza n. 285 del 28 luglio 2010.

La Corte d’appello di Firenze, nel corso di un procedimento civile promosso dalla Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense, con ordinanza emessa il 15 maggio 2009 aveva sollevato, in riferimento agli artt. 3, 29 e 31 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 70 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della L. 8 marzo 2000, n. 53), nella parte in cui non prevede il diritto del padre libero professionista di percepire, in alternativa alla madre biologica, l’indennità di maternità.

In particolare, ad avviso della Corte d’appello di Firenze la mancata possibilità per il padre libero professionista di usufruire dell’indennità di cui all’art. 70 del d.lgs. n. 151 del 2001, in alternativa alla madre, porrebbe in essere una disparità di trattamento fra i genitori, con conseguente limitazione della tutela del preminente interesse del minore. La norma impugnata, infatti, nell’impedire ai coniugi di valutare chi, assentandosi dal lavoro, meglio soddisfi le esigenze di tutela della prole, sia pure sotto un profilo economico, produrrebbe l’effetto di comprimere quei diritti che gli artt. 29 e 31 della Costituzione riconoscono alla famiglia anche al fine di agevolarne la formazione.

La  Corte d’Appello di Firenze osservava, poi, che la disciplina impugnata violerebbe, altresì, il principio di uguaglianza, in quanto la indicata indennità è riconosciuta al padre, in ragione del suo diritto di partecipare alla vita familiare in egual misura rispetto alla madre, sia nel caso di adozione o affidamento (sentenza n. 385 del 2005), sia in quello in cui egli svolga un’attività di lavoro dipendente (art. 28 d.lgs. n. 151 del 2001).

La Corte Costituzionale, con la succitata sentenza, ha però dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 70 del Dlgs n. 151/2001.

La Consulta ha infatti affermato che il fine perseguito dal legislatore mediante l’istituto dell’astensione obbligatoria è quello di tutelare la salute della donna nel periodo immediatamente precedente e successivo al parto, tenendo conto anche delle esigenze relazionali e affettive del figlio in tale periodo”.

Al padre, quindi, è riconosciuto il diritto all’indennità di maternità solo nei casi in cui “la tutela della madre non sia possibile a seguito di morte o di grave impedimento della stessa e ciò in quanto in simili ipotesi l’interesse che l’istituto dell’astensione obbligatoria può tutelare sono quelli del minore ed è quindi rispetto a questi che esso deve rivolgersi in via esclusiva”

facebook diffamazioneIl social network più popolare e più utilizzato in assoluto è certamente Facebook.

Ha cambiato il modo di interagire di ciascuno di noi, facilitando i rapporti interpersonali.

A Facebook va certamente riconosciuto il merito di aver consentito agli utenti dello stesso di riallacciare rapporti che sembravano ormai persi, nonché il  merito di aver favorito la nascita di nuove amicizie.

Tuttavia si deve ammettere che l’utilizzo improprio di Facebook ha condotto alla consumazione facile di reati quali la diffamazione e l’ingiuria.

Ed invero i Tribunali di tutta Italia cominciano ad essere chiamati a decidere sulle prime richieste di risarcimento per danni, morali e non patrimoniali, a fronte di diffamazione ed ingiurie avvenute a mezzo Facebook.

Emblematica è certamente la sentenza n. 770 del 2 marzo 2010 resa dal Tribunale di Monza il quale ha affermato che “L’utente di social network (nel caso di specie facebook) che sia destinatario di un messaggio lesivo della propria reputazione, dell’onore e del decoro, ha diritto al risarcimento del danno morale o non patrimoniale da porre a carico dell’autore del messaggio medesimo”.

Nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale di Monza un ragazzo aveva commentato in modo inequivocabilmente offensivo la foto della propria ex ragazza pubblicata su Facebook prendendo in giro un difetto fisico di quest’ultima.

Pubblico di seguito parte della sentenza de qua.

“Due giovani si conoscono e socializzano tramite F. e tra loro ha inizio una relazione da entrambi definita sentimentale, con sviluppi non lineari ed irreprensibili, descritti dal convenuto in modo minuzioso, pur se irrilevanti ai fini della presente decisione.

In tale contesto si inserisce l’invio da parte di B. di un messaggio a mezzo F. a A., datato 1.10.2008 e del seguente eloquentissimo tenore: (omissis)

Trattasi, in tutta evidenza, di un messaggio denotante la conoscenza non solo della imperfezione fisica sofferta da A., ma anche e soprattutto di alcune sue presunte preferenze maschili e abitudini sessuali.

Per di più, il messaggio presuppone precedenti conversazioni non gradite al mittente (“T consiglio di smetterla”) e che trovano riscontro nelle difese del convenuto, laddove ha lamentato il preteso comportamento persecutorio di parte attrice e la propria conseguente giustificata reazione.

Difese che, ad onor del vero, si appalesano ictu oculi come contraddittorie nel momento in cui alla contestazione della provenienza del messaggio è poi soggiunta la non riferibilità a A. del suo contenuto.

Immeritevoli di accoglienza appaiono, comunque, le generiche eccezioni svolte dal convenuto in relazione alla effettiva provenienza del messaggio de quo, posto che è ampiamente documentata dall’attrice la partecipazione di B. alla discussione in chat messaggistica sul profilo di un comune “amico F.” (tale G. F.) a commento di una foto che li ritrae assieme, l’inserimento di A. in tale conversazione web e la replica finale suggellata dal messaggio del quale oggi si discute (doc. 2).

Maggiormente dimostrativo della provenienza dal convenuto del messaggio in esame è l’ulteriore scambio di messaggi avvenuto tra le parti in ora tarda (ore 22,37 attrice – ore 1,03 convenuto: doc. 3), dal quale si evince anche la volontà di B. di rivendicare nuovamente il contenuto di quanto in precedenza scritto (“omissis”) e di voler sin da allora individuare una possibile scappatoia nella pretesa non riferibilità all’attrice delle gravi espressioni adottate (“omissis “).

Quest’ultima affermazione del convenuto è, di contro, dimostrativa del carattere pubblico delle offese arrecate: offese certamente riconducibili in modo immediato e diretto a A., non solo per la riferita forzata condivisione con i comuni “amici F.” delle abitudini di vita dell’attrice e dei suoi asseriti comportamenti vessatori (v. pag. 4 comparsa di risposta), ma anche più semplicemente per la evidente circostanza che il messaggio ingiurioso è immediatamente successivo a quello inviato dalla stessa A. a commento della foto pubblicata dal comune “amico” (il quale, poi, a detta

dello stesso convenuto ebbe a “cancellare” il messaggio de quo). La nota impossibilità di registrazione nel social network a nome di un utente già registrato (confermata anche in via documentale dall’attrice: docc. 4-5-6) e l’assenza di formali denunzie del convenuto concernenti eventuali e non dimostrati “furti d’identità” (anzi escludibili, alla luce dell’utilizzazione del medesimo recapito e-mail, in altre occasioni pubblicato: doc. 7) consentono di affermare la provenienza del messaggio da B.

Se a ciò si aggiungono le ulteriori considerazioni già ampiamente svolte in relazione alle note caratteristiche di F., ai suoi altrettanto notori e conosciuti limiti ed alla consapevole accettazione dei conseguenti rischi di una sua non corretta utilizzazione, non possono sussistere ragionevoli dubbi sulla affermazione di civile responsabilità del convenuto quanto agli effetti ed ai pregiudizi arrecati dal messaggio del giorno 1.10.2008 e dalla reale (e (ancor potenziale) sua diffusione.

Dunque, B. dev’essere condannato al risarcimento dei danni arrecati per tale via a A., dovendosi al riguardo escludere le invocate scriminanti o diminuenti di cui all’art. 599 c. II° c.p. ed all’art. 1227 c.c., certamente apparse incongrue anche in ossequio alla stessa prospettazione dei fatti offerta dalla difesa del convenuto.

(…)

Il Tribunale, definitivamente pronunziando sulla domanda proposta con atto di citazione notificato il 12.3.2009 da A.

nei confronti di B., così provvede:

1) condanna B. al pagamento, in favore di A., della somma di Euro 15.000,00 oltre agli interessi legali dalla data del fatto al saldo;

2) lo condanna, altresì, al pagamento delle spese processuali in favore di parte attrice, liquidate nella misura di Euro 4.400,58 (di cui Euro 186,58 per esborsi, Euro 1.214,00 per diritti ed Euro 3.000,00 per onorari), oltre spese generali, IVA e CPA come per legge;

3) dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva”.

spese straordinarie separazioneDopo aver già trattato l’argomento  qui, torno sul controverso tema del rimborso delle spese straordinarie in tema di separazione dei coniugi per pubblicare qualche caso pratico.

Con sentenza n. 82 del 2 febbraio 2010, il Tribunale di Piacenza ha ritenuto che non fossero rimborsabili le seguenti spese:

i premi pagati per la polizza RCA i premi pagati per la polizza RCA, per le riparazioni all’auto e per l’acquisto di carburante, essendo l’auto intestata alla madre e non essendovi prova che sia il figlio a farne uso; le spese documentate da meri scontrini dai quali non emerge la tipologia dell’acquisto o la riferibilità dello stesso figlio; le spese per abbigliamento, in quanto estranee alla nozione di spesa straordinaria; la spesa per la frequenza a un club, trattandosi di spesa voluttuaria, che, come tale, andava concordata tra i coniugi; la spesa di euro 1.699 per l’acquisto di un computer. In relazione a tale ultima spesa il Tribunale di Piacenza ha precisato che “pur se, in quanto tale, l’acquisto di un computer deve ritenersi scelta ragionevole ed addirittura più che utile alle esigenze di uno studente; è invece del tutto irragionevole l’entità di tale spesa, essendo dato di comune esperienza che un buon p.c. può essere acquistato con poche centinaia di euro. La spesa di euro 1.700 per un computer, in ragione della sua entità rispetto al bene acquistato, avrebbe quindi dovuto essere concordata tra i coniugi”.

Il Tribunale di Piacenza ha invece accordato il rimborso, trattandosi effettivamente di spese straordinarie relativamente alle quali vi era prova di pagamento delle seguenti spese: le spese relative all’iscrizione in palestra ed allo svolgimento di attività sportiva; le spese relative all’acquisto di testi universitari; le spese relative alla pensione completa ed al servizio di ombrellone in spiaggia, usufruiti presso un hotel nel periodo estivo.

Il Tribunale Monza, con sentenza n. 295 del 25 gennaio 2010 ha precisato che devono intendersi spese straordinarie scolastiche le seguenti spese: tasse scolastiche ed universitarie, rette, gite scolastiche, materiale didattico e libri di testo.

Con sentenza del 14 maggio 2007, il Tribunale di Como ha ritenuto che non fossero spese straordinarie rimborsabili le spese relative alla retta scolastica di un Istituto Superiore Privato. Il Tribunale ha invero affermato che tali spese “non possono definirsi “straordinarie” in senso logico-giuridico, poiché attengono ad esborsi ricorrenti su base annua nonché del tutto prevedibili sia nell’an sia nel quantum una volta che si faccia la scelta di iscrivere il minore ad un istituto di istruzione privato ; la natura privata dell’ente non rende ovviamente ” straordinaria ” la prestazione da esso resa la quale attiene all’obbligo legale della istruzione, e alla scelta genitoriale di assolvere detto obbligo rivolgendosi ad un soggetto di provata esperienza nel campo educativo e didattico; d’altro canto dette spese non possono ritenersi neppure “ordinarie” nel senso del riferimento all’ordinario mantenimento dei due minori: se così fosse, infatti, esse sarebbe state prese in considerazione ai fini della quantificazione dell’assegno mensile di mantenimento a carico del padre, il che invece certamente non è avvenuto”.

esame avvocatoCon sentenza n. 581 del 28.01.2011 il TAR Campania-Napoli, sez. VIII, ha ribadito che è legittima la non ammissione alla prova orale dell’esame di abilitazione alla professione di avvocato, nel caso in cui sia accertata l’identità di un elaborato scritto ad altro elaborato scritto.

Del resto il R.d. 22 gennaio 1934, n. 37 stabilisce che “La commissione, nel caso in cui accerti che il lavoro sia in tutto o in parte copiato da altro lavoro o da qualche pubblicazione, annulla la prova” (art. 23, terzo comma).

Nel caso sottoposto all’esame del succitato TAR, gli elaborati non solo contenevano  gli stessi riferimenti giurisprudenziali ma praticamente identiche erano le considerazioni personali formulate dai candidati ed analoga era altresì la “scaletta” utilizzata per esporle.

Sulla base di tali presupposti la Commissione esaminatrice aveva pertanto ritenuto che l’elaborato fosse viziato di plagio e quindi annullabile.

Il voto già assegnato veniva quindi revocato e l’elaborato veniva annullato.

La candidata aveva successivamente promosso ricorso innanzi al Tribunale Amministrativo territorialmente competente adducendo il difetto di motivazione dell’annullamento disposto dalla Commissione esaminatrice.

Nella sentenza in commento, il TAR , rigettava il ricorso proposto e confermava quanto affermato dal Consiglio di Stato con sentenza n. 2557 del 4 maggio 2010 “Non costituisce onere della commissione di esame dare contezza, attraverso segni grafici o evidenziazioni, dei passaggi degli elaborati esaminati e posti a raffronto dai quali si evince il vizio legittimante l’annullamento degli stessi: l’interessato, così come il giudice chiamato a valutare la legittimità dell’azione amministrativa, ben può riscontrare l’attività della commissione di esame, operando una lettura comparata dei compiti stessi, verificando così agevolmente se uno dei due candidati abbia attinto dall’altro o – il che è lo stesso sul piano del risultato – se entrambi abbiano fatto riferimento ad una fonte esterna”.

collegato_lavoroIl 24 novembre 2010 è entrato in vigore il c.d. Collegato Lavoro, ovvero la Legge n. 183/2010 varata dal Parlamento il 19 ottobre scorso e pubblicata sulla gazzetta ufficiale del 9 novembre.

Queste sono le novità più rilevanti:

1.       Il tentativo di conciliazione da esperire prima del giudizio torna ad essere facoltativo, anziché obbligatorio. Pertanto le parti (lavoratore e datore di lavoro) possono liberamente scegliere se tentare una soluzione extragiudiziale o se procedere direttamente in Tribunale. Quanto detto vale per qualsiasi rapporto di lavoro, sia pubblico che privato.

2.       Qualora venga tentata una soluzione extragiudiziale ma questa non vada a buon fine “senza adeguata motivazione”, il Giudice ne dovrà tener conto in sede di giudizio. In buona sostanza il comportamento delle parti (lavoratore o datore di lavoro) andrà a costituire un elemento di valutazione di cui il Giudice potrà tener conto nel momento in cui deve decidere ed emettere una sentenza

3.       Per quanto riguarda la procedura di impugnazione dei licenziamenti: resta invariato che chi vuole contestare un licenziamento è tenuto a impugnarlo, pena la decadenza, entro 60 giorni dalla ricezione della sua intimazione (o delle motivazioni). Resta anche invariato, poi, che una volta fatto questo adempimento il lavoratore deve successivamente depositare il ricorso in Tribunale, per dare avvio al giudizio vero e proprio. La vera novità risiede nel fatto che il lavoratore ha solo 270 giorni per dare avvio alla causa (non ha più quindi a disposizione un termine indefinito. Una volta decorso il termine di 270 giorni senza che il ricorso venga depositato in Tribunale, il licenziamento diventa non più impugnabile (anche nei casi di nullità).

4.       La Legge de qua ha poi introdotto la c.d. “forfetizzazione” del risarcimento del danno spettante al lavoratore che si sia visto riconoscere l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro (v. art. 32, commi 5, 6 e 7). Praticamente il risarcimento del danno andrà liquidato fra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità di retribuzione, indipendentemente dall’entità del danno effettivo che, in ragione della durata del processo, potrebbe risultare ben superiore.  Al riguardo non posso fare a meno di rappresentare che la Corte di Cassazione, nel corso degli ultimi giorni si è pronunciata per ben tre volte eccependo la legittimità costituzionale dei commi 5 e 6 del richiamato articolo 32 della legge n.183/2010 per contrasto con gli articoli 3, 4, 24,111 e 117 della Costituzione italiana.

Questo, in sintesi, quanto affermato dalla Suprema Corte con ordinanza interlocutoria n. 2112 del 28 gennaio 2011:

“Il danno sopportato dal prestatore di lavoro a causa dell’illegittima apposizione del termine al contratto è pari almeno alle retribuzioni perdute dal momento dell’inutile offerta delle proprie prestazioni e fino al momento dell’effettiva riammissione in servizio. Fino a questo momento, spesso futuro ed incerto durante lo svolgimento del processo e non certo neppure quando viene emessa la sentenza di condanna, il danno aumenta con decorso del tempo ed appare di dimensioni anch’esse non esattamente prevedibili.

Il rimedio apprestato dall’art. 32, commi 5 e 6 in questione non può essere assimilato all’indennità prevista dall’art. 8 l. 15 luglio 1966 n. 604 ed alternativa all’obbligo di riassunzione. L’ipotesi dell’art. 8 non riguarda il ristoro di un danno derivante dalla non attuazione di un rapporto di durata, ossia di un danno di un ammontare che aumenta col trascorrere del tempo, giacché il diritto all’indennità esclude il diritto al mantenimento del rapporto.

La liquidazione di un’indennità eventualmente sproporzionata per difetto rispetto all’ammontare del danno può indurre il datore di lavoro a persistere nell’inadempimento, eventualmente tentando di prolungare il processo oppure sottraendosi all’esecuzione della sentenza di condanna, non suscettibile di realizzazione in forma specifica. Né verrebbe risarcito il danno derivante da una sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa, causata dal rifiuto del datore.

Tutto ciò vanifica il diritto del cittadino al lavoro (art. 4 Cost) e nuoce all’effettività della tutela giurisdizionale, con danno che aumenta con la durata del processo, in contrasto con il principio affermato da quasi secolare dottrina processualistica, oggi espreso dagli artt. 24 e 111, secondo Comma Cost. (…).

Il contrasto delle disposizioni legislative in questione col diritto del cittadino al lavoro, di cui all’art. 4 Cost., è reso manifesto anche dalla non aderenza di esse alla giurisprudenza comunitaria. La sproporzione fa la tenue indennità ed il  danno, che aumenta con la permanenza del comportamento illecito del datore di lavoro, sembra contravvenire all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 199 ed allegato alla direttiva 1999/70, che impone agli Stati membri di “prevenire efficacemente l’utilizzazione abusiva di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato…ossia misure che devono rivestire un carattere non soltanto proporzionato, ma anche sufficientemente effettivo e dissuasivo per garantire la piena efficacia delle norme adottate in attuazione dell’accordo quadro (Corte CE sent. C. 212/04)”.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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