Archive for the ‘risarcimento danni’ Category

danno medicoSecondo il più recente orientamento della giurisprudenza di merito, la struttura sanitaria risponde sempre in solido con il medico per il risarcimento dei danni derivati al paziente, anche nel caso in cui questi abbia stipulato distinti ed autonomi contratti di prestazione professionale.

Ecco alcune delle più importanti pronunce in merito:

Tribunale di Nola, sez. II, 16 gennaio 2012

La responsabilità della struttura sanitaria e quella del medico dipendente hanno entrambe radice nell’esecuzione non diligente o errata della prestazione sanitaria, dando luogo ad un’obbligazione soggettivamente complessa dal lato passivo, in cui, nonostante la pluralità dei soggetti, esiste un rapporto per cui ciascuno dei debitori è tenuto a prestare l’intero come se egli fosse l’unico debitore; pertanto, anche quando è accertata la colpa del medico in via esclusiva senza che emergano profili autonomi di responsabilità in capo alla struttura sanitaria (cd. colpa organizzativa) – la casa di cura privata dove il paziente è stato ricoverato risponde comunque dei danni in solido col medico, quandanche ciascuno di essi abbia stipulato col paziente un contratto distinto ed autonomo, considerato che la prestazione della casa di cura e quella del medico sono collegate così strettamente da configurare un’obbligazione soggettivamente complessa con prestazione indivisibile ad attuazione congiunta, con la conseguenza che l’inadempimento di uno soltanto dei coobbligati obbliga anche llaltro al risarcimento. Ciò non muta anche quando (come nella specie) il medico non sia legato alla struttura sanitaria da un rapporto di lavoro subordinato.

Tribunale di Salerno, 11 gennaio 2011

La responsabilità di una casa di cura nei confronti di un paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, ai sensi dell’art. 1228 c.c., all’inadempimento delle prestazioni medico- professionali svolte direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario la circostanza

Tribunale di Milano, 24 giugno 2010

La responsabilità della casa di cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale ai sensi dell’art. 1218 c.c. e può conseguire sia all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico che, ex art. 1228 c.c., sia all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario “quale suo ausiliario necessario, pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale.

_____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Via Rocca n. 6 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

costa concordia risarcimento danniIl Sole 24 ore, riferendosi al recente naufragio della Costa Concordia, titola un articolo di ieri “la macchina legale è partita” .

3300 passeggeri, 11 vittime accertate e 22 dispersi alla data in cui si scrive. Una tragedia immane.

Sta per aprirsi un percorso di risarcimenti senza precedenti a memoria d’uomo.

Facciamo quindi il punto della situazione.

E’ bene che il risarcimento venga chiesto entro dieci giorni con una raccomandata a/r da spedire presso la sede legale della Costa Crociere chiedendo il risarcimento di tutti i danni subiti.

Quali danni potranno essere risarciti ai passeggeri della Costa Concordia tragicamente naufragata?

Innanzitutto i danni alle cose effettivamente subiti. Il danneggiato avrà l’onere di provare quello che aveva a bordo e quanto valeva. Onere della prova molto difficile da assolvere. In ogni caso il risarcimento del danno patrimoniale non potrà superare i 20 mila euro a testa.

Ovviamente ad ogni passeggero dovrà essere restituito l’importo pagato per la Crociera mai effettuata, nonché dovranno trovare ristoro tutte le spese affrontate a seguito del naufragio.

Parimenti andranno risarciti i danni alla persona (danni alla salute subiti per eventuali lesioni, danni morali, c.d danno morale da vacanza rovinata di cui ho parlato qui ).

Ai prossimi congiunti delle vittime andrà certamente riconosciuto il c.d. risarcimento del danno da perdita parentale.

E’ opportuno sottolineare che le c.d. class action proposte dalle varie associazioni dei consumatori, rischiano di non soddisfare pienamente i diritti dei singoli passeggeri coinvolti nel naufragio. I danni subiti dai singoli individui si differenziano infatti gli uni dagli altri.

Ed ecco alcuni consigli concreti per le persone coinvolte in questa terribile tragedia:
1)    Inviare una lettera raccomandata entro 10 giorni dall’incidente presso la sede legale della Costa Crociere intimando formalmente il risarcimento di tutti i danni subiti, nessuno escluso riservandosi di fornire successivamente tutta la documentazione;

2)    Presentare una denuncia/querela per le lesioni subite entro tre mesi dall’incidente;

3)    Reperire tutta la documentazione di viaggio;

4)    Stilare una lista dei beni di propria proprietà perduti a causa del naufragio;

5)    Conservare ricevute fiscali e certificati relativi a visite mediche affrontate per le lesioni e per i danni psicologici subiti.

_______________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Via Rocca n. 6 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

vacanza rovinataLe vacanze si sono rivelate una delusione? I turisti insoddisfatti potranno finalmente trovare tutela nel nuovissimo Codice del Turismo varato con  D.Lgs. 23 maggio 2011, n. 79 ed entrato in vigore il 21 giugno 2011.

Del c.d. danno da vacanza rovinata avevo già parlato in tempi non sospetti (cliccate qui ), quando ancora questa tipologia di danno era riconosciuta soltanto dalla giurisprudenza e dalla dottrina.

Oggi, invece, il danno da vacanza rovinata è stato finalmente riconosciuto con una norma ad hoc contenuta nel succitato Codice del Turismo.

Mi riferisco all’art. 47 il cui primo comma prevede quanto segue:

Nel caso in cui l’inadempimento o inesatta esecuzione delle prestazioni che formano oggetto del pacchetto turistico non sia di scarsa importanza ai sensi dell’articolo 1455 del codice civile, il turista puo’ chiedere, oltre ed indipendentemente dalla risoluzione del contratto, un risarcimento del danno correlato al tempo di vacanza inutilmente trascorso ed all’irripetibilita’ dell’occasione perduta.”

Attenzione però: il secondo comma della stessa norma prevede che la richiesta di risarcimento del danno da vacanza rovinata si prescrive in tre anni dalla data del rientro del turista.

Se invece i danni subiti si riferiscono al contratto di trasporto (cioè i danni inerenti al viaggio in aereo, in treno ecc. ecc.) eventualmente compreso nel pacchetto turistico, il termine di prescrizione è di soltanto un anno.

Ad ogni modo, una volta tornati dalla vacanza, contattate immediatamente il vostro avvocato di fiducia: saprà certamente assistervi al meglio.

_____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

 Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:

Studio Legale D’Arcangelo

Via Rocca n. 6 – 24055 Cologno al Serio (Bg)

e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com

Tel. e Fax 035/48.72.242

Cell.: 327/63.40.268

macchina fotografica digitaleLe nuove tecnologie hanno fatto sì che maturasse in molti di noi una passione per gli scatti fotografici.

Di frequente si vedono persone di ogni età scattare fotografie per strada con la macchina fotografica digitale o con il cellulare. Altrettanto frequentemente poi molte di quelle foto vengono pubblicate nei vari Social Network  (quali Facebook) o comunque divulgate nel web.

E’ legittimo tutto questo? E’ possibile pubblicare le fotografie che ritraggono terze persone?

Al riguardo, occorre osservare quanto prescritto dalla Legge sul Diritto d’autore (Legge n. 633/1941).

L’art. 96 della citata Legge prevede che “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa salve le disposizioni dell’articolo seguente“.

Pertanto, se da un lato è certamente legittimo scattare fotografie che ritraggono una terza persona, dall’altro lato non è lecito divulgare (e quindi pubblicare su Internet) le relative immagini senza il consenso della persona ritratta (salvo alcune eccezioni che elencherò successivamente).

La Cassazione ha più volte chiarito che il consenso alla divulgazione dell’immagine non deve essere necessariamente scritto, potendo infatti essere prestato anche tacitamente.

Cito, ad esempio, la sentenza resa da Cass. Civ. n. 10957 del 6 maggio 2010 ove si legge testualmente : “Ai fini della esposizione, riproduzione o messa in commercio di un ritratto fotografico di una persona è sufficiente il consenso del titolare, anche tacito, atteso che per la sua manifestazione non sono richieste forme particolari dall’art. 96 l. 22 aprile 1941 n. 633, mentre l’art. 110 della suddetta legge, il quale richiede la forma scritta per la prova dei contratti aventi ad oggetto la trasmissione dei diritti di utilizzazione dell’immagine, è volto unicamente va disciplinare i conflitti tra pretesi titolari del medesimo diritto di sfruttamento delle immagini”.

Quindi il consenso può essere  dato anche verbalmente, o tacitamente, per implicito o per fatti concludenti. Non è necessaria la forma scritta.

La Cassazione ha poi chiarito che il consenso alla pubblicazione dell’immagine costituisce un negozio unilaterale, avente ad oggetto non già il diritto, personalissimo ed inalienabile, all’immagine, ma soltanto il suo esercizio, sicché esso è sempre revocabile, anche in difformità di quanto contrattualmente pattuito, salvo tuttavia il diritto al risarcimento del danno in favore della controparte (si veda Cass. Civ. n. 27506/2008).

Come già anzidetto,  è possibile divulgare immagini anche senza il consenso della persona ritratta in alcuni casi tassativamente indicati dalla legge. L’art 97, l. n. 633/1941 recita infatti: “Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, o quando la riproduzione e collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico“.

Per chi desidera ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto, questi sono i nostri contatti:

Studio Legale D’Arcangelo

Via Rocca n. 6 – 24055 Cologno al Serio (Bg)

e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com

Tel. e Fax 035/48.72.242

Cell.: 327/63.40.268

Oppure compilate questo form.

sinistro stradaleCon sentenza n. 29276 del 12 dicembre 2008 la Cassazione ha espresso il seguente principio:

“In tema di responsabilità per la circolazione dei veicoli, deve escludersi che il terzo trasportato legittimato, ai sensi dell’art. 141 del d.lg. n. 209 del 2005, all’esercizio dell’azione per i danni riportati nel sinistro direttamente contro l’assicuratore del veicolo rivesta la qualifica di consumatore e possa invocare l’operatività del cosiddetto foro del consumatore ai sensi dell’art. 33, lett. u, del d.lg. n. 206 del 2005, in quanto estraneo al regolamento negoziale assicurativo e conseguentemente non qualificabile come «beneficiario» della polizza”.

Indico di seguito la lucida ed argomentata motivazione della Suprema Corte:

“Il D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 141, nel prevedere che il trasportato possa agire contro l’assicuratore del veicolo sul quale trovavasi trasportato introduce una possibilità di agire contro l’assicuratore che, trovando la sua fonte direttamente nella legge, non sembra in alcun modo riconducibile all’ipotesi di azione esercitata da un consumatore. Da tanto consegue che la regola del foro del consumatore non può ad essa essere estesa per evidente mancanza di eadem ratio di disciplina.

In effetti, tenuto conto che la ratio del foro del consumatore si spiega in termini di tutela di una parte supposta dalla legge “debole” in sede di contrattazione è di tutta evidenza che la sua applicazione postula che esso debba trovare applicazione quando l’azione è esercitata sulla base del contratto e, quindi, da chi ha contrattato o utendo iuribus di costui. La tutela espressa dalla regola relativa al foro è, dunque, giustificata se deve trovare applicazione a costui ed è come tale riferibile solo alla sua posizione: così, se il contratto è stato stipulato da un soggetto, rivestente la posizione di consumatore e taluno agisce surrogandosi nei suoi diritti il foro del consumatore va riferito a colui che aveva contrattato e non certo a chi si surroga.

Ora, l’azione di cui all’art. 141 c.p.c., ha come fattispecie costitutiva una fattispecie complessa, che è data anzitutto dall’avere il trasportato a qualsiasi titolo (art. 122, comma 2, del D.Lgs.) subito un danno per un illecito da circolazione in occasione del trasporto sul veicolo e, quindi, dall’essersi verificato tale illecito. In riferimento a tale illecito è la legge che all’art. 122, comma 2, del D.Lgs. prevede che l’assicurazione obbligatoria debba comprendere anche la copertura di tale danno e tale copertura sussiste quale che sia il titolo di responsabilità nel rapporto fra trasportato e proprietario o conducente del veicolo.

Ciò non toglie, però, che nel momento della stipulazione del contratto assicurativo la posizione di consumatore resti sempre e soltanto quella del soggetto che stipula l’assicurazione e non quella del trasportato. Nè – al contrario rispetto a quanto assume l’istante – il trasportato può assumere la posizione di “consumatore” per il fatto che l’art. 122, comma 2, del D.Lgs. preveda che l’assicurazione copre anche il danno da lui subito. Invero, questa previsione, se ad essa non si accompagnasse quella dell’art. 141, che lo abilita all’azione diretta, introducendo nella fattispecie costitutiva dell’azione esercitabile appunto tale espressa previsione normativa, non lo abiliterebbe ad esercitare la garanzia assicurativa, che potrebbe essere attivata soltanto dall’assicurato, come di norma nel caso di assicurazione per la responsabilità civile. Solo l’assicurato resterebbe, pertanto, il consumatore.

Per tale ragione non può condividersi la suggestione espressa nell’illustrazione del motivo nel senso che il trasportato sarebbe beneficiario del contratto assicurativo. Sul significato di questo essere il trasportato “beneficiario” bisogna, infatti, intendersi. Egli, fin quando la vicenda si apprezza soltanto sul piano del regolamento contrattuale assicurativo, è beneficiario nel senso in cui un terzo può esserlo quando il contratto si stipula “a vantaggio del terzo”, nel senso che, senza che il terzo entri nel contratto, la prestazione dedotta nel contratto debba essere eseguita appunto a suo beneficio. Rispetto al contratto il terzo in questione rimane del tutto estraneo al regolamento e, quindi, non può assumere i panni del consumatore e beneficiare della tutela a costui riconosciuta.

Del tutto diverso è il caso in cui, invece, un contratto assicurativo si stipuli a favore del terzo, cioè di un terzo determinato o determinabile e sia lo stesso contratto a prevedere che questo terzo acquisisca i diritti contrattuali e li possa esercitare. In questo caso, essendo la stessa previsione contrattuale ad attribuirgli il diritto è evidente che la tutela data a chi stipula il contratto come “consumatore” dev’essere riferita anche al terzo, poichè nella logica del contratto egli nella sostanza viene ad assumere quella veste sulla base della contrattazione dello stipulante, onde i commoda della posizione di costui non possono che essere anche a lui riferibili. Ciò, almeno per quanto attiene alle vicende in cui il terzo voglia esercitare i diritti nascenti a suo favore dal contratto. Questione delicata è, invece, quella dell’individuazione del foro del consumatore quando insorga controversia sull’acquisto da parte del terzo del diritto nascente dal contratto o sulla permanenza della stipulazione a suo favore: in questo caso potrebbe ritenersi che la posizione di consumatore resti quella dello stipulante.

Nel caso del trasportato non si è, però, in presenza di un contratto a favore del terzo ed è solo la legge a prevedere che il terzo trasportato possa esercitare l’azione risarcitoria contro l’assicuratore per conseguire l’indennità assicurativa. Il diritto che egli esercita ha come elemento della fattispecie costitutiva il fatto dannoso, il danno subito e l’esistenza del contratto assicurativo relativamente, ma alla deduzione di tale esistenza egli è legittimato dalla legge e non dal contratto.

Per tale ragione egli non può pretendere di rivestire i panni del contraente-consumatore”.

Modulo constatazione amichevole avvocatoDopo essere stati coinvolti in un incidente stradale in cui non si siano riportati gravi danni alla propria persona bisogna cercare di mantenere la maggiore lucidità mentale possibile e compilare con attenzione il ben noto c.d. MODULO CAI, ovvero il modulo di CONSTATAZIONE AMICHEVOLE.

Infatti, come comunemente ritenuto dalla giurisprudenza di merito, il modulo CAI ha valore confessorio.

Quanto appena detto significa che le modalità del sinistro indicate nel Modulo CAI si presumono vere salvo che venga fornita diversa prova contraria.

Segnalo, in proposito, la recente sentenza n. 2867/2010 del 24 ottobre 2010 del Giudice di Pace di Bergamo, dott. Ingoglia ove si legge: “la sottoscrizione del modulo CAI da parte di uno dei soggetti coinvolti, ha valore confessorio nei confronti di chi lo ha sottoscritto, dal che consegue l’assunzione di responsabilità riguardo al contenuto di quanto sottoscritto e segnatamente della dinamica del sinistro”.

Del resto già il Giudice di Pace di Torino, con sentenza del 31 marzo 2008, aveva così statuito: Ad explicandum, l’art. 143 comma secondo del D.Lgs. 7 settembre 2005 n. 209 o cosi detto Codice delle Assicurazioni – che ha rinnovato per intero l’art. 5 comma secondo della L. 26 febbraio 1977 n. 39 – ha statuito che nell’ipotesi di CAI , congiuntamente sottoscritta da entrambi i conducenti coinvolti, si è presunto che il sinistro, salvo prova contraria da parte dell’assicuratore, si fosse verificato nelle circostanze, con le modalità e con le conseguenze risultanti dal modulo stesso.

Ad explicandum, il modulo blu ha integrato gli estremi di una confessione stragiudiziale, perché ha contenuto la descrizione, sottoscritta dalle parti, delle circostanze di fatto nelle quali si è verificato il sinistro (Pretura Verbania 23/11/81; Pretura Taranto 28/1/83 e 28/12/82; Pretura Asola 14/5/81; Giudice Pace Monza 22/1/96).

La confessione stragiudiziale del conducente, a norma del combinato disposto degli art. 2733 e 2735 c.c., fa piena prova contro il confitente, mentre può essere, alla luce degli altri elementi probatori emersi nel processo, liberamente apprezzata dal giudice nei confronti dell’assicuratore, litisconsorte necessario ex art. 23 L. 990/69 (Cass.Civ.Sez.III 25/1/1995; Corte Appello Milano 5/6/79; Corte Appello Trieste 4/3/86)

Si presti pertanto particolare attenzione nella compilazione e nella sottoscrizione del modulo blu di constatazione amichevole.

collegato_lavoroIl 24 novembre 2010 è entrato in vigore il c.d. Collegato Lavoro, ovvero la Legge n. 183/2010 varata dal Parlamento il 19 ottobre scorso e pubblicata sulla gazzetta ufficiale del 9 novembre.

Queste sono le novità più rilevanti:

1.       Il tentativo di conciliazione da esperire prima del giudizio torna ad essere facoltativo, anziché obbligatorio. Pertanto le parti (lavoratore e datore di lavoro) possono liberamente scegliere se tentare una soluzione extragiudiziale o se procedere direttamente in Tribunale. Quanto detto vale per qualsiasi rapporto di lavoro, sia pubblico che privato.

2.       Qualora venga tentata una soluzione extragiudiziale ma questa non vada a buon fine “senza adeguata motivazione”, il Giudice ne dovrà tener conto in sede di giudizio. In buona sostanza il comportamento delle parti (lavoratore o datore di lavoro) andrà a costituire un elemento di valutazione di cui il Giudice potrà tener conto nel momento in cui deve decidere ed emettere una sentenza

3.       Per quanto riguarda la procedura di impugnazione dei licenziamenti: resta invariato che chi vuole contestare un licenziamento è tenuto a impugnarlo, pena la decadenza, entro 60 giorni dalla ricezione della sua intimazione (o delle motivazioni). Resta anche invariato, poi, che una volta fatto questo adempimento il lavoratore deve successivamente depositare il ricorso in Tribunale, per dare avvio al giudizio vero e proprio. La vera novità risiede nel fatto che il lavoratore ha solo 270 giorni per dare avvio alla causa (non ha più quindi a disposizione un termine indefinito. Una volta decorso il termine di 270 giorni senza che il ricorso venga depositato in Tribunale, il licenziamento diventa non più impugnabile (anche nei casi di nullità).

4.       La Legge de qua ha poi introdotto la c.d. “forfetizzazione” del risarcimento del danno spettante al lavoratore che si sia visto riconoscere l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro (v. art. 32, commi 5, 6 e 7). Praticamente il risarcimento del danno andrà liquidato fra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità di retribuzione, indipendentemente dall’entità del danno effettivo che, in ragione della durata del processo, potrebbe risultare ben superiore.  Al riguardo non posso fare a meno di rappresentare che la Corte di Cassazione, nel corso degli ultimi giorni si è pronunciata per ben tre volte eccependo la legittimità costituzionale dei commi 5 e 6 del richiamato articolo 32 della legge n.183/2010 per contrasto con gli articoli 3, 4, 24,111 e 117 della Costituzione italiana.

Questo, in sintesi, quanto affermato dalla Suprema Corte con ordinanza interlocutoria n. 2112 del 28 gennaio 2011:

“Il danno sopportato dal prestatore di lavoro a causa dell’illegittima apposizione del termine al contratto è pari almeno alle retribuzioni perdute dal momento dell’inutile offerta delle proprie prestazioni e fino al momento dell’effettiva riammissione in servizio. Fino a questo momento, spesso futuro ed incerto durante lo svolgimento del processo e non certo neppure quando viene emessa la sentenza di condanna, il danno aumenta con decorso del tempo ed appare di dimensioni anch’esse non esattamente prevedibili.

Il rimedio apprestato dall’art. 32, commi 5 e 6 in questione non può essere assimilato all’indennità prevista dall’art. 8 l. 15 luglio 1966 n. 604 ed alternativa all’obbligo di riassunzione. L’ipotesi dell’art. 8 non riguarda il ristoro di un danno derivante dalla non attuazione di un rapporto di durata, ossia di un danno di un ammontare che aumenta col trascorrere del tempo, giacché il diritto all’indennità esclude il diritto al mantenimento del rapporto.

La liquidazione di un’indennità eventualmente sproporzionata per difetto rispetto all’ammontare del danno può indurre il datore di lavoro a persistere nell’inadempimento, eventualmente tentando di prolungare il processo oppure sottraendosi all’esecuzione della sentenza di condanna, non suscettibile di realizzazione in forma specifica. Né verrebbe risarcito il danno derivante da una sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa, causata dal rifiuto del datore.

Tutto ciò vanifica il diritto del cittadino al lavoro (art. 4 Cost) e nuoce all’effettività della tutela giurisdizionale, con danno che aumenta con la durata del processo, in contrasto con il principio affermato da quasi secolare dottrina processualistica, oggi espreso dagli artt. 24 e 111, secondo Comma Cost. (…).

Il contrasto delle disposizioni legislative in questione col diritto del cittadino al lavoro, di cui all’art. 4 Cost., è reso manifesto anche dalla non aderenza di esse alla giurisprudenza comunitaria. La sproporzione fa la tenue indennità ed il  danno, che aumenta con la permanenza del comportamento illecito del datore di lavoro, sembra contravvenire all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 199 ed allegato alla direttiva 1999/70, che impone agli Stati membri di “prevenire efficacemente l’utilizzazione abusiva di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato…ossia misure che devono rivestire un carattere non soltanto proporzionato, ma anche sufficientemente effettivo e dissuasivo per garantire la piena efficacia delle norme adottate in attuazione dell’accordo quadro (Corte CE sent. C. 212/04)”.

responsabilità professionale avvocatoIl difensore munito di procura alle liti è soggetto a quelle medesime obbligazioni che fanno carico a qualsiasi altro mandatario. Fra dette obbligazioni occorre menzionare quelle imposte dagli artt. 1712 cod. civ. (comunicazione dell’eseguito mandato) e 1713 (obbligo di rendiconto).

Occorre peraltro ricordare che la responsabilità del professionista deve essere valutata secondo il parametro della diligenza fissato dall’art. 1176 cod. civ. ed eventualmente alla luce dell’art. 2236 cod. civ. quando trattasi di prestazione che implica soluzioni di problemi di speciali difficoltà (Cass. Civ. n. 2230/1973).

Pertanto la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento della sua attività è quella media, cioè la diligenza posta nell’ esercizio della propria attività, dal professionista di preparazione professionale e di attenzione medie (Cass. 14-08-1997 n. 7618; Cass. 6-02- 1998 n. 1286; Cass. 8-08-2000 n. 10431). Nel caso in cui l’attività professionale richieda la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, la responsabilità è attenuata, in ragione della regola di responsabilità prevista nell’ art. 2236 cod. civ., secondo cui “se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave”. (Cfr. Cass. 8-08-2000 n. 10431.)

Va comunque specificato che dottrina e giurisprudenza qualificano costantemente l’obbligazione dell’avvocato, sia per la sua attività stragiudiziale che per quella giudiziale, quale obbligazione di mezzi e non di risultato (Cassazione civile , 26 Febbraio 2002, n. 2836 sez. III, in Resp. civ. e prev. 2002, 6, 1376;  Cassazione, sez. II, 18.7.2002 sent. n. 1045).. Rientra comunque nel dovere del professionista svolgere ogni attività necessaria e utile alla fattispecie concreta.

La Giurisprudenza di legittimità è costante nell’affermare che l’inadempimento del professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell’attività esercitata

“L’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi dell’art. 2236 e 1176 cod. civ., in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui, per negligenza o imperizia, compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzioni di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave” (Cass. Civ., n. 16846/2005).

L’affermazione del nesso di causalità rappresenta sicuramente il passaggio più difficile e delicato dei giudizi di responsabilità professionale dell’avvocato.

Sino a pochissimo tempo fa, la Giurisprudenza prevalente affermava che “il cliente è tenuto a provare non solo di aver sofferto un danno, ma anche che questo è stato causato dall’insufficiente o inadeguata attività del professionista, e cioè, dalla difettosa prestazione professionale. In particolare, trattandosi dell’attività del difensore, l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine – positivamente svolta – sul sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, quindi, la certezza che gli effetti di una diversa attività del professionista medesimo sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente, rimanendo, in ogni caso, a carico del professionista l’onere di dimostrare l’impossibilità a lui non imputabile della perfetta esecuzione della prestazione” ( v., ad esempio, Cass., 16/10/2008, n. 25266).

Oggi, invece, l’orientamento dominante della Suprema Corte pare aver cambiato rotta. Sempre più spesso viene infatti ritenuto che “l’affermazione della responsabilità professionale dell’avvocato non implica l’indagine sul sicuro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta o diligentemente coltivata e, perciò, la ‘certezza morale’ che gli effetti di una diversa attività del professionista sarebbero stati vantaggiosi per il cliente. Ne consegue che al criterio della certezza della condotta può sostituirsi quello della probabilità di tali effetti e della idoneità della condotta a produrli”( Cass. 6/2/1998, n. 1286; 18/4/2005, n. 7997; 18/4/2007, n. 9238; Cass. 3/4/2009, n. 8151)

convivente risarcimento danniL’art. 185 cod. pen. recita testualmente: “ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”.

La precedente Giurisprudenza (ormai del tutto superata) riteneva che il convivente more uxorio non fosse legittimato a chiedere il risarcimento del danno in caso di delitto commesso da terzi nei confronti del proprio partner.

La Corte di Cassazione affermava infatti quanto segue: “ In base al principio del neminem laedere, sancito dall’art. 2043 cod. civ., danno risarcibile è solo quello che si verifica per la lesione di un diritto, Pertanto, nel caso di morte di una persona, il soggetto che con essa conviva ricevendone vantaggi o prestazioni, che chiami in giudizio il responsabile dell’evento mortale, deve dimostrare il suo diritto a quei vantaggi ed a quelle prestazioni della persona deceduta; diritto che non può discendere che da legge o da patto. Nessuna di tali ipotesi ricorre nel caso di convivente more uxorio, che conseguentemente è carente di legitimatio ad causam per risarcimento di danni cagionati dalla uccisione della persona con cui conviveva” (Cass. Civ. n. 9708/1992).

Successivamente, la Suprema Corte, mutando radicalmente il proprio orientamento, è giunta a riconoscere la legittimazione del convivente a costituirsi parte civile in caso di delitto ad danni del proprio partner ad opera di terzi.

Gli Ermellini sono giunti a tale conclusione in quanto l’aggressione del terzo lede il convivente nel suo diritto di libertà, nascente direttamente dalla Costituzione, alla continuazione del rapporto, diritto assoluto e tutelabile erga omnes, senza perciò interferenze da parte di terzi.

La Cassazione ha comunque precisato che il risarcimento può essere riconosciuto solo allorquando “la convivenza abbia avuto un carattere di stabilità tale da far ragionevolmente ritenere che, ove non fosse intervenuta l’altrui azione micidiale, la convivenza sarebbe continuata nel tempo”  (Cass. Pen. n. 1313/1995).

La Suprema Corte civile è giunta di recente ad affermare che “chi chieda il risarcimento del danno derivatogli dalla lesione materiale, cagionata alla persona con la quale convive deve dimostrare l’esistenza e la portata dell’equilibrio affettivo-patrimoniale instaurato con la medesima e perciò l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti con vicendevole assistenza materiale e morale (…). Tale prova può essere fornita con qualsiasi mezzo, mentre il certificato anagrafico può tutt’al più provare la coabitazione, insufficiente a dimostrare la condivisione di pesi e oneri di assistenza personale e di contribuzione e collaborazione domestica analoga a quella matrimoniale.

e-mail decreto ingiuntivoAi sensi dell’art. 634 del codice di procedura civile le promesse unilaterali per scrittura privata, rientrano tra le prove scritte idonee a documentare un credito in sede di procedimento per decreto ingiuntivo.

L’e-mail  contenente una promessa di pagamento soddisfa il requisito legale della forma scritta richiesto dall’art. 634 c.p.c.?

A questo proposito, occorre innanzitutto richiamare il T.U. (D.P.R.) n. 445/2000 il cui art. 1, primo comma lett. B), sancisce che il documento informatico è “ la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”. L’e-mail può quindi certamente essere ritenuta un documento informatico.

L’art. 8 del citato Testo Unico stabilisce poi la piena validità di tale documento, disponendo che “il documento informatico da chiunque formato, la registrazione su supporto informatico e la trasmissione con strumenti telematici, sono validi e rilevanti a tutti gli effetti di legge, se conformi alle disposizioni del presente testo unico”.

L’art. 10, comma 2 del Testo Unico sancisce infine che  “il documento informatico sottoscritto con firma elettronica, soddisfa il requisito legale della forma scritta”.

Per firma elettronica deve intendersi “l’insieme dei dati in forma elettronica, allegati oppure connessi tramite associazione logica ad altri dati elettronici, utilizzati come metodo di autenticazione informatica”.

Dato che il mittente della e-mail per poter creare ed inviare detta e-mail deve eseguire una procedura di validazione, inserendo il proprio username e la password, diversi Giudici hanno ritenuto che tale documento informatico soddisfasse il requisito legale della forma scritta e ben potesse essere posto a fondamento dell’emissione di un decreto ingiuntivo.

Cito, ad esempio, Tribunale di Cuneo, decreto ingiuntivo n. 848 del 15 dicembre 2003; Tribunale di Mondovì, decreto ingiuntivo n. 375 del 07 giugno 2004; Giudice di Pace di Pesaro in data  novembre 2004.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

patty riccia

Lo studio Legale D’Arcangelo
Il mio impegno contro il bullismo

divieto bullismo

Intervista all'avv. D'Arcangelo
Iscriviti alla nostra Newsletter

Iscriviti tramite Facebook
... oppure inserisci i tuoi dati:


L'indirizzo al quale desideri ricevere le newsletter.
Ai sensi del d.lgs. 196/2003, La informiamo che:
a) titolare del trattamento è l'avvocato Patrizia D'Arcangelo, 24055 Cologno al serio (bg), Strada delle gambe n. 2
b) responsabile del trattamento è Patrizia D'Arcangelo, 24055 Cologno al Serio (bg), strada delle gambe n. 2
c) i Suoi dati saranno trattati (anche elettronicamente) soltanto dagli incaricati autorizzati, esclusivamente per dare corso all'invio della newsletter e per l'invio (anche via email) di informazioni relative alle iniziative del Titolare;
d) la comunicazione dei dati è facoltativa, ma in mancanza non potremo evadere la Sua richiesta;
e) ricorrendone gli estremi, può rivolgersi all'indicato responsabile per conoscere i Suoi dati, verificare le modalità del trattamento, ottenere che i dati siano integrati, modificati, cancellati, ovvero per opporsi al trattamento degli stessi e all'invio di materiale. Preso atto di quanto precede, acconsento al trattamento dei miei dati.

Acconsento al trattamento dei miei dati personali (decreto legislativo 196 del 30/Giugno/2003)



Studio Legale D’Arcangelo
Canale Ufficiale Google+