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PREMESSA

Come ormai noto, la legge n. 219/2012 ha modificato l’art. 38 Disp. Att. cod. civ. riducendo le attribuzioni del Tribunale per i Minorenni.

Vero è anche che la citata norma è stata riscritta in modo poco chiaro e si è prestata (e si presta tuttora) ad una notevole attività interpretativa soprattutto con riferimento alla corretta individuazione dell’autorità giudiziaria a cui competa provvedere nell’interesse del minore nei casi in cui si prospetti la necessità di interventi limitativi della potestà genitoriale.

Proprio in relazione a questo argomento, è bene ricordare che il novellato art. 38 Disp. Att. Cod. civ. prevede oggi che il Tribunale per i Minorenni resti competente per i provvedimenti in caso di condotta del genitore pregiudizievole ai figli (ex art. 333 c.c.), purché non sia “in corso” tra le parti un giudizio di separazione o divorzio o relativo all’esercizio della potestà genitoriale ex art. 316 cod. civ. In tali casi, infatti “per tutta la durata del processo la competenza […] spetta al giudice ordinario”.

Nell’attività interpretativa della novellata norma codicistica è certamente apprezzabile il Protocollo d’intesa del Tribunale Ordinario e del Tribunale per i Minorenni di Brescia.

Con la predisposizione e diffusione di tale Protocollo, il Tribunale Ordinario ed il Tribunale per i Minorenni di Brescia si sono invero  prefissi lo scopo di  superare le pericolose disarmonie venutesi a creare con riferimento all’individuazione dell’autorità giudiziaria tenuta a provvedere nell’interesse del minore nei casi in cui si prospetta la necessità di interventi limitativi dell’esercizio della potestà genitoriale.

Del resto le Linee Guida del Consiglio d’Europa del 17 novembre 2010, fatte proprie dall’Unione Europea, tendono proprio a far sì che vengano promosse delle “azioni a misura di minore” per evitare ritardi ingiustificati nella loro tutela.

Tra le attività previste, ricorda il suddetto Protocollo,  rientra anche la predisposizione di strumenti volti ad assicurare che tutti i professionisti interessati che lavorano a contatto con i minori, ricevano delle istruzioni concrete al fine di garantire ed attuare adeguatamente i diritti dei minori.

IL CASO: IL RIPARTO DI COMPETENZA IN PENDENZA DI GIUDIZIO DI SEPARAZIONE

Il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro trasmetteva al Tribunale Ordinario della stessa città, procedimento ex art. 333 cod. civ. promosso da parte del Pubblico Ministero, rilevando che pendeva procedimento per separazione tra i genitori del minore interessato.

Il Tribunale Ordinario, appurando però che il giudizio di separazione tra i genitori si era in realtà estinto successivamente alla proposizione del ricorso presentato dal Pubblico Ministero presso il Tribunale per i Minorenni, dichiarava la propria incompetenza e disponeva la restituzione degli atti al Tribunale per i Minorenni di Catanzaro.

Il Tribunale Ordinario sottolineava invero che la vis actractiva dei procedimenti ex art. 333 cod. civ., prevista dalla novella legislativa, opera soltanto laddove il procedimento separativo (ovvero il giudizio di separazione o di divorzio o ex art. 316 cod. civ.) sia “in corso” e “per tutta la durata del medesimo”.

Lo stesso Tribunale , richiamando il Protocollo d’intesa tra il Tribunale Ordinario ed il Tribunale per i Minorenni di Brescia, evidenziava che allorquando il procedimento separativo sia in fase di quiescenza e non vi sia giudice che stia trattando attivamente la causa, la competenza a trattare il procedimento vada ravvisata in capo al Tribunale per i Minorenni.

In relazione al riparto di competenza tra Tribunale Ordinario e Tribunale per i Minorenni per i procedimenti ex art. 333 cod. civ., il Protocollo di Brescia è quindi attualmente considerato tra le migliori prassi applicative  e certamente è da segnalare per la sua completezza e chiarezza.

Il Protocollo, invero, chiarisce anche che la competenza del Tribunale ordinario per i provvedimenti de potestate presuppone che nel giudizio “in corso” si controverta su problematiche relative ai minori, con la conseguenza che, qualora sia stata già pronunciata una sentenza non definitiva che abbia risolto la questione dell’affidamento dei figli e sono in discussione solo le questioni di carattere economico la competenza ad emettere i provvedimenti di cui all’art. 38, I comma Disp. Att. cod. civ., resterà in capo al giudice minorile.

Parimenti, sempre secondo il Protocollo di Brescia, sarà competente il Tribunale per i Minorenni nel caso in cui il processo penda in secondo grado ma l’impugnazione non investa le questioni relative all’affidamento dei minori.

* Nota a ordinanza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo, pubblicata su “Questioni di Diritto di Famiglia” – Maggioli Editore

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affidamento figlio divorzioEcco il principio di diritto statuito dalla Suprema Corte con sentenza n. 19594 del 26 settembre 2011:

“Il figlio minore ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, ma per realizzare tale finalità il giudice è libero di adottare i provvedimenti che ritiene più idonei, nell’interesse esclusivo del minore. Il giudice, quindi, può regolare i tempi e le modalità della presenza del figlio presso ciascun genitore, con una valutazione che, se risponde all’interesse del minore, si sottrae a qualsiasi possibilità di revisione in sede di legittimità (nel caso di specie, il giudice ha ritenuto che una limitazione del pernottamento del minore presso il padre per i primi quattro anni di età fosse la scelta più conforme all’interesse del figlio, rispetto alla sua età, e tanto basta per ritenere legittimo il provvedimento adottato)”.

Di seguito trovate il testo integrale della sentenza de qua:

“SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La sig.ra P.E. con ricorso ex art. 317 bis cod. civ., notificato il 3 agosto 2009 al sig. A.L. – con cui aveva avuto una relazione dalla quale era nato il figlio A., riconosciuto da entrambi i genitori – chiedeva al tribunale per i minorenni di Perugia di regolamentare il diritto di visita del padre e di determinare l’assegno a suo carico per il mantenimento del minore. Analogo ricorso, che con il primo veniva riunito, veniva proposto dal sig. A..

Il tribunale, con decreto 5 febbraio 2010, disponeva l’affido congiunto del minore, il suo collocamento presso la madre, le modalità di frequentazione del padre e dei nonni paterni (con diritto anche di quest’ultimi di tenere il bambino presso di sè) con il minore e un assegno di mantenimento a carico del padre di Euro 1000,00 mensili. La sig.ra P. proponeva reclamo avverso tale provvedimento alla Corte d’appello di Perugia, sezione per i minorenni, chiedendo la modifica del provvedimento del tribunale, in particolare restringendo gli orari di visita del padre ed escludendo il diritto a tenerlo presso di sè anche la notte fino al compimento del quarto anno di età, nonchè escludendo il diritto di visita dei nonni. Il sig. A. chiedeva il rigetto del reclamo e l’ampliamento della propria frequentazione con il minore, confermando quello dei nonni. La Corte d’appello, con decreto depositato in data 25 marzo 2010, limitava il diritto del padre a tenere presso di sè di notte il minore e revocava il diritto autonomo di visita dei nonni. Il sig. A. ricorre a questa Corte avverso il decreto, con atto notificato alla controparte il 23 aprile 2010, nonchè al P.G. presso la Corte d’appello di Perugia. La parte intimata resiste con controricorso notificato il 19 maggio 2010 e memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1.Con il primo motivo si denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 317 bis c.p.c., nonchè della L. n. 54 del 2006 e delle Convenzioni internazionali. Si deduce al riguardo che le limitazioni agl’incontri fra il ricorrente e il figlio, con l’autorizzazione al pernottamento una sola notte a settimana, sono state motivate con la tenera età del bambino e la mancata convivenza del gruppo familiare dopo la sua nascita, che gli impedirebbe la piena identificazione della figura paterna quale figura di riferimento. Tale motivazione si fonderebbe sull’erroneo presupposto che non vi sia stata convivenza fra i genitori del minore, mentre il ricorrente in effetti dormiva nella casa familiare, anche dopo la sua nascita, quattro notti su sette e dopo la separazione dalla madre del bambino aveva affittato una casa a pochi chilometri di distanza da quella. Comunque detta convivenza non poteva essere assunta dalla Corte di merito quale motivo per la sua decisione, non prevedendolo alcuna legge, così come non era valido motivo per la su detta decisione la tenera età del bambino.

1.2. Il motivo è inammissibile.

Vero è che in tema di affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio la L. n. 54 del 2006, dichiarando applicabili ai relativi procedimenti le regole da essa introdotte per quelli in materia di separazione e divorzio, ha reso impugnabili con il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., i provvedimenti emessi dalla Corte d’appello, sezione per i minorenni, in sede di reclamo avverso i provvedimenti adottati ai sensi dell’art. 317-bis relativamente all’affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio ed alle conseguenti statuizioni economiche (Cass. 30 ottobre 2009, n. 23032). Ma la relativa impugnazione deve essere mantenuta nei precisi limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., cosicchè dinanzi a questa Corte non possono essere rimessi in discussione nè gli accertamenti di fatto compiuti dalla Corte d’appello, se non con precise censure di ordine motivazionale, nè le valutazioni di stretto merito, che sono del tutto estranee al giudizio di legittimità.

Nel caso di specie, sotto il profilo formale della violazione di legge, in effetti si contesta, senza indicare risultanze probatorie delle quali sia stato omesso l’esame, ovvero vizi di ordine logico nella motivazione, l’accertamento della Corte d’appello secondo il quale “nel caso in esame una reale convivenza fra i genitori non vi è mai stata in quanto, a prescindere da alcuni punti di divergenza nelle relative versioni, è pacifico che l’avv. A. svolge la sua attività lavorativa professionale a (OMISSIS) e che alcuni giorni si intrattiene anche a (OMISSIS), ove risiedono i suoi genitori, cosicchè la convivenza è stata non solo sicuramente breve ma anche del tutto sporadica se non occasionale”. Parimenti si contesta la valutazione di merito della Corte d’appello secondo la quale, tenuto conto dell’assenza di una convivenza del padre con il bambino prima della rottura del rapporto con la madre, nonchè della situazione lavorativa, con i su detti spostamenti, del padre, la permanenza notturna del minore presso di lui andava ridotta, sino all’età di quattro anni, ad una sola notte la settimana.

Ne deriva che, essendo gli accertamenti compiuti di mero fatto e i criteri usati dalla Corte d’appello finalizzati a una valutazione di opportunità, il motivo va dichiarato inammissibile, risolvendosi nella censura di valutazioni riservate in via esclusiva alla Corte di merito in relazione alle quali non vengono prospettati vizi motivazionali.

2.1. Il secondo, il terzo e il sesto motivo vanno esaminati congiuntamente.

Con il secondo motivo si denuncia ancora la violazione delle medesime norme di legge – applicabili anche ai figli naturali – in quanto queste elevano la bigenitorialità a principio cardine del sistema familiare vigente, in attuazione degli artt. 29 e 30 Cost. e del principio di uguaglianza, in forza del quale il figlio ha diritto ad avere un rapporto continuativo con entrambi i genitori, anche ove si separino. La motivazione della Corte d’appello violerebbe tale principio.

Con il terzo motivo si denuncia la violazione della Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 che impone agli Stati di rispettare il diritto del fanciullo “di mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori, salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo”.

Con il sesto motivo si lamenta la violazione degl’interessi paterni e di quelli del minore, costituzionalmente garantiti, compromessi dalla compressione della concreta esplicazione della potestà genitoriale del padre a vantaggio della madre.

2.2. I motivi sono infondati, disponendo l’art. 155 cod. civ. che il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, ma la sua attuazione è rimessa al giudice, il quale (art. 155, comma 2) per realizzare la finalità su detta “adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa”, determinando esclusivamente in relazione a tale interesse “i tempi e le modalità” della sua presenza presso ciascun genitore”, prendendo atto solo se non contrari all’interesse del figlio degli stessi accordi fra i genitori. Parimenti la Convenzione citata dal ricorrente indica quale metro di valutazione l’interesse del minore.

Ne deriva che la Corte d’appello non ha violato le norme di riferimento nel determinare e limitare – sino al compimento del quarto anno di età – il pernottamento del minore presso il padre nella maniera che ha ritenuto più conforme al suo interesse in relazione all’età, non risultando affatto compromessa da tale limitazione alle disposizioni dettate dal tribunale, per il resto confermate, la realizzazione di un rapporto equilibrato anche con il padre, nei primissimi anni di vita del bambino.

3. Con il quarto motivo si denuncia la violazione o falsa applicazione dell’art. 16 Cost., in quanto il decreto impugnato nel disciplinare i pernottamenti del minore con il padre li limita al territorio della città di Perugia, cosi violando la libertà di circolazione del ricorrente.

Il motivo è infondato, nessuna limitazione essendo apportala dal decreto impugnato – con il disporre che i pernottamenti del bambino dovranno avvenire in Perugia, dove il minore risiede – al diritto del ricorrente di spostarsi a suo piacimento sul territorio nazionale, ma avendo detto decreto legittimamente regolato, nell’interesse del figlio in tenerissima età, le modalità di frequentazione del padre, stabilendo il luogo in cui potrà tenerlo con sè anche la notte secondo le modalità previste nel decreto.

4. Con il quinto motivo si denunciano vizi motivazionali su un punto decisivo, deducendosi che la decisione della Corte d’appello sarebbe disancorata dagli accertamenti compiuti dal giudice di primo grado, con particolare riferimento a quelli dei servizi sociali, basandosi su considerazioni del tutto astratte.

Il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza, non riportandosi in esso le specifiche risultanze istruttorie che la Corte d’appello avrebbe omesso di esaminare.

7. Con il settimo motivo si denuncia la violazione del diritto dei nonni a vedere il nipote, garantito dall’art. 155 cod. civ. Il motivo è infondato, attribuendo l’art. 155 cod. civ. al minore il diritto di “conservare rapporti significativi” anche con i nonni, pur se nato fuori dal matrimonio, ma rimettendo comunque al giudice di regolarne l’attuazione, tenendo conto dell’interesse del minore, cosa che nel caso di specie la Corte d’appello, con valutazione non incongrua e come tale incensurabile in questa sede, ha fatto regolamentando i suoi incontri con i nonni.

Il ricorso deve essere rigettato con la condanna del ricorrente alle spese del giudizio di cassazione ,che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, che liquida nella misura di Euro duemilasettecento/00, di cui Euro duecento/00 per spese vive, oltre spese generali e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della prima sezione civile, il 14 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 26 settembre 2011 “

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affido condiviso mantenimento figlidi Eleonora Bonaccorsi (Praticante Avvocato – Foro di Catania)

La legge 54/2006 ha modificato sostanzialmente la disciplina in materia di affidamento dei figli minori in caso di separazione dei genitori, anche nei confronti dei figli naturali.

Orbene, l’art. 155 c.c., nella nuova formulazione, stabilisce che l’affidamento dei figli minori, in via generale, spetta ad entrambi i genitori, in quanto “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Posto, dunque, che l’interesse primario tutelato è quello del minore, è evidente che la riforma in materia di separazione e affidamento dei figli minori accoglie la tesi della bigenitorialità, ponendo l’accento sull’importanza della continuazione di un rapporto affettivo non solo con ciascun genitore, ma anche nei confronti delle rispettive famiglie.

Il giudice che disponga l’affido condiviso, può comunque ritenere maggiormente in linea con l’interesse del minore che questo venga “collocato” prevalentemente presso uno di essi, con diritto dell’altro genitore di avere con sè il figlio secondo tempi e modalità concordate.

In tal caso è previsto un obbligo di mantenimento “indiretto” in capo al genitore non collocatario, a favore del minore, come si evince dalla formula “ove necessario” contenuta nel comma 4, art. 155 c. c., il cui ammontare è definito secondo i tempi di permanenza presso ciascun genitore. La ratio è da individuare nella necessità che il genitore non collocatario contribuisca alle spese necessarie al mantenimento della prole, laddove il genitore collocatario provveda alle spese correnti in misura evidentemente e logicamente maggiore.

Su questo punto si è peraltro espressa la Corte di Cassazione che, con sentenza 22502/2010, ha rigettato il ricorso di un padre che chiedeva di poter provvedere direttamente al mantenimento della figlia naturale, affidata ad entrambi i genitori con collocamento prevalente presso la madre, eventualmente versando a favore di quest’ultima un assegno perequativo. La Corte ha motivato la decisione tenendo presente il disposto dell’art. 155 c.c., come modificato dalla lg. 54/2006,  in base al quale il genitore non collocatario deve versare un assegno periodico, ove stabilito dal giudice, in base ai tempi di permanenza presso ciascun genitore, ferma restando comunque la capacità economica di ciascuno.

Diverso il caso in cui il collocamento sia previsto in misura eguale presso entrambi i genitori: in tal senso il Tribunale di Catania il 12 luglio 2006 ha affermato che “In tema di mantenimento dei figli minori, laddove i genitori abbiano pari potenzialità reddituali ed il giudice abbia stabilito, durante l’arco della settimana, un paritario periodo di permanenza dei figli con ciascun genitore, non vi è necessità di imporre all’uno o all’altro il versamento di un assegno periodico, fermo restando che ciascun genitore dovrà provvedere al mantenimento diretto nel periodo di rispettiva permanenza e che sarà tenuto al 50% delle spese scolastiche e di vestiario e di quelle per le attività sportive o ricreative cui abbia dato il suo assenso, nonché al 50% di quelle di carattere sanitario”. In caso di permanenza paritaria presso ciascun genitore, si applicherà dunque la regola del mantenimento diretto, non essendo riscontrabile alcuna disparità nel sostenimento delle spese correnti da parte di ciascun genitore.

Appare utile, quanto logica, una riflessione. Sebbene l’intento del legislatore sia nobile, volendo assicurare al minore una seppur minima stabilità nelle relazioni affettive con i familiari, in caso di separazione personale dei genitori, sorge comunque il dubbio che ciò non sia effettivamente garantito, e dunque non rispecchi sempre il soddisfacimento dell’interesse del minore. Sovente, infatti, di fronte alle liti e ai contrasti insorti in sede di separazione tra i coniugi, non meno frequentemente sostenuti dalle rispettive famiglie di origine, il minore diviene oggetto di violenze psicologiche, latu sensu, laddove sia posto, nei fatti, di fronte a scelte morali che poco si addicono all’ingenuità tipica di un bambino, divenendo così lo strumento di ricatto principale di ciascuna parte.

Di fronte ad una circostanza, come la separazione personale dei coniugi, che intacca profondamente le relazioni familiari, forse il legislatore avrebbe dovuto tenere conto del fatto che l’interesse del minore sarebbe maggiormente soddisfatto laddove gli si consenta di vivere in un contesto familiare più sereno, seppur in presenza di un solo genitore, tenendo al di fuori, soprattutto, le ingerenze esterne al nucleo familiare strettamente inteso, che, invero, appaiono legittimate dal riferimento dell’art 155 comma 1 ai “rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

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figli papà riconoscimentoQuesto è quanto affermato dalla Suprema Corte (v. sentenza Cassazione Civ. n.16551/2010): può essere costretto a risarcire i danni  il papà naturale che si rifiuti di riconoscere il figlio ma la cui paternità sia stata dichiarata giudizialmente. E’ la stessa  mamma che può presentare la domanda di risarcimento nell’interesse del figlio minore.

Nel caso sottoposto all’esame degli “Ermellini”, il papà naturale era stato condannato al pagamento della somma di €uro 25.000,00 a titolo di risarcimento dei danni.

Ecco il testo della sentenza n. 16551/2010:

Cassazione – Sezione prima – sentenza 8 aprile – 14 luglio 2010, n. 16551
Presidente Adamo – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il 14-4-2003, presso il Tribunale per Minorenni di Perugia, Ba. A. M. chiedeva che Be. M. fosse dichiarato padre della minore B. M., nata nel omissis, e condannato al pagamento di somma mensile per il mantenimento della minore. Si costituiva il curatore del minore, che aderiva alla domanda della Ba., nonché il Be. che ne chiedeva il rigetto.
Veniva disposta ed espletata C.T.U. medica.
Il Tribunale per i Minorenni, con sentenza 30-11-2007, dichiarava il Be., padre del minore, e lo condannava a corrispondere assegno mensile di Euro 400,00 alla madre per il mantenimento della figlia, nonché di Euro 20.000,00, quale rimborso per il mantenimento, relativo al periodo pregresso.
Il Be. interponeva rituale appello. Costituitosi il contraddittorio, il curatore della minore e la Ba. ne chiedevano il rigetto; quest’ultima pure proponeva appello incidentale circa l’accoglimento della domanda di risarcimento del danno.
Con sentenza non definitiva 12-3/18-4-2008, la Corte di merito rigettava l’appello, in punto dichiarazione di paternità, e rimetteva la causa in ruolo in ordine all’esame delle statuizioni economiche. Con sentenza definitiva 11-6/20-6-2008, la Corte rigettava l’appello principale sulle statuizioni economiche ed accoglieva quello incidentale in punto risarcimento del danno.
Ricorre per cassazione il Be., con un unico motivo relativo alla sentenza non definitiva, e con tre motivi, riguardo a quella definitiva.
Resiste con controricorso Ba. A. M..
Non ha svolto attività difensiva il curatore della minore.

Motivi della decisione

Tutti i quesiti formulati ex art. 366 bis c.p.c., abrogato ma ancora operante per i rapporti pregressi, appaiono adeguati, salvo quanto indicato in prosieguo.
Con l’unico motivo, relativo alla sentenza non definitiva, il ricorrente lamenta “difetto di istruttoria, di motivazione, illogicità” riguardo alla dichiarazione di paternità. Contesta il ricorrente le risultanze della C.T.U. e lamenta che il Giudice d’Appello non abbia ammesso le prove testimoniali richieste.
Il motivo va rigettato, in quanto infondato.
Con motivazione adeguata e non illogica, la Corte di merito richiama le risultanze della C.T.U. e i chiarimenti ulteriori fomiti dal consulente, in primo grado: la probabilità della paternità del Be. al 99,9999% nonché l’ammissione da parte di lui di aver avuto una relazione sessuale con la Ba.. Precisa ulteriormente il Giudice a quo, con argomentazione non illogica, che la tesi dell’appellante circa l’inidoneità della C.T.U. a risolvere la questione se genitore sia egli stesso o il di lui padre, che pure avrebbe avuto rapporti sessuali con la Ba., non ha pregio, non essendovi evidentemente identità genetica tra padre e figlio, in quanto ciascun genitore (padre e madre) contribuiscono in ugual misura a determinare il patrimonio genetico del figlio.
Sulla base di tali osservazioni, il Giudice a quo ha ritenuto superflua la prova dedotta dal ricorrente, valutazione di fatto, insuscettibile di controllo in questa sede, se fondata, come nella specie, su adeguata motivazione.
Quanto alle censure avverso la sentenza definitiva, il ricorrente, con il primo motivo, lamenta “illogicità e difetto di motivazione”, laddove la Corte di merito ha confermato le statuizioni economiche a suo carico, ritenendo che i redditi, da lui percepiti nel omissis, fossero superiori a quelli denunciati, non giustificandosi un calo reddituale rispetto al omissis.
Il motivo va dichiarato inammissibile.
Non si tratta nella specie, di illogicità o difetto di motivazione, ma dell’affermazione di un principio di diritto, che non viene censurato, sulla base degli artt. 148, 261, 277, c.c., per cui i genitori naturali hanno l’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli, in proporzione alle rispettive sostanze e secondo le loro capacità di lavoro professionale o casalingo: ciò significa, in particolare, tener conto non dei redditi effettivi, ma di quelli che il genitore ha la capacità di conseguire.
Prosegue la pronuncia impugnata, applicando tale principio alla fattispecie in esame, e precisando che, in mancanza di giustificazione alcuna al mutamento di attività del Be. (dapprima socio con il padre di un omissis, successivamente omissis), è da presumere che questi avesse mantenuto la sua originaria capacità reddituale (così come, d’altro canto, la madre della minore, già omissis presso l’azienda cogestita dal Be. stesso).
Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 2059 c.c., art. 99 e 100 c.p.c., illogicità e/o difetto di motivazione, in ordine alla sua condanna al pagamento di Euro 25.000,00, quale risarcimento del danno alla minore, dando luogo in sostanza a due submotivi.
Per quanto attiene al profilo sostanziale, il quesito di cui all’art. 366 bis c.p.c. appare inadeguato (e il relativo sub-motivo risulta inammissibile), essendo del tutto generico, una sorta di riassunto del ricorso, che si manifesta in un sollecito al Giudice, in un interrogativo circolare (Cass. S.U. n. 28536/2008): costituirebbe violazione del principio processuale del diritto alla difesa e dell’art. 2059 c.c. la motivazione della sentenza “che ha ritenuto realizzato l’ostinato rifiuto di riconoscere la figlia minore dalla costituzione in giudizio di primo grado e dall’appello interposto alla decisione di primo grado, e nella parte che ha condannato l’appellante al risarcimento del danno”. Si afferma, nel quesito, che per le medesime ragioni, la motivazione sarebbe anche “illogica”: sarebbe stato pertanto necessario, al riguardo, una differente sintesi, del tutto assente, omologa al quesito di diritto, con indicazione del fatto controverso ovvero delle ragioni per cui la dedotta insufficienza di motivazione la renderebbe inidonea a giustificare la decisione (Cass. S.U. n. 11659/08).
Quanto al profilo processuale (in tal caso il quesito appare adeguato), la censura è infondata. Lamenta il ricorrente che la Corte territoriale abbia ritenuto legittimato alla richiesta di danno la madre della minore in violazione degli artt. 99 e 100 c.p.c. Ai sensi dell’art. 273 c.c., l’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale può essere promossa, nell’interesse del minore, dal genitore che esercita la potestà ovvero dal tutore, che, a differenza del genitore, deve chiedere l’autorizzazione del Giudice, il quale può nominare un curatore speciale. Nella specie, nonostante la nomina di un curatore speciale, che, per quanto osservato, non era evidentemente necessaria, la domanda principale era stata proposta dalla madre, nell’interesse del minore, e dunque essa ben poteva richiedere, ancora nell’interesse di questo, la condanna del genitore dichiarato al risarcimento del danno.
Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la condanna alle spese di giudizio a favore della Ba. e del curatore. Il motivo è infondato. Il Giudice a quo ha correttamente applicato il principio della soccombenza.
Le spese seguono la soccombenza, anche per il presente giudizio di illegittimità.
Non si ravvisano i presupposti di cui all’art. 385 c.p.c. (mancanza di colpa grave) per un’affermazione di responsabilità aggravata in ordine alle spese legali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.200,00, comprensive di Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

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separazione suocera invadente ed impiccionaDi frequente capita che i coniugi, per motivi di carattere economico, decidano di convivere con i genitori dell’uno o dell’altro.

Altrettanto frequentemente capita che non si vada d’accordo con i suoceri con cui si condividono quotidianamente i medesimi spazi abitativi.

Ebbene, è giusto che una persona sia costretta a vivere con i suoceri con cui non va d’accordo?

Sulla questione è di recente intervenuta la Suprema Corte di Cassazione, la quale ha espresso il seguente principio di diritto: “L’allontanamento dalla casa familiare, senza il consenso dell’altro coniuge e confermato dal rifiuto di tornarvi, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale; conseguentemente è causa di addebitamento della separazione poiché porta all’impossibilità della coabitazione. Tuttavia, non sussiste tale violazione qualora risulti legittimato da una “giusta causa”, da ravvisare anche nei casi di frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi, e ciò anche in assenza di tradimento o di violenze da parte del marito (Cass. Civ. n. 4540/2011).

In buona sostanza, la moglie può rifiutarsi di convivere con i suoceri qualora sussistano dei litigi frequenti che rendano intollerabile la convivenza.

Del resto non è francamente ammissibile che una moglie (come purtroppo spesso accade) debba subire una posizione di soggezione nei confronti della suocera convivente ed una totale emarginazione dalle decisioni e dall’ordinaria conduzione della famiglia.

In casi simili, pertanto, l’allontanamento della moglie dalla casa coniugale è  legittimo e non può essere causa di addebito della separazione.

Concludo con un dato interessante da cui si possono trarre spunti di riflessione: si calcola che il 30% delle separazioni sia dovuto proprio all’ingerenza dei suoceri nella vita dei coniugi.

separazione ascolto del minoreL’art. 155 sexies del codice civile recita testualmente: Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 155, il giudice può assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento

Sull’argomento e sull’obbligatorietà dell’ascolto dei minori  è intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite con sentenza n. 22238/2009, di cui pubblico di seguito un estratto:

“I minori che, ad avviso di questa Corte non possono considerarsi parti del procedimento (in tal senso sembra, sia pure con aperture, Cass. 10 ottobre 2003 n. 15145), sono stati esattamente ritenuti portatori di interessi contrapposti o diversi da quelli dei genitori, in sede di affidamento o di disciplina del diritto di visita del genitore non affidatario e, per tale profilo, qualificati parti in senso sostanziale (così C. Cost. 30 gennaio 2002 n. 1).

Costituisce quindi violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto dei minori oggetto di causa, censurato in questa sede, nella quale emergono chiari gli interessi rilevanti dei minori che sono in gioco nella vertenza e avrebbero resa necessaria la loro audizione (sul rilievo di tali interessi per la denuncia del vizio processuale del mancato ascolto dei minori cfr. Cass. 12 giugno 2007 n. 13761 e 18 giugno 2005 n. 13173, non rilevando i principi di insindacabilità della decisione di non procedere all’ascolto dei minori, in caso di potenziale dannosità di essa per i soggetti non sentiti, di cui a Cass. 27 luglio 2007 n. 16753, in difetto di qualsiasi pronuncia dei giudici di merito in tal senso).

L’audizione dei minori che, nel procedimento per il mancato illecito rientro nella originaria residenza abituale, non è imposta per legge, in ragione del carattere urgente e meramente ripristinatorio della situazione di tale procedura (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e 19 dicembre 2003 n. 19544), anche in tale procedura si è però ritenuta in genere opportuna, se possibile (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e la citata n. 15145 del 2003).

Tale audizione era prevista dall’art. 12 della Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1991 che ritiene sussistere, in caso di riconoscimento della capacità di discernimento del minore, il diritto di questo “di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa”, dandogli la possibilità “di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo riguarda”.

In base a tale norma sovranazionale l’ascolto dei minori oggetto del procedimento nelle opposizioni allo stato di adottabilità si è ritenuto di regola necessario (Cass. 9 giugno 2005 n. 12168, 26 novembre 2004 n. 22235, 21 marzo 2003 n. 4124, 16 luglio 2000 n. 9802, tutte al seguito di Cass. 13 luglio 1997 n. 9802).

L’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano e in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta comunque obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sullo esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003 (Cass. 16 aprile 2007 n. 9094 e 18 marzo 2006 n. 6081), per cui ad essa deve procedersi, salvo che possa arrecare danno al minore stesso, come risulta dal testo della norma sovranazionale e dalla giurisprudenza di questa Corte (la citata Cass. n. 16753 del 2007).

La citata Convenzione di Strasburgo prevede che ogni decisione relativa ai minori indichi le fonti di informazioni da cui ha tratto le conclusioni che giustificano il provvedimento adottato anche in forma di decreto, nel quale deve tenersi conto della opinione espressa dai minori, previa informazione a costoro delle istanze dei genitori nei loro riguardi e consultandoli personalmente sulle eventuali statuizioni da emettere, salvo che l’ascolto o l’audizione siano dannosi per gli interessi superiori dei minori stessi (in tal senso Cass. ord. 26 aprile 2007 n. 9094 e la giurisprudenza sopra richiamata)”.

In conclusione, sostiene la Suprema Corte, in base all’art. 6 della Convenzione di Strasburgo, ratificata dalla legge n. 77 del 2003 e dell’art. 155 sexies c.c., introdotto dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, si deve  “ritenere necessaria l’audizione del minore del cui affidamento deve disporsi, salvo che tale ascolto possa essere in contrasto con i suoi interessi fondamentali e dovendosi motivare l’eventuale assenza di discernimento dei minori che possa giustificarne l’omesso ascolto .

divorzio cognome moglieL’art. 5 della legge n. 898/1970 prescrive esplicitamente che, successivamente al divorzio, La donna perde il cognome che aveva aggiunto al proprio a seguito del matrimonio”.

La giurisprudenza ha chiarito che la moglie può continuare ad utilizzare il cognome del marito soltanto nel caso in cui la donna abbia fatto uso protratto del cognome stesso, sicché questo sia ormai diventato mezzo di identificazione della sua persona (v. ad esempio Tribunale di Napoli, 11.7.2003).

Significativa è certamente la sentenza n. 5644/2009 del Tribunale di Milano ove si legge testualmente quanto segue: L’interesse al mantenimento del cognome del coniuge dopo il divorzio risulta meritevole di tutela qualora riguardi la sfera del lavoro professionale, commerciale o artistico della moglie , oppure, ancora, in considerazione di profili di identificazione sociale e di vita di relazione meritevoli di tutela oltre che di particolari profili morali o considerazioni riguardanti la prole (la cui identificazione con un cognome diverso possa essere causa di nocumento). L’indagine circa la sussistenza di siffatti presupposti può essere effettuata sulla base di documenti attinenti agli ambiti della vita privata della coniuge che possono assumere rilievo in tal senso, come quelli che riguardano la salute della medesima (ad esempio certificati medici dai quali risulta una almeno prevalente intestazione alla donna con il cognome del marito), la vita professionale egli affari. Qualora risulti da tale documentazione – e l’indagine può e deve riguardare tutti i documenti prodotti dalla controparte anche a scopo diverso, come la stessa procura alle liti – che l’utilizzo del cognome del marito non assume, rispetto allo svolgimento della vita della moglie , un rilievo preminente rispetto ai profili sopra menzionati, non ne sussiste a favore della medesima il diritto alla conservazione”.

E’ bene tuttavia tener presente che la sentenza che abbia pronunciato il divorzio, ancorché comporti per la moglie la perdita del cognome maritale, acquisito con le nozze, ove non contenga alcuna statuizione in ordine all’uso di detto cognome da parte della moglie , non costituisce titolo sufficiente per ottenere l’esecuzione forzata ex art. 612 c.p.c. della relativa inibitoria nei confronti della donna che, malgrado il divorzio, continui ad usare il cognome dell’ex coniuge: a tal fine, è infatti necessaria un’esplicita enunciazione del divieto dell’uso” (Cass. Civ. n. 12160/1990).

assegno di mantenimentoE’ bene innanzitutto tener presente che l’assegno di mantenimento versato in favore del coniuge riceve un trattamento fiscale differente dall’assegno di mantenimento che viene versato il favore del figlio.

Infatti, l’assegno di mantenimento che un coniuge corrisponde all’altro coniuge a seguito di separazione o di divorzio è deducibile dal reddito imponibile del coniuge obbligato. Al tempo stesso tale assegno costituisce reddito imponibile per il coniuge che lo percepisce. Occorre comunque precisare che affinché l’assegno di mantenimento possa essere dedotto dal reddito del coniuge obbligato è necessario che tale obbligo risulti da provvedimenti dell’autorità giudiziaria (ovvero da ordinanza o sentenza) che dovranno essere esibiti, a richiesta, agli uffici fiscali (art. 10, comma 1, lett. C.,del D.P.R. 22.12.1986, n.917).

L’assegno di mantenimento che viene invece corrisposto in favore dei figli NON è deducibile (mai) dal reddito del coniuge obbligato al mantenimento. Parimenti, il coniuge al quale viene corrisposto il contributo al mantenimento per i figli, non dovrà indicarlo nella sua dichiarazione dei redditi (si veda, al riguardo, l’art. 3, comma 3, lett. B, del D.P.R. 22.12.1986, n. 917).

Ai fini fiscali (ma non solo) è pertanto opportuno che, in sede di separazione o di divorzio, venga SEMPRE specificato l’ammontare dell’assegno spettante al coniuge da quello spettante ai figli.

assegno mantenimento Tribunale BergamoPubblico di seguito tre brevi estratti di sentenze emesse dal Tribunale di Bergamo.

Trib. Bergamo, dott.ssa Giraldi r.g. n. r.g. n. 2533/2009: “per costante orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte il contributo per il mantenimento del coniuge è dovuto allorché questi sia privo di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, sussistendo una differenza di reddito tra i coniugi (Cass. n. 25618/2007). L’attitudine al lavoro proficuo del coniuge, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento da parte del Giudice, che deve al riguardo tener conto non solo dei redditi in denaro, ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica. Peraltro l’attitudine al lavoro del coniuge assume in tal caso rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche (Cass. Civ. n. 18547/2006).

Trib. Bergamo, Dott.ssa Giraldi, r.g. n. 843/2009: “il diritto al mantenimento in favore del coniuge è costituito dall’assenza di redditi che gli permettano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e la sussistenza di una disparità economica tra le parti, occorrendo avere riguardo, al fine dell’adeguatezza dei redditi del coniuge che chiede l’assegno, al parametro di riferimento costituito dalle potenzialità economiche complessive dei coniugi durante il matrimonio, quale elemento condizionante la qualità delle esigenze e l’entità delle aspettative del medesimo richiedente, non assumendo rilievo il modesto tenore di vita subito o tollerato. Benchè inoltre la separazione non determini normalmente la cessazione di una serie di benefici e consuetudine di vita ed anche diretto godimento dei beni, il tenore di vita goduto in costanza di convivenza va identificato avendo riguardo allo standard di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi (Cass. Civ. n. 14080/2006).” Nel caso di specie, il marito con un reddito annuo di €uro 100.000,00 venne condannato al versamento di un assegno di mantenimento di €uro 2.000,00 mensili in favore della moglie il cui reddito annuo ammontava ad €uro 7.000,00)

Trib. Bergamo, Dott. Macripò, r.g. n. 2582/2009: “non sussistono i presupposti per imporre al marito un assegno a titolo di contributo al mantenimento della moglie, tenuto conto che la richiedente non ha ottemperato all’onere probatorio posto a suo carico in relazione all’effetiva attività lavorativa svolta dal marito e con riferimento alla sussistenza di una sproporzione significativa tra i redditi dei coniugi, tale da non consentirle di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante la convivenza matrimoniale”.

spese straordinarie separazioneDopo aver già trattato l’argomento  qui, torno sul controverso tema del rimborso delle spese straordinarie in tema di separazione dei coniugi per pubblicare qualche caso pratico.

Con sentenza n. 82 del 2 febbraio 2010, il Tribunale di Piacenza ha ritenuto che non fossero rimborsabili le seguenti spese:

i premi pagati per la polizza RCA i premi pagati per la polizza RCA, per le riparazioni all’auto e per l’acquisto di carburante, essendo l’auto intestata alla madre e non essendovi prova che sia il figlio a farne uso; le spese documentate da meri scontrini dai quali non emerge la tipologia dell’acquisto o la riferibilità dello stesso figlio; le spese per abbigliamento, in quanto estranee alla nozione di spesa straordinaria; la spesa per la frequenza a un club, trattandosi di spesa voluttuaria, che, come tale, andava concordata tra i coniugi; la spesa di euro 1.699 per l’acquisto di un computer. In relazione a tale ultima spesa il Tribunale di Piacenza ha precisato che “pur se, in quanto tale, l’acquisto di un computer deve ritenersi scelta ragionevole ed addirittura più che utile alle esigenze di uno studente; è invece del tutto irragionevole l’entità di tale spesa, essendo dato di comune esperienza che un buon p.c. può essere acquistato con poche centinaia di euro. La spesa di euro 1.700 per un computer, in ragione della sua entità rispetto al bene acquistato, avrebbe quindi dovuto essere concordata tra i coniugi”.

Il Tribunale di Piacenza ha invece accordato il rimborso, trattandosi effettivamente di spese straordinarie relativamente alle quali vi era prova di pagamento delle seguenti spese: le spese relative all’iscrizione in palestra ed allo svolgimento di attività sportiva; le spese relative all’acquisto di testi universitari; le spese relative alla pensione completa ed al servizio di ombrellone in spiaggia, usufruiti presso un hotel nel periodo estivo.

Il Tribunale Monza, con sentenza n. 295 del 25 gennaio 2010 ha precisato che devono intendersi spese straordinarie scolastiche le seguenti spese: tasse scolastiche ed universitarie, rette, gite scolastiche, materiale didattico e libri di testo.

Con sentenza del 14 maggio 2007, il Tribunale di Como ha ritenuto che non fossero spese straordinarie rimborsabili le spese relative alla retta scolastica di un Istituto Superiore Privato. Il Tribunale ha invero affermato che tali spese “non possono definirsi “straordinarie” in senso logico-giuridico, poiché attengono ad esborsi ricorrenti su base annua nonché del tutto prevedibili sia nell’an sia nel quantum una volta che si faccia la scelta di iscrivere il minore ad un istituto di istruzione privato ; la natura privata dell’ente non rende ovviamente ” straordinaria ” la prestazione da esso resa la quale attiene all’obbligo legale della istruzione, e alla scelta genitoriale di assolvere detto obbligo rivolgendosi ad un soggetto di provata esperienza nel campo educativo e didattico; d’altro canto dette spese non possono ritenersi neppure “ordinarie” nel senso del riferimento all’ordinario mantenimento dei due minori: se così fosse, infatti, esse sarebbe state prese in considerazione ai fini della quantificazione dell’assegno mensile di mantenimento a carico del padre, il che invece certamente non è avvenuto”.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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