Archive for the ‘consulenza legale’ Category

facebook diffamazioneIl social network più popolare e più utilizzato in assoluto è certamente Facebook.

Ha cambiato il modo di interagire di ciascuno di noi, facilitando i rapporti interpersonali.

A Facebook va certamente riconosciuto il merito di aver consentito agli utenti dello stesso di riallacciare rapporti che sembravano ormai persi, nonché il  merito di aver favorito la nascita di nuove amicizie.

Tuttavia si deve ammettere che l’utilizzo improprio di Facebook ha condotto alla consumazione facile di reati quali la diffamazione e l’ingiuria.

Ed invero i Tribunali di tutta Italia cominciano ad essere chiamati a decidere sulle prime richieste di risarcimento per danni, morali e non patrimoniali, a fronte di diffamazione ed ingiurie avvenute a mezzo Facebook.

Emblematica è certamente la sentenza n. 770 del 2 marzo 2010 resa dal Tribunale di Monza il quale ha affermato che “L’utente di social network (nel caso di specie facebook) che sia destinatario di un messaggio lesivo della propria reputazione, dell’onore e del decoro, ha diritto al risarcimento del danno morale o non patrimoniale da porre a carico dell’autore del messaggio medesimo”.

Nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale di Monza un ragazzo aveva commentato in modo inequivocabilmente offensivo la foto della propria ex ragazza pubblicata su Facebook prendendo in giro un difetto fisico di quest’ultima.

Pubblico di seguito parte della sentenza de qua.

“Due giovani si conoscono e socializzano tramite F. e tra loro ha inizio una relazione da entrambi definita sentimentale, con sviluppi non lineari ed irreprensibili, descritti dal convenuto in modo minuzioso, pur se irrilevanti ai fini della presente decisione.

In tale contesto si inserisce l’invio da parte di B. di un messaggio a mezzo F. a A., datato 1.10.2008 e del seguente eloquentissimo tenore: (omissis)

Trattasi, in tutta evidenza, di un messaggio denotante la conoscenza non solo della imperfezione fisica sofferta da A., ma anche e soprattutto di alcune sue presunte preferenze maschili e abitudini sessuali.

Per di più, il messaggio presuppone precedenti conversazioni non gradite al mittente (“T consiglio di smetterla”) e che trovano riscontro nelle difese del convenuto, laddove ha lamentato il preteso comportamento persecutorio di parte attrice e la propria conseguente giustificata reazione.

Difese che, ad onor del vero, si appalesano ictu oculi come contraddittorie nel momento in cui alla contestazione della provenienza del messaggio è poi soggiunta la non riferibilità a A. del suo contenuto.

Immeritevoli di accoglienza appaiono, comunque, le generiche eccezioni svolte dal convenuto in relazione alla effettiva provenienza del messaggio de quo, posto che è ampiamente documentata dall’attrice la partecipazione di B. alla discussione in chat messaggistica sul profilo di un comune “amico F.” (tale G. F.) a commento di una foto che li ritrae assieme, l’inserimento di A. in tale conversazione web e la replica finale suggellata dal messaggio del quale oggi si discute (doc. 2).

Maggiormente dimostrativo della provenienza dal convenuto del messaggio in esame è l’ulteriore scambio di messaggi avvenuto tra le parti in ora tarda (ore 22,37 attrice – ore 1,03 convenuto: doc. 3), dal quale si evince anche la volontà di B. di rivendicare nuovamente il contenuto di quanto in precedenza scritto (“omissis”) e di voler sin da allora individuare una possibile scappatoia nella pretesa non riferibilità all’attrice delle gravi espressioni adottate (“omissis “).

Quest’ultima affermazione del convenuto è, di contro, dimostrativa del carattere pubblico delle offese arrecate: offese certamente riconducibili in modo immediato e diretto a A., non solo per la riferita forzata condivisione con i comuni “amici F.” delle abitudini di vita dell’attrice e dei suoi asseriti comportamenti vessatori (v. pag. 4 comparsa di risposta), ma anche più semplicemente per la evidente circostanza che il messaggio ingiurioso è immediatamente successivo a quello inviato dalla stessa A. a commento della foto pubblicata dal comune “amico” (il quale, poi, a detta

dello stesso convenuto ebbe a “cancellare” il messaggio de quo). La nota impossibilità di registrazione nel social network a nome di un utente già registrato (confermata anche in via documentale dall’attrice: docc. 4-5-6) e l’assenza di formali denunzie del convenuto concernenti eventuali e non dimostrati “furti d’identità” (anzi escludibili, alla luce dell’utilizzazione del medesimo recapito e-mail, in altre occasioni pubblicato: doc. 7) consentono di affermare la provenienza del messaggio da B.

Se a ciò si aggiungono le ulteriori considerazioni già ampiamente svolte in relazione alle note caratteristiche di F., ai suoi altrettanto notori e conosciuti limiti ed alla consapevole accettazione dei conseguenti rischi di una sua non corretta utilizzazione, non possono sussistere ragionevoli dubbi sulla affermazione di civile responsabilità del convenuto quanto agli effetti ed ai pregiudizi arrecati dal messaggio del giorno 1.10.2008 e dalla reale (e (ancor potenziale) sua diffusione.

Dunque, B. dev’essere condannato al risarcimento dei danni arrecati per tale via a A., dovendosi al riguardo escludere le invocate scriminanti o diminuenti di cui all’art. 599 c. II° c.p. ed all’art. 1227 c.c., certamente apparse incongrue anche in ossequio alla stessa prospettazione dei fatti offerta dalla difesa del convenuto.

(…)

Il Tribunale, definitivamente pronunziando sulla domanda proposta con atto di citazione notificato il 12.3.2009 da A.

nei confronti di B., così provvede:

1) condanna B. al pagamento, in favore di A., della somma di Euro 15.000,00 oltre agli interessi legali dalla data del fatto al saldo;

2) lo condanna, altresì, al pagamento delle spese processuali in favore di parte attrice, liquidate nella misura di Euro 4.400,58 (di cui Euro 186,58 per esborsi, Euro 1.214,00 per diritti ed Euro 3.000,00 per onorari), oltre spese generali, IVA e CPA come per legge;

3) dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva”.

Pensione-reversibilità divorzioChe cos’è la pensione di reversibilità?

La pensione di reversibilità è una prestazione che spetta ai familiari di un lavoratore deceduto già pensionato, e l´unico requisito richiesto è la titolarità da parte del lavoratore, di una pensione diretta (pensione di vecchiaia, di anzianità, di inabilità, di invalidità).

L’ex coniuge ha diritto alla pensione di reversibilità?

Presupposto imprescindibile del diritto alla pensione di reversibilità è la titolarità dell’assegno divorzile.

Più precisamente, con la locuzione “titolarità dell’assegno divorzile” deve intendersi l’avvenuto riconoscimento dell’assegno medesimo da parte del Tribunale ai sensi dell’art. 5 della Legge n. 898/1970.

Qualora l’ex coniuge defunto avesse già contratto un nuovo matrimonio la pensione di reversibilità spetta all’ex coniuge divorziato o al coniuge superstite?

In tal caso sia il coniuge superstite, sia l’ex coniuge divorziato potranno concorrere all’attribuzione della pensione di reversibilità.

In buona sostanza, la pensione di reversibilità spetterà ad entrambi.

La Giurisprudenza di legittimità è chiara ed univoca nell’affermare che la ripartizione del trattamento di reversibilità, in caso di concorso fra coniuge divorziato e coniuge superstite, aventi entrambi i requisiti per la relativa pensione, deve essere effettuata sulla base dell’effettiva durata di entrambi i matrimoni, anche ponderando ulteriori elementi, correlati alla finalità solidaristica che presiede al trattamento di reversibilità, da individuare facendo riferimento all’entità dell’assegno di divorzio riconosciuto all’ex coniuge ed alle condizioni economiche dei due, nonché alla durata delle rispettive convivenze prematrimoniali.

La Cassazione ha poi chiarito che non tutti i suddetti ulteriori elementi debbano necessariamente concorrere né essere valutati in eguale misura, rientrando nell’ambito del prudente apprezzamento del giudice di merito la determinazione della loro rilevanza in concreto (si veda, ad esempio, Cass. Civ. n. 6272/2004).

convivente risarcimento danniL’art. 185 cod. pen. recita testualmente: “ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”.

La precedente Giurisprudenza (ormai del tutto superata) riteneva che il convivente more uxorio non fosse legittimato a chiedere il risarcimento del danno in caso di delitto commesso da terzi nei confronti del proprio partner.

La Corte di Cassazione affermava infatti quanto segue: “ In base al principio del neminem laedere, sancito dall’art. 2043 cod. civ., danno risarcibile è solo quello che si verifica per la lesione di un diritto, Pertanto, nel caso di morte di una persona, il soggetto che con essa conviva ricevendone vantaggi o prestazioni, che chiami in giudizio il responsabile dell’evento mortale, deve dimostrare il suo diritto a quei vantaggi ed a quelle prestazioni della persona deceduta; diritto che non può discendere che da legge o da patto. Nessuna di tali ipotesi ricorre nel caso di convivente more uxorio, che conseguentemente è carente di legitimatio ad causam per risarcimento di danni cagionati dalla uccisione della persona con cui conviveva” (Cass. Civ. n. 9708/1992).

Successivamente, la Suprema Corte, mutando radicalmente il proprio orientamento, è giunta a riconoscere la legittimazione del convivente a costituirsi parte civile in caso di delitto ad danni del proprio partner ad opera di terzi.

Gli Ermellini sono giunti a tale conclusione in quanto l’aggressione del terzo lede il convivente nel suo diritto di libertà, nascente direttamente dalla Costituzione, alla continuazione del rapporto, diritto assoluto e tutelabile erga omnes, senza perciò interferenze da parte di terzi.

La Cassazione ha comunque precisato che il risarcimento può essere riconosciuto solo allorquando “la convivenza abbia avuto un carattere di stabilità tale da far ragionevolmente ritenere che, ove non fosse intervenuta l’altrui azione micidiale, la convivenza sarebbe continuata nel tempo”  (Cass. Pen. n. 1313/1995).

La Suprema Corte civile è giunta di recente ad affermare che “chi chieda il risarcimento del danno derivatogli dalla lesione materiale, cagionata alla persona con la quale convive deve dimostrare l’esistenza e la portata dell’equilibrio affettivo-patrimoniale instaurato con la medesima e perciò l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti con vicendevole assistenza materiale e morale (…). Tale prova può essere fornita con qualsiasi mezzo, mentre il certificato anagrafico può tutt’al più provare la coabitazione, insufficiente a dimostrare la condivisione di pesi e oneri di assistenza personale e di contribuzione e collaborazione domestica analoga a quella matrimoniale.

recupero crediti notifica decreto ingiuntivoIl decreto ingiuntivo può acquistare efficacia di cosa giudicata solo se portato formalmente a conoscenza del debitore ingiunto; l’articolo 644 stabilisce infatti che il decreto diventa inefficace se la notificazione non viene eseguita nel termine di sessanta giorni dalla pronuncia, ove per  “pronuncia” deve intendersi non la data del provvedimento, ma quella del deposito in cancelleria. Nell’ipotesi di inefficacia conseguente all’omessa notificazione, per espressa previsione dell’ultima parte dell’articolo 644, la domanda può essere riproposta.

Il termine per la notifica rimane sospeso nel periodo feriale (0vvero nel periodo compreso tra il 1 agosto ed il 15 settembre).

L’articolo 188 delle Disposizioni di Attuazione del Codice di Procedura Civile prevede che  “la parte alla quale non è stato notificato il decreto d’ingiunzione nei termini di cui all’articolo 644…può chiedere, con ricorso al giudice che ha pronunciato il decreto, che ne dichiari l’inefficacia”.

Con riguardo alla notificazione possono quindi realizzarsi le seguenti ipotesi:

-     omessa notifica: il debitore potrà attivare la procedura di cui all’articolo 188 sopracitato per far dichiarare l’inefficacia del provvedimento e ne avrà interesse se il decreto è provvisoriamente esecutivo;

-     notifica effettuata oltre il termine di legge: l’inefficacia può essere fatta valere solo con l’opposizione ordinaria (proposta ai sensi dell’articolo 645); ad esito del giudizio, il giudice, che dovrà comunque pronunciarsi sul merito della pretesa fatta valere con il ricorso per ingiunzione, dichiarerà inefficace il decreto con la conseguenza che le spese dell’atto rimarranno a carico del creditore;

-     notifica nulla: l’intimato potrà proporre opposizione tardiva (oltre il termine fissato nel decreto) ai sensi dell’articolo 650 che richiede la prova di non avere avuto tempestiva conoscenza del decreto “per irregolarità della notificazione o per caso fortuito o forza maggiore” (in tal senso, Cass. 26/7/2001 numero 10183); tale opposizione non può più proporsi, ai sensi dell’ultimo comma dell’articolo 650, “decorsi dieci giorni dal primo atto di esecuzione”;

-     notifica inesistente: può ipotizzarsi nel caso di notificazione in luogo ed a persona non riferibili al debitore (Cass. 1/6/2004 numero 10495) e sembrerebbe legittimare i rimedi previsti dagli articoli 188 (Disp. Att.) e 650 citati ma non l’opposizione ordinaria prevista dall’articolo 645 che presuppone la notifica del decreto.

contratto consulenza legale convenzionata avvocato d'arcangeloNel corso dell’ultimo periodo, diversi clienti si sono rivolti al mio studio chiedendomi delucidazioni in ordine alla consulenza legale  convenzionata  di cui ho già parlato qui .

Ritengo pertanto opportuno pubblicare di seguito alcune delle domande più frequenti che mi sono state rivolte con le relative risposte. Ricordo, in ogni caso, che potete contattarmi alla seguente mail studiolegaledarcangelo@gmail.com per avere maggiori informazioni.

 

Perché affidarsi ad un legale con un contratto di consulenza legale convenzionata?

Con la sottoscrizione di un contratto di consulenza legale convenzionata lo Studio Legale D’Arcangelo diventa, per la vostra impresa, una costante e quotidiana guida sulla gestione di problematiche legale. Questi, in sintesi, gli scopi che si  vogliono raggiungere con la stipulazione di un contratto di consulenza legale convenzionata:

1)      evitare che si creino passività o costi per l’impresa;

2)       trovare soluzioni a problemi esistenti;

3)       evitare che si creino problemi futuri.

In buona sostanza, la stipulazione di un contratto di consulenza legale convenzionata con lo studio legale D’Arcangelo, vi consentirà di avere un “ufficio legale” sempre a vostra disposizione, a costi preventivati e contenuti. Si tratta di un vantaggio facilmente comprensibile, soprattutto alla luce della crisi economica che si sta attraversando.

In che cosa consiste concretamente  la consulenza legale convenzionata per un’impresa?

La consulenza legale convenzionata è un contratto ( pluriennale, annuale, semestrale o trimestrale) tra l’impresa-cliente e lo Studio Legale D’Arcangelo. In virtù di detto contratto l’impresa può contattare, in qualsiasi momento, lo Studio Legale per ottenere delucidazioni, pareri, consigli e consulenze.

E’ possibile avere un contratto di consulenza legale convenzionata con lo Studio Legale D’Arcangelo anche se la mia azienda ha sede in una città lontana da Bergamo?

Certo che è possibile. Oggi le tecnologie informatiche (prima tra tutte la casella di posta elettronica), consentono al cliente di contattarci gratuitamente e di avere una risposta veloce anche se lo Studio Legale D’Arcangelo si trova a centinaia di chilometri di distanza.

Non solo. Lo Studio Legale D’Arcangelo ha altresì corrispondenti seri e professionali in molte città di Italia.

Quanto costa all’azienda la sottoscrizione di un contratto di consulenza convenzionata?

La consulenza minima può variare tra un minimo di 1.000 euro ad un massimo di 5.000  euro all’anno per tipologie di imprese individuali. Per le imprese in forma societaria  medio-grandi vanno accordate tra il cliente e lo Studio Legale D’Arcangelo.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

patty riccia

Lo studio Legale D’Arcangelo
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Intervista all'avv. D'Arcangelo
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