Archive for the ‘avvocato milano matrimonio e separazione’ Category

separazione casa suoceriL’orientamento più recente della Suprema Corte ritiene che, in caso di separazione dei coniugi, la casa già adibita ad abitazione familiare possa essere restituita ai genitori/suoceri che la concessero in comodato.

Degna di nota è, al riguardo, la recentissima sentenza n. 4917 del 28 febbraio 2011 della Cassazione. Nella specie, infatti, gli Ermellini hanno sostanzialmente confermato la decisione dei giudici d’appello, che avevano disposto la restituzione dell’immobile concesso in comodato dalla suocera e assegnato in corso di separazione alla nuora, ritenendo integrato nella fattispecie l’ipotesi di sopravvenuto bisogno alla luce delle precarie condizioni di salute della donna risultanti da apposita certificazione medica e dalla produzione in giudizio di una lettera con cui il figlio le comunicava l’intenzione di non volerla più ospitare.

Nella pronuncia in esame la Cassazione ha invero affermato che “nell’ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il provvedimento emesso in corso di separazione di assegnazione della casa coniugale ad uno dei due coniugi non è opponibile al comodante se lo stesso chieda la restituzione dell’immobile nell’ipotesi di sopravvenuto bisogno, caratterizzato dai requisiti della urgenza e della non previsione, come disposto dall’art. 1809 c.c.”

Questa, in sintesi, la riflessione della Suprema Corte   “una volta chiarito che la madre di uno dei coniugi ha concesso in comodato l’immobile perché venisse adibito a casa familiare, il successivo provvedimento, intervenuto nel giudizio di separazione, di autorizzazione a favore di uno di essi – la L., sua nuora – ad abitare la casa stessa, emesso nei limiti normativi di cui all’art. 155 c.c., comma 4, non è opponibile al comodante allorché, come nella specie, io stesso chieda la restituzione nell’ipotesi di sopravvenuto bisogno, segnato dai requisiti della urgenza e della non previsione, ai sensi dell’art. 1809 c.c., comma 2, (Cass. S.U. n. 13603/04; v. anche Cass. n. 9253/05).

Peraltro, il giudice dell’appello, in virtù della documentazione offerta dai certificati medici depositaci in giudizio e dalla lettera, in atti, con la quale uno dei figli della D.P. comunicava alla madre la propria intenzione di non volerla più ospitare, per esigenze personali nella propria abitazione, ha rinvenuto proprio nel caso in esame la sussistenza di quel bisogno sopravvenuto caratterizzato dalla urgenza e dalla non previsione, ovvero integrante la fattispecie di applicabilità della norma di cui all’art. 1809 c.c., comma 2.

In altri termini, in tale ipotesi il rapporto di comodato è esterno e si configura insensibile alle vicende processuali del vincolo matrimoniale”.

assegno mantenimento Tribunale BergamoPubblico di seguito tre brevi estratti di sentenze emesse dal Tribunale di Bergamo.

Trib. Bergamo, dott.ssa Giraldi r.g. n. r.g. n. 2533/2009: “per costante orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte il contributo per il mantenimento del coniuge è dovuto allorché questi sia privo di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, sussistendo una differenza di reddito tra i coniugi (Cass. n. 25618/2007). L’attitudine al lavoro proficuo del coniuge, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento da parte del Giudice, che deve al riguardo tener conto non solo dei redditi in denaro, ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica. Peraltro l’attitudine al lavoro del coniuge assume in tal caso rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche (Cass. Civ. n. 18547/2006).

Trib. Bergamo, Dott.ssa Giraldi, r.g. n. 843/2009: “il diritto al mantenimento in favore del coniuge è costituito dall’assenza di redditi che gli permettano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e la sussistenza di una disparità economica tra le parti, occorrendo avere riguardo, al fine dell’adeguatezza dei redditi del coniuge che chiede l’assegno, al parametro di riferimento costituito dalle potenzialità economiche complessive dei coniugi durante il matrimonio, quale elemento condizionante la qualità delle esigenze e l’entità delle aspettative del medesimo richiedente, non assumendo rilievo il modesto tenore di vita subito o tollerato. Benchè inoltre la separazione non determini normalmente la cessazione di una serie di benefici e consuetudine di vita ed anche diretto godimento dei beni, il tenore di vita goduto in costanza di convivenza va identificato avendo riguardo allo standard di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi (Cass. Civ. n. 14080/2006).” Nel caso di specie, il marito con un reddito annuo di €uro 100.000,00 venne condannato al versamento di un assegno di mantenimento di €uro 2.000,00 mensili in favore della moglie il cui reddito annuo ammontava ad €uro 7.000,00)

Trib. Bergamo, Dott. Macripò, r.g. n. 2582/2009: “non sussistono i presupposti per imporre al marito un assegno a titolo di contributo al mantenimento della moglie, tenuto conto che la richiedente non ha ottemperato all’onere probatorio posto a suo carico in relazione all’effetiva attività lavorativa svolta dal marito e con riferimento alla sussistenza di una sproporzione significativa tra i redditi dei coniugi, tale da non consentirle di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante la convivenza matrimoniale”.

spese straordinarie separazioneDopo aver già trattato l’argomento  qui, torno sul controverso tema del rimborso delle spese straordinarie in tema di separazione dei coniugi per pubblicare qualche caso pratico.

Con sentenza n. 82 del 2 febbraio 2010, il Tribunale di Piacenza ha ritenuto che non fossero rimborsabili le seguenti spese:

i premi pagati per la polizza RCA i premi pagati per la polizza RCA, per le riparazioni all’auto e per l’acquisto di carburante, essendo l’auto intestata alla madre e non essendovi prova che sia il figlio a farne uso; le spese documentate da meri scontrini dai quali non emerge la tipologia dell’acquisto o la riferibilità dello stesso figlio; le spese per abbigliamento, in quanto estranee alla nozione di spesa straordinaria; la spesa per la frequenza a un club, trattandosi di spesa voluttuaria, che, come tale, andava concordata tra i coniugi; la spesa di euro 1.699 per l’acquisto di un computer. In relazione a tale ultima spesa il Tribunale di Piacenza ha precisato che “pur se, in quanto tale, l’acquisto di un computer deve ritenersi scelta ragionevole ed addirittura più che utile alle esigenze di uno studente; è invece del tutto irragionevole l’entità di tale spesa, essendo dato di comune esperienza che un buon p.c. può essere acquistato con poche centinaia di euro. La spesa di euro 1.700 per un computer, in ragione della sua entità rispetto al bene acquistato, avrebbe quindi dovuto essere concordata tra i coniugi”.

Il Tribunale di Piacenza ha invece accordato il rimborso, trattandosi effettivamente di spese straordinarie relativamente alle quali vi era prova di pagamento delle seguenti spese: le spese relative all’iscrizione in palestra ed allo svolgimento di attività sportiva; le spese relative all’acquisto di testi universitari; le spese relative alla pensione completa ed al servizio di ombrellone in spiaggia, usufruiti presso un hotel nel periodo estivo.

Il Tribunale Monza, con sentenza n. 295 del 25 gennaio 2010 ha precisato che devono intendersi spese straordinarie scolastiche le seguenti spese: tasse scolastiche ed universitarie, rette, gite scolastiche, materiale didattico e libri di testo.

Con sentenza del 14 maggio 2007, il Tribunale di Como ha ritenuto che non fossero spese straordinarie rimborsabili le spese relative alla retta scolastica di un Istituto Superiore Privato. Il Tribunale ha invero affermato che tali spese “non possono definirsi “straordinarie” in senso logico-giuridico, poiché attengono ad esborsi ricorrenti su base annua nonché del tutto prevedibili sia nell’an sia nel quantum una volta che si faccia la scelta di iscrivere il minore ad un istituto di istruzione privato ; la natura privata dell’ente non rende ovviamente ” straordinaria ” la prestazione da esso resa la quale attiene all’obbligo legale della istruzione, e alla scelta genitoriale di assolvere detto obbligo rivolgendosi ad un soggetto di provata esperienza nel campo educativo e didattico; d’altro canto dette spese non possono ritenersi neppure “ordinarie” nel senso del riferimento all’ordinario mantenimento dei due minori: se così fosse, infatti, esse sarebbe state prese in considerazione ai fini della quantificazione dell’assegno mensile di mantenimento a carico del padre, il che invece certamente non è avvenuto”.

annullamento matrimonio malattiaL’art. 122 cod. civ. elenca tassativamente le ipotesi in cui il matrimonio può essere impugnato.

Il terzo comma della succitata norma dispone, tra l’altro, che  il matrimonio è annullabile dal coniuge che aveva prestato il proprio consenso ignorando l’esistenza di una malattia fisica o psichica dell’altro coniuge.

La possibilità di impugnare il matrimonio per tale motivo è quindi subordinata alla sussistenza delle seguenti condizioni:

1) esistenza della malattia prima del matrimonio;

2) non conoscenza dell’esistenza della malattia da parte del coniuge che richieda l’annullamento;

3) rilevanza dell’affezione ai fino dello svolgimento della vita matrimoniale;

4) influenza determinante sul consenso della non conoscenza dell’esistenza dell’infermità.

Le circostanze di cui ai punti 1,2 e 4 devono essere dimostrate dal coniuge che impugna il matrimonio, mentre dovere del Giudice è quello di accertare rilevanza dell’infermità ai fini di un normale svolgimento della vita familiare (v. Cass. Civ. n. 3671/1998).

Per malattie fisiche si intendono quelle che si presentano anche se non inemendabili almeno come durevoli nel tempo. Si tratta di malattie tanto acquisite che congenite. Non è necessario che siano contagiose per il coniuge ed i figli o ripugnanti. E’ infatti sufficiente che impediscano il normale svolgimento della vita coniugale (malattie veneree, AIDS, sclerosi multipla, epilessia, morbo di Parkinson, forme infettive gravi, dermatiti).

Per malattie psichiche si intendono invece tutte le turbe di non passeggere che ostacolano una normale vita di relazione psicoaffettiva (psicopatie, schizofrenia, psicosi, stati tossici dipendenti da alcool o da stupefacenti o da medicine).

Può trattarsi di malattia anche non cronica, purché non del tutto transitoria, che, indipendentemente dalla sua gravità, incida però sullo svolgimento della vita coniugale.

E’ bene precisare che l’art. 122 C.c. non richiede che l’infermità sia clinicamente conclamata prima del matrimonio, ipotesi questa che la renderebbe riconoscibile probabilmente all’uomo medio, ma che sia esistente, sia pure allo stato di sintomi o episodi prodromici, ciò perché solo la malattia insorta completamente dopo il matrimonio ne esclude l’annullamento in base al generale principio di solidarietà che deve connotare nel bene e nel male la valida unione coniugale (Cass. Civ. n. 12431/2001).

Pensione-reversibilità divorzioChe cos’è la pensione di reversibilità?

La pensione di reversibilità è una prestazione che spetta ai familiari di un lavoratore deceduto già pensionato, e l´unico requisito richiesto è la titolarità da parte del lavoratore, di una pensione diretta (pensione di vecchiaia, di anzianità, di inabilità, di invalidità).

L’ex coniuge ha diritto alla pensione di reversibilità?

Presupposto imprescindibile del diritto alla pensione di reversibilità è la titolarità dell’assegno divorzile.

Più precisamente, con la locuzione “titolarità dell’assegno divorzile” deve intendersi l’avvenuto riconoscimento dell’assegno medesimo da parte del Tribunale ai sensi dell’art. 5 della Legge n. 898/1970.

Qualora l’ex coniuge defunto avesse già contratto un nuovo matrimonio la pensione di reversibilità spetta all’ex coniuge divorziato o al coniuge superstite?

In tal caso sia il coniuge superstite, sia l’ex coniuge divorziato potranno concorrere all’attribuzione della pensione di reversibilità.

In buona sostanza, la pensione di reversibilità spetterà ad entrambi.

La Giurisprudenza di legittimità è chiara ed univoca nell’affermare che la ripartizione del trattamento di reversibilità, in caso di concorso fra coniuge divorziato e coniuge superstite, aventi entrambi i requisiti per la relativa pensione, deve essere effettuata sulla base dell’effettiva durata di entrambi i matrimoni, anche ponderando ulteriori elementi, correlati alla finalità solidaristica che presiede al trattamento di reversibilità, da individuare facendo riferimento all’entità dell’assegno di divorzio riconosciuto all’ex coniuge ed alle condizioni economiche dei due, nonché alla durata delle rispettive convivenze prematrimoniali.

La Cassazione ha poi chiarito che non tutti i suddetti ulteriori elementi debbano necessariamente concorrere né essere valutati in eguale misura, rientrando nell’ambito del prudente apprezzamento del giudice di merito la determinazione della loro rilevanza in concreto (si veda, ad esempio, Cass. Civ. n. 6272/2004).

famiglia fatto domande conviventiPubblico di seguito alcune delle domande più frequenti che mi vengono poste in materia di famiglia di fatto.

Le coppie di fatto possono regolare i loro rapporti tramite convenzioni?

La risposta è certamente positiva. I conviventi possono regolare i loro rapporti patrimoniali tramite contratti.

Tali contratti possono avere ad oggetto sia la regolamentazione del periodo della convivenza, sia la regolamentazione del periodo successivo ad essa.

A quale Giudice devono rivolgersi le coppie di fatto in crisi che vogliano separarsi?

E’ bene innanzitutto tener presente che le coppie di fatto non sono riconosciute dalla legge. Pertanto non esistono norme che determinino l’autorità giudiziaria competente in caso di “separazione” tra conviventi.

Ad ogni modo possiamo fare un distinguo:

1)      In presenza di figli: tutte le questioni riguardanti il mantenimento e l’affidamento degli stessi, potranno essere trattate dal Tribunale per i Minorenni.

2)      In assenza di figli: i conviventi che intendono regolare dei rapporti giuridici, dovranno rivolgersi al Tribunale Ordinario in virtù dei principi generali del diritto.

In presenza di figli, la casa “familiare” può essere assegnata al convivente?

Assolutamente sì. La casa familiare può essere assegnata dal Giudice ad uno dei conviventi quando vi siano figli minorenni o maggiorenni non economicamente indipendenti.

A tale soluzione si giunge grazie alla sentenza n. 166/1998 della Corte Costituzionale.

In assenza di figli, la casa “familiare” può essere assegnata al convivente?

In questo caso la risposta è, evidentemente, negativa. Del resto l’assegnazione della casa coniugale in assenza di figli non avviene neppure per le coppie unite da vincolo coniugale che si separino.

In caso di morte del proprio convivente, l’altro può vantare diritti successori?

La risposta non può che essere negativa.

La successione del convivente potrà avvenire solo nel caso in cui il partner abbia disposto in suo favore tramite testamento (purché non venga comunque lesa la sua quota dei legittimari).

E’ importante tuttavia  sottolineare che in caso di morte del proprio partner il convivente può continuare il rapporto di locazione eventualmente esistente in relazione all’immobile fino a quel momento utilizzato come casa “familiare”.

Il convivente può chiedere il risarcimento dei danni in caso di morte per delitto del proprio partner?

La giurisprudenza più recente ritiene di sì. Ne ho già parlato ampiamente qui.

annullamento matrimonioCon sentenza n. 1343/2010 la Suprema Corte ha espressamente sancito che i matrimoni di lunga durata annullati dalla Chiesa non sono annullabili automaticamente dallo Stato.

La Corte di Cassazione ha quindi accolto il ricorso di una signora veneta il cui matrimonio (di durata ventennale)  era stato annullato dalla Sacra Rota per assenza di figli.

Il marito aveva chiesto l’annullamento sostenendo che le nozze celebrate nel giugno del 1972 erano viziate poiché la moglie gli aveva asseritamente taciuto di non volere figli, dunque era escluso uno dei ‘bona matrimoni’, gli elementi che danno vitalità alle unioni concordatarie.

Gli Ermellini, accogliendo quindi il ricorso della moglie, hanno affermato che “la successiva prolungata convivenza è considerata espressiva di una volontà di accettazione del rapporto che ne è seguito e questa volontà è incompatibile il successivo esercizio della facoltà di rimetterlo in discussione, altrimenti riconosciuta dalla legge”.

La Cassazione ha altresì precisato che “è contrario ai principi di ordine pubblico rimettere in discussione un legame che dura da tempo considerevole adducendo riserve mentali, o vizi del consenso”.

Per dovere di completezza e precisione, è bene ricordare che le sentenze ecclesiastiche matrimoniali, per avere efficacia nel nostro Paese, devono essere riconosciute dal giudice italiano. In assenza di riconoscimento non hanno  alcuna efficacia in Italia.

Negli ultimi anni si è registrato in Italia un vertiginoso aumento delle procedure di annullamento dei  matrimoni dinnanzi ai giudice ecclesiastici ed alla Sacra Rota: nel 2009 sono state circa 6mila le dichiarazioni di nullità dei matrimoni. Molti fanno purtroppo ricorso alla procedura dell’annullamento al precipuo scopo di ottenere in tempi rapidi lo scioglimento del vincolo coniugale.

La suddetta decisione della Suprema Corte dovrebbe far sì che venga evitato che il ricorso alla giustizia ecclesiastica diventi una scappatoia e scorciatoia per ottenere lo stato civile libero.

Va da sé che, in casi simili a quello sottoposto all’attenzione della Suprema Corte, la soluzione per mettere fine ad un’unione coniugale che dura da molti anni può quindi essere soltanto quella della separazione civile seguita poi dal divorzio.

convivente risarcimento danniL’art. 185 cod. pen. recita testualmente: “ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”.

La precedente Giurisprudenza (ormai del tutto superata) riteneva che il convivente more uxorio non fosse legittimato a chiedere il risarcimento del danno in caso di delitto commesso da terzi nei confronti del proprio partner.

La Corte di Cassazione affermava infatti quanto segue: “ In base al principio del neminem laedere, sancito dall’art. 2043 cod. civ., danno risarcibile è solo quello che si verifica per la lesione di un diritto, Pertanto, nel caso di morte di una persona, il soggetto che con essa conviva ricevendone vantaggi o prestazioni, che chiami in giudizio il responsabile dell’evento mortale, deve dimostrare il suo diritto a quei vantaggi ed a quelle prestazioni della persona deceduta; diritto che non può discendere che da legge o da patto. Nessuna di tali ipotesi ricorre nel caso di convivente more uxorio, che conseguentemente è carente di legitimatio ad causam per risarcimento di danni cagionati dalla uccisione della persona con cui conviveva” (Cass. Civ. n. 9708/1992).

Successivamente, la Suprema Corte, mutando radicalmente il proprio orientamento, è giunta a riconoscere la legittimazione del convivente a costituirsi parte civile in caso di delitto ad danni del proprio partner ad opera di terzi.

Gli Ermellini sono giunti a tale conclusione in quanto l’aggressione del terzo lede il convivente nel suo diritto di libertà, nascente direttamente dalla Costituzione, alla continuazione del rapporto, diritto assoluto e tutelabile erga omnes, senza perciò interferenze da parte di terzi.

La Cassazione ha comunque precisato che il risarcimento può essere riconosciuto solo allorquando “la convivenza abbia avuto un carattere di stabilità tale da far ragionevolmente ritenere che, ove non fosse intervenuta l’altrui azione micidiale, la convivenza sarebbe continuata nel tempo”  (Cass. Pen. n. 1313/1995).

La Suprema Corte civile è giunta di recente ad affermare che “chi chieda il risarcimento del danno derivatogli dalla lesione materiale, cagionata alla persona con la quale convive deve dimostrare l’esistenza e la portata dell’equilibrio affettivo-patrimoniale instaurato con la medesima e perciò l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti con vicendevole assistenza materiale e morale (…). Tale prova può essere fornita con qualsiasi mezzo, mentre il certificato anagrafico può tutt’al più provare la coabitazione, insufficiente a dimostrare la condivisione di pesi e oneri di assistenza personale e di contribuzione e collaborazione domestica analoga a quella matrimoniale.

diritto di famiglia addebito della separazioneOccorre innanzitutto premettere che non è indispensabile che il Tribunale si pronunci sull’addebito della separazione. Non è infatti necessario che, in sede giudiziale, si accerti se la responsabilità della separazione incomba sull’uno o sull’altro coniuge.

La dichiarazione di addebito può quindi avvenire solo su richiesta di uno dei due coniugi.

Bisogna tener presente che la dichiarazione di addebito non ha alcuna incidenza sulle conseguenze personali della separazione, sull’assegnazione della casa coniugale e sull’affidamento dei figli.

In caso di addebito della separazione, derivano però le conseguenze patrimoniali che indico di seguito.

Il coniuge a cui venga addebitata la separazione:

–          Non ha diritto all’assegno dei mantenimento, ma solo agli alimenti (che gli possono essere concessi soltanto in caso di effettivo bisogno ed in ammontare sufficiente a garantirgli solo i minimi di sussistenza);

–          In caso di morte dell’altro coniuge, ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio, soltanto se sia già titolare di un assegno alimentare e nei limiti dell’importo di detto assegno;

–          Ha diritto alla pensione di reversibilità soltanto se titolare di assegno alimentare (Cfr Corte Costituzionale n. 450/1989);

–          Ha diritto all’indennità di anzianità e di preavviso, che gli deve essere corrisposta dal datore di lavoro del coniuge deceduto ai sensi dell’art. 2122 cod. civ., solo se titolare dell’assegno alimentare (cfr. Corte Cost. n. 213/1985).

Ma quali sono i casi in cui la separazione può essere addebitata a carico di uno dei due coniugi?

La separazione può essere addebitata allorquando uno dei coniugi non osservi gli obblighi elencati dall’art. 143 cod. civ., ovvero:

–          Dovere di fedeltà;

–          Dovere di assistenza e collaborazione

–          Dovere di coabitazione

–          Dovere di contribuzione

Quanto al dovere di fedeltà, la giurisprudenza di legittimità è da tempo unanime nell’affermare che “l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà può essere causa (anche esclusiva) dell’addebito della separazione sol quando risulti accertato che, a tale violazione, sia, in fatto , riconducibile la crisi dell’unione, mentre il comportamento infedele, se successivo al verificarsi di una situazione d’intollerabilità della convivenza, non è, di per sé solo, rilevante e non può, conseguentemente, giustificare una pronuncia di addebito della separazione quando non sia qualificabile come causa concorrente della rottura del rapporto” (Cass. Civ. n. 10742/1998)

Quanto, invece al dovere di coabitazione, la Suprema Corte ha chiarito che “l’abbandono della casa familiare non costituisce causa di addebitabilità della separazione quando sia stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto” (Cass. Civ. n. 10682/00).

Mantenimento-figli-assegnoIn caso di mancata corresponsione dei contributi al mantenimento sono astrattamente configurabili due diverse ipotesi di reato:

1)      art. 570, comma 2 n. 2 c.p.

oppure

2)      art. 12 sexies della Legge n. 898/1970

Quanto al reato di cui all’art. 570, comma 2 n. 2 c.p.

La giurisprudenza di merito e di legittimità è unanime nel ritenere che il reato di cui all’art. 570, comma 2 n. 2 c.p. consiste nel far mancare ai soggetti in esso indicati (discendenti in età minore, coniuge, ecc.)  i “mezzi di sussistenza”, che vanno individuati in ciò che è strettamente indispensabile alla vita (vitto, alloggio, vestiario, cure mediche).

Pertanto, per questa ragione, il giudice per valutare la ricorrenza del reato previsto dall’art. 570, comma 2 c.p. non dovrà accertare nel caso concreto se sia stato versato o meno l’assegno stabilito per il mantenimento dei figli dal giudice civile, ma dovrà accertare se dalla condotta omissiva dell’obbligato siano venuti a mancare ai beneficiari i “mezzi di sussistenza” (v. giurisprudenza allegata).

Sanzione prevista: pena della reclusione sino ad un anno + multa da euro 103,00  a euro 1032,00.

Procedibilità: trattasi di reato punibile a querela della persona offesa; è procedibile d’ufficio quando il reato è commesso in danno di minori.

Quanto al reato di cui all’art. 12 sexies della Legge n. 898/1970

L’art. 12 sexies della Legge 898/1970 così testualmente recita: “al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione dell’assegno dovuto a norma degli artt. 5 e 6 della presente legge si applicano le pene previste dall’art. 570 c.p.” .

Per la sussistenza dell’ipotesi di reato in esame, che è ben diversa da quella astrattamente configurata nell’art. 570 comma 2 c.p., il giudice penale non dovrà più indagare se la mancata corresponsione dell’assegno coincida con la mancata corresponsione di mezzi di sussistenza ai figli minori. Ed invero, lo stesso richiamo contenuto nell’art. 12 sexies della L. 898/1970 all’art. 570 c.p. opera solo ed esclusivamente quoad poenam.

Tale reato “…è integrato per il sol fatto del mancato versamento dell’assegno stabilito nella sentenza divorzile …” (Cass. Pen., sez. IV, 19.5.2005, n. 32540).

In pratica tale reato presuppone l’obbligo civilistico sancito nella sentenza di divorzio e prescinde dallo stato di bisogno del soggetto passivo.

Sanzione prevista: pena della reclusione sino ad un anno + multa da euro 103,00  a euro 1.032,00.

Procedibilità: con sentenza n. 21673 del 2.3.2004 la Cassazione – mutando il precedente orientamento – si è espressa nel senso che “in tema di reati contro la famiglia, l’art. 12 sexies Legge 1 dicembre 1970, n. 898, nello stabilire che, in caso di scioglimento del matrimonio, al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione dell’assegno divorziale si applicano le pene previste dall’art. 570 cod. pen., opera un rinvio all’intero regime sanzionatorio fissato in detta disposizione, ivi comprese le regole in tema di procedibilità previste dal suo terzo comma. Ne consegue che anche la violazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno compiuta dal coniuge divorziato è punibile a querela della persona offesa, fatti salvi in casi in cui la perseguibilità d’ufficio è prevista dallo stesso art. 570 cod. pen.”.

Pertanto, sulla base di questo orientamento giurisprudenziale, si può ritenere che anche tale reato sia punibile a querela della persona offesa; è però procedibile d’ufficio quando il reato è commesso in danno di minori.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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