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Modulo constatazione amichevole avvocatoDopo essere stati coinvolti in un incidente stradale in cui non si siano riportati gravi danni alla propria persona bisogna cercare di mantenere la maggiore lucidità mentale possibile e compilare con attenzione il ben noto c.d. MODULO CAI, ovvero il modulo di CONSTATAZIONE AMICHEVOLE.

Infatti, come comunemente ritenuto dalla giurisprudenza di merito, il modulo CAI ha valore confessorio.

Quanto appena detto significa che le modalità del sinistro indicate nel Modulo CAI si presumono vere salvo che venga fornita diversa prova contraria.

Segnalo, in proposito, la recente sentenza n. 2867/2010 del 24 ottobre 2010 del Giudice di Pace di Bergamo, dott. Ingoglia ove si legge: “la sottoscrizione del modulo CAI da parte di uno dei soggetti coinvolti, ha valore confessorio nei confronti di chi lo ha sottoscritto, dal che consegue l’assunzione di responsabilità riguardo al contenuto di quanto sottoscritto e segnatamente della dinamica del sinistro”.

Del resto già il Giudice di Pace di Torino, con sentenza del 31 marzo 2008, aveva così statuito: Ad explicandum, l’art. 143 comma secondo del D.Lgs. 7 settembre 2005 n. 209 o cosi detto Codice delle Assicurazioni – che ha rinnovato per intero l’art. 5 comma secondo della L. 26 febbraio 1977 n. 39 – ha statuito che nell’ipotesi di CAI , congiuntamente sottoscritta da entrambi i conducenti coinvolti, si è presunto che il sinistro, salvo prova contraria da parte dell’assicuratore, si fosse verificato nelle circostanze, con le modalità e con le conseguenze risultanti dal modulo stesso.

Ad explicandum, il modulo blu ha integrato gli estremi di una confessione stragiudiziale, perché ha contenuto la descrizione, sottoscritta dalle parti, delle circostanze di fatto nelle quali si è verificato il sinistro (Pretura Verbania 23/11/81; Pretura Taranto 28/1/83 e 28/12/82; Pretura Asola 14/5/81; Giudice Pace Monza 22/1/96).

La confessione stragiudiziale del conducente, a norma del combinato disposto degli art. 2733 e 2735 c.c., fa piena prova contro il confitente, mentre può essere, alla luce degli altri elementi probatori emersi nel processo, liberamente apprezzata dal giudice nei confronti dell’assicuratore, litisconsorte necessario ex art. 23 L. 990/69 (Cass.Civ.Sez.III 25/1/1995; Corte Appello Milano 5/6/79; Corte Appello Trieste 4/3/86)

Si presti pertanto particolare attenzione nella compilazione e nella sottoscrizione del modulo blu di constatazione amichevole.

facebook diffamazioneIl social network più popolare e più utilizzato in assoluto è certamente Facebook.

Ha cambiato il modo di interagire di ciascuno di noi, facilitando i rapporti interpersonali.

A Facebook va certamente riconosciuto il merito di aver consentito agli utenti dello stesso di riallacciare rapporti che sembravano ormai persi, nonché il  merito di aver favorito la nascita di nuove amicizie.

Tuttavia si deve ammettere che l’utilizzo improprio di Facebook ha condotto alla consumazione facile di reati quali la diffamazione e l’ingiuria.

Ed invero i Tribunali di tutta Italia cominciano ad essere chiamati a decidere sulle prime richieste di risarcimento per danni, morali e non patrimoniali, a fronte di diffamazione ed ingiurie avvenute a mezzo Facebook.

Emblematica è certamente la sentenza n. 770 del 2 marzo 2010 resa dal Tribunale di Monza il quale ha affermato che “L’utente di social network (nel caso di specie facebook) che sia destinatario di un messaggio lesivo della propria reputazione, dell’onore e del decoro, ha diritto al risarcimento del danno morale o non patrimoniale da porre a carico dell’autore del messaggio medesimo”.

Nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale di Monza un ragazzo aveva commentato in modo inequivocabilmente offensivo la foto della propria ex ragazza pubblicata su Facebook prendendo in giro un difetto fisico di quest’ultima.

Pubblico di seguito parte della sentenza de qua.

“Due giovani si conoscono e socializzano tramite F. e tra loro ha inizio una relazione da entrambi definita sentimentale, con sviluppi non lineari ed irreprensibili, descritti dal convenuto in modo minuzioso, pur se irrilevanti ai fini della presente decisione.

In tale contesto si inserisce l’invio da parte di B. di un messaggio a mezzo F. a A., datato 1.10.2008 e del seguente eloquentissimo tenore: (omissis)

Trattasi, in tutta evidenza, di un messaggio denotante la conoscenza non solo della imperfezione fisica sofferta da A., ma anche e soprattutto di alcune sue presunte preferenze maschili e abitudini sessuali.

Per di più, il messaggio presuppone precedenti conversazioni non gradite al mittente (“T consiglio di smetterla”) e che trovano riscontro nelle difese del convenuto, laddove ha lamentato il preteso comportamento persecutorio di parte attrice e la propria conseguente giustificata reazione.

Difese che, ad onor del vero, si appalesano ictu oculi come contraddittorie nel momento in cui alla contestazione della provenienza del messaggio è poi soggiunta la non riferibilità a A. del suo contenuto.

Immeritevoli di accoglienza appaiono, comunque, le generiche eccezioni svolte dal convenuto in relazione alla effettiva provenienza del messaggio de quo, posto che è ampiamente documentata dall’attrice la partecipazione di B. alla discussione in chat messaggistica sul profilo di un comune “amico F.” (tale G. F.) a commento di una foto che li ritrae assieme, l’inserimento di A. in tale conversazione web e la replica finale suggellata dal messaggio del quale oggi si discute (doc. 2).

Maggiormente dimostrativo della provenienza dal convenuto del messaggio in esame è l’ulteriore scambio di messaggi avvenuto tra le parti in ora tarda (ore 22,37 attrice – ore 1,03 convenuto: doc. 3), dal quale si evince anche la volontà di B. di rivendicare nuovamente il contenuto di quanto in precedenza scritto (“omissis”) e di voler sin da allora individuare una possibile scappatoia nella pretesa non riferibilità all’attrice delle gravi espressioni adottate (“omissis “).

Quest’ultima affermazione del convenuto è, di contro, dimostrativa del carattere pubblico delle offese arrecate: offese certamente riconducibili in modo immediato e diretto a A., non solo per la riferita forzata condivisione con i comuni “amici F.” delle abitudini di vita dell’attrice e dei suoi asseriti comportamenti vessatori (v. pag. 4 comparsa di risposta), ma anche più semplicemente per la evidente circostanza che il messaggio ingiurioso è immediatamente successivo a quello inviato dalla stessa A. a commento della foto pubblicata dal comune “amico” (il quale, poi, a detta

dello stesso convenuto ebbe a “cancellare” il messaggio de quo). La nota impossibilità di registrazione nel social network a nome di un utente già registrato (confermata anche in via documentale dall’attrice: docc. 4-5-6) e l’assenza di formali denunzie del convenuto concernenti eventuali e non dimostrati “furti d’identità” (anzi escludibili, alla luce dell’utilizzazione del medesimo recapito e-mail, in altre occasioni pubblicato: doc. 7) consentono di affermare la provenienza del messaggio da B.

Se a ciò si aggiungono le ulteriori considerazioni già ampiamente svolte in relazione alle note caratteristiche di F., ai suoi altrettanto notori e conosciuti limiti ed alla consapevole accettazione dei conseguenti rischi di una sua non corretta utilizzazione, non possono sussistere ragionevoli dubbi sulla affermazione di civile responsabilità del convenuto quanto agli effetti ed ai pregiudizi arrecati dal messaggio del giorno 1.10.2008 e dalla reale (e (ancor potenziale) sua diffusione.

Dunque, B. dev’essere condannato al risarcimento dei danni arrecati per tale via a A., dovendosi al riguardo escludere le invocate scriminanti o diminuenti di cui all’art. 599 c. II° c.p. ed all’art. 1227 c.c., certamente apparse incongrue anche in ossequio alla stessa prospettazione dei fatti offerta dalla difesa del convenuto.

(…)

Il Tribunale, definitivamente pronunziando sulla domanda proposta con atto di citazione notificato il 12.3.2009 da A.

nei confronti di B., così provvede:

1) condanna B. al pagamento, in favore di A., della somma di Euro 15.000,00 oltre agli interessi legali dalla data del fatto al saldo;

2) lo condanna, altresì, al pagamento delle spese processuali in favore di parte attrice, liquidate nella misura di Euro 4.400,58 (di cui Euro 186,58 per esborsi, Euro 1.214,00 per diritti ed Euro 3.000,00 per onorari), oltre spese generali, IVA e CPA come per legge;

3) dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva”.

convivente risarcimento danniL’art. 185 cod. pen. recita testualmente: “ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”.

La precedente Giurisprudenza (ormai del tutto superata) riteneva che il convivente more uxorio non fosse legittimato a chiedere il risarcimento del danno in caso di delitto commesso da terzi nei confronti del proprio partner.

La Corte di Cassazione affermava infatti quanto segue: “ In base al principio del neminem laedere, sancito dall’art. 2043 cod. civ., danno risarcibile è solo quello che si verifica per la lesione di un diritto, Pertanto, nel caso di morte di una persona, il soggetto che con essa conviva ricevendone vantaggi o prestazioni, che chiami in giudizio il responsabile dell’evento mortale, deve dimostrare il suo diritto a quei vantaggi ed a quelle prestazioni della persona deceduta; diritto che non può discendere che da legge o da patto. Nessuna di tali ipotesi ricorre nel caso di convivente more uxorio, che conseguentemente è carente di legitimatio ad causam per risarcimento di danni cagionati dalla uccisione della persona con cui conviveva” (Cass. Civ. n. 9708/1992).

Successivamente, la Suprema Corte, mutando radicalmente il proprio orientamento, è giunta a riconoscere la legittimazione del convivente a costituirsi parte civile in caso di delitto ad danni del proprio partner ad opera di terzi.

Gli Ermellini sono giunti a tale conclusione in quanto l’aggressione del terzo lede il convivente nel suo diritto di libertà, nascente direttamente dalla Costituzione, alla continuazione del rapporto, diritto assoluto e tutelabile erga omnes, senza perciò interferenze da parte di terzi.

La Cassazione ha comunque precisato che il risarcimento può essere riconosciuto solo allorquando “la convivenza abbia avuto un carattere di stabilità tale da far ragionevolmente ritenere che, ove non fosse intervenuta l’altrui azione micidiale, la convivenza sarebbe continuata nel tempo”  (Cass. Pen. n. 1313/1995).

La Suprema Corte civile è giunta di recente ad affermare che “chi chieda il risarcimento del danno derivatogli dalla lesione materiale, cagionata alla persona con la quale convive deve dimostrare l’esistenza e la portata dell’equilibrio affettivo-patrimoniale instaurato con la medesima e perciò l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti con vicendevole assistenza materiale e morale (…). Tale prova può essere fornita con qualsiasi mezzo, mentre il certificato anagrafico può tutt’al più provare la coabitazione, insufficiente a dimostrare la condivisione di pesi e oneri di assistenza personale e di contribuzione e collaborazione domestica analoga a quella matrimoniale.

e-mail decreto ingiuntivoAi sensi dell’art. 634 del codice di procedura civile le promesse unilaterali per scrittura privata, rientrano tra le prove scritte idonee a documentare un credito in sede di procedimento per decreto ingiuntivo.

L’e-mail  contenente una promessa di pagamento soddisfa il requisito legale della forma scritta richiesto dall’art. 634 c.p.c.?

A questo proposito, occorre innanzitutto richiamare il T.U. (D.P.R.) n. 445/2000 il cui art. 1, primo comma lett. B), sancisce che il documento informatico è “ la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”. L’e-mail può quindi certamente essere ritenuta un documento informatico.

L’art. 8 del citato Testo Unico stabilisce poi la piena validità di tale documento, disponendo che “il documento informatico da chiunque formato, la registrazione su supporto informatico e la trasmissione con strumenti telematici, sono validi e rilevanti a tutti gli effetti di legge, se conformi alle disposizioni del presente testo unico”.

L’art. 10, comma 2 del Testo Unico sancisce infine che  “il documento informatico sottoscritto con firma elettronica, soddisfa il requisito legale della forma scritta”.

Per firma elettronica deve intendersi “l’insieme dei dati in forma elettronica, allegati oppure connessi tramite associazione logica ad altri dati elettronici, utilizzati come metodo di autenticazione informatica”.

Dato che il mittente della e-mail per poter creare ed inviare detta e-mail deve eseguire una procedura di validazione, inserendo il proprio username e la password, diversi Giudici hanno ritenuto che tale documento informatico soddisfasse il requisito legale della forma scritta e ben potesse essere posto a fondamento dell’emissione di un decreto ingiuntivo.

Cito, ad esempio, Tribunale di Cuneo, decreto ingiuntivo n. 848 del 15 dicembre 2003; Tribunale di Mondovì, decreto ingiuntivo n. 375 del 07 giugno 2004; Giudice di Pace di Pesaro in data  novembre 2004.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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