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Il fatto

Due coniugi serbi adivano il Tribunale ordinario  di Vicenza e, asserendo di essere genitori legittimi di un minore residente in Italia, chiedevano che venisse dichiarato nullo il riconoscimento di figlio naturale effettuato sul minore stesso da un cittadino romeno.

I coniugi precisavano di essere legalmente coniugati e mai separati, sebbene la signora vivesse a Vicenza con il bambino, mentre il marito in Serbia.

Il cittadino romeno, dal canto suo, rilevava di aver avuto una relazione con la signora, di essere il padre biologico del bambino avuto dalla stessa e di aver ottenuto dal Tribunale per i Minorenni di Venezia l’autorizzazione al riconoscimento del figlio naturale ai sensi dell’art. 250 cod. civ., in contumacia della mamma del minore stesso. Il presunto padre biologico, in ogni caso, proponeva altresì domanda riconvenzionale di disconoscimento di paternità.

Con la sentenza di cui si tratta il Tribunale di Vicenza ha dichiarato la nullità del riconoscimento del figlio naturale, rigettando la domanda riconvenzionale svolta dal convenuto in quanto tardiva.

Il provvedimento in commento costituisce una significativa applicazione della disciplina internazionale in materia di competenza giurisdizionale e legge applicabile nelle controversie in ambito di filiazione.

Nella medesima sentenza, il Tribunale ha avuto inoltre modo di disquisire in ordine ad altre questioni di diritto che verranno di seguito esposte.

La giurisdizione e la legge applicabile

Preliminarmente il Tribunale, nell’affrontare la domanda promossa dalla parte attrice, ha correttamente ricercato all’interno del diritto internazionale privato italiano le norme chiamate ad individuare il foro competente e la legge applicabile.

Per quel che concerne la questione del tutto pregiudiziale relativa alla sussistenza della giurisdizione del Tribunale adito, quest’ultimo richiama la disposizione dell’art. 37 della Legge n. 218/1995. Tale norma attribuisce invero giurisdizione ai giudici italiani, oltre che nei casi in cui sussistono i titoli generali previsti dall’art. 3 della stessa Legge (intitolato “ambito della giurisdizione”) ed in quelli in cui sussiste la giurisdizione volontaria di cui all’art. 9 (“giurisdizione volontaria”), ogni volta che uno dei genitori o il figlio sia cittadino italiano o risieda in Italia [1].

Nel caso in questione, risiedendo in Italia sia il figlio, sia la madre, nonché il presunto padre biologico, nessun dubbio poteva sussistere in ordine alla sussistenza della giurisdizione del giudice italiano.

Per quanto concerne, invece, la legge applicabile il Tribunale, richiamando la disposizione di cui all’art. 33 della Legge n. 218/1995 ha ritenuto che dovesse trovare attuazione la Legge Serba[2].

A questo punto il Giudice adito, evidenziando la circostanza incontestata della nascita del minore da donna sposata in costanza di matrimonio, ha rilevato che anche nell’ordinamento della Repubblica Serba sussiste la presunzione che il padre del nato sia il marito della madre.

A differenza, però, di quanto avviene nell’ordinamento giuridico italiano, la Legge serba (art. 252, comma quarto) consente anche al padre naturale di proporre azione di disconoscimento.[3]

Tuttavia, tale azione può essere promossa solo entro un termine di decadenza che, nel caso in esame, era stato posto dai coniugi serbi a fondamento di un’eccezione di tardività. Con la sentenza de qua, il Tribunale ha ritenuto di poter interpretare la Legge serba nel senso che l’azione di disconoscimento deve essere sempre proposta entro un anno dal momento in cui l’attore viene a conoscenza di essere padre del figlio e, comunque, anche se questa conoscenza interviene successivamente, non può essere proposta quando il figlio ha compiuto dieci anni.

Considerato  che il convenuto aveva promosso l’azione di disconoscimento dopo oltre un anno dalla nascita del minore ed aveva omesso di  provare la tempestività dell’azione stessa, il Tribunale ordinario ha quindi rigettato la relativa domanda in quanto tardiva.

Il Giudicante invero, richiamando una pronuncia della Suprema Corte (Cass. n. 1512/00) ha affermato che “spettava a colui che propone il disconoscimento provare la tempestività dell’azione dando dimostrazione del dies a quo diverso dalla nascita del figlio dal quale decorre il termine di decadenza, perché il mancato rispetto del termine è causa di improponibilità dell’azione, rilevabile d’ufficio”.

Curatore speciale del minore: differenza  tra nomina ex art. 78 c.p.c. e nomina ex art. 244, comma quarto cod. civ.

Nel corso del giudizio de quo, su istanza del presunto padre naturale, veniva nominato un curatore speciale affinché rappresentasse il minore.

Il curatore così nominato chiedeva che venisse verificata la fondatezza della domanda di riconoscimento, con ciò aderendo nella sostanza alla domanda di disconoscimento formulata dal presunto padre naturale.

Il Tribunale ha quindi dovuto chiarire che, nel caso di specie, si era proceduto alla nomina del curatore affinché il minore, litisconsorte necessario nella proposta azione di disconoscimento, avesse la possibilità di prendere parte al giudizio pur trovandosi in uno stato di conflitto di interessi con i propri rappresentanti legali, ovvero la madre ed il padre legittimo. La norma applicata era quindi quella di cui all’art. 78 c.p.c.[4]

Ben diversa è invece la posizione del curatore speciale del minore che venga nominato ai sensi dell’art. 244[5], comma quarto cod. civ., al fine di proporre l’azione di disconoscimento. Nel caso di minore infrasedicenne , il procedimento per la nomina del curatore deve essere promosso dal Pubblico Ministero, senza possibilità che altri soggetti si facciano promotori della nomina.

La fattispecie in esame (ove la nomina era stata promossa dal preteso padre naturale ed era avvenuta senza che si svolgesse un procedimento volto ad acquisire ogni informazione utile per accertare la convenienza del minore), non era pertanto quella di cui all’art. 244 cod. civ.. Il Tribunale ha quindi escluso che il curatore speciale del minore avesse proposto la domanda di disconoscimento del minore a cui si riferiscono sia il primo comma dell’art. 252 della Legge serba, sia l’art. 244, comma quarto cod. civ..

Questione relativa al passaggio in giudicato della sentenza del Tribunale per i Minorenni di Venezia

Nella parte conclusiva della sentenza in esame, il Tribunale ordinario di Vicenza ha altresì precisato che alla propria pronuncia non osta il fatto che sia passata in giudicato la sentenza con cui il Tribunale per i minorenni aveva autorizzato il cittadino romeno al riconoscimento del figlio naturale ai sensi dell’art. 250 cod. civ..

Ed invero, il procedimento innanzi al Tribunale per i Minorenni si era svolto a seguito del mancato rilascio del consenso della madre al riconoscimento del preteso padre ed aveva avuto ad oggetto solo la valutazione della sussistenza o meno dell’interesse del minore al successivo riconoscimento.

Tuttavia il procedimento avanti al Tribunale per i Minorenni non aveva avuto (e mai comunque potrebbe avere) ad oggetto l’ammissibilità o la veridicità del riconoscimento autorizzando.

Il Tribunale di Vicenza ha quindi affermato che non sussiste alcuna contraddizione tra la sentenza per i minorenni che concesse al preteso padre l’autorizzazione a riconoscere il bambino quale proprio figlio naturale e la pronuncia del Tribunale ordinario che accerta l’inefficacia del riconoscimento perché contrastante con lo status di figlio legittimo del riconosciuto.

Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo pubblicata sulla rivista Questioni di Diritto di Famiglia – Maggioli Editore

 



[1]                      [1] Art. 37 Giurisdizione in materia di filiazione. – 1 In materia di filiazione e di rapporti personali fra genitori e figli la giurisdizione italiana sussiste, oltre che nei casi previsti rispettivamente dagli articoli 3 e 9, anche quando uno dei genitori o il figlio è cittadino italiano o risiede in Italia.

 

 

[2]                      [2] Art. 33 Filiazione. – Lo stato di figlio è determinato dalla legge nazionale del figlio al momento della nascita. 2- E’ legittimo il figlio considerato tale dalla legge dello Stato di cui uno dei genitori è cittadino al momento della nascita del figlio. 3 La legge nazionale del figlio al momento della nascita regola i presupposti e gli effetti dell’accertamento e della contestazione dello stato di figlio. Lo stato di figlio legittimo, acquisito in base alla legge nazionale di uno dei genitori, non può essere contestato che alla stregua di tale legge.

 

 

[3]                      [3] L’art. 252 comma quarto della Legge sui Rapporti Familiari recita infatti che “l’uomo che ritiene di essere il padre del figlio può proporre l’azione di disconoscimento di paternità nei confronti del presunto padre nel termine di un anno dal giorno in cui viene a conoscenza del fatto che lui sia il padre del figlio, ed in ogni caso nel termine di 10 anni dalla nascita del figlio”

 

[4]                      [4] Art. 78 c.p.c (Curatore speciale) –  Se manca la persona a cui spetta la rappresentanza o l’assistenza, o vi sono ragioni di urgenza, può essere nominato all’incapace, alla persona giuridica o all’associazione non riconosciuta un curatore speciale che li rappresenti o assista finché subentri colui al quale spetta la rappresentanza o l’assistenza.
Si procede altresì alla nomina di un curatore speciale al rappresentato, quando vi e’ conflitto d’interessi col rappresentante.

 

[5]
[5] L’art. 244, quarto comma cod. civ recita testualmente “L’azione può essere altresì promossa da un curatore speciale nominato dal giudice, assunte sommarie informazioni, su istanza del figlio minore che ha compiuto i sedici anni, o del pubblico ministero quando si tratta di minore di età inferiore”.

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Tribunale di Bergamo – sentenza n. 1799/2010

“L’accertamento del diritto all’assegno divorzile (di carattere esclusivamente assistenziale) va effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi (o l’impossibilità per procurarseli per ragioni oggettive) del coniuge richiedente, raffrontate ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del rapporto, fissate al momento del divorzio.

Tale accertamento va compiuto mediante una duplice indagine, attinente all’ “an” e al “quantum”, nel senso che il presupposto per la concessione dell’assegno è costituito dall’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre) a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, non essendo necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto (il quale può essere anche economicamente autosufficiente) e rilevando, invece, l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche.

Ora, tenuto conto dei redditi dei coniugi, dell’assegnazione della casa coniugale alla moglie e del fatto che il ricorrente deve provvedere anche ad un altro figlio si ritiene che non sussistano i presupposti per porre a carico del marito e a favore della moglie un assegno divorzile”.

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La premessa

Gli obblighi genitoriali trovano la loro fonte nell’art. 30 della Carta Costituzionale, nonché nell’art. 147 cod. civ.: si tratta, come è noto, dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione.

Qualora i genitori non adempiano a tali doveri costituzionalmente sanciti, il codice civile prevede (nei casi più gravi) il rimedio drastico della decadenza dalla potestà parentale (art. 330 cod. civ.) oppure provvedimenti di limitazione di tale potestà (artt. 333 e 334 cod. civ.), ovviamente assunti con espresso riferimento al pregiudizio arrecato al minore, sia dal punto di vista personale che patrimoniale.

La finalità delle succitate norme codicistiche è certamente quella di proteggere il minore dai pregiudizi subiti a causa delle violazioni dei propri doveri da parte di uno od entrambi i genitori.

Con Legge n. 54/2006 è stato poi inserito nel codice di rito il dettato dell’art. 709 ter c.p.c., al quale è possibile far riferimento ogni qualvolta si verifichi inadempimento agli obblighi genitoriali oggetto della decisione giudiziaria ovvero si riscontrino comportamenti lesivi degli interessi della prole.

Nella sentenza in commento, si è fatto espresso richiamo alla suddetta disposizione per il caso del danno subito dai figli a causa del completo disinteresse mostrato da uno dei genitori.

Il caso

Una donna presentava innanzi al Tribunale di Modena ricorso per separazione giudiziale chiedendo che la stessa fosse addebitata al marito, reo di aver abbandonato la stessa e le figlie minori e di essersene completamente disinteressato nell’ultimo biennio.

Nel corso dell’istruttoria emergeva invero che il marito si era allontanato dall’abitazione coniugale tre anni prima e che, dall’anno successivo, aveva completamente omesso di occuparsi della propria famiglia sia a livello morale, sia a livello economico.

A causa dell’assenza di ogni contribuzione successiva all’abbandono della casa coniugale, la donna e la prole versavano in gravi condizioni economiche, tali per cui si era reso addirittura necessario l’intervento dei Servizi Sociali.

Sulla base di tali presupposti, la donna chiedeva pure che le figlie le venissero affidate in via esclusiva.

Contestualmente alla domanda di separazione giudiziale, la ricorrente chiedeva che il marito venisse condannato al risarcimento del danno esistenziale dalla stessa asseritamente subito.

La decisione del Tribunale di Modena

Con sentenza emessa il 17 settembre 2012, il Tribunale di Modena, nell’accogliere le richieste della ricorrente, ha innanzitutto affidato le figlie in via esclusiva alla madre a causa dell’evidente e persistente disinteresse mostrato dal padre nei confronti della prole.

Pertanto, ad avviso del Tribunale di Modena, l’assenteismo del genitore costituisce legittima deroga al regime dell’affido condiviso introdotto con Legge n. 54/2006 [1].

Quanto alla domanda di risarcimento formulata dalla moglie, il Giudice di Prime Cure, richiamando la più recente giurisprudenza di merito, [2] ne ha affermato la sua inammissibilità nel corso del giudizio di separazione personale (pur se scaturente dalle medesime ragioni che sorreggano la domanda di addebito).

Tuttavia, il Tribunale, precisando che la suddetta domanda conteneva un’ampia richiesta di condanna, ha comunque ritenuto  di poter qualificare e valutare la stessa ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c., secondo comma, ipotesi n. 2 , che trova sua opportuna sede nel procedimento di separazione.

Il Collegio giudicante ha quindi ricordato quali siano le funzioni delle misure stabilite nell’art. 709 ter c.p.c., nonché i presupposti che ne legittimano l’applicabilità.

Nella pronuncia de qua, si legge infatti che la funzione delle misure di cui all’art. 709 ter c.p.c. è quella di indurre l’obbligato al rispetto delle prescrizioni giudiziali emesse a suo carico e ad astenersi in futuro da condotte qualificabili in termini di inottemperanza all’ordine impostogli in sede giudiziale.

Più in particolare il Tribunale di Modena ha poi ricordato che la misura del risarcimento del danno di cui al comma secondo, numero 2) della citata norma processuale è caratterizzata da duplice natura e finalità. Trattasi, infatti, sia di mezzo di coazione volto a far cessare il comportamento illecito del genitore, sia di mezzo di reintegrazione di un grave pregiudizio.

Ne consegue che, laddove si intenda ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale a titolo di responsabilità per disinteresse nei confronti del figlio, dovrà provarsi che da tale comportamento il minore abbia subito un grave e consistente pregiudizio, nonché il nesso di causalità tra la condotta illecita ed il pregiudizio stesso.

In mancanza di tale prova, il comportamento lesivo potrà essere sanzionato soltanto tramite i rimedi dell’ammonizione e della sanzione pecuniaria, ipotesi previste e disciplinate dall’art. 709 ter c.p.c., secondo comma, n. 1) e n. 4).

Nella fattispecie specifica, il Tribunale di Modena, ritenendo provato il grave pregiudizio subito dalle figlie minori completamente abbandonate dal padre con gravi conseguenze sulla loro condizione relazionale e psicologica, ha quindi condannato quest’ultimo al risarcimento del danno valutandolo in sede equitativa ex art. 1226 cod. civ..

[1] In senso conforme: Trib. Novara, 11.2.2010 in cui viene affermato che è legittimo affidare la figlia alla madre, quando il padre dimostra disinteresse, nonostante l’affido condiviso sia la regola; Trib. Bologna, 17 aprile 2008 secondo il quale : “In tema di separazione giudiziale dei coniugi, va escluso l’ affidamento condiviso dei figli minori a fronte del totale disinteresse mostrato da uno dei genitori per i figli stessi”; Trib. Messina, 29 gennaio 2008: “Qualora uno dei genitori non assolva agli obblighi di cura e di presenza nella vita del minore, può disporsi, nel processo di divorzio, l’affidamento esclusivo all’altro genitore ed al fine di evitare che l’assenza del primo renda difficile l’adozione delle decisioni relative al minore, può anche disporsi che l’affidatario possa adottare da solo in difetto di esplicita opposizione da parte dell’altro, anche le decisioni maggiore interesse”; Trib. Pordenone, 30 marzo 2007 “In tema di affidamento dei figli minori, è opportuno che questi ultimi rimangano affidati in modo esclusivo al padre allorché non esista alcuna consuetudine di vita con la madre, la quale, dopo essersi trasferita in altra regione d’Italia ed aver formato una nuova famiglia, non abbia più avuto alcun contatto, neppure telefonico, con i figli. Inoltre, la madre, disinteressandosi dell’esito della causa di divorzio (non comparendo all’udienza presidenziale, né costituendosi nella successiva fase del giudizio) ha dimostrando di non avere argomenti contrari a quelli svolti dal marito a sostegno della richiesta di affidamento esclusivo della prole. In casi del genere, non può ritenersi conforme all’interesse dei figli l’affidamento condiviso, anche in considerazione del fatto che le decisioni che li riguardano dovranno più opportunamente essere prese dal genitore che conosce il loro carattere ed i loro bisogni”.

[2] Trib. Monza, 11 marzo 2009, n. 818; Trib. Milano, 20 marzo 2009, n. 3862; Trib. Modena, 1 ottobre 2010.

* Nota a sentenza dell’avv. Patrizia D’Arcangelo pubblicata sulla Rivista Questioni di Diritto di Famiglia -Maggioli Editore.

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abbandono tetto coniugaleCon sentenza n. 12310/2012 la Suprema Corte ha affermato che il reato di cui all’art. 570 co. 1 c.p., nella forma dell’abbandono del domicilio domestico, non può ritenersi configurabile per il solo fatto storico dell’avvenuto allontanamento di uno dei coniugi dalla casa coniugale (si vedano altresì: Cass. Sez. 6, 14.7.1989 n. 13724, Chianta, rv. 182278 Cass. Sez. 6, 12.3.1999 n. 11064, Innamorato, rv. 214330).

Ricorda infatti la Cassazione. “Posto che la fattispecie criminosa si perfeziona soltanto se e quando il contegno del soggetto agente si traduca in un’effettiva sottrazione agli obblighi di assistenza materiale e morale nei confronti del coniuge “abbandonato” (del che, nel caso oggetto di ricorso, nessuna prova è individuata né dall’impugnata sentenza di appello, né da quella di primo grado), occorre ribadire che – alla luce della normativa regolante i rapporti di famiglia e della stessa evoluzione del costume sociale e relazionale – la qualità di coniuge non è più uno stato permanente, ma una condizione modificabile per la volontà, anche di uno solo, di rompere o sospendere il vincolo matrimoniale. Volontà la cui autonoma manifestazione, pur se non perfezionata nelle specifiche forme previste per la separazione o lo scioglimento del vincolo coniugale, può essere idonea ad interrompere senza colpa e senza effetti penalmente rilevanti taluni obblighi, tra i quali quello della coabitazione. La logica ulteriore conseguenza, ignorata dalla sentenza impugnata, è che la condotta tipica di abbandono del domicilio domestico è integrata soltanto se l’allontanamento risulti privo di una giusta causa, connotandosi di reale disvalore dal punto di vista etico e sociale (Cass. Sez. 6, 14.10.2004 n. 44614, Romeo, rv. 230523)”.

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Ogni separazione è a sè. Su questo non ci piove. Pubblico però di seguito  un mio personalissimo modello di  ricorso per separazione consensuale che può tornare utile a coniugi senza figli che intendano separarsi.

TRIBUNALE DI BERGAMO

Ricorso per Separazione Consensuale dei Coniugi

Ill.mo Signor Presidente,

La Sig.ra xxxxxxxxxxxxxxxxxx (cod. fisc. xxxxxxxxxx), nata a ……………… il ………… residente in …………via…., ed il signor yyyyyyyyyyyy (cod. fisc. yyyyyyyyyyy), nato a ………………. (Bg) il ………………, residente in ………….., via ………….. entrambi rappresentati e difesi dall’Avv. Patrizia D’Arcangelo del Foro di Bergamo ed elettivamente domiciliati presso il suo Studio in Cologno al Serio (Bg), Via Rocca, n. 6 (n. telefax per le comunicazioni 035/48.72.242), giusta procura speciale posta a margine del presente atto,

premesso

- che gli istanti in data ……… hanno contratto matrimonio civile in ………, mantenendo il regime di comunione legale dei beni;

- che l’unione matrimoniale non è stata accompagnata dalla nascita di figli;

- che il rapporto matrimoniale è divenuto impossibile ed intollerabile a causa di gravi incompatibilità di carattere ed inutili si sono rivelati i tentativi effettuati dalla coppia per superare i contrasti insorti;

Tanto premesso, i ricorrenti, come sopra rappresentati e difesi, ai sensi dell’art. 150 e ss. cod. civ. e 711 cod. proc. civ.,

chiedono

che la S.V. Ill.ma, convocate le parti innanzi a se per il prescritto

tentativo obbligatorio di conciliazione, Voglia, in difetto, dichiarare la loro separazione per mutuo consenso, alle seguenti condizioni:

1) i coniugi vivranno separati con l’obbligo del mutuo rispetto;

2) i coniugi si danno atto della reciproca indipendenza economica, per cui ciascun coniuge provvederà al proprio mantenimento;

3) i coniugi si danno atto di aver già provveduto bonariamente alla divisione dei beni mobili contenuti nella casa coniugale;

4) i coniugi si danno atto che la signora xxxxxxxxxxxxxx si è spontaneamente allontanata dalla dimora coniugale con il consenso del yyyyyyyyyy e provvederà ad asportare completamente i propri effetti ed indumenti personali entro il giorno in cui verrà conclusa la vendita della casa coniugale;

5) i coniugi si danno atto di aver conferito mandato ad una agenzia immobiliare, e ciò al fine di consentire la vendita della casa coniugale, il cui ricavato verrà ripartito nella misura del 50% in favore della signora xxxxxxxxxxxxxxx e nella misura dell’ulteriore 50% in favore del signor yyyyyyyy  in quanto comproprietari dell’immobile stesso.

6) i coniugi convengono che la vendita della casa coniugale avverrà per una somma non inferiore ad €uro …………

7) i coniugi si danno atto che il yyyyyyyyyyy continuerà ad abitare nella casa coniugale provvedendo interamente al pagamento delle varie utenze (gas, acqua, energia elettrica, telefonia) sino a quando la compravendita della stessa non sarà andata a buon fine. Le spese di ordinaria manutenzione della casa coniugale saranno altresì ad esclusivo carico del signor yyyyyyyyyyyyy.

Si producono:

1) Estratto per riassunto dell’atto di matrimonio

2) certificato di residenza di ciascuno dei coniugi

3) certificato di stato di famiglia dei coniugi

4) Dichiarazioni dei redditi degli ultimi 3 anni dei coniugi

 

Cologno al Serio – Bergamo, lì ………………

Sig.ra xxxxxxxxxxxxxxx

Sig. yyyyyyyyyyyyyy

Avv. Patrizia D’Arcangelo

mantenimento figli spese straordinarieMi sono occupata di questo argomento diverse volte (cliccate ad esempio qui ).

Comprendere quali siano le spese straordinarie  non è impresa facile e, soprattutto, non è semplice fornire una risposta inequivocabile ed inconfutabile.  Sono dell’avviso che ogni caso sia a sé. Le spese che possono essere infatti ritenute “straordinarie” per alcune famiglie, sono invece  assolutamente  ordinarie e consuete per altre.

Questo è quanto affermato dal Tribunale per i Minorenni di Bari: “Il criterio della proporzione dell’assegno di mantenimento per la prole rispetto alla situazione reddituale dei genitori, non costituisce l’unico parametro per la sua determinazione, occorrendo innanzitutto chiedersi quale sia la somma necessaria a garantire il soddisfacimento dei bisogni del figlio, come enucleati negli art. 147 – 148, c.c., e tenuto conto dei parametri di cui agli art. 155, comma 4, c.c. Si ritiene poi, quanto alle spese straordinarie, che esse comprendano le spese mediche e di istruzione, sol quando non rientrino nella normalità della vita del minore. Si parla dunque di spese straordinarie, quando trascendano le ordinarie esigenze di vita del minore. Al fine di semplificare i rapporti, si preferisce tener conto, nella determinazione globale dell’assegno di mantenimento, di tutte le spese che caratterizzano la normale vita del figlio, sicché, rendendo l’assegno onnicomprensivo, si possano limitare l’occasione di conflittualità” (Tribunale minorenni  Bari 06 ottobre 2010).

Il Tribunale  Pisa con sentenza del 20 febbraio 2010 ha affermato quanto segue: “Ritenuto che le spese ordinarie e straordinarie per il mantenimento, l’educazione e la formazione anche lavorativa dei figli sono categorie prive di fondamento normativo e di distinzione ex art. 155 c.c. e 6 l. div. perché sviluppatesi nella prassi, trovando ingresso negli accordi tra coniugi o nei provvedimenti giudiziali al fine di adeguare l’importo dei contributi di ogni genitore ad eventuali esigenze sopravvenute ed imprevedibili circa l”an”, il “quantum” ed il “quando” ed in quanto tali insuscettibili di una compiuta valutazione preventiva; e ritenuto, altresì, che è la disciplina di ogni singolo caso concreto che può qualificare come ordinarie o come straordinarie spese che, in altri contesti, assumono un carattere ed un valore diversi, il criterio economico è, di regola, l’unico utilizzabile, con riferimento anche alla prevedibilità delle spese, mentre non può riconoscersi carattere straordinario ai costi delle tasse scolastiche e delle rette in collegio, fermo restando che l’acquisto, per motivi di studio, di libri e strumenti di alto prezzo, od i costi per viaggi all’estero, anch’essi per motivi di studio o di perfezionamento, possono considerarsi, se imprevedibili al momento degli accordi tra i genitori o dei provvedimenti giudiziali, spese straordinarie

Cito infine la sentenza del Tribunale di Bologna del 19 giugno 2007 ove si legge: “In tema di mantenimento dei figli minori, allorché sorgano contrasti tra i genitori in ordine alla misura e alla modalità di ripartizione delle spese straordinarie relative alla prole (sfociati, anche, in procedimenti giudiziari), è opportuno, per un verso, stabilire analiticamente le spese straordinarie da sostenersi nell’interesse dei minori (nonché le relative modalità di rimborso delle stesse) e per altro verso, prevedere che le stesse vengano previamente concordate tra i genitori”.

assegno di mantenimentoE’ bene innanzitutto tener presente che l’assegno di mantenimento versato in favore del coniuge riceve un trattamento fiscale differente dall’assegno di mantenimento che viene versato il favore del figlio.

Infatti, l’assegno di mantenimento che un coniuge corrisponde all’altro coniuge a seguito di separazione o di divorzio è deducibile dal reddito imponibile del coniuge obbligato. Al tempo stesso tale assegno costituisce reddito imponibile per il coniuge che lo percepisce. Occorre comunque precisare che affinché l’assegno di mantenimento possa essere dedotto dal reddito del coniuge obbligato è necessario che tale obbligo risulti da provvedimenti dell’autorità giudiziaria (ovvero da ordinanza o sentenza) che dovranno essere esibiti, a richiesta, agli uffici fiscali (art. 10, comma 1, lett. C.,del D.P.R. 22.12.1986, n.917).

L’assegno di mantenimento che viene invece corrisposto in favore dei figli NON è deducibile (mai) dal reddito del coniuge obbligato al mantenimento. Parimenti, il coniuge al quale viene corrisposto il contributo al mantenimento per i figli, non dovrà indicarlo nella sua dichiarazione dei redditi (si veda, al riguardo, l’art. 3, comma 3, lett. B, del D.P.R. 22.12.1986, n. 917).

Ai fini fiscali (ma non solo) è pertanto opportuno che, in sede di separazione o di divorzio, venga SEMPRE specificato l’ammontare dell’assegno spettante al coniuge da quello spettante ai figli.

assegno mantenimento Tribunale BergamoPubblico di seguito tre brevi estratti di sentenze emesse dal Tribunale di Bergamo.

Trib. Bergamo, dott.ssa Giraldi r.g. n. r.g. n. 2533/2009: “per costante orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte il contributo per il mantenimento del coniuge è dovuto allorché questi sia privo di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, sussistendo una differenza di reddito tra i coniugi (Cass. n. 25618/2007). L’attitudine al lavoro proficuo del coniuge, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento da parte del Giudice, che deve al riguardo tener conto non solo dei redditi in denaro, ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica. Peraltro l’attitudine al lavoro del coniuge assume in tal caso rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche (Cass. Civ. n. 18547/2006).

Trib. Bergamo, Dott.ssa Giraldi, r.g. n. 843/2009: “il diritto al mantenimento in favore del coniuge è costituito dall’assenza di redditi che gli permettano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e la sussistenza di una disparità economica tra le parti, occorrendo avere riguardo, al fine dell’adeguatezza dei redditi del coniuge che chiede l’assegno, al parametro di riferimento costituito dalle potenzialità economiche complessive dei coniugi durante il matrimonio, quale elemento condizionante la qualità delle esigenze e l’entità delle aspettative del medesimo richiedente, non assumendo rilievo il modesto tenore di vita subito o tollerato. Benchè inoltre la separazione non determini normalmente la cessazione di una serie di benefici e consuetudine di vita ed anche diretto godimento dei beni, il tenore di vita goduto in costanza di convivenza va identificato avendo riguardo allo standard di vita reso oggettivamente possibile dal complesso delle risorse economiche dei coniugi (Cass. Civ. n. 14080/2006).” Nel caso di specie, il marito con un reddito annuo di €uro 100.000,00 venne condannato al versamento di un assegno di mantenimento di €uro 2.000,00 mensili in favore della moglie il cui reddito annuo ammontava ad €uro 7.000,00)

Trib. Bergamo, Dott. Macripò, r.g. n. 2582/2009: “non sussistono i presupposti per imporre al marito un assegno a titolo di contributo al mantenimento della moglie, tenuto conto che la richiedente non ha ottemperato all’onere probatorio posto a suo carico in relazione all’effetiva attività lavorativa svolta dal marito e con riferimento alla sussistenza di una sproporzione significativa tra i redditi dei coniugi, tale da non consentirle di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante la convivenza matrimoniale”.

spese straordinarie separazioneDopo aver già trattato l’argomento  qui, torno sul controverso tema del rimborso delle spese straordinarie in tema di separazione dei coniugi per pubblicare qualche caso pratico.

Con sentenza n. 82 del 2 febbraio 2010, il Tribunale di Piacenza ha ritenuto che non fossero rimborsabili le seguenti spese:

i premi pagati per la polizza RCA i premi pagati per la polizza RCA, per le riparazioni all’auto e per l’acquisto di carburante, essendo l’auto intestata alla madre e non essendovi prova che sia il figlio a farne uso; le spese documentate da meri scontrini dai quali non emerge la tipologia dell’acquisto o la riferibilità dello stesso figlio; le spese per abbigliamento, in quanto estranee alla nozione di spesa straordinaria; la spesa per la frequenza a un club, trattandosi di spesa voluttuaria, che, come tale, andava concordata tra i coniugi; la spesa di euro 1.699 per l’acquisto di un computer. In relazione a tale ultima spesa il Tribunale di Piacenza ha precisato che “pur se, in quanto tale, l’acquisto di un computer deve ritenersi scelta ragionevole ed addirittura più che utile alle esigenze di uno studente; è invece del tutto irragionevole l’entità di tale spesa, essendo dato di comune esperienza che un buon p.c. può essere acquistato con poche centinaia di euro. La spesa di euro 1.700 per un computer, in ragione della sua entità rispetto al bene acquistato, avrebbe quindi dovuto essere concordata tra i coniugi”.

Il Tribunale di Piacenza ha invece accordato il rimborso, trattandosi effettivamente di spese straordinarie relativamente alle quali vi era prova di pagamento delle seguenti spese: le spese relative all’iscrizione in palestra ed allo svolgimento di attività sportiva; le spese relative all’acquisto di testi universitari; le spese relative alla pensione completa ed al servizio di ombrellone in spiaggia, usufruiti presso un hotel nel periodo estivo.

Il Tribunale Monza, con sentenza n. 295 del 25 gennaio 2010 ha precisato che devono intendersi spese straordinarie scolastiche le seguenti spese: tasse scolastiche ed universitarie, rette, gite scolastiche, materiale didattico e libri di testo.

Con sentenza del 14 maggio 2007, il Tribunale di Como ha ritenuto che non fossero spese straordinarie rimborsabili le spese relative alla retta scolastica di un Istituto Superiore Privato. Il Tribunale ha invero affermato che tali spese “non possono definirsi “straordinarie” in senso logico-giuridico, poiché attengono ad esborsi ricorrenti su base annua nonché del tutto prevedibili sia nell’an sia nel quantum una volta che si faccia la scelta di iscrivere il minore ad un istituto di istruzione privato ; la natura privata dell’ente non rende ovviamente ” straordinaria ” la prestazione da esso resa la quale attiene all’obbligo legale della istruzione, e alla scelta genitoriale di assolvere detto obbligo rivolgendosi ad un soggetto di provata esperienza nel campo educativo e didattico; d’altro canto dette spese non possono ritenersi neppure “ordinarie” nel senso del riferimento all’ordinario mantenimento dei due minori: se così fosse, infatti, esse sarebbe state prese in considerazione ai fini della quantificazione dell’assegno mensile di mantenimento a carico del padre, il che invece certamente non è avvenuto”.

assegno-di-mantenimento.-jpgIl codice civile sancisce che, salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori debba provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, dovendo il giudice stabilire, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando: 1) le attuali esigenze del figlio; 2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori; 3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore; 4) le risorse economiche di entrambi i genitori; 5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Ai fini della determinazione della misura e delle modalità di contribuzione al mantenimento dovuto dai genitori in favore dei figli, le risorse economiche di entrambi vanno determinate con riferimento al loro complesso patrimoniale, costituito, oltre che dai redditi di lavoro o autonomo, da ogni altra forma di reddito o utilità, quali il valore dei beni mobili o immobili posseduti, o il prezzo ricavabile dall’alienazione di tali beni che, opportunamente reinvestito, potrebbe produrre nuovi profitti suscettibili di valutazione, risultando peraltro allo stato del tutto insufficienti le emergenze istruttorie al riguardo;

L’assegnazione, ed il conseguente uso, della casa familiare ad alcuno dei coniugi, ex art. 155 quater c.c., costituisce, considerato anche il titolo di proprietà, utilità valutabile ai fini della regolazione dei rapporti economici fra i genitori, in misura pari al risparmio di spesa che occorrerebbe sostenere per godere dell’immobile a titolo di locazione, dovendosi quindi di ciò tener conto per accertare la consistenza patrimoniale di ciascun coniuge ai fini della determinazione dell’ assegno di mantenimento.

Da oggi pubblicherò periodicamente alcuni esempi che  vi aiuteranno certamente a comprendere meglio come vengono  determinati  gli assegni di mantenimento dei figli in sede di separazione personale dei coniugi.

Iniziamo con la recentissima Ordinanza  Presidenziale, resa dal Tribunale  Salerno in data 15 febbraio 2011 (11518/09 R.G.)

Alla luce delle risultanze istruttorie, il reddito annuo del marito è stato stimato presuntivamente in euro 30.000,00 (per redditi da lavoro autonomo e da impresa, e per utilità ritraibili dai beni mobili e immobili posseduti, salvi i necessari approfondimenti delle insufficienti indagini tributarie espletate) mentre in euro 0  è stato stimato il reddito annuo della moglie.

In euro 400,00 mensili sono state stimate le spese per ciascuno dei figli compatibili con la situazione economica della famiglia, tenuto conto del tenore di vita goduto dai minori in costanza di convivenza con entrambi i genitori; è stata poi stimata  in euro 400,00 per ciascuno dei figli la valenza economica dei compiti domestici e di cura quotidiana dei minori; in euro 800,00 il totale della somma idealmente impiegata ogni mese per ciascuno dei figli; così determinandosi, anche alla luce dei tempi di permanenza dei figli presso ciascun genitore, in euro 400,00 (800,00: 2= 400) per ciascuno dei figli l’ assegno mensile che il marito corrisponderà alla moglie, con la quale prevalentemente risiederanno i figli per sopperire in via indiretta alle esigenze di mantenimento, cura, istruzione ed educazione degli stessi.

Il Tribunale ha quindi determinato in €uro 400,00 mensili l’entità del mantenimento dovuto in favore della moglie (in quanto priva di adeguati redditi propri, tenendosi conto dello squilibrio reddituale esistente tra i coniugi ed al fine di garantirle un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio).

Il Tribunale ha poi determinato in euro 800,00, da adeguarsi agli Indici ISTAT (ovvero euro 400,00 a figlio) l’assegno mensile che il marito  corrisponderà alla moglie a titolo di concorso al mantenimento dei due figli.

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