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rimborso spese adozione internazionaleIl 28 febbraio 2012 sono stati pubblicati due importantissimi decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri in materia di adozioni internazionali.

Con il primo decreto (datato 4 agosto 2011) è stato concesso il rimborso delle spese sostenute, ai genitori adottivi con reddito inferiore ai 70mila euro, che abbiano concluso un procedimento di adozione o affidamento pre-adottivo di uno o più minori stranieri per i quali sia stato autorizzato l’ingresso e la residenza permanente in Italia nei periodi tra il 1° gennaio ed il 31 dicembre 2010 e tra il 1° gennaio ed il 31 dicembre 2011.

Come si chiede il rimborso?

Inoltrando una richiesta formale con raccomandata con ricevuta di ritorno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Commissione per le adozioni internazionali, largo Chigi n. 19 – 00187 Roma – utilizzando il Modello A 2011 allegato al decreto stesso. Occorre allegare i documenti indicati nell’art. 2, comma 3 dello stesso decreto.

Entro quando bisogna presentare l’istanza?

La domanda di rimborso va presentata entro il 30 aprile 2012, così come stabilito con il D.P.C.M del 3 febbraio.

A quanto ammonta il rimborso?

L’ammontare delle spese rimborsabili é pari:
a) al 50% per i genitori adottivi che abbiano un reddito complessivo fino a 35.000,00 euro;
b) al 30% per i genitori adottivi che abbiano un reddito complessivo compreso tra 35.000,00 euro e 70.000,00 euro.
Ai fini del calcolo del rimborso, dal 50% delle spese certificate, verrà sottratto il contributo forfettario di 1.200,00 euro erogato ai sensi del decreto ministeriale 21 dicembre 2007.

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adozione singles italiaLa legislazione nazionale riconosce l’adozione di bambini da parte di singles soltanto nei “CASI PARTICOLARI” specificamente indicati nella Legge n. 184 del 1983 (Diritto del minore ad una famiglia).

Vediamoli insieme.

L’art. 44 della citata legge consente innanzitutto l’adozione da parte di singles nei seguenti casi:

  • Quando il richiedente sia unito al minore da un vincolo di parentela fino al sesto grado o da preesistente rapporto stabile e duraturo se il minore sia orfano di padre e di madre;
  • Quando il minore si trovi nelle condizioni indicate dall’art. 3, comma 1, della legge nr. 104/92 (ovvero presenti  una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che sia causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione, e sia orfano di padre e di madre);
  • Quando sia constatata l’impossibilità di un affidamento preadottivo.
  • E’ poi consentita l’adozione dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altro coniuge.

L’adozione da parte del single è infine ammessa nei casi previsti dall’art. 25, commi 4 e 5, della stessa legge nr. 184/83, cioè:

1. Se uno dei coniugi muore o diviene incapace durante l’affidamento preadottivo, l’adozione, nell’interesse del minore, può essere ugualmente disposta ad istanza dell’altro coniuge nei confronti di entrambi, con effetto, per il coniuge deceduto, dalla data della morte;
2. Se nel corso dell’affidamento preadottivo interviene separazione tra i coniugi affidatari, l’adozione può essere disposta nei confronti di uno solo o di entrambi, nell’esclusivo interesse del minore, qualora il coniuge o i coniugi ne facciano richiesta.

In tutti gli altri casi, l’adozione (sia essa nazionale od internazionale) è consentita soltanto quando i richiedenti siano uniti da vincolo matrimoniale.

adozione sentenze corte costituzionale cassazioneL’art. 291 cod. civ. sanciva in origine che l’adozione di persona maggiorenne fosse possibile solo per l’adottante che non avesse figli legittimi o legittimati, in ossequio alla tradizione che attribuiva all’adozione una funzione sostitutiva della mancante paternità o maternità legittima, che appunto si realizzava con la trasmissione del nome e del patrimonio.

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 557 del 1988, ha però ridimensionato la portata di questa condizione, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 291 cod. civ. nella parte in cui non consente l’adozione a persone che abbiano discendenti legittimi o legittimati maggiorenni e consenzienti.

La Corte Costituzionale è poi intervenuta con pronuncia n. 345 del 1992 che, in caso di incapacità dei figli di esprimere l’assenso perché interdetti ha ritenuto applicabile per analogia l’art. 297 cod. civ. comma 2, così estendendo a questo caso il potere di valutazione comparativa degli interessi in gioco attribuito dalla norma al Tribunale.

Possiamo oggi affermare che l’adozione di persone maggiori d’età è oggi impossibile nei seguenti casi:

1)      Quando l’adottante ha dei figli legittimi o legittimati MINORENNI;

2)      Quando l’adottante ha dei figli legittimi o legittimati MAGGIORENNI CAPACI E NON CONSENZIENTI;

3)      Quando l’adottante ha dei figli naturali riconosciuti minori o maggiorenni capaci e non consenzienti (per effetto della sentenza n. 245/2004 della Corte Costituzionale).

In argomento, mi sembra opportuno segnalare un’importante pronuncia della Suprema Corte di Legittimità (v. Cass. Civ. Sez. I, n. 2426/2006)la quale ha precisato quanto segue: “In tema di adozione di persone maggiori d’età, la presenza di figli minori dell’adottante, come tali incapaci, per ragioni d’età, di esprimere un valido consenso, costituisce, di norma, ai sensi dell’art. 291 c.c., un impedimento alla richiesta adozione. Ove, tuttavia, l’adozione di maggiorenne riguardi un soggetto, il figlio del coniuge, che già appartenga, insieme al proprio genitore naturale ed ai fratelli, minorenni, ex uno latere, al contesto affettivo della famiglia di accoglienza dell’adottante, la presenza dei figli minori dell’adottante non preclude in assoluto l’adozione, fermo restando il potere-dovere del giudice del merito di procedere ad audizione personale di costoro, se aventi capacità di discernimento, e del loro curatore speciale, ai fini della formulazione del complessivo giudizio di convenienza nell’interesse dell’adottando (…)”.

obbligo mantenimento figlio maggiorenneCon la sentenza n. 22909 dell’11 novembre 2010, la Corte di Cassazione si è nuovamente pronunciata in favore dei c.d. bamboccioni.

Secondo quanto affermato dalla Suprema Corte, “l’obbligo di mantenimento dei genitori – tanto naturali quanto adottivi – verso i figli, di contenuto più ampio e comprensivo di quello alimentare, si sostanzia tanto nell’assistenza economica, quanto nell’assistenza morale di costo; e non cessa per il raggiungimento della maggiore età da parte di essi, ovvero per altra causa, ma perdura – anche indipendentemente dalla loro età – fino a quando i figli non vengono avviati ad una professione, ad un’arte o ad un mestiere confacente alla loro inclinazione e preparazione e rispondente, per quanto possibile, alla condizione sociale della famiglia”.

A seguito della procreazione sorge infatti necessariamente un complesso di diritti e di doveri reciproci fra genitore e figlio fra cui il dovere dei genitori, sancito dal combinato disposto degli artt. 30 Costit., 147, 148 e 155 cod. civ., di mantenere ed educare i figli.

Tale dovere è da ritenersi sussistente anche in capo ai genitori adottivi, per effetto dell’art. l’art. 27 della legge 184/1983 il quale dispone che “per effetto dell’adozione l’adottato acquista lo stato di figlio legittimo degli adottanti” e dell’art. 48, 2° comma della stessa legge, il quale impone all’adottante l’obbligo di mantenere, istruire ed educare l’adottato, conformemente a quanto prescritto dall’articolo 147 del codice civile.

adozione di minorenni: obbligo assistenza legaleLa Legge n. 149/2001, che ha riformato la Legge n. 184/1983, ha previsto che fin dall’atto di apertura della procedura per la dichiarazione di adottabilità, i genitori ed i parenti del minore che abbiano mantenuto rapporti significativi con quest’ultimo siano invitati dal Presidente del Tribunale per i Minorenni a nominare un difensore, con l’avvertimento che nel caso non vi provvedano sarà loro nominato un difensore d’ufficio (si veda l’art. 10 della Legge n. 149/2001).

L’obbligo di assistenza legale è stato esteso anche al minore stesso, in applicazione della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, il cui art. 9 prevede che “nelle procedure riguardanti i fanciulli, allorché secondo la legge interna i titolari delle responsabilità parentali siano privati della facoltà di rappresentare il fanciullo a causa di un conflitto d’interessi con lui, l’autorità giudiziaria ha il potere di nominargli un rappresentante speciale” e precisa che gli Stati esaminino la possibilità di “prevedere che nelle procedure riguardanti i fanciulli, l’autorità giudiziaria abbia il potere di nominare un rappresentante diverso per il fanciullo e nei casi appropriati un avvocato”.

Lo sanno bene gli utenti di Facebook: si sta per concludere la settimana dei diritti dell’infanzia.

E’ incredibile come, grazie al passaparola, la campagna lanciata su Facebook abbia trovato largo successo.

La notizia è stata riportata anche da diversi giornali nazionali on line, quali  Il Corriere della Sera.

Persino il motore di ricerca Google ha pensato bene di modificare il proprio logo (c.d. doodle) con un’immagine che richiama proprio i diritti dei bambini.

Lo scopo dell’iniziativa promossa su Facebook è quello di porre l’attenzione sui diritti dei bambini, celebrando i 21 anni della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia approvata dall’Assemblea Generale delle  Nazioni Unite il 20 Novembre del 1989 a New York ed è entrata in vigore il 2 settembre 1990.

In Italia tale Convenzione è stata poi ratificata il 27 maggio 1991 con la legge n. 176.

La Convenzione riconosce, in modo particolare, quattro principi fondamentali:

1) Il principio di non discriminazione (art. 2 della Convenzione)

Gli Stati Membri si sono impegnati ad assicurare i diritti sanciti nella Convenzione a tutti i minori, senza distinzione di razza, di colore, sesso, lingua, religione, opinione del bambino e dei genitori.

2) Il principio di superiore interesse del bambino (art. 3 della Convenzione)

In ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata di assistenza sociale, l’interesse superiore del bambino deve essere una considerazione preminente.

3)    Il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo (art. 6 della Convenzione)

Gli Stati membri hanno riconosciuto il diritto alla vita del bambino e si sono impegnati ad assicurarne, con tutte le misure possibili, la sopravvivenza e lo sviluppo.

4)    L’ascolto delle opinioni del bambino (art.12 della Convenzione)

E’ stato riconosciuto il diritto dei bambini ad essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, soprattutto in ambito legale.

Il testo integrale della Convenzione può essere visto e scaricato qui.

L’art. 28 della Legge n. 184/1983, come modificato dalla Legge n. 149/2001 e successivamente dall’art. 177, comma 2 del D.lgs. n. 196/2003, riconosce alla persona adottata il diritto di riconoscere le proprie origini quando abbia compiuto i 25 anni (o i 18 anni qualora sussistano dei motivi attinenti alla sua salute psicofisica) attraverso un iter pisco-giudiziario innanzi al Tribunale per i Minorenni, salvo che la madre biologica non abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata.

Studi psicologici e sociologici hanno da tempo evidenziato che nelle persone adottate insorge il bisogno di conoscere non solo la storia precedente all’adozione, ma anche l’identità dei propri genitori, al fine di ricostruire la propria storia personale e di giungere ad una più completa conoscenza di sé.

Provate ad immaginare per un solo momento di non sapere dove siete nati, chi è vostro padre, chi è vostra madre, i vostri nonni, il loro cognome. Comprenderete certamente che la mancata conoscenza delle proprie origini può avere un effetto devastante ed avvilente, soprattutto a partire dall’età dell’adolescenza.

Il diritto all’identità personale e alla ricerca delle proprie radici è tutelato da disposizioni di diritto internazionale pattizio e in particolare dagli articoli 7 e 8 della Convenzione di New York del 20.11.1989, ratificata con legge n. 176/1991 e dall’art. 30 della Convenzione dell’Aja del 29.5.1983, ratificata con legge n. 476/1998.

Secondo l’orientamento maggioritario della dottrina e della giurisprudenza, nel caso in cui sia la madre sia il padre biologici abbiano espresso il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimi, l’adottato non potrà assolutamente ottenere informazioni sulla propria identità.

Nel caso in cui, invece, solo la madre biologica abbia espresso il consenso all’adozione a condizione dell’anonimato, l’adottato potrà ottenere informazioni sull’altro genitore biologico, in quanto il divieto opera solo nei confronti della madre.

E’ bene però precisare che, in taluni casi, l’adottato ha l’esigenza di conoscere i propri genitori biologici per tutelare il proprio diritto alla salute. In simili ipotesi si deve necessariamente ritenere che l’adottato possa accedere alle informazioni su dati genetici e sanitari.

L’accesso alle informazioni sulle proprie origini costituisce l’oggetto di un diritto personalissimo, che può essere esercitato solo dalla persona adottata.

L’istanza per ottenere l’accesso alle informazioni deve essere presentata al Tribunale per i Minorenni del luogo di residenza; secondo l’orientamento prevalente, l’istanza al Tribunale per i Minorenni è necessaria anche se la persona adottata abbia compiuto i venticinque anni.

Il Tribunale per i Minorenni territorialmente competente provvede pertanto a svolgere l’istruttoria (ascoltando i genitori d’origine ed i genitori adottivi).

Al termine dell’istruttoria il Tribunale per i Minorenni, se accoglie l’istanza, autorizza con decreto l’accesso alle notizie richieste.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

patty riccia

Lo studio Legale D’Arcangelo
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Intervista all'avv. D'Arcangelo
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