Archive for the ‘avvocato bergamo assegno mantenimento figli’ Category

assegno mantenimentoIl caso riguardava una separazione personale dei coniugi.

All’udienza presidenziale interveniva altresì il figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente il quale, ai sensi dell’art. 155 quinquies c.c., introdotto con l. n. 54 del 2006, entrata in vigore dopo l’instaurazione del giudizio, chiedeva che fosse disposto nei confronti del padre adottivo un contributo mensile, indicato in Euro 6.000,00, da versarsi a lui stesso o alla madre convivente, per poter proseguire gli studi universitari.

La Cassazione si è trovata quindi a rispondere ai seguenti quesiti:

1)      “Dica la Corte di Cassazione se sia, o meno, in contrasto con l’art. 105 c.p.c. la dichiarazione, fatta nella sentenza impugnata, di ammissibilità dell’intervento nella causa di separazione dei genitori del figlio già maggiorenne nel momento della proposizione di tale causa per chiedere un assegno di mantenimento, ancorché non sussistano comunanza né di titolo, né di petitum, né ragioni di ulteriore collegamenti: fra le due domande”;

2)      “Dica la Corte di Cassazione se violi, o meno, gli artt. 155 quinquies e 2 c.c., 81 c.p.c., e 12 disp. Prel. c.c. l’impugnata decisione nella parte in cui attribuisce comunque al genitore convivente la legittimazione a richiedere e a riscuotere l’assegno di mantenimento spettante al figlio stesso in aggiunta e in concorso col figlio stesso, e ciò indipendentemente dall’esistenza di un provvedimento del giudice che valuti ed esterni in motivazione l’esistenza, di speciali circostanze che consentano l’esercizio di detto potere derogatorio alla, regola generale che impone il versamento diretto dell’assegno al figlio”.

Di seguito riporto la pronuncia della Suprema Corte resa con sentenza n. 4296/2011

(…) La questione della legittimazione del figlio maggiorenne a intervenire nel giudizio di separazione o di divorzio dei propri genitori è intimamente connessa con quella del genitore convivente che agisca per ottenere non solo il rimborso di quanto versato per il mantenimento del figlio, ma anche la determinazione di un contributo per il futuro. Pertanto, sulla base di tale specularità, la corte di appello non poteva non pronunciarsi su entrambe le questioni, come in effetti ha fatto (“la tutela che il Legislatore ha voluto sancire è quella, in ipotesi di separazione o di divorzio, di riconoscere parte attiva sia al genitore che. deve sostenere direttamente le spese del mantenimento .. sia all’avente diritto”), ragion per cui, non essendo per altro prospettato alcun vizio di ultrapetizione, deve procedersi a un esame congiunto delle questioni sottese al primo e al quarto – motivo di ricorso.

Prima dell’introduzione nell’ordinamento della norma contenuta nell’art. 155 quinquies c.c., la giurisprudenza di questa Corte era pervenuta all’affermazione della legittimazione del coniuge separato o divorziato, già affidatario del figlio minorenne, anche dopo il compimento da parte del figlio della raggiere età, ove fosse con lui convivente ed economicamente non autosufficiente, iure proprio (Cass. 27 maggio 200 5, n. 11320; 16 febbraio 2001, n. 2289; 23 ottobre 1996, n. 9238), ad ottenere dall’altro coniuge un contributo al mantenimento del figlio, concorrente con la diversa legittimazione dello stesso, senza tuttavia configurare un’ipotesi di solidarietà attiva (cfr. Cass., 12 ottobre 2007, n. 21437, ove si ipotizza anche l’intervento in appello del figlio divenuto maggiorenne).


Si riteneva, quanto al genitore convivente, che egli agisse iure proprio, purché fosse persistente la convivenza ed il figlio non avesse avanzato autonoma richiesta, (Cass. 27 maggio 2005, n. 11320); la legittimazione del figlio maggiorenne veniva fatta derivare, dalla titolarità, in capo allo stesso, del diritto al mantenimento.
La norma contenuta nell’art. 155 quinquies c.c. prevede, al primo comma, che “Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegna periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto”.


Sull’interpretazione di tale norma, e sulle conseguenze sul piano processale, si registrano, specialmente nella giurisprudenza di merito, contrastanti opinioni proprio con riferimento all’ammissibilità di intervento del figlio maggiorenne nei giudizi di separazione e di divorzio dei genitori.
Ad avviso del Collegio la soluzione del problema non può prescindere dalla coesistenza, quanto meno in astratto, di due posizioni giuridiche meritevoli di tutela: quella del genitore convivente, diretta ad ottenere dall’altro l’attribuzione di un assegno di contribuzione, sulla base delle immutate norme contenute negli artt. 147 e 14S c.c., al fine di assolvere compiutamente i propri doveri senza dover anticipare la quota gravante sull’altro coniuge (su tale persistenza cfr. Cass. 23 luglio 2010, n. 17275); quella, del figlio, avente diritto al mantenimento, ed anzi legittimato in via prioritaria ad ottenere il versamento diretto del contributo.


Trattasi, in entrambi i casi, di situazioni soggettive comportanti la legittimazione ad agire,
posto che come perspicuamente osservato dal Procuratore Generale d’udienza, essa costituisce una condizione dell’azione diretta all’ottenimento, da parte del giudice, di una qualsiasi decisione di merito, la cui esistenze è da riscontrare esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dall’azione, prescindendo, quindi, dalla effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa che si riferisce al merito della stessa, investendo i concreti requisiti di accoglibilità della domanda e, perciò, la sua fondatezza (cfr., per tutte, Cass., 27 giugno 2011, n. 14177).


A ben vedere, la, prospettiva di risolvere in concreto il possibile conflitto fra le suindicate pretese, nell’ambito del medesimo contesto vale a dire nei giudizi di separazione o di divorzio, è intrinseca, nella formulazione del citato art. 155 quinquies c.c., che, a prescindere dalla sedes materiae, pur significativa, appare rivolto proprio al giudice della crisi familiare, chiamato ad adottare – sulle base di una prudente valutazione delle concrete emergenze nel caso (dalla necessità del figlio di allontanarsi per motivi di studio al fondato timore, sul fronte opposto, di incapacità di amministrarsi, o di disperdersi in acquisti inutili se non est rem traente nocivi, non senza considerare l’esigenza di valutare gli apporti e le spese del genitore convivente) – quella “diversa determinazione” in deroga al principio generale. A questo punto l’intervento in giudizio, per far valere un diritto relativo all’oggetto della controversia, o eventualmente in via adesiva, del figlio maggiorenne, il quale, in quanto economicamente dipendente e sotto certi aspetti assimilabile al minorenne (in ordine al quale, proprio in epoca recente, in attuazione del principio del giusto processo, si tende a realizzare forme di partecipazione e di rappresentanza sempre più incisive), assolve, latu sensu, una funzione di ampliamento del contraddittorio, consentendo al giudice di provvedere in merito all’entità e al versamento – anche in forma ripartita – del contributo al mantenimento, sulla base di un’approfondita ed effettiva disamina delle istanze dei soggetti interessati. Non può omettersi di considerare, d’altra parte, che ai fini dell’ammissibilità dell’intervento di un terzo in un giudizio pendente tra altre parti è sufficiente che la domanda dell’interveniente presenti una connessione od un collegamento implicante l’opportunità di un simultaneus processus. Si ritiene, in particolare, la facoltà di intervento in giudizio, per far valere nei confronti di tutte le parti o di alcune di esse un proprio diritto relativo all’oggetto o dipendente dal titolo dedotto in causa, debba essere riconosciuta indipendentemente dall’esistenza o meno nel soggetto che ha instaurato il giudizio della legitimatio ad causarti, attenendo questa alle condizioni dell’azione e non ai presupposti processuali (Cass., 28 dicembre 2009, n. 27398). Si è altresì affermato che, anche se l’art. 105 c.p.c. esige che il diritto vantato dall’interveniente non sia limitato ad una meramente generica comunanza di riferimento al bene materiale in relazione al quale si fanno valere le antitetiche pretese delle parti, la diversa natura delle azioni esercitate, rispettivamente, dall’attore in via principale e dal convenuto in via riconvenzionale rispetto a quella esercitata dall’interveniente, o la diversità dei rapporti giuridici con le une e con l’altra dedotti in giudizio, non costituiscono elementi decisivi per escludere l’ammissibilità dell’intervento, essendo sufficiente a farlo ritenere ammissibile la circostanza che la domanda dell’interveniente presenti una connessione od un collegamento con quella di altre parti relative allo stesso oggetto sostanziale, tali da giustificare un simultaneo processo (Cass., 27 giugno 2007, n. 18844)”.

_________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

Desiderate ricevere consulenze specifiche sull’argomento sopraesposto? Questi sono i nostri contatti:
Studio Legale D’Arcangelo
Via Rocca n. 6 – 24055 Cologno al Serio (Bg)
e-mail: studiolegaledarcangelo@gmail.com
Tel. e Fax 035/48.72.242
Cell.: 327/63.40.268

Canale Ufficiale Google+
Avv. Patrizia D’Arcangelo
Curriculum avv. Patrizia D'Arcangelo
Intervista all'avv. D'Arcangelo
Studio Legale D’Arcangelo
Calendario
March 2012
M T W T F S S
« Feb   Apr »
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031