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stalking avvocato bergamoLo scorso anno, una donna, accusata di comportamenti persecutori ex art. 612 bis c.p. nei confronti del marito, veniva sottoposta al divieto di avvicinamento a quest’ultimo.

Tuttavia la donna indagata, assolutamente incurante di tale provvedimento di divieto, aveva continuato a compiere atti vessatori nei confronti del marito mandandogli messaggi offensivi col telefono cellulare di un collega e diffondendo documenti contenenti accuse calunniose che riguardavano il presunto traffico di sostanze stupefacenti ad opera della intera famiglia.

A quel punto il Giudice per le Indagini Preliminari, su richiesta del Pubblico Ministero, disponeva la  sostituzione della misura con quella degli arresti domiciliari, essendosi evidenziate più gravi esigenze cautelari.

Tale provvedimento veniva successivamente confermato con ordinanza sia dal Tribunale del Riesame, sia dalla Corte di Cassazione Penale con sentenza n. 15230 del 4 aprile 2011 nelle cui motivazioni si legge quanto segue:

“Il Tribunale ha invero convalidato l’assunto del Gip secondo cui le esigenze cautelari, già apprezzate in sede di applicazione della misura coercitiva ex art. 282 ter c.p.p., dovevano reputarsi aggravate essendo emerso, dopo la esecuzione della misura stessa, che l’indagata continuava a tenere comportamenti minacciosi e molesti in danno della persona offesa e dei familiari, tali da costituire ulteriori reiterazioni del reato in contestazione (…).
I giudici hanno infatti preso in considerazione in primo luogo i comportamenti della prevenuta, oggetto di denunzie a suo carico, e li hanno valutati nell’esercizio del potere proprio del giudice del merito, la cui decisione, come è noto, se plausibile, logica e non riscontrata affetta da palesi aporie o mancanze, si sottrae al sindacato di questa Corte.
Risponde d’altro canto a logica il ragionamento esposto dal Tribunale secondo cui materia di valutazione non può che essere il comportamento che positivamente si accerta a carico della indagata e non anche il fatto che, a seguito dei detti comportamenti in violazione di legge, non risultino denunzie ulteriori.
In altri termini è razionale e logico sostenere che il giudice valuta il comportamento dell’agente in ragione delle sue manifestazioni apprezzabili oggettivamente e non in ragione di quanto, non risultando positivamente accertato, non potrebbe che costruire oggetto di una presunzione arbitraria. In secondo luogo non può dirsi carente il giudizio del Tribunale sol perché non ha espressamente considerato tutti gli altri elementi – fatta eccezione per il certificato della ASL del quale si dirà – sottolineati dalla difesa a favore della ricorrente.
Si trattava infatti di elementi tutti preesistenti alla adozione della misura originaria e pertanto già considerati necessariamente all’atto della applicazione del primo divieto ex art. 282 ter c.p.p., sicché non può dirsi carente la motivazione per effetto della quale le nuove manifestazioni aggressive della L. siano state considerate sul presupposto implicito della esistenza di tutti i connotati soggettivi che la riguardavano (incensuratezza, pregressa attività lavorativa etc.) e che necessariamente sono stati reputati non influenti o comunque non decisivi. In terzo luogo il Tribunale risulta avere preso in considerazione anche la certificazione sanitaria rilasciata dal Centro di salute mentale ed ha reso, sul tema, una motivazione che presenta una evidente plausibilità e che pertanto si sottrae all’ulteriore sindacato della Cassazione.
Il Tribunale ha infatti dato atto che la indagata è risultata affetta da una patologia di tipo paranoideo che, da un lato, rappresenta una probabile chiave di lettura degli eventi al vaglio della accusa e, dall’altro, non è ritenuta del tutto risolta a causa della recente instaurazione della terapia: questa, essendo in corso, non ha prodotto effetti stabilizzati e non da garanzia della cessazione delle condotte aggressive e persecutorie ai danni della persona offesa.
Sul punto la difesa lamenta una illogicità della motivazione ma, sostanzialmente, propone una alternativa lettura della certificazione medica, non consentita dinanzi al giudice della legittimità.

Invero è da escludere che la certificazione sia stata oggetto di un travisamento, peraltro neppure denunciato dai ricorrenti, essendo evidente che il sanitario del centro di salute mentale ha espresso un giudizio di valore (sulla capacità contenitiva dei comportamenti impulsivi ad opera del trattamento farmacologico), in termini probabilistici e tali da essere devoluti al prudente apprezzamento del giudice. E il Tribunale a tale apprezzamento non si è sottratto, rendendo una valutazione del tutto razionale e plausibile allorché ha argomentato sulla permanenza della possibilità che la prevenuta, essendo in corso la terapia che oltretutto è su base volontaria, non sia del tutto al riparo dalle intemperanze già dimostrate.
Tali considerazioni rendono evidente anche la infondatezza della doglianza sulla asserita mancanza di motivazione riguardo alla possibilità di conseguire il beneficio della sospensione condizionale della pena.
Il giudizio del Tribunale sul punto non difetta di alcuno dei necessari presupposti di fatto ed è del tutto plausibile e coerente con le premesse, laddove si esprime per la non prevedibilità che alla prevenuta sia concesso il detto beneficio, a causa della propensione, già dimostrata, a reiterare condotte della stessa specie di quella per la quale si procede”.

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