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assegno divorzio moglieAd affermarlo è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2747 depositata il 4 febbraio 2011: il marito “ricchissimo” deve versare l’assegno divorzile alla moglie anche se ricca.

La Suprema Corte ritiene infatti che l’esame della domanda dell’assegno divorzile debba fondarsi in relazione alle potenzialità economiche delle parti sia patrimoniali che reddituali.

Pertanto, qualora la ex moglie non sia in grado di mantenere il tenore di vita condotto in costanza di matrimonio alla stessa va riconosciuto l’assegno divorzile. L’importo di tale assegno deve essere fissato in una misura che tendi a riequilibrare la situazione reddituale e patrimoniale della beneficiaria.

Pubblico di seguito un estratto della sentenza in argomento:

“In considerazione delle potenzialità economiche delle parti sia patrimoniali che reddituali, su cui deve fondarsi l’esame della domanda di assegno divorzile (cfr. Cass. 13 luglio 2007 n. 15610), la Corte d’appello ha correttamente presunto l’esistenza di un tenore di vita condotto nel matrimonio dalle parti non raggiungibile in alcun modo dalla T. , anche con le sue attuali entrate di discreto livello, con motivazione logicamente congrua e senza errori di diritto, essendo le condizioni socio-economiche del B. di livello così elevato da essere irraggiungibili, per cui l’assegno si è fissato in una misura che tendenzialmente vuole riequilibrare; ma solo in parte la situazione reddituale e patrimoniale della controricorrente, dovendosi di regola escludere che la esistenza di entrate sufficienti a fruire di un discreto livello di vita per chi richiede l’assegno di divorzio possa impedire il riconoscimento del diritto a quest’ultimo, allorché le eccezionali situazioni patrimoniali e reddituali della vita comune nel matrimonio siano state tali da imporre un’integrazione a titolo di assegno anche se questo non è sufficiente a coprire la differenza di livello ma consente almeno in parte di attenuarne gli effetti in relazione al raggiungimento di standard di vita più vicini a quelli già goduti.
È quindi da negare che nel caso si sia applicato l’art. 156 c.c., essendosi pervenuti ad accertare l’esistenza del diritto all’assegno, per la necessità di adeguare la situazione economico-sociale della donna a quella fruita da lei nel matrimonio, riequilibrata parzialmente e solo tendenzialmente, con il disposto assegno di divorzio.
Si deve negare che precluda il riconoscimento del diritto all’assegno una capacità di produzione del reddito sufficiente ad una vita dignitosa o agiata di chi chiede l’assegno, ma in ogni caso di gran lunga inferiore alle entrate prodotte e producibili, sia all’epoca della vita comune durante il matrimonio che all’attualità, con il patrimonio in proprietà o in usufrutto dell’altra parte, la cui redditività nella concreta fattispecie non può che essere grandemente aumentata rispetto al 1998, in ragione del notorio incremento dei canoni di locazione tra gli anni novanta e l’attualità

Avv. Patrizia D’Arcangelo

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