Archive for the ‘diritto di famiglia’ Category

Purtroppo la cronaca ci offre (pressoché quotidianamente) casi di maltrattamenti, violenze ed abusi perpetrati a danno di familiari.

Probabilmente non tutti sanno che, con legge del 4 aprile 2001, n. 154 è stata introdotta una disciplina volta ad offrire una tutela più veloce ed efficace in favore delle vittime di abusi familiari.

L’art. 342 bis cod. civ. (introdotto, per l’appunto, dalla succitata legge) prevede infatti che vengano disposti degli ordini di protezione contro gli abusi familiari ogni qualvolta  “la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente”.

Affinché possano quindi essere emessi i c.d. “ordini di protezione contro gli abusi familiari”, è necessario che coesistano due requisiti:

1)      la convivenza tra vittima ed oppressore (concedetemi l’utilizzo di tale termine);

2)      la condotta gravemente pregiudizievole all’integrità  della vittima.

Il requisito della convivenza va peraltro inteso sussistente anche quando vi sia stato l’allontanamento, provocato dal timore di subire violenza fisica del congiunto, mantenendo nell’abitazione familiare il centro degli interessi materiali ed affettivi (cfr, ad esempio, Tribunale di Padova (decr.), 31/05/2006, in Foro It., 2007, 12, 1, 3572).

In tali casi, ai sensi del combinato disposto dell’art. 342 ter cod. civ. e dell’art. 736 bis cod. proc. civ., è possibile quindi rivolgersi al Giudice territorialmente competente, il quale dispone tempestivamente:

a)      la cessazione della condotta pregiudizievole;

b)      l’allontanamento temporaneo dalla casa familiare del coniuge o convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole;

c)       il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’altro coniuge o convivente (i luoghi di lavoro, il domicilio dei parenti, la scuola dei figli).

Il Giudice può, altresì imporre al coniuge o convivente allontanato di contribuire al mantenimento della famiglia con un assegno periodico che può essere assistito dalla garanzia del versamento diretto da parte del datore di lavoro dell’obbligato. Il Giudice può infine anche disporre l’intervento dei centri sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare.

La misura cautelare è temporanea e non può eccedere la durata di un anno.

L’art. 28 della Legge n. 184/1983, come modificato dalla Legge n. 149/2001 e successivamente dall’art. 177, comma 2 del D.lgs. n. 196/2003, riconosce alla persona adottata il diritto di riconoscere le proprie origini quando abbia compiuto i 25 anni (o i 18 anni qualora sussistano dei motivi attinenti alla sua salute psicofisica) attraverso un iter pisco-giudiziario innanzi al Tribunale per i Minorenni, salvo che la madre biologica non abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata.

Studi psicologici e sociologici hanno da tempo evidenziato che nelle persone adottate insorge il bisogno di conoscere non solo la storia precedente all’adozione, ma anche l’identità dei propri genitori, al fine di ricostruire la propria storia personale e di giungere ad una più completa conoscenza di sé.

Provate ad immaginare per un solo momento di non sapere dove siete nati, chi è vostro padre, chi è vostra madre, i vostri nonni, il loro cognome. Comprenderete certamente che la mancata conoscenza delle proprie origini può avere un effetto devastante ed avvilente, soprattutto a partire dall’età dell’adolescenza.

Il diritto all’identità personale e alla ricerca delle proprie radici è tutelato da disposizioni di diritto internazionale pattizio e in particolare dagli articoli 7 e 8 della Convenzione di New York del 20.11.1989, ratificata con legge n. 176/1991 e dall’art. 30 della Convenzione dell’Aja del 29.5.1983, ratificata con legge n. 476/1998.

Secondo l’orientamento maggioritario della dottrina e della giurisprudenza, nel caso in cui sia la madre sia il padre biologici abbiano espresso il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimi, l’adottato non potrà assolutamente ottenere informazioni sulla propria identità.

Nel caso in cui, invece, solo la madre biologica abbia espresso il consenso all’adozione a condizione dell’anonimato, l’adottato potrà ottenere informazioni sull’altro genitore biologico, in quanto il divieto opera solo nei confronti della madre.

E’ bene però precisare che, in taluni casi, l’adottato ha l’esigenza di conoscere i propri genitori biologici per tutelare il proprio diritto alla salute. In simili ipotesi si deve necessariamente ritenere che l’adottato possa accedere alle informazioni su dati genetici e sanitari.

L’accesso alle informazioni sulle proprie origini costituisce l’oggetto di un diritto personalissimo, che può essere esercitato solo dalla persona adottata.

L’istanza per ottenere l’accesso alle informazioni deve essere presentata al Tribunale per i Minorenni del luogo di residenza; secondo l’orientamento prevalente, l’istanza al Tribunale per i Minorenni è necessaria anche se la persona adottata abbia compiuto i venticinque anni.

Il Tribunale per i Minorenni territorialmente competente provvede pertanto a svolgere l’istruttoria (ascoltando i genitori d’origine ed i genitori adottivi).

Al termine dell’istruttoria il Tribunale per i Minorenni, se accoglie l’istanza, autorizza con decreto l’accesso alle notizie richieste.

Avv. Patrizia D’Arcangelo

Avvocato D'Arcangelo

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